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    Brexit, l’UE cerca un compromesso sul protocollo sull’Irlanda del Nord e propone un taglio dei controlli doganali

    Bruxelles – È passato ormai quasi un anno dall’entrata in vigore dell’accordo di divorzio tra l’Unione Europea e il Regno Unito, ma la questione Brexit continua a creare frizioni nei rapporti tra le due sponde della Manica. Ci prova ora la Commissione UE a gettare acqua sul fuoco, con la proposta di una serie di accordi per risolvere le difficoltà che stanno vivendo i cittadini dell’Irlanda del Nord sul fronte del commercio con la Gran Bretagna.
    A seguito di diversi confronti nelle ultime settimane con la controparte britannica e con le istituzioni nord-irlandesi, il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali e le prospettive strategiche, Maroš Šefčovič, ha presentato oggi (mercoledì 13 ottobre) “la nostra autentica risposta alle preoccupazioni dei cittadini e delle imprese dell’Irlanda del Nord“, con l’obiettivo di trovare una “soluzione permanente concordata congiuntamente” insieme al governo britannico. “Tutto questo sarà fatto in stretta collaborazione e in costante dialogo con il Parlamento e il Consiglio Europeo”, ha assicurato Šefčovič in conferenza stampa. La proposta è contenuta in quattro testi non legislativi (non paper), che saranno discussi con la controparte britannica da venerdì (15 ottobre), quando il vicepresidente della Commissione farà visita a Londra.
    Il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali, Maroš Šefčovič (13 ottobre 2021)
    Nel primo testo si parla di un abbattimento dell’80 per cento dei controlli dei certificati sanitari e fitosanitari degli alimenti, delle piante e degli animali, attraverso una serie di condizioni e salvaguardie per gli standard del Mercato Unico Europeo: la costruzione di posti permanenti di controllo alle frontiere, imballaggi specifici, un’etichettatura che indichi che le merci sono in vendita solo nel Regno Unito e un monitoraggio rafforzato delle catene di approvvigionamento. Nel caso in cui si verifichino problemi o violazioni da parte dei commercianti o delle autorità britanniche, si attiverebbero un meccanismo di reazione rapida e misure unilaterali UE. Segue poi la proposta di una riduzione del 50 per cento delle pratiche doganali (grazie alle condizioni poste dal primo testo), a patto che Londra si impegni a fornire un accesso “completo e in tempo reale” ai sistemi IT (tecnologia dell’informazione): “Si creerà una sorta di Express Lane per la circolazione delle merci dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord”, si legge nel testo, “fornendo allo stesso tempo un solido meccanismo di monitoraggio e protezione dell’integrità del Mercato Unico”.
    Il terzo testo tratteggia un legame più forte tra l’Assemblea dell’Irlanda del Nord e l’Assemblea di partenariato parlamentare UE-Regno Unito, per rendere “più trasparente” l’applicazione del protocollo sull’Irlanda del Nord dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito e rafforzare la partecipazione dei partner nordirlandesi nelle riunioni dei comitati specializzati. E infine il quarto testo si concentra sulla “sicurezza ininterrotta” della fornitura di medicinali dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord. Vale a dire che Londra “può continuare a fungere da hub per la fornitura di farmaci generici” per Belfast e che le aziende farmaceutiche britanniche “possono mantenere tutte le loro funzioni normative”, nonostante questo implichi il fatto che “l’UE cambi le proprie regole sui medicinali“.
    Secondo l’esecutivo comunitario “questo pacchetto di misure farà una reale differenza” per quanto riguarda la circolazione delle merci, ha commentato il vicepresidente Šefčovič. L’attenzione è stata posta sulle “flessibilità in materia di alimenti, salute delle piante e degli animali, dogane, medicinali e impegno con le parti interessate nordirlandesi”, ma anche sul fatto che “propone un modello diverso per l’attuazione del protocollo” sul piano del commercio tra Londra e Belfast. “È facilitato, ma con una serie di salvaguardie e una maggiore sorveglianza del mercato”, ha concluso Šefčovič, che ha ribadito anche che la bussola che guida la Commissione rimane tarata su “prevedibilità, stabilità e certezza per le persone e le imprese”.
    Le difficoltà nel commercio post-Brexit
    Le proposte dell’esecutivo comunitario hanno come obiettivo quello di trovare un compromesso sulle difficoltà riscontrate nell’attuazione del protocollo sull’Irlanda del Nord dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito (che è stato redatto per preservare l’unità dell’isola, secondo l’accordo del Venerdì Santo del 1998). La questione ruota attorno al periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda, ovvero la concessione temporanea da parte delle autorità UE ai controlli dei certificati sanitari ai supermercati e fornitori britannici per il commercio di generi alimentari. Nel contesto post-Brexit i controlli servono per mantenere integro il Mercato Unico sull’isola).
    Il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali, Maroš Šefčovič (13 ottobre 2021)
    Questa concessione – entrata in vigore provvisoriamente dall’inizio del 2021 con la firma dell’accordo di commercio e di cooperazione – sarebbe dovuta scadere lo scorso primo aprile. Ma con la decisione unilaterale di Downing Street dello scorso 3 marzo di estendere il periodo di grazia fino alla fine di ottobre, si era aperta la cosiddetta ‘guerra delle salsicce’ (diventate il simbolo dei prodotti refrigerati a rischio per la tratta commerciale dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord). Dopo aver lanciato una procedura di infrazione contro il Regno Unito per presunte violazioni del protocollo, lo scorso 30 giugno Bruxelles aveva deciso di concedere una proroga di tre mesi.
    Offerto il dito, Londra si è presa tutto il braccio. A inizio settembre il governo guidato da Boris Johnson ha iniziato un pressing non solo per ridefinire la durata del periodo di grazia sui controlli dei certificati sanitari, ma anche per rinegoziare l’intero protocollo sull’Irlanda del Nord. Richiesta respinta al mittente dalla Commissione Europea per due volte: la prima a fine luglio dal vicepresidente Šefčovič – “non accetteremo nessuna revisione”, aveva tagliato corto – la seconda proprio in occasione della ripresa delle polemiche oltremanica un mese fa.
    Le bordate da Londra
    Già prima della presentazione della proposta della Commissione UE di oggi, da Londra erano piovute critiche rispetto a un altro punto del protocollo sull’Irlanda del Nord: il potere di arbitrato da parte della Corte di Giustizia dell’UE. “Il ruolo della Corte di giustizia e delle istituzioni dell’UE in Irlanda del Nord crea una situazione in cui non sembra esserci alcuna discrezione su come le disposizioni del protocollo vengono attuate”, ha attaccato il consigliere britannico per la Sicurezza nazionale, David Frost, ieri (martedì 12 ottobre) in un intervento a Lisbona. “La Commissione è stata troppo veloce a liquidare la governance come una questione secondaria”, ha aggiunto, portando come esempio la procedura di infrazione: “È arrivata al primo disaccordo, è evidente che questi accordi non funzioneranno nella pratica“.
    Il braccio destro del premier Johnson ha cercato di smarcarsi dalle critiche per aver firmato lui stesso l’accordo (fino all’anno scorso era ex-capo negoziatore Brexit per il Regno Unito), sostenendo che “il protocollo è stato redatto in estrema fretta in un periodo di grande incertezza“. Ma non solo: “Dire che non può essere migliorato sarebbe un errore di valutazione storico”, ha incalzato Frost, prima di insinuare che per Bruxelles “turbolenze, distorsione del commercio e sconvolgimento della società” in Irlanda del Nord sono “forse persino un prezzo accettabile” da pagare per dimostrare che “la Brexit non ha funzionato”. Su tutte le altre proposte dell’esecutivo UE, Frost si è detto “disponibile a negoziare intensamente”.
    Ma dalla Commissione Europea la porta rimane chiusa. “Entrambe le parti si sono impegnate con una firma”, ha ribadito il funzionario UE. Cancellare con un colpo di spugna il ruolo affidato alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea significherebbe non solo “compromettere il mantenimento dell’Irlanda del Nord nel Mercato Unico“, ma anche “aumentare l’instabilità, esattamente l’opposto di quello che vogliamo”. La Corte UE rimane “al centro del protocollo” ed è evidente che, nonostante il passo avanti di oggi da parte dell’esecutivo comunitario, la partita tra Londra e Bruxelles sul commercio in Irlanda del Nord è tutt’altro che chiusa.

    Il vicepresidente della Commissione UE Šefčovič ha presentato le quattro proposte per risolvere le difficoltà di commercio tra Belfast e Londra. Previsto l’abbattimento dell’80 per cento dei controlli, purché si rispettino le salvaguardie del Mercato Unico

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    Gibilterra, UE pronta a negoziare le nuove relazioni post-Brexit

    Bruxelles – Adesso si può iniziare a dare forma al futuro di Gibilterra. Il Consiglio dell’UE ha deciso di avviare i negoziati col Regno Unito per definire le nuove relazioni con il possedimento britannico, al confine con la Spagna e incastonato tra frontiere UE terrestri e marittime. La decisione è arrivata in occasione della riunione dell’Ecofin. I ministri dell’Economia e delle Finanze dei Ventisette hanno approvato la proposta senza discussione. Un processo formale previsto dall’iter legislativo a dodici stelle.
    La decisione conferisce alla Commissione europea il mandato per avviare i negoziati con Londra. L’esecutivo comunitario aveva già rotto gli indugi presentando una sua propria strategia per il territorio d’oltre mare britannico, innescando uno scontro con Londra. L‘accordo commerciale e di cooperazione raggiunto tra la UE e UK non copre Gibilterra, lasciata fuori in sede negoziale. Un vuoto a cui si intende rimediare.
    Gibilterra. [foto: Wikimedia]L’obiettivo che si pone l’Unione europea è stabilire un accordo “ampio ed equilibrato” nei confronti di Gibilterra, in considerazione della particolare situazione geografica e delle specificità del territorio. Un qualunque accordo tra le due parti, quando raggiunto, non dovrebbe pregiudicare le questioni di sovranità e giurisdizione. 
    Gibilterra, su cui la Spagna nutre da secoli interessi, è parte del Regno Unito dal 1713. Due diversi referendum sottoposti alla popolazione della Rocca, nel 1967 e nel 2002, hanno sancito la sovranità di Londra. Madrid contesta comunque ‘sconfinamenti’ in territorio spagnolo. L’aeroporto locale si sarebbe sviluppato oltre i confini del territorio, le accuse e le denunce spagnole. Il governo spagnolo vorrebbe approfittare della situazione per garantirsi ‘voce in capitolo’ sul territorio.
    Da qui in avanti si dovrà innanzitutto capire come ragionare flussi di merci e persone, disciplinare il traffico aereo e navale, spostamenti, regimi tariffari per i beni in entrata e uscita, e requisiti di viaggio. Il lavoro dell’UE inizia adesso. Al team von der Leyen il compito di chiudere un buon accordo.

    Via libera del Consiglio per l’avvio delle trattative. Il passaggio formale conferisce alla Commissione il mandato per il confronto con Londra

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    Carburante, cibo e costruzioni: la crisi di approvvigionamenti del Regno Unito nel dopo Brexit

    Bruxelles – La BP plc, società britannica leader del settore energetico, ha annunciato la chiusura temporanea di più di un terzo dei suoi punti di distribuzione di benzina per esaurimento delle scorte. A partire da domenica, milioni di cittadini del Regno Unito si sono recati a fare scorte di carburante in seguito all’annuncio del governo della sospensione delle leggi sulla competitività del mercato, temendo un rapido aumento dei prezzi.
    Ma il carburante non è l’unico cruccio del governo britannico. Molti supermercati rischiano di rimanere sprovvisti di prodotti caseari e carne. Anche le materie del settore edilizio scarseggiano, a partire da legname e cemento. A completare il quadro le prospettive di un Natale senza giocattoli. Una tempesta perfetta dovuta alla congiuntura di elementi nazionali e globali.
    Nel Regno Unito non è finito il carburante, ma chi lo trasporta
    Come ribadito dal primo ministro Boris Johnson, la crisi del carburante ha poco a che vedere con l’esaurimento delle riserve nazionali. Il problema è il trasporto dalle raffinerie ai siti di distribuzione. La crisi, quella vera, è quella del trasporto su gomma.
    L’entrata in vigore di Brexit, dunque l’uscita del Regno Unito dal mercato unico europeo, ha complicato enormemente (e reso più costose) le procedure doganali per i guidatori di camion. Al contempo molti dei camionisti residenti nel Paese sono stati costretti a trasferirsi in altri Paesi, o lo hanno scelto perché attratti da migliori prospettive economiche.
    A spingere i lavoratori del trasporto fuori dall’Isola britannica è stato anche il COVID. Molti di quelli con cittadinanza straniera sono tornati in patria durante i primi tempi della pandemia, spesso senza tornare. Le procedure di quarantena e l’isolamento in seguito a contatti con positivi hanno fatto il resto – problemi che si riscontrano anche in altri Stati europei. Si stima che oggi il settore sia sotto organico di almeno 100.000 lavoratori.
    Il governo Johnson ha proposto di utilizzare l’esercito per sopperire alla mancanza di mano d’opera. Al momento i militari sono in stato di allerta, ma non sono ancora stati impiegati. Contemporaneamente è stata avviata la procedura per la facilitazione dei visti di lavoro per i guidatori di camion. Specie la seconda misura è stata criticata perché sottodimensionata: Londra vuole concedere appena 5000 visti (temporanei), il cinque per cento della richiesta effettiva.
    Un Natale senza latte e carne?
    Le crisi del trasporto ha colpito anche l’approvvigionamento alimentare. Anche in questo caso i prodotti più colpiti – latticini e carne – non si stanno esaurendo, ma manca il tramite che li porti dal produttore ai luoghi di acquisto, oltre che la forza lavoro. Sia il settore caseario che dell’allevamento del Regno impiegano tradizionalmente mano d’opera immigrata.
    Le peculiarità dei prodotti in questione complicano la crisi. I derivati del latte devono essere consumati in breve tempo per evitare che vadano a male. Discorso simile, anche se meno drastico, vale per la carne. La paura di trovarsi senza cibo per le feste natalizia potrebbe dare il via ad acquisti compulsivi da parte dei consumatori, che esaurirebbero le scorte dei supermercati in ancora meno tempo.
    Nel Regno Unito non manca solo il carburante: la crisi di giocattoli, macchine e edilizia
    A pesare sugli altri prodotti che rischiano lo “shortage” è soprattutto il contraccolpo della pandemia. Il settore dei microchip soffre da inizio 2020 di scarsità cronica di materia prima, difficoltà di esportazione e tensioni geopolitiche trai principali attori del settore.
    La scarsità dei wafer di silicio, insieme alla spinta alla digitalizzazione, ha portato i produttori a investire nel settore elettronico, lasciando a secco i produttori di macchine. Il rischio è di un circolo vizioso: il mercato dell’auto si indebolisce e per i produttori di microchip diventa sempre meno conveniente fare da fornitori per l’automotive. Nel Regno Unito sono già iniziate a diminuire le nuove vetture messe in vendita, con conseguente aumento dei prezzi delle auto di seconda mano.
    Anche il comparto dei giocattoli sconta la crisi del trasporto globale. In questo caso sono le spedizioni via mare a essere determinanti per rifornire il Regno Unito dei giochi per bambini – circa il 70% della produzione proviene dalla Cina e dal sud est asiatico. Oggi in Asia mancano container e le procedure sanitarie aumentano enormemente i tempi morti delle navi prima dell’ingresso nei porti. Il risultato è che i costi di spedizione sono aumentati fino a dieci volte.
    Non si salvano i materiali dell’industria edilizia. La crisi delle catene di approvvigionamento e l’uscita dal mercato unico hanno determinato un aumento dei prezzi ancora maggiore che nel resto del Continente. I prezzi delle costruzioni sono saliti di circa il 20% e il razionamento dei materiali ha portato a ritardi sull’arrivo delle commesse nell’ordine di 5-6 mesi.

    L’uscita del Regno Unito dal mercato unico europeo ha complicato enormemente (e reso più costose) le procedure doganali per i guidatori di camion, e tanti se ne sono andati per via del COVID

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    Brexit, pressing britannico vuol rinegoziare il periodo di grazia nel Mare d’Irlanda. Ma per l’UE “il Protocollo non si tocca”

    Bruxelles – La guerra delle salsicce ricomincia. Il 30 settembre scade la proroga dell’Unione Europea al periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda e Londra è già in pressing. Il governo guidato da Boris Johnson è intenzionato a rinegoziare la durata della concessione temporanea ai controlli dei certificati sanitari per il commercio di generi alimentari refrigerati dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord da parte delle autorità UE (che nel contesto post-Brexit sono necessari per mantenere integro il Mercato Unico sull’isola d’Irlanda).
    Il consigliere britannico per la Sicurezza nazionale, David Frost, ha annunciato ieri (6 settembre) di voler continuare a commerciare “sulla base delle pratiche attuali”, senza fissare una data di scadenza per la concessione temporanea. In realtà questo periodo di grazia sta assumendo i contorni di un tentativo di rinegoziare l’intero Protocollo sull’Irlanda del Nord dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito, siglato per garantire l’unità sull’isola. Lo stallo “fornirà spazio per ulteriori discussioni con Bruxelles”, ha spiegato Frost, in particolare sulle “profonde differenze” delle parti in merito all’accordo di divorzio.
    La richiesta di una “revisione totale” dell’accordo è stata già respinta a fine luglio dalla Commissione Europea. Anche questa volta la porta è rimasta chiusa: “Prendiamo atto della dichiarazione, ma non accetteremo una rinegoziazione del Protocollo“, si legge nella nota dell’esecutivo UE. “Continuiamo a sottolineare che l’accordo di recesso è un accordo internazionale e il Protocollo ne è parte integrante”. Gli sforzi di Bruxelles vanno nella direzione di identificare “soluzioni a lungo termine, flessibili e pratiche”, con l’obiettivo di “affrontare le questioni relative all’attuazione pratica del Protocollo” che stanno vivendo cittadini e imprese dell’Irlanda del Nord. Tuttavia, Unione Europa e Regno Unito sono “legalmente vincolati ad adempiere ai loro obblighi ai sensi dell’accordo“.
    Il periodo di grazia era entrato in vigore provvisoriamente all’inizio di quest’anno, con la firma dell’accordo di commercio e di cooperazione (TCA), e sarebbe dovuto scadere il primo aprile. Solo la proroga concessa dalle autorità europee il 30 giugno aveva momentaneamente risolto il conflitto diplomatico nato dalla decisione unilaterale di Downing Street di estendere il periodo di grazia fino a fine di ottobre.
    La porta sulla rinegoziazione dell’accordo rimane sigillata, ma l’Unione sembra voler evitare lo scontro frontale con Downing Street. Lo dimostra il fatto che la procedura d’infrazione avviata lo scorso 15 marzo per le presunte violazioni del Protocollo sull’Irlanda del Nord da parte di Londra è rimasta congelata (è stata momentaneamente sospesa lo scorso 28 luglio). “La Commissione si riserva i suoi diritti per quanto riguarda le procedure d’infrazione”, specifica la nota del gabinetto guidato da Ursula von der Leyen. Tuttavia, “per ora non stiamo passando alla fase successiva” all’invio della lettera di costituzione in mora.

    🇪🇺🇬🇧 Statement by @EU_Commission following today’s announcement by the UK government regarding the operation of the Protocol on Ireland / Northern Ireland 👇https://t.co/VMO4cDKzHM pic.twitter.com/JcIlGCZFLn
    — Daniel Ferrie 🇪🇺 (@DanielFerrie) September 6, 2021

    Il consigliere per la Sicurezza nazionale Frost ha annunciato che il commercio tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord deve continuare “sulla base delle pratiche attuali”. Bruxelles si oppone al disimpegno sull’accordo di recesso

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    I britannici hanno voglia di Erasmus, ma la versione nazionale rischia di non soddisfarli

    Bruxelles – Dopo la Brexit in Regno Unito c’è una gran voglio di Erasmus. Perfino troppa. Le richieste di programmi studio e di mobilità sono talmente tante da non poter essere soddisfatte dal nuovo sistema su cui il governo di Londra sta lavorando.
    Tutto nasce dai negoziati sulle relazioni future. Il premier britannico Boris Johnson non ha ritenuto di tenere dentro la partecipazione al programma di mobilità studentesca e professionale. Ma dopo la chiusura degli accordi la comunità accademica e lavorativa è riuscita a riottenere quanto perduto: il governo di Sua Maestà ha predisposto un nuovo schema di scambio con l’estero, Turing. Ma la storia non sarà a lieto fine, almeno per ora.
    La sostituzione del governo per il programma di scambio Erasmus sembra essere iniziata alla grande. Circa 120 università hanno richiesto una quota del programma da 110 milioni di sterline, insieme a scuole e istituti di istruzione superiore, per finanziare posti di lavoro e studio. Il Dipartimento per l’Istruzione afferma che più di 40mila potranno lavorare e studiare all’estero entro la fine dell’anno grazie a Turing. Di queste 40mila borse circa 28mila sono per tirocini per studenti universitari nel 2021-22, più dei 18.300 tirocini che hanno avuto luogo nell’ambito del programma Erasmus nell’anno accademico 2018-19.
    Tanta domanda, ma il rischio di poca offerta reale. Gli esperti avvertono che il numero finale di giovani partecipanti sarà probabilmente ben al di sotto delle aspettative iniziali. Paul James Cardwell, professore alla City Law School, Università di Londra, ha messo a confronto il vecchio Erasmus col nuovo Turing, e i dubbi ci sono. “Tutte le opportunità di studiare all’estero sono benvenute, ma dobbiamo essere chiari su quanti studenti andranno effettivamente all’estero, che sarà probabilmente molto inferiore ai numeri per cui è stata offerta“. Non c’è solo un problema di posti effettivamente disponibili, ma di coperture finanziarie. “Non sappiamo se questi collocamenti siano stati organizzati e confermati e, soprattutto, quanti finanziamenti saranno assegnati a ciascun partecipante”.
    Il rischio è che alla fine con Turing tornerà in Erasmus chi potrà permetterselo, se gli assegni dovessero costringere le famiglie a contribuire più del sostenibile. Senza contare che con il COVID l’uscita dall’UE è una svantaggio. Il nuovo schema ha una portata geografica più ampia di quella dell’Erasmus. Il Dipartimento per l’Istruzione enfatizza come grazie a Turing i giovani riceveranno finanziamenti per intraprendere tirocini di studio e lavoro in 150 paesi. Tuttavia, molti dei paesi partner hanno restrizioni all’ingresso alle frontiere a causa della pandemia di Covid che continuerà a ostacolare la partecipazione per il prossimo anno.
    In sintesi, il mondo universitario mostra meno tronfalismo. “Anche se gli studenti sono in grado di recarsi nel paese ospitante durante la pandemia, se il finanziamento individuale non copre i costi associati al viaggio, il numero di partenze effettive potrebbe essere piuttosto basso“. Turing non è Erasmus e si vede. Ma Brexit vuol dire Brexit.

    Turing è lo schema di mobilità studentesca e giovanile che il governo britannico ha introdotto per sopperire all’uscita dal programma simbolo dell’UE. Oltre 40 mila borse annunciate, ma le università avvertono: “Non tutti potrebbero partecipare, si rischia un numero piuttosti basso di partenze”

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    Brexit, l’UE accoglie la richiesta di Londra e sospende la procedura sul protocollo irlandese

    Bruxelles – La Commissione europea accoglie la richiesta arrivata da Londra di sospendere momentaneamente la procedura di infrazione intentata da Bruxelles per il non rispetto britannico del protocollo sull’Irlanda del Nord stipulato in seguito alla Brexit.
    La procedura era stata avviata lo scorso marzo, e la Commissione si apprestava ad aprire la seconda fase, inviando un parere motivato a Londra. Ma, spiega oggi un portavoce dell’esecutivo comunitario, “la Commissione valuterà attentamente le nuove proposte avanzate dal Regno Unito, secondo le necessarie procedure di consultazione, sia interna che con il Parlamento europeo”. Dunque, e solo “al fine di fornire lo spazio necessario per riflettere su questi temi e trovare soluzioni durature all’attuazione del protocollo, abbiamo deciso, per il momento, di non passare allo stadio successivo della procedura di infrazione”.

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    Brexit, Londra ci riprova: chiesta una rinegoziazione del Protocollo sull’Irlanda del Nord. Porta chiusa dall’UE

    Bruxelles – Ci risiamo. A nemmeno un mese dalle concessioni dell’Unione Europea a Londra sull’estensione del periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda fino al 30 settembre (doveva scadere lo scorso primo aprile), Downing Street alza la posta e chiede a Bruxelles un “nuovo equilibrio” nell’attuazione del Protocollo sull’Irlanda del Nord all’interno del quadro dell’Accordo di recesso tra UE e Regno Unito.
    Dal 30 giugno ci si chiedeva cosa significasse l’avvertimento del consigliere britannico per la Sicurezza nazionale, David Frost, sulla necessità di “un’attuazione pragmatica e proporzionata dell’intesa” per arrivare a una soluzione permanente con i Ventisette. Ora è chiaro: se non saranno saranno riviste le regole sul commercio tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord, la minaccia è di annullare unilateralmente l’intero Accordo di recesso. “Non possiamo andare avanti così”, è stato il commento di Frost ieri (mercoledì 21 luglio) di fronte ai deputati britannici. “Non c’è niente di insolito nel rinegoziare un trattato”, ha aggiunto, dal momento in cui “l’accordo non sta funzionando come ci aspettavamo“.
    Non stupisce che per Londra il “nuovo equilibrio” punti a eliminare la supervisione dell’Unione Europea sull’Accordo di recesso e sul transito di beni nell’Irlanda del Nord (volto a mantenere integro il Mercato Unico sull’isola d’Irlanda). Frost ha puntualizzato che “c’è un’opportunità per trovare un accordo con l’UE attraverso i negoziati“, ma che se dovessero fallire il Regno Unito avrà “una giustificazione per invocare l’articolo 16 del Protocollo” (che permette alle parti di rinunciare ai suoi termini se nella pratica si rivelano dannosi).
    L’improvvisa offerta del governo presieduto da Boris Johnson ha trovato le porte sbarrate a Bruxelles, nel frattempo impegnato a rinegoziare il futuro di Gibilterra. “Non accetteremo una rinegoziazione del Protocollo“, ha tagliato corto il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali e le prospettive strategiche, Maroš Šefčovič. “Il rispetto degli obblighi legali internazionali è di fondamentale importanza”, anche se questo non ha fermato l’Unione Europea dal cercare “soluzioni pratiche e flessibili” come quella dello scorso 30 giugno “per superare le difficoltà che i cittadini dell’Irlanda del Nord stanno incontrando”.
    Preso atto della dichiarazione di Frost, il vicepresidente dell’esecutivo UE ha intimato il “rispetto del Protocollo” che “ha lo scopo di mantenere la pace sull’isola d’Irlanda”. Lo spiraglio lasciato aperto da Šefčovič riguarda solo “l’azione congiunta negli organismi paritetici” e il confronto su nuove “soluzioni creative”. Su tutto il resto, Bruxelles fa muro e a poco più di due mesi dall’entrata in vigore dell’accordo commerciale e di cooperazione con il Regno Unito già si inizia a parlare di annullamento dell’Accordo di recesso.

    Il “no grazie” è stato ribadito anche dalla presidente dell’esecutivo UE, Ursula von der Leyen, dopo una conversazione telefonica con il premier britannico Johnson: “L’Unione continuerà a essere creativa e flessibile nel quadro del Protocollo, ma non lo rinegozieremo“, ha risposto al Command paper di Downing Street inerente al Protocollo sull’Irlanda del Nord. “Dobbiamo garantire insieme stabilità e prevedibilità sull’isola”.

    Il Regno Unito chiede un “nuovo equilibrio” sull’Accordo di recesso, altrimenti minaccia di annullarlo unilateralmente. Il vicepresidente della Commissione Šefčovič respinge l’offerta e intima il rispetto degli “obblighi legali internazionali”

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    Gibilterra, nuove tensioni UE-UK. Bruxelles presenta il suo mandato negoziale. Londra: “Minano la nostra sovranità”

    Bruxelles – La Brexit torna ad agitare Unione europea e Regno Unito, che si scontrano su Gibilterra. Bruxelles è decisa a rinegoziare il futuro della rocca, e forza la mano negoziale approvando una raccomandazione per una decisione del Consiglio dell’UE che autorizza l’apertura di trattative per un accordo bilaterale UE-Regno Unito sul possedimento britannico.
    La decisione del collegio dei commissari si spiega col fatto che l’accordo commerciale e di cooperazione raggiunto tra le due parti non comprende Gibilterra. Le relazioni della piccola penisola non sono con il blocco dei 27 è dunque privo di regolamentazioni, e Bruxelles ha deciso di colmare questo vuoto legislativo. Tanto che la decisione di intavolare trattative è accompagnata da orientamenti.

    Our proposed mandate for 🇪🇺🇬🇧 negotiations on Gibraltar aims to have a positive impact for those living and working on either side of the border between Spain and Gibraltar, while protecting the integrity of the Schengen Area and the Single Market.
    👉 https://t.co/gKjFW5oY35 pic.twitter.com/gk2oakaUoi
    — Maroš Šefčovič🇪🇺 (@MarosSefcovic) July 20, 2021

    Il team von der Leyen intende eliminare i controlli fisici e i controlli su persone e merci alla frontiera terrestre tra la Spagna e Gibilterra, garantendo nel contempo l’integrità dello spazio Schengen di libera circolazione e del mercato unico. Si intende inoltre stabilire responsabilità in materia di asilo, rimpatri, visti, permessi di soggiorno, cooperazione operativa di polizia e scambio di informazioni.
    E non finisce qui. Si intende rimettere mano al settore trasporti (areo e terrestre), lavoro (diritti dei lavoratori transfrontalieri), ambiente, cooperazione di polizia, sostegno finanziario nonché la creazione di “condizioni di parità”, quella reciprocità (level playingfield) su cui Boris Johnson e il suo governo tanto hanno protestato prima di siglare l’accordo commerciale con Bruxelles.
    Anche stavolta le reazioni britanniche non si sono fatte attendere. Londra denuncia un’invasione di campo da parte dell’UE. “Il Regno Unito, con Gibilterra, e la Spagna hanno attentamente concordato un accordo quadro pragmatico, in piena consultazione con la Commissione europea”, ricorda il ministro degli Esteri di sua Maestà, Dominic Raab, secondo cui “il mandato proposto dalla Commissione è direttamente in conflitto con tale quadro“. Secondo il capo della diplomazia britannica l’esecutivo comunitario “cerca di minare la sovranità del Regno Unito su Gibilterra”, e perciò il mandato “non può costituire una base per i negoziati”.

    UK, Gibraltar & Spain agreed balanced & pragmatic framework on Gibraltar.
    The Commission’s draft mandate fails to respect essential elements of the framework, does not reflect a real-world solution, and cannot form a basis for negotiations. https://t.co/7WFdm7aXxr
    — Dominic Raab (@DominicRaab) July 20, 2021

    Londra contesta l’azione unilaterale dell’UE. E’ vero che, come recita anche i documento di 26 pagine licenziato dal collegio dei commissari, “la Commissione è nominata negoziatore dell’Unione”, ma non piace il blitz a dodici stelle. “Abbiamo costantemente dimostrato pragmatismo e flessibilità nella ricerca di accordi che funzionino per tutte le parti e siamo delusi che questo non sia stato ricambiato”, continua Raab. “Il mandato dell’UE non riflette una soluzione concreta. Esortiamo l’UE a ripensarci”.
    Quello che non piace a Londra è l’ingerenza negli affari di un territorio sotto il controllo della corona britannica. Maros Sefcovic, il vicepresidente della Commissione responsabile del dossier, afferma che con questa iniziativa “mandiamo un segnale positivo a tutti coloro che vivono e lavorano da entrambe le parti della frontiera” di Gibilterra. Specifica che “si tratta di cooperazione regionale, non di sovranità o giurisdizione”, ma oltre Manica stigmatizzano le manovre a dodici stelle. Il braccio di ferro tra Unione europea e il suo ex Stato membro dunque continua e si rinnova.

    La Commissione europea mette a punto la linea per il futuro della Rocca: via controlli alla frontiera, uniformità di regole per trasporti, scambio di informazioni di polizia, diritti dei lavoratori. Raab: “Fuori dalla realtà, non può essere una base per trattative”