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    Cos’è la Grande Muraglia Verde contro i cambiamenti climatici in Africa che l’UE finanzierà con il Global Gateway

    Bruxelles – Oltre 8 mila chilometri che attraversano da ovest a est il continente africano, dal Senegal a Gibuti, passando da altri 18 Paesi delle regioni del Sahara, del Sahel e del Corno d’Africa: una Grande Muraglia Verde contro la desertificazione, gli effetti dei cambiamenti climatici e l’insicurezza alimentare. L’Unione Europea sostiene dal primo giorno l’iniziativa per affrontare le più urgenti minacce che incombono in Africa – siccità, carestie, conflitti, migrazioni – e ora, attraverso la sua strategia globale per lo sviluppo di infrastrutture e interconnesioni sostenibili, è pronta a porre “un altro mattone nel muro verde” con finanziamenti e sostegno economico.
    Il progetto approvato dalla Conferenza dei capi di Stato e di governo della Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara nel giugno del 2005 in Burkina Faso e nato ufficialmente due anni più tardi si pone l’obiettivo di attraversare per il verso della larghezza l’intero continente africano, da ovest a est, ripristinando 100 milioni di ettari di terreno degradato, sequestrando 250 milioni di tonnellate di carbonio dai terreni e creando 10 milioni di posti di lavoro verdi nelle aree rurali entro la fine del decennio. Una volta completata, la Grande Muraglia Verde sarà “la più grande struttura vivente del pianeta, tre volte più grande della Grande Barriera Corallina”, come si legge nella presentazione del progetto guidato dall’Unione Africana.
    Nel suo sforzo di combattere cambiamenti climatici e desertificazione, la Grande Muraglia Verde contribuirà direttamente anche agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) 2030 delle Nazioni Unite. A 15 anni dal via libera, è stato completato circa il 15 per cento del progetto, con risultati tangibili almeno in 11 Paesi che hanno aderito, dalla Mauritania all’Etiopia, dal Mali al Sudan, passando dalla Nigeria, il Chad, il Niger e l’Eritrea. La barriera verde svolgerà anche un ruolo cruciale nel garantire al continente africano la sicurezza alimentare messa ancora più a rischio dal blocco russo delle esportazioni di cereali dall’Ucraina, e su questo punto l’Unione Europea è toccata direttamente.
    Oltre a mobilitare 600 milioni di euro per rafforzare la produzione locale nei Paesi vulnerabili, in aggiunta al pacchetto già annunciato di 3 miliardi di euro per la sicurezza alimentare globale, la Commissione UE è pronta a mobilitare la sua strategia per le infrastrutture sostenibili Global Gateway per alzare il “baluardo contro l’insicurezza alimentare e il cambiamento climatico”. Lo ha messo in chiaro la presidente dell’esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, nel suo intervento di apertura delle Giornate europee dello sviluppo 2022 questa mattina (21 giugno). Spiegando che Bruxelles “aiuterà a completare il progetto di milioni di ettari per un’alimentazione sostenibile nel continente”, la leader della Commissione ha sottolineato con forza che “la soluzione sul medio e lungo termine è la produzione e la resilienza in loco”. Sul breve termine, invece, l’Unione “sta lavorando duro con l’Ucraina per garantire le esportazioni di grano e con i Paesi più vulnerabili nel mondo per combattere la crisi alimentare” determinata dall’attacco del Cremlino “contro la produzione agricola e il commercio di cereali” dai porti nel Mar Nero, “che sta causando l’insicurezza alimentare soprattutto in Africa”.

    Il progetto guidato dall’Unione Africana punta a creare una barriera naturale di 8 mila chilometri contro la desertificazione e per garantire la sicurezza alimentare nella regioni del Sahara e del Sahel. L’UE metterà “un altro mattone nel muro verde” con la sua strategia globale

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    Von der Leyen sigla l’intesa con Egitto e Israele per più forniture di gas all’Europa

    Bruxelles – Da Israele all’Europa, passando per l’Egitto. L’Unione Europea ha siglato oggi (15 giugno) un Memorandum d’intesa con cui Egitto e Israele si sono impegnati a incrementare le esportazioni di gas naturale verso il Continente, alle prese con il tentativo di ridurre la sua dipendenza dalle forniture di idrocarburi importati dalla Russia nel contesto della guerra in Ucraina.
    Abdel Fattah El-Sisi, a destra, e Ursula von der Leyen
    Un “grande passo avanti nella fornitura di energia all’Europa, ma anche per l’Egitto nel diventare un hub energetico regionale”, ha rivendicato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, in conferenza stampa con il presidente egiziano Abdel Fattah-Sisi annunciando l’intesa che Bruxelles cercava da settimane. Il gas israeliano sarà trasportato tramite gasdotto in Egitto, dove sarà liquefatto in GNL e poi trasportato via mare in Europa per essere rigassificato. L’Egitto dispone di due impianti di GNL, uno a est di Alessandria, a Idku, e l’altro nella città portuale di Damietta, che ha una capacità produttiva di 5 milioni di tonnellate all’anno.
    L’accordo quadro è stato siglato al Cairo dalla commissaria per l’Energia, Kadri Simson, insieme al ministro egiziano, Tāreq El Molla, e alla ministra israeliana, Karine Elharrar. Conclude il tour mediorientale di tre giorni della leader dell’Esecutivo comunitario, che l’ha vista impegnata da lunedì prima in Israele e Palestina e poi in Egitto e Giordania nel tentativo di rafforzare la cooperazione con la regione.
    Bruxelles lavorava a questo accordo trilaterale almeno da inizio aprile, nel quadro del suo piano per sbarazzarsi degli idrocarburi in arrivo da Mosca, che rappresentano oltre il 40 per cento delle sue forniture importate per circa 150 miliardi di metri cubi di gas. Per arrivare a liberarsi dalla dipendenza energetica russa, Bruxelles stima che sarà necessario aumentare le sue importazioni di gas da fonti non russe, principalmente gas naturale liquefatto (+50 miliardi di metri cubi), ma anche gas proveniente da gasdotto (+10 bcm) visti i limiti infrastrutturali di molti Paesi membri UE che dispongono di pochi rigassificatori sul proprio territorio.
    Nel memorandum non si parla di volumi precisi di gas che arriveranno in Europa, ma secondo la ministra israeliana si tratta del primo accordo a “consentire esportazioni significative” di gas israeliano verso l’Europa. “Oggi l’Egitto e Israele si impegnano a condividere il nostro gas naturale con l’Europa e ad aiutare con la crisi energetica”, ha commentato Elharrar dopo la firma dell’intesa, definendolo un grande momento per Israele per diventare un grande attore sul mercato globale, approfittando del “vuoto” che la Russia lascia sul mercato.

    Israele, da solo, non può rimpiazzare tutto il gas russo ma secondo l’UE tutti gli Stati del Mediterraneo orientale possono fornire circa 20 miliardi di metri cubi all’anno, la maggior parte dei quali proverrebbe da Israele. L’UE ha già siglato un accordo con gli Stati Uniti per la consegna di almeno 15 miliardi di metri cubi di Gnl nel 2022 e circa 50 miliardi di metri cubi all’anno almeno fino al 2030. Dopo l’intesa con Israele ed Egitto, la commissaria Simson volerà Azerbaijan a luglio, nel contesto del lavoro che l’Unione Europea sta facendo per trovare fornitori di gas alternativi alla Russia.
    Bruxelles rafforza la cooperazione con l’Egitto anche in vista della prossima Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, la COP27, che si terrà proprio in Egitto (a Sharm El-Sheikh) dal 7 al 18 novembre 2022. E’ in questa occasione che sarà annunciata una nuova partnership UE-Egitto sull’idrogeno, come anticipato dalla presidente in conferenza stampa. “L’Egitto ha il potenziale per essere un leader nella produzione e nell’esportazione di energia rinnovabile”, ha detto von der Leyen, definendo l’Egitto un partner affidabile dal punto di vista energetico. Con Israele, invece, Bruxelles porta avanti altri due progetti in parallelo, un nuovo gasdotto per trasporto prima di gas (e poi, nei piani di Bruxelles) di idrogeno pulito nel Mediterraneo orientale; un cavo elettrico sottomarino per connettere Israele, Cipro e Grecia che nel tempo sarà elettrificato con energie rinnovabili.

    Il gas israeliano arriverà in Egitto tramite gasdotto, poi sarà liquefatto in Gnl e trasportato via mare in Europa per essere rigassificato. “Un grande passo avanti nella fornitura di energia all’Europa, ma anche per l’Egitto nel diventare un hub energetico regionale”, sostiene la presidente dell’Esecutivo comunitario

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    Da Israele all’Egitto, il tour di von der Leyen per la sicurezza energetica dell’Europa

    Bruxelles – E’ il gas il filo rosso che lega tutte le tappe del tour di Ursula von der Leyen nella regione del Medio Oriente, che vede la presidente della Commissione europea impegnata da ieri (13 giugno) a domani prima in Israele e Palestina, poi in Egitto e Giordania. Alla ricerca di alternative al gas importato dalla Russia, da cui deve ridurre gradualmente le importazioni al più tardi entro il 2027.
    Mosca “usa la nostra dipendenza dai combustibili fossili per ricattarci. Dall’inizio della guerra ha deliberatamente tagliato le forniture di gas a Polonia, Bulgaria, Finlandia, a compagnie olandesi e tedesche come ritorsione per il nostro sostegno all’Ucraina”, ha dichiarato questa mattina von der Leyen nel corso del discorso all’Università Ben Gurion a Negev, in Israele, dove ha ricevuto il dottorato honoris causa. Ha sottolineato che “il comportamento del Cremlino rafforza solo la nostra volontà di porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili russi”. Ed è questo il motivo del suo tour mediorientale, trovare forniture alternative alla Russia.
    L’Unione europea sta esplorando “modi per rafforzare la nostra cooperazione energetica con Israele, abbiamo due grandi progetti in preparazione”, ha confermato la presidente, spiegandoli poi più nel dettaglio. Il primo progetto in lavorazione è “il più grande e lungo cavo (elettrico) sottomarino per connettere Israele, Cipro e Grecia che nel tempo sarà elettrificato con energie rinnovabili, cioè dove gli investimenti devono andare dal momento” che nella regione ci sono “abbondanti risorse per produrre energia pulita”. Il secondo progetto a cui Bruxelles lavora è “un gasdotto per il gas e l’idrogeno pulito nel Mediterraneo orientale”, che sarà “un investimento nella sicurezza energetica sia di Israele che dell’Unione europea”, e secondo l’Esecutivo europeo “ci aiuterà anche a decarbonizzare il nostro mix energetico”.
    Il Memorandum del gas con Israele ed Egitto
    Ursula von der Leyen insieme al primo ministro israeliano, Naftali Bennett
    Ma dal viaggio della leader dell’Esecutivo punta a concretizzare anche altro. Bruxelles ha intenzione di concludere “prima dell’estate” (come si legge nel piano REPower EU’, presentato lo scorso 18 maggio per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili russi) un accordo trilaterale con Egitto e Israele per maggiori forniture di Gnl, gas naturale liquefatto, all’Europa, per svincolare l’UE dalla dipendenza dai combustibili fossili importati dalla Russia. E così è stato confermato da von der Leyen.
    La leader dell’Esecutivo firmerà domani “un Memorandum d’Intesa trilaterale con Israele ed Egitto per maggiori forniture di gas all’Europa”, ha annunciato von der Leyen in un punto stampa a Gerusalemme insieme al primo ministro israeliano Naftali Bennett. Un accordo che “contribuirà a intensificare le consegne di energia in Europa”, ha aggiunto, spiegando che il gas arriverà in Egitto da Israele, tramite un gasdotto – “si spera un giorno un gasdotto pronto per l’idrogeno”, ha sottolineato –, dove sarà liquefatto in GNL e poi portato nell’Unione Europea per essere rigassificato. “Penso che questo sia un progetto molto importante, ma sappiamo che, nel tempo, dovremmo esplorare insieme l’uso delle infrastrutture per le energie rinnovabili. Questa è l’energia del futuro”, ha detto ancora.
    La presidente ha ricordato che l’Unione Europea “era il più grande, il più importante cliente del fornitore russo per petrolio, gas e carbone” ma l’invasione dell’Ucraina “e il tentativo della Russia di ricattarci attraverso l’energia” ha spinto l’UE “a tagliare e liberarci dalla dipendenza dai combustibili fossili russi, e ad allontanarci da Mosca diversificando verso fornitori affidabili”.
    Questo il motivo per cui von der Leyen farà tappa domani anche in Egitto, dove incontrerà il presidente Abdel Fattah Al-Sisi, accompagnata dalla commissione per l’Energia, Kadri Simson, che prenderà parte alla riunione ministeriale dell’East Mediterranean Gas Forum. Proprio Simson in audizione all’Europarlamento ha confermato che la Commissione “sta lavorando il più velocemente possibile per sostituire il gas russo” dal mix energetico europeo, di cui è dipendente per il 40 per cento delle proprie importazioni. A luglio la commissaria sarà poi in Azerbaijan, sempre con l’idea di rafforzare le partnership con fornitori di gas alternativi alla Russia, come anche gli USA, la Norvegia, Qatar, Canada e Algeria. Bruxelles ha già siglato un accordo con gli Stati Uniti per la consegna di almeno 15 miliardi di metri cubi di Gnl nel 2022 e circa 50 miliardi di metri cubi all’anno almeno fino al 2030, mentre Giappone e Corea hanno già reindirizzato una serie di carichi di Gnl verso l’Europa.

    La presidente dell’Esecutivo comunitario impegnata in Medio Oriente annuncia il Memorandum d’intesa con Israele ed Egitto per più forniture di gas all’Unione Europea, nel tentativo di diversificare le forniture e ridurre quelle importate dalla Russia. Mercoledì l’incontro al Cairo con il presidente Abdel Fattah Al-Sisi

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    Le richieste di Bruxelles non scalfiscono Belgrado. La Serbia riceverà per altri tre anni il gas russo a condizioni favorevoli

    Bruxelles – L’UE incalza, la Serbia non cede. Nonostante le incessanti richieste di allineamento alle sanzioni internazionali contro la Russia che arrivano dai Ventisette, e che Belgrado sta rispedendo al mittente, la Serbia sta anche dimostrando di non voler fare nulla per allentare il forte legame con Mosca. Il presidente Aleksandar Vučić ha trovato un’intesa strategica con il collega russo Vladimir Putin, per il rinnovo di altri tre anni del contratto sulla fornitura di gas naturale russo verso il Paese balcanico – in scadenza il 31 maggio – “a condizioni estremamente favorevoli”.
    Come riportano i media statali serbi, l’intesa tra i due leader è stata trovata ieri (domenica 29 maggio) nel corso di una telefonata e la firma potrebbe concretizzarsi nei primissimi giorni di giugno nel corso di una visita a Belgrado da parte del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov (sarebbe la prima in un Paese europeo dall’inizio della guerra in Ucraina). A quanto si apprende, Vučić e Putin hanno anche confermato la propria disponibilità a continuare la partnership rafforzata tra i due Paesi e hanno discusso della guerra in Ucraina e della questione del Kosovo. Per quanto riguarda la fornitura del gas dalla Russia alla Serbia, i dettagli saranno formalizzati all’inizio di questa settimana, ma alcune anticipazioni sono arrivate nel corso di una conferenza stampa del presidente Vučić al termine della telefonata con Putin: “La Serbia ha bisogno di grandi quantità di gas, ma avremo un inverno sicuro, mentre il costo dipenderà da ulteriori colloqui”.
    Da sinistra: il presidente della Serbia, Aleksander Vučić, e della Russia, Vladimir Putin
    Secondo quanto riferito dallo stesso Vučić, la Serbia importa dalla Russia l’81 per cento del suo fabbisogno totale di gas, che si attesta attorno ai tre miliardi di metri cubi all’anno: la metà è destinata alle centrali termiche ed elettriche, mentre il 26 per cento è consumato dall’industria. Attualmente il gas naturale fornito da Gazprom costa alla Serbia 270 dollari per mille metri cubi e, stando alle parole del presidente serbo, durante l’inverno 2022 il prezzo potrebbe scendere a un decimo di quello pagato a Mosca dal resto del continente europeo (tra 310 e 410 dollari per mille metri cubi). L’intesa di massima si dovrebbe applicare per la fornitura di 2,2 miliardi di metri cubi di gas (il 73 per centro del fabbisogno annuale totale), mentre i restanti 800 milioni dovranno essere concordati successivamente.
    Ci sono diversi elementi che mantengono stretto il rapporto energetico tra Mosca e Belgrado. Prima di tutto, sarà necessario attendere la versione definitiva dell’accordo triennale siglata da entrambe le parti, senza dimenticare che nei prossimi mesi potrebbero essere trovate intese minori per integrare le necessità di gas del Paese balcanico. La russa Gazprom è poi proprietaria di maggioranza di Naftna Industrija Srbije (l’industria petrolifera serba), direttamente o attraverso società controllate: è anche l’unico fornitore di gas naturale in Serbia e il proprietario di maggioranza di entrambi i gasdotti che lo trasportano.
    Ciò che preoccupa Bruxelles è anche l’opportunismo del presidente Vučić, che da una parte cerca l’adesione del Paese nell’Unione Europea e dall’altra non appare intenzionato ad allentare l’alleanza storica con Putin. Se è vero che l’accordo per il gas al 2025 non influisce direttamente su nessun pacchetto di sanzioni UE contro la Russia, va sottolineato l’atteggiamento accusatorio del neo-rieletto presidente della Serbia nel presentarlo: “È molto favorevole per noi, anche se non è facile resistere perseguendo una politica indipendente e sovrana. Ma ci siamo riusciti dall’inizio della guerra in Ucraina ed è importante continuare a farlo”. Il riferimento è alle pressioni dei Ventisette per adottare le sanzioni economiche contro Mosca (la Serbia è l’unico Paese europeo a essersi opposta, insieme a Bosnia ed Erzegovina e Bielorussia) e abbandonare la presunta politica di neutralità e di condannare anche nei fatti l’aggressione militare russa.
    A questo si aggiunge un altro fattore sul medio-lungo periodo. Rispondendo alle domande dei giornalisti, Vučić ha ventilato l’ipotesi della costruzione di un nuovo impatto di stoccaggio di gas in Serbia gestito da Gazprom, tema di discussione durante la conversazione telefonica con il leader della Russia. Tutto questo si verificherebbe mentre Polonia e Bulgaria prima e Finlandia poi si sono viste tagliare le forniture di gas da Mosca e soprattutto mentre i 27 Paesi membri dell’UE dovranno cercare una via di uscita dalla dipendenza dalle fonti fossili russe, aumentando i partenariati internazionali e le vie di approvvigionamento (aperte anche alla Serbia). C’è un’ultima questione che, per quanto remota, non può far stare tranquillo il presidente Vučić. Se l’Unione Europea dovesse decidere di interrompere le forniture di gas da Mosca, la Serbia si troverebbe completamente tagliata fuori: il gasdotto BalkanStream (prolungamento del TurkStream che connette Russia e Turchia) passa dalla Bulgaria, mentre il gasdotto serbo-ungherese può essere chiuso da Budapest.

    Il presidente serbo, Aleksandar Vučić, non cede alle pressioni dei Ventisette sull’allineamento alle sanzioni contro Mosca e trova un accordo con Vladimir Putin per la fornitura di 2,2 miliardi di metri cubi di gas a prezzo agevolato rispetto al resto d’Europa

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    Chernobyl, trentasei anni dopo. Bruxelles teme ancora per la sicurezza nucleare dell’Europa: “Mosca liberi la centrale di Zaporizhzhia”

    Bruxelles – Trentasei anni fa l’incidente nucleare nel reattore numero 4 della centrale di Chernobyl, in Ucraina, che portò alla morte immediata di 31 persone e alla dispersione nell’atmosfera di grandi quantità di particelle radioattive. Oggi, l’UE lo ricorda come il più importante incidente nucleare verificatosi in Europa, con un occhio di preoccupazione per gli impianti nucleari ancora attivi in Ucraina, dal 24 febbraio invasa dall’esercito russo che ne minaccia a più riprese sicurezza e integrità.
    “L’aggressione illegale e ingiustificata della Russia in Ucraina mette nuovamente a repentaglio la sicurezza nucleare nel nostro continente”, hanno avvertito in una nota congiunta l’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, e la commissaria per l’Energia, Kadri Simson. Da quando l’invasione è iniziata, la Russia ha “preso di mira e occupato siti nucleari ucraini, danneggiando incautamente gli impianti”.
    Nel giorno dell’anniversario dell’incidente avvenuto nel 1986, i due rappresentanti della Commissione hanno ribadito “la massima preoccupazione per la sicurezza nucleare e i rischi per la sicurezza causati dalle recenti azioni della Russia presso il sito di Chernobyl”, chiedendo a Mosca di restituire il controllo della centrale nucleare occupata di Zaporizhzhia alle autorità ucraine e di astenersi da qualsiasi ulteriore azione contro le installazioni nucleari presenti sul territorio invaso.
    Da quando l’invasione è iniziata a fine febbraio, l’UE si è messa a seguire da vicino la situazione della sicurezza nucleare insieme all’ENSREG, il gruppo europeo dei regolatori della sicurezza nucleare (European Nuclear Safety Regulators Group), preparando un piano di emergenza nel caso in cui la Russia dovesse attaccare gli impianti nucleari presenti sul territorio ucraino. All’inizio dell’invasione le truppe di Mosca hanno usato l’impianto (inattivo e luogo di raccolta di combustibile esausto e rifiuti radioattivi) di Chernobyl come scudo e rifugio, per poi occupare anche la nucleare di Zaporizhzhya, il più grande impianto nucleare attivo in Europa,
    “L’anniversario del disastro nucleare di Chernobyl, che ricorre oggi, ci ricorda quanto pericolosa sia questa fonte di energia. L’incidente che colpì la centrale nucleare ucraina è stata una ferita non si è più rimarginata. Quel disastro ha provocato morte, sofferenza, malattie e incalcolabili danni economici. Ricordare oggi Chernobyl con dignità equivale ad ammettere che l’energia nucleare non è purtroppo sicura al 100%. Per questa ragione, lavoreremo al Parlamento europeo per modificare le regole sulla tassonomia presentate dalla Commissione europea che considerano come investimenti verdi quelli per costruire nuove centrali nucleari. Non avremo mai più Chernobyl solo se saremo un Continente che produce e utilizza energie pulite. Investire nelle rinnovabili è un obbligo morale che dobbiamo onorare anche per tutti quelli che hanno sofferto a causa del disastro di Chernobyl”, così Laura Ferrara, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, in una nota.

    Nel giorno dell’anniversario del disastro di Chernobyl la Commissione UE esprime “la massima preoccupazione per la sicurezza nucleare e i rischi per la sicurezza causati dalle recenti azioni della Russia presso” i siti nucleare in Ucraina

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    La triplice strategia per l’autonomia dei Balcani dal gas russo: nuovi fornitori, espansione della produzione e più GNL

    Bruxelles – Trovare soluzioni per l’indipendenza energetica dalla Russia è una priorità per l’Europa, dentro e fuori i confini dell’Unione Europea. La guerra in Ucraina sta aumentando la pressione anche sui Balcani Occidentali, la regione che aspira ad accedere nel prossimo futuro nell’UE e che è alla ricerca di nuove forniture di gas per liberarsi dalla dipendenza russa. Una strategia che potrebbe rappresentare un punto di forza anche per il resto del continente, nonostante non siano da sottovalutare le complessità.
    Per i Balcani il discorso sulla dipendenza dal gas russo vale doppio. Mentre per l’Unione Europea la domanda di questa risorsa energetica dipende al 40 per cento dal Cremlino, alcuni Paesi della regione – come Serbia, Bosnia ed Erzegovina e Macedonia del Nord – dipendono totalmente dal Cremlino. È per questa ragione che i Paesi balcanici sono scettici sulla possibilità che Bruxelles adotti un embargo sulle importazioni di gas dalla Russia. Non va dimenticato che il sesto pacchetto di sanzioni sta però creando per la prima volta tensioni e ritardi all’interno dei Ventisette: il premier ungherese, Viktor Orbán, guida il fronte dei contrari, mentre l’omologo greco, Kyriakos Mitsotakis, ha avvertito che “un embargo energetico non deve essere più doloroso per gli europei che per la Russia”.
    Nello sforzo di indipendenza dalle fonti energetiche russe, se si considera l’Europa sud-orientale le vie praticabili sono tre: il collegamento con fornitori alternativi di gas, l’espansione della produzione locale e l’aumento delle consegne di gas naturale liquefatto (GNL). Un ruolo cruciale lo gioca il Paese membro UE più importante nella penisola balcanica, la Grecia. “Il Mediterraneo orientale diventa ancora più importante ora che si cerca una diversificazione delle fonti per allontanarci dal petrolio e dal gas russo”, ha spiegato a inizio aprile il premier greco Mitsotakis sottolineando che “dovremmo studiare tutti i progetti di interconnessione in quest’area, attraverso oleodotti, gasdotti e GNL”.
    Anche per i Balcani la chiave per l’autonomia strategica sul gas è la diversificazione. Nei prossimi cinque anni il Gasdotto Trans-Adriatico (TAP), che dall’Azerbaijan corre attraverso la Grecia e l’Albania e sotto l’Adriatico fino all’Italia, dovrebbe essere in grado di raddoppiare la propria capacità, dagli attuali 10 miliardi di metri cubi a 20: il gasdotto di interconnessione Grecia-Bulgaria entrerà in funzione a settembre di quest’anno, mentre è in costruzione quello che da Salonicco trasporterà il gas verso la Macedonia settentrionale, con la prospettiva di raggiungere anche Kosovo e Serbia. Le riserve sottomarine di gas nel Mediterraneo orientale potrebbero fornire all’Europa circa 10 miliardi di metri cubi l’anno, ma si dovranno trovare modalità per risolvere le tensioni geopolitiche nell’area e per riprendere i discorsi sul Gasdotto EastMed, un progetto da 6 miliardi di euro che dovrebbe trasportare il gas dai depositi al largo di Israele e dell’Egitto attraverso Cipro e Grecia. Ad Alessandropoli, città della Grecia nord-orientale, entro la fine del 2023 dovrebbe entrare in funzione un terminale di GNL con una capacità di 5,5 miliardi di metri cubi, che rappresenterà un punto di riferimento anche per Paesi come Macedonia del Nord e Bulgaria.
    Nonostante sembri quasi impossibile rinunciare sul breve periodo agli impianti di Gazprom, la strategia di diversificazione delle forniture di gas potrebbe essere vincente nei Balcani. Sviluppando questa triplice strategia, si potrebbero coprire quasi completamente i volumi modesti di gas richiesti dalle economie e dalle società della regione. Come esempio, è sufficiente pensare che la Grecia, il Paese più sviluppato della penisola, consuma 5,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno (l’Italia 76,1). In uno scenario di lungo periodo, la penisola balcanica e il continente europeo potranno ancora aver necessità delle fonti energetiche russe, ma non esserne dipendenti, sviluppando dialoghi e partnership strategiche con attori geopolitici dall’Asia al Medioriente, fino all’Africa.

    Alcuni Paesi della penisola (Serbia, Bosnia e Macedonia del Nord) dipendono quasi totalmente dal Cremlino. Ma la Grecia sta guidando gli sforzi di indipendenza energetica attraverso il rafforzamento dei gasdotti alternativi e un nuovo terminale di gas naturale liquefatto

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    Divieto d’import di carbone e ipotesi stop a petrolio dalla Russia: l’energia è nel quinto pacchetto di sanzioni

    Bruxelles – Sei pilastri per il quinto pacchetto di sanzioni UE contro la Russia, in cui l’energia inizia a ritagliarsi il ruolo di protagonista. Dopo quattro pacchetti che “hanno colpito duramente e limitato le opzioni politiche ed economiche del Cremlino, con risultati tangibili”, la Commissione Europea ha deciso di reagire alle “immagini raccapriccianti di Bucha” proponendo ai governi una nuova tornata di misure restrittive, per “sostenere la massima pressione su Putin e sul governo russo in questo momento critico”. Lo hanno annunciato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, sottolineando la necessità di rendere le sanzioni contro la Russia “ancora più ampie e dure”.
    Il primo pilastro della quinta tornata di misure restrittive è il divieto di importazione di carbone dalla Russia, “un mercato che ha un valore di 4 miliardi di euro all’anno”. Sempre sul piano energetico – anche se per il momento non rientra in questo pacchetto – si inizia a considerare anche lo stop alle importazioni di petrolio, su cui “siamo al lavoro”, ha precisato la presidente von der Leyen. Previsto poi il taglio delle transazioni verso quattro banche che rappresentano il 23 per cento della quota di mercato nel settore bancario russo, “tra cui la VTB, la seconda più grande banca russa”.
    La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell (5 aprile 2022)
    A livello commerciale, alle navi russe sarà vietato di accedere ai porti dell’Unione, con alcune eccezioni previste per il trasporto di beni essenziali, “come i prodotti agricoli e alimentari, gli aiuti umanitari e l’energia”, e lo stesso si applicherà a operatori del trasporto stradale russi e bielorussi. Presi di mira anche settori vulnerabili per Mosca, con un divieto di esportazione di computer quantistici e semiconduttori avanzati “che vale 10 miliardi di euro”, mentre 5,5 miliardi sono quelli che saranno tagliati dalle importazioni di prodotti specifici: legno, cemento, frutti di mare e liquori: “Chiudiamo anche le scappatoie tra la Russia e la Bielorussia”, ha precisato von der Leyen.
    Infine, entrerà in vigore un divieto generale di partecipazione delle imprese russe agli appalti pubblici negli Stati membri e l’esclusione di ogni sostegno finanziario, europeo o nazionale, agli enti pubblici russi, “perché il denaro delle tasse dei nostri cittadini non deve arrivare a Mosca in nessuna forma”. L’alto rappresentante UE Borrell ha anche anticipato che tra le sanzioni contro la Russia “ci sarà anche un aggiornamento della lista degli individui e delle entità” colpiti dalle misure restrittive dell’Unione. In fase di studio anche “alcune idee presentate dagli Stati membri, come tasse o canali di pagamento specifici come un conto di garanzia”, hanno concluso i due leader UE.

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    I crimini di Bucha aumentano le pressioni sull’Europa per l’embargo di petrolio e gas dalla Russia

    Bruxelles – Nuove sanzioni alla Russia per la guerra in Ucraina, senza escludere la fine delle importazioni di idrocarburi in arrivo da Mosca. Sono le immagini delle violenze subite dalla popolazione civile di Bucha, cittadina ucraina a qualche decina di chilometri di Kiev, dalle truppe di Putin in ritirata nel fine settimana a far crescere le pressioni sui governi europei per sanzionare le importazioni energetiche in arrivo dalla Russia.
    “L’Unione Europea continuerà a sostenere l’Ucraina fermamente e farà avanzare, con urgenza, i lavori su ulteriori sanzioni contro la Russia”, ha annunciato durante il consueto briefing di mezzogiorno della Commissione il portavoce per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza Peter Stano. L’intento è di “incrementare l’isolamento della Russia a livello internazionale”, ha continuato il portavoce, pur non specificando la natura delle prossime sanzioni. L’Alto rappresentante Joseph Borrell ha anche condannato le violenze riportate dalle forze di occupazione russe: “I colpevoli di crimini di guerra e altre violazioni, così come gli ufficiali governativi e leader militari coinvolti, verranno ritenuti responsabili”. 
    Una decisione che l’Unione Europea ha cercato di rimandare fino a quanto ha potuto, vista la dipendenza del continente per il 40 per cento dal gas, per circa il 27 per cento dal petrolio e dal 46 per cento di carbone importati da Mosca. La strategia adottata da Bruxelles è quella di diversificare le proprie forniture di idrocarburi (di gas) e spingere sull’energia pulita e rinnovabile, ma entrambe sono soluzioni che non consentono di ridurre la dipendenza dalla Russia dall’oggi al domani. La condanna unanime e l’indignazione internazionale per quelli che molti leader europei hanno denunciato come “crimini di guerra” perpetrati dalle truppe di Putin, dovrebbero infine portarli a invertire la rotta.
    Per settimane, da quando l’invasione dell’Ucraina è iniziata lo scorso 24 febbraio, sull’embargo all’energia è pesato il veto di Paesi come la Germania in primis ma anche dell’Ungheria e la Slovacchia, che hanno portato l’UE a colpire fino a questo momento solo le tecnologie di raffinazione del petrolio che Mosca importa da Bruxelles e a lasciare la banca statale Gazprombank, controllata dell’omonoma compagnia energetica di bandiera, attaccata al sistema delle banche internazionali Swift. L’ipotesi di un quinto pacchetto di sanzioni è sul tavolo di Bruxelles da settimane, anche se mai è stato tanto vicino lo sblocco dell’impasse sulla questione energia. Almeno per quanto riguarda il petrolio.
    Ad aprire in questi termini è stata nel fine settimana la stessa Germania, il cui ministro della difesa Christine Lambrecht ha dichiarato domenica che l’Unione europea deve necessariamente discutere di vietare l’importazione di gas russo, per non lasciare impuniti i crimini dell’esercito di Putin. La Germania è tra i Paesi in Europa più dipendenti dal gas russo, fino a questo momento anche quello più restio alle richieste di imporre un embargo sulle importazioni di energia dalla Russia. Berlino ha avviato un piano di emergenza per ridurre progressivamente le forniture in arrivo, ma chiudere del tutto i rubinetti del gas russo è un’altra questione. All’interno della stessa coalizione di governo si continua a rimanere su posizioni distanti, il ministro dell’Economia Robert Habeck ha ripetuto che la Germania sta progressivamente riducendo la sua dipendenza dall’energia russa ma è da escludere una interruzione nell’immediato. Il presidente francese Emmanuel Macron nel condannare le atrocità commesse ai danni di civili ha impegnato Parigi e l’Unione Europea a discutere “nei prossimi giorni” di nuove sanzioni, e trovare una posizione comune almeno sul carbone e sul petrolio.
    Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio non ha escluso “che nelle prossime ore possa esserci un dibattito sulla questione delle importazioni di idrocarburi dalla Russia “. Il collega dell’Agricoltura Stefano Patuanelli in un’intervista a La Stampa afferma che un embargo totale del gas russo “è percorribile, perché entriamo in una stagione in cui viene usato meno gas e perché stiamo affrontando bene la diversificazione dei nostri approvvigionamenti”. L’Italia si dice pronta a sostenere un quinto pacchetto di sanzioni concordato a livello europeo, mentre il presidente della Lituania Gitanas Nausėda già venerdì ha fatto sapere che dal primo aprile ha smesso di importare gas naturale russo: la Lituania nel 2015 ha ricevuto il 100% del suo gas naturale dalla Russia e oltre il 60% proveniva ancora dai produttori di energia russi nel 2020. “Se possiamo farlo noi, possono farlo anche gli altri”, ha incalzato Nauseda in un tweet. Il premier di Polonia Mateusz Morawiecki ha esortato gli altri capi di Stato e governo a tenere un nuovo Vertice straordinario, invitandoli “ad agire con decisione e ad attuare azioni che alla fine spezzeranno la macchina da guerra di Putin, confischeranno i beni della Federazione Russa e gli oligarchi depositati nelle banche d’Europa e di rompere questa politica aggressiva di Putin”. Il riferimento, sebbene non esplicito, è a porre fine alle importazioni energetiche, con cui indirettamente l’UE finanzia la guerra di Russia. È probabile che il tema arrivi in discussione lunedì e martedì alla riunione dei ministri europei dell’Eurogruppo e dell’Economia e finanza (ECOFIN) riuniti a Lussemburgo per discutere anche dell’impatto della guerra sull’economia europea.

    Berlino apre a nuove sanzioni contro i crimini di guerra di Putin in Ucraina e a lavorare in modo coordinato con gli altri leader UE per lo stop all’import di gas e petrolio russi. Un quinto pacchetto di misure restrittive sul tavolo di Bruxelles