More stories

  • in

    L’UE striglia il gabinetto Johnson (in crisi) sull’Irlanda del Nord: “Non è tempo per violare il diritto internazionale”

    Bruxelles – È bersagliato su tutti i fronti il premier britannico, Boris Johnson. Quello interno è senza dubbio il più urgente – con il rischio di una crisi di governo imminente dopo le dimissioni in massa anche tra i suoi ministri più fedeli – ma anche per i rapporti con i partner internazionali dell’Europa continentale la situazione non è molto più rosea. Durante un confronto con gli eurodeputati alla sessione plenaria del Parlamento UE, il vicepresidente della Commissione per le Relazioni interisituzionali, Maroš Šefčovič, è tornato ad attaccare BoJo per il progetto di modifiche unilaterali del Protocollo sull’Irlanda del Nord: “Dobbiamo affrontare una grande sfida sulla frontiera orientale [la guerra russa in Ucraina, ndr], non è il momento per violare il diritto internazionale“.
    Il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interisituzionali, Maroš Šefčovič
    Al centro della questione tra Londra e Bruxelles c’è la decisione del governo Johnson di non ritirare il progetto di legge che andrebbe a riscrivere – solo da parte britannica – le condizioni del commercio tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord, violando il protocollo che è parte dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito. Lo scorso 15 giugno la Commissione Europea aveva deciso di riattivare una procedura d’infrazione e di attivarne altre due proprio per questo motivo, ma la risposta dall’altra sponda della Manica è stata di totale chiusura: non solo la proposta non è stata ritirata, ma martedì scorso (28 giugno) la Camera dei Comuni l’ha approvata, dando il primo via libera al progetto di modifica del Protocollo sull’Irlanda del Nord. “Qualsiasi azione unilaterale eroderà la base di fiducia tra i partner”, ha avvertito Šefčovič, che ha definito l’azione politica britannica “inaccettabile”, anche perché “intacca gravemente i nostri interessi” nel Mercato interno.

    Si tratta in particolare della questione del periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda, ovvero la durata della concessione temporanea ai controlli UE sui certificati sanitari per il commercio dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord (che nel contesto post-Brexit sono necessari per mantenere integro il Mercato Unico sull’isola d’Irlanda). Il problema maggiore riguarda le carni refrigerate e per questa ragione si è spesso parlato di ‘guerra delle salsicce’ con Bruxelles. Il tentativo di prorogare unilateralmente il periodo di grazia da parte del governo Johnson aveva scatenato lo scontro diplomatico tra le due sponde della Manica, apparentemente risolto tra luglio e ottobre dello scorso anno: l’esecutivo comunitario aveva prima sospeso la procedura d’infrazione contro Londra, per cercare poi delle soluzioni di compromesso su tutti i settori più delicati, ma senza mai mettere in discussione l’integrità della parte dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito siglato per garantire l’unità sull’isola irlandese.
    La nuova offensiva politica di Downing Street 10 ha rimescolato le carte e ora la tensione tra le due sponde della Manica ha toccato i livelli più alti da quando il Regno Unito ha abbandonato il progetto UE. “Serve una collaborazione minima dei partner, con controlli sulla base del rischio per il Mercato interno”, è l’esortazione del vicepresidente Šefčovič: “Può funzionare, è il contenuto del Protocollo sull’Irlanda del Nord, non vogliamo soluzioni di facciata ma un risultato sulla base di una legge che è già predisposta”. Il lavoro per “garantire l’accesso Mercato interno dell’UE e anche a quello del Regno Unito” si dovrà basare su “soluzioni operative”, che potranno contare anche sulla “unità nell’Unione e il sostegno del Parlamento Europeo”.

    Ouch pic.twitter.com/HMDGuVwyZ7
    — Tim Durrant (@timd_IFG) July 6, 2022

    La crisi di governo
    A Londra però non è tanto la questione delle modifiche del Protocollo sull’Irlanda del Nord a tenere con il fiato sospeso una nazione intera, quanto la situazione ben più che traballante del governo Johnson. Se ancora di governo si può parlare, considerato il fatto che ormai sono salite a 34 le dimissioni di membri del gabinetto (oltre 150 se si considerano anche i sottosegretari), compresi tre pezzi grossi: il cancelliere dello Scacchiere (l’equivalente del ministro dell’Economia), Rishi Sunak, il segretario di Stato per la Salute, Sajid Javid, e il segretario di Stato per il Livellamento delle disuguaglianze territoriali, Michael Gove. Secondo quanto riferiscono le fonti di tutti i maggiori organi d’informazione britannici, una delegazione di ministri che ancora non hanno rassegnato le dimissioni – guidata dal segretario di Stato per le imprese, l’energia e la strategia industriale, Kwasi Kwarteng – si recherà a breve a Downing Street per chiedere a Johnson di fare un passo indietro. Anche se BoJo ha risposto con un “certamente” alla domanda in audizione alla Camera dei Comuni se crede che domani sarà ancora il primo ministro britannico.
    A innescare un’ormai inevitabile crisi di governo – che si indirizza sempre più verso il binario delle dimissioni del primo ministro – sono alcuni scandali che hanno colpito il gabinetto guidato da Johnson. Il primo è stato il cosiddetto Partygate, che ha rivelato una serie di feste private organizzate a Downing Street 10 (la residenza riservata ai premier britannici) durante il lockdown per la pandemia COVID-19, seguito poi dalla scoperta che Johnson aveva nominato Chris Pincher a deputy chief whip (vice del responsabile per il controllo della disciplina del gruppo di maggioranza alla Camera dei Comuni) nonostante sapesse che era stato accusato di molestie sessuali. L’ondata di dimissioni dal gabinetto sono arrivate proprio dopo quest’ultimo scandalo: nella lettera di dimissioni di Javid si legge che “il popolo britannico si aspetta integrità dal suo governo”.

    I have spoken to the Prime Minister to tender my resignation as Secretary of State for Health & Social Care.
    It has been an enormous privilege to serve in this role, but I regret that I can no longer continue in good conscience. pic.twitter.com/d5RBFGPqXp
    — Sajid Javid (@sajidjavid) July 5, 2022

    Mentre Londra è sull’orlo della crisi di governo che si sta consumando in queste ore, il vicepresidente della Commissione, Maroš Šefčovič, ha incalzato sul rispetto del Protocollo che garantisce la pace e il funzionamento del Mercato interno sull’isola

  • in

    I giorni caldi di Skopje. La Macedonia del Nord di fronte alla proposta aggiornata per lo sblocco dei negoziati adesione UE

    Bruxelles – Siamo entrati nella settimana più calda a Skopje, in cui potrebbero essere decise le sorti di una nazione. Dopo aver rispedito al mittente quella che anche a Eunews avevamo definito una proposta irricevibile, il governo e il Parlamento della Macedonia del Nord stanno vagliando la nuova versione della mediazione francese per sbloccare lo stallo sull’avvio dei negoziati di adesione all’UE (causato dal veto della Bulgaria per questioni bilaterali di natura puramente identitaria). Preso tra i due fuochi delle proteste dell’opposizione nazionalista – che vuole rifiutare anche l’ultimo tentativo di compromesso – e delle pressioni di Bruxelles e di Tirana – a causa del legame imposto all’Albania nel dossier di adesione – l’esecutivo guidato da Dimitar Kovačevski sta valutando attentamente gli sviluppi, sempre più propenso ad accettare l’offerta di Parigi.
    Per sgombrare il campo dagli ultimi dubbi, a Skopje è volato oggi (martedì 5 luglio) il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, dopo il viaggio di sole tre settimane fa. “Avete l’occasione di decidere del vostro futuro, con questa proposta siamo al punto di svolta per il processo di adesione all’UE, con un compromesso che risponde alle vostre preoccupazioni”, ha voluto sottolineare nel corso della conferenza stampa congiunta con il premier della Macedonia del Nord. “Se dite di sì, la prima conferenza intergovernativa sarà convocata nei prossimi giorni e poi procederemo spediti”, ha aggiunto Michel. Secondo quanto hanno fatto sapere entrambi i politici, la proposta francese aggiornata tiene conto di “tutte le preoccupazioni” di Skopje, in particolare sul riconoscimento della lingua macedone al pari di tutte le altre in uso nel Paesi membri dell’Unione. Inoltre, le questioni storiche, culturali e di istruzione (quelle che fanno parte della contesta identitaria con la Bulgaria) non dovrebbero entrare nel quadro dei negoziati a livello UE e dovranno essere trattate a parte tra i due Paesi. “La proposta in discussone in questi giorni include le nostre osservazioni e le opinioni da noi chiaramente espresse“, ha confermato esplicitamente il primo ministro del Paese balcanico: “Stiamo proteggendo l’interesse pubblico e l’identità nazionale macedone, per raggiungere il nostro obiettivo strategico, che è la piena adesione all’UE”.
    “È una vostra decisione sovrana, ma anche un’opportunità storica, troppo importante da lasciarsi sfuggire”, ha incalzato Michel a Skopje, ribadendo con fermezza che “mi schiererò sempre per il rispetto dei diritti dei macedoni, attraverso un dialogo costruttivo“. Questo impegno dichiarato riguarda, appunto, “anche il riconoscimento della vostra lingua e delle vostre legittime preoccupazioni sull’identità nazionale, che devono rispettare le relazioni di buon vicinato”. Il richiamo alla Bulgaria è implicito, ma non per questo di secondaria importanza: “Se introdurrete gli emendamenti costituzionali per il rispetto di tutte le minoranze, dimostrerete alti standard di impegno e noi automaticamente inizieremmo i negoziati di adesione”, che “non potranno mai essere minati da questioni non legittime da un punto di vista dei valori europei“. In altre parole, “il processo di allargamento dell’Unione procederà senza trappole”, ha assicurato il numero uno del Consiglio.
    Il premier Kovačevski ha però avvertito che “spetta al Parlamento prendere una decisione definitiva” in merito alla proposta francese, che consenta l’avvio dei negoziati di adesione UE della Macedonia del Nord: “Solo a quel punto il governo potrà presentare ufficialmente la sua risposta all’Unione Europea”. Ammesso e non concesso che la maggioranza parlamentare darà il via libera alla proposta (anche se ormai sembra sempre più verosimile), come la teoria dell’eterno ritorno, non è da escludere che la nuova proposta aggiornata non susciterà obiezioni a Sofia, dove lo scorso 24 giugno il Parlamento aveva sì revocato il veto all’avvio dei negoziati di adesione UE della Macedonia del Nord, ma sulla base della prima versione della proposta di mediazione francese.

    You are deciding on your future. And on the pivotal next steps.
    North Macedonia belongs in the EU. Your future is with us.
    Together we are on the eve of a possible breakthrough in your country’s EU accession process.@DKovachevski @SPendarovski pic.twitter.com/XbbXUpWMWX
    — Charles Michel (@CharlesMichel) July 5, 2022

    Tra proteste e pressioni
    Quello che preoccupa però Skopje e Bruxelles è soprattutto l’ondata di proteste guidate dall’opposizione in Macedonia del Nord, che resta contraria a qualsiasi soluzione di compromesso che vada incontro anche a parte delle richieste identitarie della Bulgaria. L’ultima è andata in scena nella capitale macedone proprio durate i colloqui del presidente del Consiglio UE con la dirigenza politica del Paese: gli slogan dei gruppi nazionalisti hanno coinvolto non solo la disputa con Sofia, ma anche quella con la Grecia – “solo Macedonia, mai Macedonia del Nord” (in riferimento all’accordo di Prespa del 2018, sul cambio del nome del Paese per risolvere la questione identitaria decennale con Atene). Soprattutto per l’opposizione di VMRO-DPMNE (Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone) di ispirazione nazionalista-conservatrice, da Parigi è arrivato un “ultimatum inaccettabile” ispirato dalla Bulgaria: secondo il leader Hristijan Mickoski sarebbe “contrario agli interessi nazionali” e in linea con una volontà di favorire “l’assimilazione e la bulgarizzazione” della popolazione.
    Per il premier Kovačevski si tratta invece dell’ultima possibilità concreta per arrivare finalmente all’avvio dei negoziati di adesione all’UE. A maggior ragione se si considerano le pressioni che arrivano dall’altro Paese balcanico che fa parte del dossier sull’avvio dei negoziati UE, l’Albania del premier Edi Rama. “Si tratta di scelte, e questo è il momento di farne una, il mio istinto mi dice che sarebbe un grosso errore non accettare” la proposta francese, ha dichiarato nel corso di un’intervista alla TV macedone Kanal 5 – riportata da Albanian Daily News: “Sarebbe un grosso errore perché il Paese potrebbe essere lasciato indietro e nessuno avrebbe più la volontà di tornare indietro”. In ogni caso, se Skopje deciderà di rifiutare, Tirana spingerà per la prima volta per continuare separatamente, sostenuta in modo esplicito anche dall’Italia: “Abbiamo superato il punto in cui ci è negato di farlo, ma [i politici macedoni, ndr] devono accettare la proposta, perché non ce ne sarà un’altra, e rischiano di rimanere davanti alla porta dell’UE per altri 17 anni”, ha esortato il premier albanese. E al governo Kovačevski è arrivata una sponda proprio dalla minoranza etnica albanese in Macedonia del Nord, che sarebbe pronta ad appoggiare la maggioranza in Parlamento (nonostante il partito Alleanza per gli Albanesi sia seduto nei banchi dell’opposizione) per dare il via libera alla proposta francese, a patto che la lingua albanese sia inserita nella Costituzione nazionale.

    Mentre il governo di Dimitar Kovačevski è sotto pressione per le proteste guidate dall’opposizione, il presidente del Consiglio UE, Charles Michel, è volato a Skopje per spingere il nuovo tentativo di mediazione sulla contesta con la Bulgaria (che ora considera le preoccupazioni macedoni)

  • in

    Firmato il protocollo di adesione, Svezia e Finlandia più vicine alla NATO

    Bruxelles – Svezia e Finlandia nella NATO, il passo “storico” è compiuto. Firmato il protocollo di adesione che può permettere all’Alleanza di espandersi ancora e divenire a 32 Stati, Turchia permettendo. Perché per poter essere membro a pieno titolo occorre che tutti i Parlamenti nazionali ratifichino il protocollo di adesione, e questo concede ancora ad Ankara libertà di manovra e di pressione nella sua lotta al separatismo curdo. Estonia e Paesi Bassi i primi ad attivarsi. I partner UE, prima ancora che NATO, hanno convocato i rispettivi organismi legislativi per iniziare sin da subito il procedimento di discussione e voto, rispondendo all’invito del segretario generale della stessa Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, di “fare in fretta”.

    Allies signed the Accession Protocols for #Finland & #Sweden in the presence of 🇫🇮 FM @Haavisto & 🇸🇪 FM @AnnLinde.
    SG @jensstoltenberg said: “This is truly an historic moment. For Finland, for Sweden, for #NATO & for our shared security.”
    Read: https://t.co/J1C1vuapiJ pic.twitter.com/GVjQGQVpw4
    — Oana Lungescu (@NATOpress) July 5, 2022

    Il processo di allargamento della NATO è una delle conseguenze dell’aggressione russa in Ucraina, che ha indotto i due Paesi scandinavi a infrangere la politica della neutralità. La prossimità geografica e la condotta del Cremlino hanno spazzato via decenni di dibattiti e convinzioni, portando politica ed opinione pubblica verso tutt’altra collocazione. Ma il passo storico è stato possibile grazie alla decisione della Turchia di rimuovere il veto, dopo il protocollo d’intesa raggiunto con Ankara sulla lotta al terrorismo declinata in senso anti-curdo.
    Proprio qui rischiano di annidarsi le possibili, nuove, insidie al percorso di avvicinamento alla NATO per Svezia e Finlandia. Soprattutto dopo che la ministra degli Esteri  del regno scandinavo, Anna Linde, ha chiarito che non ci saranno concessioni né scappatoie. “Onoreremo il protocollo”, ma “non ci possono essere vie legali aggiuntive, rispetteremo la legge svedese e il diritto internazionale“. Il che vuol dire che “le autorità preposte all’estradizione ricevono le richieste e le processano secondo le procedure, poi è l’Alta corte a prendere la decisione“.
    La Turchia sta a guardare e certamente, a differenza di Estonia e Paesi Bassi, non accelererà le procedure parlamentari. Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, già ha anticipato che Anakra bloccherà l’adesione di Svezia e Finlandia se non dovessero rispettare il memorandum tripartito di Madrid. Firmato il protocollo di adesione, tutto può ancora succedere.

    Ora occorre la ratifica parlamentare di tutti i membri dell’Alleanza atlantica. Estonia e Paesi Bassi si attivano, la Turchia osserva ed è pronta a bloccare tutto

  • in

    Strasburgo striglia gli Stati Uniti sull’aborto: “Sentenza della Corte Suprema è passo indietro sui diritti delle donne”

    Strasburgo – La pratica dell’aborto non scomparirà togliendo alle donne il diritto ad abortire. Scomparirà solo il loro diritto a interrompere una  gravidanza, qualsiasi sia la ragione che le spinge a volerlo fare, in modo sicuro e senza mettersi in pericolo. E’ il messaggio che l’Aula del Parlamento europeo di Strasburgo manda a gran voce agli Stati Uniti, dove una sentenza della Corte Suprema dello scorso 24 giugno ha ribaltato la decisione (incardinata nella storica sentenza “Roe v. Wade) di garantire dal 1973 a tutte le donne l’interruzione volontaria di gravidanza sul territorio statunitense. Ribaltando i termini della decisione, la Corte Suprema ha eliminato di fatto il diritto all’aborto delle donne stabilito a livello federale, e questo significa che ogni Stato può decidere come muoversi adottando una legislazione su base individuale.
    Le preoccupazioni su quello che l’UE descrive come un passo indietro in materia di diritti, spingono l’Eurocamera a calendarizzare all’ultimo un dibattito nella sessione plenaria che prende il via questo pomeriggio (4 luglio) nella capitale alsaziana. L’ultima prima della pausa estiva delle istituzioni europee e la prima che vede la Repubblica ceca alla guida semestrale del Consiglio dell’UE a partire dal primo luglio e per i prossimi sei mesi. La sentenza della Corte statunitense è “un passo indietro notevole degli standard sulla salute riproduttiva negli Stati Uniti, cosa che impatta le donne, in particolare le più vulnerabili”, ha messo in guardia la commissaria europea per l’Eguaglianza, Helena Dalli, aprendo il dibattito in plenaria. “La sentenza ci ricorda che ci sono diritti che non possono essere dati per scontati da nessuna parte”, ha aggiunto, sottolineando l’impegno dell’UE a garantire che “le donne siano libere di scegliere per il proprio corpo”. Dalli cita alcune stime secondo cui ci sarebbero almeno una ventina di Stati (sui 50 complessivi) che “potrebbero chiedere di abolire il diritto all’aborto” anche nei casi più gravi e questo rappresenta un “passo indietro notevole degli standard riproduttivi”.
    All’intervento della commissaria fanno seguito, uno dopo l’altro, gli interventi di molti eurodeputati (in larghissima maggioranza sono donne) convinte che sia necessario ribadire che abolire il diritto all’aborto non significa eradicare l’aborto dalla società. “Significa solo togliere alle donne la possibilità di farlo in maniera sicura”, ribadisce Iratxe Garcia Perez, capogruppo dei Socialisti e Democratici (S&D). Ricorda che negli USA “non è contestato il diritto di portare armi” ma il “diritto di una donna di decidere sul proprio corpo non esiste. Vietare l’aborto non fermerà gli aborti. Li renderà solo più rischiosi. Dobbiamo combattere affinché le nostre figlie non abbiano meno diritti di quelli che avevamo noi”, ha aggiunto.  Per l’eurodeputata del Partito popolare europeo (PPE) Elissavet Vozemberg-Vrionidi, si tratta di una decisione molto pericolosa “perché non tiene conto di cosa sta succedendo in tutto il mondo, non tutte le donne hanno la possibilità” di spostarsi in un altro Stato per poter interrompere una gravidanza indesiderata in maniera legale. Per questo si ricorre alle vie illegali che spesso sono un rischio per la donna.
    Tra i pochi eurodeputati uomini a intervenire in un dibattito per lo più interlocutorio è Stéphane Sejourne, presidente del gruppo dei liberali di Renew Europe, che ha rilanciato l’idea del presidente francese Emmanuel Macron avanzata non più di qualche mese fa in quello stesso Parlamento europeo, di modificare la Carta dei diritti fondamentali dell’UE in particolare per inscrivervi il diritto all’aborto. Sarebbe un “test sincero per i nostri gruppi politici”, ha spiegato l’eurodeputato liberale. Dal momento che la stessa Unione europea si trova a combattere internamente con Stati, come la Polonia, che sulla questione dell’aborto sono tutt’altro che progressisti. La tutela della salute umana, inclusa quella donna, non rientra però tra le competenze esclusive della Commissione europea, ma è tra quelle esclusive in capo agli Stati membri.

    L’Aula di Strasburgo denuncia “passi indietro” degli USA sui diritti fondamentali. Secondo la commissaria Dalli almeno 20 Stati statunitensi pronti ad abolire il diritto all’aborto “anche nei casi più gravi” dopo la sentenza della Corte suprema che ha abolito il diritto a interrompere volontariamente una gravidanza sul territorio statunitense.

  • in

    Una nuova manifestazione di massa in Georgia ha chiesto le dimissioni del governo per aver fallito sulla candidatura UE

    Bruxelles – Una nuova manifestazione di decine di migliaia di persone è andata in scena ieri sera (domenica 3 luglio) nella capitale della Georgia, Tbilisi, per chiedere le dimissioni del governo guidato dal partito Sogno Georgiano, dopo il mancato ottenimento dello status di Paese candidato all’adesione all’Unione Europea. A convocare le proteste pro-UE sono stati gli stessi organizzatori della ‘marcia per l’Europa’ del 20 giugno scorso, quando oltre 100 mila persone avevano cercato di spingere i leader dell’Unione a concedere al Paese caucasico la candidatura formale nel corso del Consiglio Europeo del 23-24 giugno.
    Proprio il vertice dei leader UE ha riconosciuto a Tbilisi la possibilità di concedere lo status di Paese candidato “una volta affrontate le priorità” rilevate dal parere della Commissione Europea, riconoscendo per il momento solo la prospettiva europea dell’ex-Repubblica sovietica del Caucaso (indipendente dal 9 aprile 1991). A fronte di questo insuccesso agli occhi dei gruppi pro-democrazia e dei partiti di opposizione, migliaia di cittadini si sono radunati davanti alla sede del Parlamento della Georgia per partecipare alla manifestazione: sono state esposte due enormi bandiere – una bianca e rossa delle cinque croci (nazionale) e una con le dodici stelle su campo blu (dell’UE) – su molti cartelli è comparsa la scritta We are Europe, e oltre all’inno georgiano si è sentito a più riprese l’Inno alla Gioia, quello ufficiale dell’Unione Europea.
    Gli organizzatori della manifestazione hanno chiesto al premier Irakli Garibashvili di “cedere il potere esecutivo e trasferirlo, in modo costituzionale, a un governo di accordo nazionale” in Georgia. Al centro delle polemiche c’è il ruolo e l’influenza politica dell’oligarca Bidzina Ivanishvili, leader del partito al governo Sogno Georgiano, che non a caso compare nella risoluzione non vincolante approvata il 7 giugno dal Parlamento Europeo, con la richiesta di imporre nei suoi confronti sanzioni personali. Nel parere della Commissione UE sulla candidatura della Georgia è stata rilevata non solo la necessità di risolvere la polarizzazione politica e di implementare le riforme giudiziarie, ma anche una serie di preoccupazioni sulla lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, l’indipendenza e la sicurezza dei giornalisti e sul potere degli oligarchi. Secondo i manifestanti il nuovo esecutivo “realizzerà le riforme richieste dall’UE, che ci porteranno automaticamente allo status di candidato” all’adesione all’Unione. I leader di Sogno Georgiano hanno accusato l’opposizione di aver messo in moto un “piano per rovesciare le autorità organizzando manifestazioni antigovernative”.

    People unfolding the second big EU flag outside the parliament in Tbilisi. pic.twitter.com/gQGcBvxchD
    — Mariam Nikuradze (@mari_nikuradze) July 3, 2022

    La Georgia confina a nord con la Russia e ha chiesto di aderire all’Unione Europea a pochi giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. La candidatura della Georgia all’adesione UE e NATO – sancita dalla Costituzione nazionale – da tempo è causa di tensioni con il Cremlino, che nell’agosto del 2008 aveva portato all’invasione (per cinque giorni) della Georgia da parte dell’esercito russo. Da allora Mosca riconosce i territori separatisi dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia come Stati indipendenti e ha dislocato migliaia di soldati nell’area, per aumentare la propria sfera d’influenza nella regione della Ciscaucasia.
    In un percorso di avvicinamento verso l’Unione Europea, nel 2016 è entrato pienamente in vigore (dopo due anni di provvisorietà) l’Accordo di associazione politica ed economica tra Bruxelles e Tbilisi. La Georgia è anche inclusa dal 2009 nel Partenariato orientale, il programma di integrazione tra l’Unione i Paesi di quest’area geopolitica, insieme a Ucraina, Repubblica di Moldova, Armenia, Azerbaijan e Bielorussia (anche se nel giugno del 2021 quest’ultima ha sospeso l’adesione). Tuttavia, nessuna delle due intese ha come obiettivo o come clausola l’adesione della Georgia all’UE e solo il via libera del Consiglio Europeo può aprire la strada verso la candidatura all’adesione.

    Per gli organizzatori e i partiti di opposizione, il partito Sogno Georgiano dell’oligarca Bidzina Ivanishvili deve “cedere il potere esecutivo e trasferirlo, in modo costituzionale, a un governo di accordo nazionale”, che “realizzerà le riforme richieste” da Bruxelles

  • in

    Entro la fine del 2023 la Commissione Europea vuole un Accordo di Associazione con San Marino, Monaco e Andorra

    Bruxelles – Un’accelerazione sulla strada che porta ad una (quasi) integrazione sempre più armonica di tre micro-Stati con l’Unione Europea. Il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali, Maroš Šefčovič, ha annunciato oggi (giovedì 30 giugno) la presentazione di una roadmap per arrivare alla firma entro la fine del 2023 degli Accordi di Associazione con la Repubblica di San Marino, il Principato di Andorra e il Principato di Monaco: “Potrebbe essere uno dei più ampi offerti dall’Unione a partner esterni”, ha sottolineato con forza Šefčovič, nel corso della conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri sammarinese, Luca Beccari, il segretario di Stato di Andorra per gli Affari europei, Landry Riba Mandicó, e il consigliere speciale monegasco per i negoziati con l’UE, Gilles Tonelli.
    I negoziati per l’Accordo di Associazione sono iniziati nel marzo del 2015, ma con le conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina è stata riconosciuta la necessità di accelerare i tempi, per stringere i rapporti a ogni livello sul continente europeo: “Nell’attuale contesto geopolitico, in cui l’ordine basato sulle regole è sotto pressione, il rafforzamento dell’unità occidentale è il nostro imperativo morale“, ha esortato il vicepresidente della Commissione, ricordando che con i tre micro-Stati “condividiamo sia valori, sia sfide”. Se “restare uniti, promuovere i nostri legami e far progredire l’integrazione è la strada giusta da percorrere”, l’esecutivo comunitario vuole una tabella di marcia che rifletta “l’ambizione politica di concludere i negoziati” in 18 mesi.
    Con questo obiettivo – per cui “è servito un lavoro di sette anni”, hanno ricordato tutti gli ospiti a Bruxelles – saranno incluse considerazioni specifiche e un calendario per ciascuno dei tre Paesi, che dovranno portare al rafforzamento delle relazioni con l’Unione, “anche attraverso l’integrazione nel Mercato Unico con le sue quattro libertà [libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi, ndr]”, ha ricordato Šefčovič. “Si tratterà senza dubbio di un cambiamento significativo”, che potrà contare sullo “slancio” per l’approfondimento delle relazioni con i partner più stretti: “Il partenariato dell’UE con Andorra, Monaco e San Marino sarà il più profondo e speciale possibile“, ha promesso il vicepresidente della Commissione.
    Lo stato attuale
    Né San Marino né Andorra sono parte dell’accordo di Schengen (che prevede la libera circolazione delle persone tra Stati membri UE e l’abolizione delle frontiere comuni), tuttavia hanno un’unione doganale con l’Unione dal 1991: solo San Marino lo è anche per i prodotti agricoli (dal 2002). Andorra mantiene parte dei suoi controlli al confine, solamente in alcuni valichi di frontiera con la Spagna. Il Principato di Monaco attualmente ha una situazione ibrida, e applica alcune politiche dell’UE attraverso la relazione speciale che ha con la Francia: è membro di fatto di Schengen, mentre è a pieno titolo parte del territorio doganale dell’Unione.
    Per quanto riguarda gli altri micro-Stati europei, il Liechtenstein è l’unico che è parte dello Spazio economico europeo e del Mercato Unico (dal primo maggio del 1995), mentre dal 19 dicembre del 2011 ha firmato gli accordi di Schengen. La Città del Vaticano è il più piccolo Stato riconosciuto al mondo e ha solamente il confine aperto con l’Italia. Tutti i micro-Stati (fatta eccezione per il Liechtenstein, che usa il franco svizzero) usano come moneta ufficiale l’euro e hanno il diritto di coniarne un numero limitato, perché viene riconosciuto loro l’aver utilizzato o essere stati legati a valute non più in circolazione di alcuni Paesi membri (lira per San Marino e Città del Vaticano, franco francese per Monaco, peseta spagnola e franco francese per Andorra). Da parte di Bruxelles non c’è l’interesse di integrare nessuno dei micro-Stati europei come Paese membro, dal momento in cui sarebbe eccessivamente complesso gestire questioni interne all’Unione (come le presidenze di turno del Consiglio dell’UE, o il diritto di veto degli Stati membri) per entità territoriali troppo limitate a livello di superficie e popolazione.

    Il vicepresidente della Commissione UE, Maroš Šefčovič, ha annunciato una tabella di marcia per arrivare entro fine 2023 alla firma di “uno dei più ampi accordi mai offerti a partner esterni”. L’obiettivo è di rafforzare l’integrazione dei quattro micro-Stati nel Mercato Unico dell’Unione

  • in

    L’Unione Europea e la Nuova Zelanda hanno trovato un accordo per il libero scambio commerciale

    Bruxelles – Si stringono i rapporti tra i due estremi del globo. Sulla base di un commercio bilaterale da 7,8 miliardi di euro all’anno per le merci e da 3,7 miliardi per i servizi – con esportazioni per 5,5 miliardi e importazioni da 2,3 miliardi per Bruxelles – UE e Nuova Zelanda hanno trovato oggi (giovedì 30 giugno) un’intesa commerciale di libero scambio che copre settori come l’agricoltura, il tessile, il digitale, l’energia e, per la prima volta, l’ambiente. Un accordo “solido e moderno” che “rappresenterà un’occasione per i nostri consumatori e agricoltori”, ha voluto sottolineare la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, nel corso della conferenza stampa congiunta con la premier della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern. O, come ha ricordato il vicepresidente esecutivo dell’esecutivo comunitario, Valdis Dombrovskis, “il primo del suo genere a prevedere sanzioni in caso di violazione sostanziale dell’Accordo sul clima di Parigi”.
    La firma dell’accordo di libero scambio tra UE e Nuova Zelanda (30 giugno 2022)
    Secondo i negoziati portati avanti negli ultimi quattro anni, dal giorno dell’entrata in vigore dell’accordo (che dovrà essere prima siglato dal Consiglio e approvato dal Parlamento UE, con la contemporanea ratifica a Wellington), saranno eliminati i dazi su tutte le esportazioni di merci e prodotti industriali e alimentari dai Paesi membri UE verso la Nuova Zelanda, mentre l’Unione eliminerà “o ridurrà sostanzialmente” i dazi sulla maggior parte delle merci neozelandesi, si legge nel testo dell’intesa. Per esempio, il governo di Wellington rinuncerà a tariffe fino al 10 per cento applicate attualmente al settore automobilistico e tessile, o del 5 per cento a quelli chimico, farmaceutico e alimentare.
    Proprio per quanto riguarda quest’ultimo punto, le due parti “collaboreranno per rafforzare le politiche e definire programmi che contribuiscano allo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili, inclusivi, sani e resilienti“, anche grazie al fatto che a beneficiare maggiormente dell’accordo saranno “gli agricoltori da entrambe le parti, anche oltre il taglio ai dazi commerciali” su cibo e fertilizzanti, ha specificato la presidente von der Leyen. In questo senso va letta la “crescita dell’80 per cento degli investimenti”, ma anche la tutela delle oltre 200 indicazioni geografiche protette dell’UE. Saranno inclusi “l’intero elenco dei vini e degli alcolici” (tra cui il Prosecco) e “le più rinomate indicazioni geografiche alimentari” (come il formaggio Asiago). Nel capitolo sul regime di protezione che sarà applicato dalla controparte neozelandese si legge che “sarà illegale la vendita di imitazioni” – come il divieto dell’uso di un termine IG “per prodotti non genuini”, o espressioni come ‘genere’, ‘tipo’, ‘stile’, ‘imitazione’ – e l’uso “ingannevole” di simboli, bandiere o immagini che suggeriscono una falsa origine geografica.
    La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, e la premier della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern (30 giugno 2022)
    Ma nell’intesa tra UE e Nuova Zelanda risalta in particolare il capitolo dedicato a Commercio e sviluppo sostenibile, che include questioni ambientali e climatiche. Le due parti si impegnano a collaborare su questioni come la determinazione del prezzo del carbonio e la transizione verso un’economia a basse emissioni, includendo “impegni sanzionabili in linea con l’Accordo di Parigi” del 2015. Nella logica di favorire tutto ciò che contribuisce al raggiungimento degli obiettivi ambientali e climatici “prevenendo, limitando, minimizzando o rimediando ai danni ambientali all’acqua, all’aria e al suolo”, sarà facilitato il commercio e gli investimenti in beni, servizi e tecnologie a basse emissioni di carbonio, a partire dall’azzeramento delle tariffe su energie rinnovabili e prodotti ad alta efficienza energetica.
    A questo si riconnette il capitolo sull’energia e le materie prime, che specifica l’eliminazione delle restrizioni all’esportazione di beni energetici, rinnovabili incluse. L’intesa “vieta i monopoli”, ma anche l’intervento “ingiustificato” nella determinazione dei prezzi e la doppia tariffazione (in cui i prezzi all’esportazione vengono fissati al di sopra dei prezzi interni). Saranno invece promossi il commercio e gli investimenti per le energie rinnovabili e i prodotti ad alta efficienza energetica, “affrontando le principali barriere non tariffarie specifiche per ogni tecnologia”: accesso non discriminatorio alla rete, utilizzo da parte di un’autorità di regolamentazione indipendente, bilanciamento dei mercati e promozione della cooperazione su standard comuni.
    Di rilievo è anche la parte dell’accordo riservata alla sfera digitale e alla proprietà intellettuale. Saranno facilitati i flussi di dati transfrontalieri, vietando i requisiti “ingiustificati” di localizzazione dei dati e mantenendo il livello di protezione dei dati personali secondo il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) dell’UE, “che contribuisce in modo significativo alla fiducia nell’ambiente digitale”. In questo modo le imprese potranno contare sulla “prevedibilità e certezza del diritto” e i cittadini comunitari e neozelandesi su “un ambiente online sicuro” nel momento in cui effettuano transazioni commerciali digitali a livello transfrontaliero. Per quanto riguarda le disposizioni in materia di proprietà intellettuale, saranno protetti il diritto d’autore, i marchi, i disegni e i modelli industriali, con un aumento degli standard accettati da Wellington: 20 anni per i diritti di autori, esecutori e produttori di registrazioni sonore e 15 anni per disegni e modelli registrati.

    La Commissione Europea e il governo guidato da Jacinda Ardern hanno siglato un’intesa sull’eliminazione dei dazi sulle rispettive esportazioni industriali e alimentari. Ma è anche la prima a prevedere sanzioni in caso di “violazione sostanziale” dell’Accordo sul clima di Parigi

  • in

    La più significativa svolta strategica della NATO dalla fine della Guerra Fredda

    Bruxelles – Un terremoto geopolitico come quello del 2022 non si vedeva probabilmente dal 1991, con la fine della Guerra Fredda che aveva caratterizzato i quattro decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale. A 30 anni di distanza stiamo assistendo probabilmente a una nuova era delle relazioni internazionali e della sicurezza sul continente europeo, con gli alleati dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) che tornano a confrontarsi con Mosca. Non più con l’Unione Sovietica, ma questa volta con la Federazione Russa autoritaria guidata da Vladimir Putin.
    L’intervento del presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, al Summit NATO di Madrid (29 giugno 2022)
    Dopo anni di tentativi di instaurare un dialogo costruttivo con Mosca – che nel concetto strategico del 2010 l’aveva classificata come “partner” – l’invasione russa dell’Ucraina ha chiuso i canali diplomatici e ora i 30 alleati (più  i due in arrivo, Helsinki e Stoccolma) si sono allineati al nuovo concetto strategico NATO 2022, quella che viene considerata a tutti gli effetti la più significativa svolta nella strategia di sicurezza e difesa dell’Alleanza Atlantica dalla fine della contrapposizione tra blocchi. Il via libera al documento che riassume la posizione della NATO è arrivato nel corso della prima giornata del Summit di Madrid, che ha portato con sé un’altra decisione storica per l’Alleanza: dopo la revoca del veto turco, tutti i leader hanno acconsentito all’avvio del processo di adesione di Svezia e Finlandia, i due Paesi scandinavi che hanno portato avanti per decenni, se non per secoli, una politica di non-allineamento militare, almeno fino al terremoto geopolitico sul continente europeo.
    “La guerra Putin ha scatenato la più grande questione sicurezza dalla seconda guerra mondiale”, ha attaccato il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, nel corso della conferenza stampa, spiegando il punto cardine del nuovo ambiente di sicurezza: “L’area euro-atlantica non è in pace” e dopo più di 30 anni “non possiamo escludere la possibilità di un attacco contro la sovranità e l’integrità territoriale degli alleati”. La Federazione Russa costituisce “la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza degli alleati”, dal momento in cui “cerca di stabilire sfere di influenza e di controllo diretto attraverso la coercizione, la sovversione, l’aggressione e l’annessione”. La sfida per la NATO è rappresentata dal “potenziamento militare di Mosca, anche nelle regioni del Baltico, del Mar Nero e del Mediterraneo, insieme all’integrazione militare con la Bielorussia”, nell’ottica della sovversione dell’ordine interazione attraverso “la posizione militare coercitiva, la retorica e la comprovata volontà di usare la forza per perseguire i suoi obiettivi politici”. L’Alleanza Atlantica ribadisce di “non cercare il confronto e non rappresentare una minaccia” per Mosca, ma allo stesso tempo di “non poterla considerare un partner” a causa delle “politiche e azioni ostili”.
    Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg (29 giugno 2022)
    Ma la Russia non è l’unico “attore autoritario che sfida i nostri interessi, i nostri valori e il nostro stile di vita democratico”, si legge nel documento. Lo fanno anche “le ambizioni dichiarate e le politiche coercitive della Repubblica Popolare Cinese“, che “impiega un’ampia gamma di strumenti politici, economici e militari per aumentare la sua impronta globale e proiettare potere, pur rimanendo poco trasparente riguardo alla sua strategia, alle sue intenzioni e al suo sviluppo militare”. È la prima volta che Pechino viene citata esplicitamente come una potenziale minaccia a livello globale per la sicurezza della NATO, anche considerato “l’approfondimento del partenariato strategico tra Cina e Russia” nei settori spaziale, cibernetico e marittimo e l’utilizzo della “leva economica per creare dipendenze strategiche e rafforzare la sua influenza”. Così come con Mosca, gli alleati si dicono “aperti a un impegno costruttivo” con Pechino, per “costruire una trasparenza reciproca” e “salvaguardare gli interessi di sicurezza dell’Alleanza”.
    Lo strumento per affrontare questo nuovo e più instabile ambiente di sicurezza è investire nella difesa e questo coinvolge tutti i membri con un impegno diretto. “Condivideremo equamente le responsabilità e i rischi per la nostra difesa e sicurezza“, ribadisce il documento sul nuovo concetto strategico della NATO: “Metteremo a disposizione tutte le risorse, le infrastrutture, le capacità e le forze necessarie per svolgere appieno i nostri compiti fondamentali e attuare le nostre decisioni”. In termini pratici significa un aumento delle spese nazionali per la difesa “commisurato alle sfide di un ordine di sicurezza più contestato”. Come ha messo in chiaro il segretario generale Stoltenberg in conferenza stampa, “rafforzeremo i battaglioni sul fianco orientale e dovremo aumentare le nostre capacità congiunte, anche a livello di addestramento”, ma “fare di più, costa di più”. In altre parole, “dobbiamo riallinearci completamente all’obiettivo di spesa di almeno il 2 per cento del prodotto interno lordo in materia di difesa e sicurezza“. Dopo le riduzioni di spesa generalizzate all’interno dell’Alleanza fino al 2014 – anno dell’annessione illegale della Crimea da parte della Russia e dell’inizio della guerra nel Donbass – anche questo significa “nuovo concetto strategico” secondo la NATO.

    Via libera al Summit di Madrid al nuovo concetto strategico dell’Alleanza Atlantica ed è stato avviato il processo di adesione di Svezia e Finlandia. La Russia viene considerata “la più significativa e diretta minaccia per la sicurezza”, la Cina “sfida interessi e valori” degli alleati