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    Brexit, l’UE accoglie la richiesta di Londra e sospende la procedura sul protocollo irlandese

    Bruxelles – La Commissione europea accoglie la richiesta arrivata da Londra di sospendere momentaneamente la procedura di infrazione intentata da Bruxelles per il non rispetto britannico del protocollo sull’Irlanda del Nord stipulato in seguito alla Brexit.
    La procedura era stata avviata lo scorso marzo, e la Commissione si apprestava ad aprire la seconda fase, inviando un parere motivato a Londra. Ma, spiega oggi un portavoce dell’esecutivo comunitario, “la Commissione valuterà attentamente le nuove proposte avanzate dal Regno Unito, secondo le necessarie procedure di consultazione, sia interna che con il Parlamento europeo”. Dunque, e solo “al fine di fornire lo spazio necessario per riflettere su questi temi e trovare soluzioni durature all’attuazione del protocollo, abbiamo deciso, per il momento, di non passare allo stadio successivo della procedura di infrazione”.

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    Stati Uniti: chi è Mark Gitenstein, il nuovo ambasciatore presso l’UE con l’occhio rivolto verso l’Est Europa

    Bruxelles – È l’uomo della continuità per i democratici statunitensi e il diplomatico chiamato a cancellare la triste parentesi repubblicana all’ambasciata presso l’Unione Europea. Dopo Ronald Gidwitz – che nel maggio 2020 aveva preso il posto di Gordon Sondland, “reo” di aver testimoniato nel processo per l’impeachment dell’allora presidente, Donald Trump – è l’avvocato Mark Gitenstein il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Bruxelles. La nomina è stata decisa ieri (martedì 27 luglio) dall’inquilino della Casa Bianca, Joe Biden.
    74 anni, origini ebraico-rumene (i nonni migrarono negli Stati Uniti dalla città di Botoșani alla fine dell’Ottocento), membro del consiglio della Biden Foundation ed ambasciatore statunitense in Romania dal 2009 al 2012 per volontà di Barack Obama. Gitenstein ha una lunga esperienza al fianco del presidente Biden: dal 1981 al 1989 è stato consigliere-capo presso la commissione giudiziaria del Senato, sotto la guida dell’allora senatore democratico, nel 2008 ha co-presieduto la transizione di Biden alla vicepresidenza nel gabinetto Obama e quest’anno ha fatto parte del comitato consultivo per la sua transizione presidenziale.
    Ma il nuovo ambasciatore statunitense presso l’UE è ben conosciuto anche sul territorio comunitario. Si deve a lui l’accordo di difesa dai missili balistici tra Stati Uniti e Romania, negoziato e firmato nel 2011 durante il suo mandato a Bucarest. Ma soprattutto va ricordato il lavoro del diplomatico democratico sulla lotta alla corruzione, sul miglioramento della trasparenza e sul rafforzamento dello Stato di diritto nel Paese membro UE, promuovendo un ambiente imprenditoriale equo per gli investitori internazionali e puntando sugli strumenti digitali per trovare soluzioni ai problemi di giustizia sociale.
    Tutte questioni di grande attualità non solo per la Romania, ma anche per la maggior parte dei Paesi dell’Europa centro-orientale. In particolare, Gitenstein cercherà di portare a Bruxelles la sua esperienza di mediazione per cercare di favorire il dialogo con i due governi UE che più stanno preoccupando le potenze occidentali sul fronte del rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto: Polonia e Ungheria. Se dovesse riuscirci, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea potrà appuntare al petto ben più della Decorazione della Croce della Casa Reale di Romania.
    Un caloroso benvenuto a Gitenstein è stato riservato questa mattina dal presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel: “Abbiamo una grande agenda transatlantica e globale da portare avanti”, ha ricordato su Twitter, facendo riferimento al rinnovato impegno dell’amministrazione statunitense nelle relazioni con l’UE. “Abbiamo bisogno che tutti si mettano al lavoro e non vedo l’ora di lavorare con lui quando sarà confermato”.

    I welcome nomination by @POTUS of Mark Gitenstein to become US Representative to the EU.
    We have a big transatlantic and global agenda to take forward. We need all hands on deck, and I look forward to working with him when confirmed.
    — Charles Michel (@eucopresident) July 28, 2021

    Nominato ieri dal presidente democratico, Joe Biden, il diplomatico 74enne si è distinto durante il suo mandato in Romania per l’intenso lavoro sulla trasparenza, lo Stato di diritto e la lotta alla corruzione nel Paese

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    Covid, Cina rifiuta l’indagine sull’origine della pandemia. Appello dal mondo della scienza: “Cambi idea”

    Bruxelles – La Cina dice ‘no’ al piano dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di avviare una seconda fase di un’indagine sull’origine del Coronavirus ed ecco che il mondo della scienza si mobilita per convincere Pechino a cambiare idea. Unione europea, Australia, Stati Uniti e Giappone: l’appello arriva da qui, con la commissaria per l’Innovazione e la Ricerca, Mariya Gabriel, a farsi portavoce per Bruxelles insieme alla dottoressa capo scienziato australiano, Cathy Foley, a Eric Lander, Direttore dell’Ufficio per le politiche scientifiche e tecnologiche statunitense nominato da Joe Biden, al dottor Ueyema Takahiro, Membro Esecutivo del Consiglio per la Scienza, la tecnologie e l’innovazione del Giappone e a Matsumoto Yoichiro e Kano Mitsunobu, consiglieri per il ministro degli Esteri giapponese.
    Insieme chiedono a Pechino di “riconsiderare la decisione di non impegnarsi nella proposta dell’OMS di portare lo studio sulle origini del COVID alla fase successiva. La partecipazione della Cina è di importanza critica per il mondo”, si legge nella lettere pubblicata dalla commissaria bulgara.

    I join Dr. Cathy Foley, 🇦🇺 Chief #Scientist; 🇺🇸 @EricLander46; Dr. UEYEMA Takahiro, Executive Member, Council for #Science, #Technology, and #Innovation of 🇯🇵; and Drs. MATSUMOTO Yoichiro and KANO Mitsunobu, S&T Advisors to the 🇯🇵 Foreign Minister on the below letter 👇 pic.twitter.com/VLNGiaNnkY
    — Mariya Gabriel (@GabrielMariya) July 27, 2021

    L’OMS questo mese ha proposto una seconda fase di studi sulle origini del coronavirus in Cina, con analisi dei laboratori e dei mercati nella città di Wuhan, dove il primo focolaio è stato osservato ormai più di un anno fa, chiedendo trasparenza alle autorità cinesi. Una proposta che trova il consenso delle sette più grandi economie al mondo del G7 che un mese fa chiedevano una nuova “indagine trasparente e decisiva” per capire il perché dello sviluppo del virus, che da oltre un anno attanaglia l’Europa e il mondo. Non è difficile immaginare che si voglia smentire chi sostiene la tesi di una fuga del virus dal laboratorio cinese di Wuhan, da dove la pandemia ha avuto inizio, secondo l’OMS le indagini già compiute in Cina erano ostacolate dalla mancanza di dati grezzi nei primi giorni di diffusione del virus e per questo è necessario approfondire.
    “Non accetteremo un tale piano di tracciamento delle origini poiché, in alcuni aspetti, ignora il buon senso e sfida la scienza”, ha detto ai giornalisti Zeng Yixin, vice ministro della Commissione nazionale per la salute (NHC). Pechino si oppone a una politicizzazione di questa analisi, in altri termini. Secondo Reuters, Zeng avrebbe ribadito la posizione della Cina secondo cui alcuni dati non potrebbero essere completamente condivisi a causa di problemi di privacy. “Speriamo che l’OMS riesamini seriamente le considerazioni e i suggerimenti degli esperti cinesi e tratti veramente lo studio dell’origine del virus COVID-19 come una questione scientifica e si liberi delle interferenze politiche”.

    “La partecipazione di Pechino alle indagini è di cruciale importanza per il mondo”, scrivono la commissaria europea Mariya Gabriel insieme a scienziati o consiglieri scientifici di Stati Uniti, Australia e Giappone per convincere il governo. La Cina parla di strumentalizzazione politica delle indagini in corso da parte dell’OMS, che invece lamenta la mancanza di dati grezzi nei primi giorni di diffusione del virus a Wuhan

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    Tunisia, nel pieno della crisi politica scatenata dal presidente Saïed, l’UE predica calma: “Ripristinare stabilità istituzionale”

    Bruxelles – L’Unione Europea segue “con la massima attenzione” la situazione in Tunisia, dopo gli eventi che hanno portato domenica (25 luglio) alla rimozione del capo del governo e la sospensione dei lavori del Parlamento nazionale da parte del presidente della Repubblica, Kaïs Saïed.
    Attraverso una dichiarazione dell’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, l’UE ha espresso le proprie preoccupazioni senza sbilanciarsi – per il momento – su condanne o messaggi di sostegno: “Chiediamo il ripristino della stabilità istituzionale” e in particolare “la ripresa dell’attività parlamentare, il rispetto dei diritti fondamentali e l’astensione da ogni forma di violenza”.
    Quella che è a tutti gli effetti la più grave crisi politica nel Paese dalla rivoluzione del 2011 rappresenta anche il punto culminante di un duro scontro tra il presidente Saïed, eletto nell’ottobre 2019, e il governo guidato dal partito islamista moderato Ennahda: Hichem Mechichi è il terzo primo ministro destituito in poco più di un anno. La paralisi politica non sta aiutando a sbloccare le riforme necessarie per rilanciare un’economia stagnante, mentre la Tunisia si trova a fare i conti anche con le conseguenze economiche e sociali di una gestione disastrosa della pandemia COVID-19 (su 11,6 milioni di abitanti, 573 mila persone sono state contagiate e quasi 19 mila sono decedute, mentre solo il 10 per cento della popolazione è stato vaccinato).
    Dopo la mossa del presidente della Repubblica, il leader di Ennahda – e fino a domenica presidente del Parlamento – Rached Ghannouchi, ha chiamato i sostenitori a scendere nelle strade per difendere il governo democraticamente eletto da un “colpo di Stato”. Da parte sua, Saïed ha rivendicato l’esercizio dell’articolo 80 della Costituzione, che permette alla presidenza della Repubblica di “prendere misure eccezionali” in caso di “pericolo imminente che minaccia le istituzioni della nazione e il funzionamento regolare dei poteri pubblici”. Tuttavia, su questo punto ci sono diversi dubbi interpretativi, dal momento in cui dall’entrata in vigore della Carta (nel 2014) a oggi non è mai stata istituita la Corte Costituzionale, che dovrebbe autorizzare le “misure eccezionali” del presidente.
    Dopo aver silurato anche il ministro della Difesa, Brahim Berteji, e la ministra della Giustizia, Hasna Ben Slimane, il presidente Saïed ha voluto rassicurare i tunisini, rivolgendo un appello alla non-violenza e affermando che “lo Stato c’è, non ci saranno violazioni di diritti e libertà”. In realtà sembra più trattarsi di una comunicazione al Fondo monetario internazionale, con cui da giugno Tunisi sta trattando un nuovo piano di aiuti per evitare il default, e all’Unione Europea, che lo scorso 31 maggio ha approvato un’assistenza macro-finanziaria da 300 milioni di euro complessivi per affrontare la crisi post-COVID.
    Non è un caso se nella dichiarazione dell’alto rappresentante Borrell è stato ricordato il “notevole sostegno” alla Tunisia da parte dei Ventisette. Anche per questo motivo Bruxelles “segue con la massima attenzione gli sviluppi in Tunisia”, richiamando le “radici democratiche” del Paese, ma anche il “rispetto dello Stato di diritto, della Costituzione e del quadro legislativo”. Per Borrell “la salvaguardia della democrazia e la stabilità del Paese sono prioritarie“.
    Per il momento Bruxelles predica la calma e non si sbilancia oltre. Incalzata dalle domande dei giornalisti durante il punto quotidiano con la stampa, la portavoce per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Nabila Massrali, ha spiegato che “a questo stadio della crisi, è opportuno attenerci e non andare oltre il contenuto della dichiarazione” dell’alto rappresentante Borrell, che proprio nel pomeriggio di ieri “si è confrontato con il ministro degli Esteri tunisino, Othman Jerandi“.

    Dopo la rimozione del premier e la sospensione dei lavori del Parlamento per volontà del capo dello Stato, l’alto rappresentante Borrell ha avvertito che Bruxelles seguirà “con la massima attenzione” gli sviluppi nel Paese

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    Montenegro, pagata la prima rata del debito da 809 milioni con la Cina grazie al supporto di tre banche occidentali

    Bruxelles – Dalle sabbie mobili del debito cinese il Montenegro potrebbe aver fatto il primo significativo passo per uscirne. Il condizionale è d’obbligo, perché la somma dovuta a Pechino è vertiginosa: 809 milioni di euro, un quinto del debito pubblico complessivo di 4,33 miliardi, il 103 per cento del prodotto interno lordo del Paese. Il governo di Podgorica ha annunciato mercoledì 21 luglio il pagamento della prima rata da 33 milioni all’Export-Import (Exim) Bank of China, ente di credito statale con vocazione internazionale, e spera di essersi messo alle spalle lo scenario peggiore: quello di cedere porzioni del territorio nazionale alla Cina.
    “L’incredibile successo”, come lo ha definito il ministro delle Finanze, Milojko Spajić, è un accordo di “copertura” con tre banche occidentali per proteggere il rischio valutario (perdita potenziale per chi investe all’estero) di un prestito contratto con la Cina nel 2014, che ha abbassato il tasso di interesse dal 2 allo 0,88 per cento (e scambiato da dollaro a euro). Il governo guidato da Zdravko Krivokapić non ha voluto rendere noto quali enti hanno sostenuto l’operazione, ma il ministro delle Finanze ha specificato che “il creditore è ancora la cinese Exim Bank, ma alla transazione hanno partecipato due banche americane e una banca francese“.
    Il percorso dell’autostrada A1 Bar-Boljare in costruzione, Montenegro (fonte: Il Post)
    Il finanziamento all’ente di credito cinese era stato chiesto sette anni fa dal governo di Milo Đukanović (allora premier, oggi presidente della Repubblica) per finanziare la costruzione del primo tratto dell’autostrada che collegherà il porto montenegrino di Antivari (Bar) alla località di Boljare, circa 160 chilometri dal Mar Adriatico al confine con la Serbia. I 41 chilometri in costruzione a nord di Podgorica costituiscono uno dei tratti autostradali più costosi al mondo: oltre 20 milioni di euro al chilometro, più di dieci volte il costo medio europeo.
    Gli altri 120 sono ancora da costruire e dipenderanno dalle capacità di Podgorica di ripagare il debito: la prossima rata è fissata a gennaio 2022, anche se potrebbe essere concessa una proroga per le difficoltà economiche causate dalla pandemia COVID-19. Secondo quanto riportato dal Financial Times, se Podgorica non fosse riuscita ad adempiere ai propri obblighi entro la fine di luglio, Pechino avrebbe avuto il diritto di acquisire il controllo di parte del territorio montenegrino, verosimilmente uno sbocco sul Mediterraneo.
    La notizia dell’intervento dei tre istituti di credito occidentali ha fatto tirare un sospiro di sollievo anche a Bruxelles, dove da mesi la questione è rimasta pendente. Le conseguenze di un’eventuale cessione parziale di sovranità da parte del governo di Podgorica alla Cina per insolvenza non coinvolgono direttamente l’Unione Europea, ma gli effetti indiretti sarebbero molto gravi sul piano dell’allargamento UE nella regione balcanica.
    Attualmente il Montenegro è il Paese allo stadio più avanzato nel processo di adesione all’UE tra i sei dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Serbia, Macedonia del Nord). Tuttavia, la presenza e il controllo diretto di una porzione del territorio nazionale da parte di uno degli avversari geopolitici più temuti dall’Unione nell’area balcanica potrebbe mettere a serio rischio l’intero progetto di fare del Montenegro il ventottesimo Paese membro UE. Rischio noto sia al Parlamento Europeo, che già a maggio chiedeva un intervento a sostegno del vicino balcanico, sia alla Commissione UE.
    Il ponte Moracica, presso Podgorica, lungo l’autostrada A1 Bar-Boljare, Montenegro
    La richiesta di assistenza inviata in primavera dal vicepremier del Montenegro, Dritan Abazović, è rimasta solo all’apparenza inascoltata (anche perché l’Unione non era tenuta a pagare di tasca propria il debito di un Paese non-membro). È già in campo uno schema di aiuti finanziari da 60 milioni di euro, oltre al Piano economico e di investimenti da 29 miliardi per la regione sbloccato dall’accordo sullo strumento di assistenza pre-adesione IPA III. Parallelamente, fonti a Bruxelles hanno fatto sapere che erano state sondate le piste del Kreditanstalt für Wiederaufbau (istituto di credito per la ricostruzione tedesco), dell’Agenzia di sviluppo francese e della Cassa Depositi e Prestiti italiana, per guidare gli aiuti finanziari europei. Tutto questo prima dell’intervento dei tre istituti di credito di cui ancora non si conoscono i dettagli.
    In attesa di avere più informazioni a disposizione, la Commissione Europea “continuerà a sostenere il Montenegro nel suo percorso verso l’adesione”, ha assicurato la portavoce per la Politica di vicinato e l’allargamento, Anna Pisonero. “In questo contesto lavorerà con il Paese per trovare soluzioni finanziarie per i suoi progetti di investimento e per garantire anche la sostenibilità del suo debito pubblico”. In cantiere per il governo Krivokapić c’è la rivalutazione dei beni dello Stato, con l’obiettivo di venderne alcuni per raccogliere soldi da destinare al ripianamento dei debiti.
    È comunque difficile che la sola vendita di asset statali – di cui il ministro delle Finanze non ha saputo dare una stima – e le privatizzazioni possano essere sufficienti per colmare il buco da 809 milioni di euro con Pechino. Ecco perché dovrà mettersi in moto un circolo virtuoso nell’economia del Paese. Le sabbie mobili del debito cinese non sono ancora superate e la strada verso l’adesione all’Unione Europea chiede continui sforzi politici e finanziari al Montenegro.
    Trovi un ulteriore approfondimento nella newsletter BarBalcani, curata da Federico Baccini

    Podgorica ha raggiunto un accordo di “copertura” con due istituti di credito statunitensi e uno francese, rimettendosi sulla strada dell’adesione all’Unione Europea. Il prestito era stato chiesto nel 2014 per la costruzione dell’autostrada A1 Bar-Boljare

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    Brexit, Londra ci riprova: chiesta una rinegoziazione del Protocollo sull’Irlanda del Nord. Porta chiusa dall’UE

    Bruxelles – Ci risiamo. A nemmeno un mese dalle concessioni dell’Unione Europea a Londra sull’estensione del periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda fino al 30 settembre (doveva scadere lo scorso primo aprile), Downing Street alza la posta e chiede a Bruxelles un “nuovo equilibrio” nell’attuazione del Protocollo sull’Irlanda del Nord all’interno del quadro dell’Accordo di recesso tra UE e Regno Unito.
    Dal 30 giugno ci si chiedeva cosa significasse l’avvertimento del consigliere britannico per la Sicurezza nazionale, David Frost, sulla necessità di “un’attuazione pragmatica e proporzionata dell’intesa” per arrivare a una soluzione permanente con i Ventisette. Ora è chiaro: se non saranno saranno riviste le regole sul commercio tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord, la minaccia è di annullare unilateralmente l’intero Accordo di recesso. “Non possiamo andare avanti così”, è stato il commento di Frost ieri (mercoledì 21 luglio) di fronte ai deputati britannici. “Non c’è niente di insolito nel rinegoziare un trattato”, ha aggiunto, dal momento in cui “l’accordo non sta funzionando come ci aspettavamo“.
    Non stupisce che per Londra il “nuovo equilibrio” punti a eliminare la supervisione dell’Unione Europea sull’Accordo di recesso e sul transito di beni nell’Irlanda del Nord (volto a mantenere integro il Mercato Unico sull’isola d’Irlanda). Frost ha puntualizzato che “c’è un’opportunità per trovare un accordo con l’UE attraverso i negoziati“, ma che se dovessero fallire il Regno Unito avrà “una giustificazione per invocare l’articolo 16 del Protocollo” (che permette alle parti di rinunciare ai suoi termini se nella pratica si rivelano dannosi).
    L’improvvisa offerta del governo presieduto da Boris Johnson ha trovato le porte sbarrate a Bruxelles, nel frattempo impegnato a rinegoziare il futuro di Gibilterra. “Non accetteremo una rinegoziazione del Protocollo“, ha tagliato corto il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali e le prospettive strategiche, Maroš Šefčovič. “Il rispetto degli obblighi legali internazionali è di fondamentale importanza”, anche se questo non ha fermato l’Unione Europea dal cercare “soluzioni pratiche e flessibili” come quella dello scorso 30 giugno “per superare le difficoltà che i cittadini dell’Irlanda del Nord stanno incontrando”.
    Preso atto della dichiarazione di Frost, il vicepresidente dell’esecutivo UE ha intimato il “rispetto del Protocollo” che “ha lo scopo di mantenere la pace sull’isola d’Irlanda”. Lo spiraglio lasciato aperto da Šefčovič riguarda solo “l’azione congiunta negli organismi paritetici” e il confronto su nuove “soluzioni creative”. Su tutto il resto, Bruxelles fa muro e a poco più di due mesi dall’entrata in vigore dell’accordo commerciale e di cooperazione con il Regno Unito già si inizia a parlare di annullamento dell’Accordo di recesso.

    Il “no grazie” è stato ribadito anche dalla presidente dell’esecutivo UE, Ursula von der Leyen, dopo una conversazione telefonica con il premier britannico Johnson: “L’Unione continuerà a essere creativa e flessibile nel quadro del Protocollo, ma non lo rinegozieremo“, ha risposto al Command paper di Downing Street inerente al Protocollo sull’Irlanda del Nord. “Dobbiamo garantire insieme stabilità e prevedibilità sull’isola”.

    Il Regno Unito chiede un “nuovo equilibrio” sull’Accordo di recesso, altrimenti minaccia di annullarlo unilateralmente. Il vicepresidente della Commissione Šefčovič respinge l’offerta e intima il rispetto degli “obblighi legali internazionali”

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    Nord Stream 2, da USA e Germania sì al completamento del gasdotto ma previste sanzioni alla Russia in caso di pressioni sull’Ucraina

    Bruxelles – Il Nord Stream 2 si farà, ma saranno previste sanzioni se la Russia dovesse usare il suo gas per fare pressioni sui Paesi dell’Europa centrale e orientale e in particolare sull’Ucraina. Dopo anni di posizioni inconciliabili, gli Stati Uniti e la Germania hanno rivelato mercoledì 21 luglio un accordo per portare a termine i lavori del gasdotto Nord Stream 2, ormai completo quasi al 98 per cento, ma contro cui gli USA si erano detti molto contrari per i timori di una maggiore influenza geopolitica e dipendenza energetica dell’Europa dal presidente russo Vladimir Putin, attraverso il gas naturale. Mosca è uno dei più grandi esportatori di gas naturale al mondo.
    Il gasdotto Nord Stream 2 collegherà la Germania alla Russia
    Il controverso gasdotto guidato dalla compagnia energetica russa Gazprom, raddoppierà il volume di gas naturale trasportato dalla Russia alla Germania attraverso il mar Baltico. Replicando, nei fatti, il percorso del gasdotto gemello Nord Stream che è già in attività. Si parla di circa 55 miliardi di metri cubi all’anno di gas verso la Germania a capacità massima. In una nota congiunta pubblicata ieri in serata, Berlino si è impegnata a rispondere a qualsiasi tentativo della Russia di usare l’energia come arma geopolitica contro l’Ucraina e altri paesi dell’Europa centrale e orientale.
    “Ci impegniamo a lavorare insieme per garantire che gli Stati Uniti e la Unione Europea possano rispondere insieme all’aggressione russa e alle attività maligne, compresi gli sforzi russi per usare l’energia come arma”, si legge nel comunicato. Se la Russia tenterà di utilizzare l’energia come arma o “commetterà ulteriori atti aggressivi contro l’Ucraina” come l’annessione illegale della penisola di Crimea nel 2014 “la Germania agirà a livello nazionale e premerà per misure efficaci a livello europeo, comprese sanzioni, per limitare le capacità di esportazione russa in Europa nel settore energetico, compreso il gas. “Questo impegno”, conclude la nota, “è progettato per garantire che la Russia non utilizzi impropriamente alcun gasdotto, incluso il Nord Stream 2, per raggiungere obiettivi politici aggressivi utilizzando l’energia come arma”.
    L’accordo tra Berlino e Washington cerca di rassicurare chi teme – anche negli Stati Uniti – i pericoli strategici del gasdotto da 11 miliardi di dollari. In caso di sanzione, Berlino promette dunque di limitare il flusso di gas russo in arrivo in Germania ed eventualmente trascinare il caso a Bruxelles per chiedere misure comuni europee. Le Istituzioni di Bruxelles per ora se ne sono chiamate fuori, il progetto è nazionale e riguarda solo la Germania e soprattutto l’UE ritiene che un nuovo gasdotto non sia necessario per l’approvvigionamento energetico del Continente. Negli ultimi dieci anni ha investito “in altri gasdotti, terminali di importazione di gas naturale liquefatto (GNL) e interconnettori in Europa che assicurano forniture sufficienti per soddisfare le esigenze energetiche del Continente”, ha chiarito Ditte Juul Jorgensen, direttore generale del dipartimento per l’energia della Commissione europea in audizione in Parlamento Ue qualche mese fa.
    Berlino prevede di nominare inoltre un inviato speciale incaricato di sostenere progetti energetici bilaterali con l’Ucraina, con un budget di 70 milioni di dollari e anche un Fondo verde per l’Ucraina per sostenere la transizione energetica, l’efficienza energetica e la sicurezza energetica dell’Ucraina con una dotazione iniziale di almeno 170 milioni di dollari. Nonostante le promesse, l’Ucraina non sembra aver preso bene la notizia definendo il Nord Stream 2 “un’arma geopolitica che sarà senz’altro usata contro l’Ucraina e contro l’Europa”, ha detto Andriy Yermak, il capo di gabinetto del presidente ucraino.

    Washington cede alla cancelliera Merkel e dà il suo via libera a completare la costruzione del controverso gasdotto per portare il gas naturale russo in Europa. Per rassicurare gli alleati, Berlino promette di limitare il flusso di gas russo in arrivo in Germania in caso di pressioni sull’Europa orientale e centrale ed eventualmente trascinare il caso a Bruxelles per chiedere misure comuni europee

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    Gibilterra, nuove tensioni UE-UK. Bruxelles presenta il suo mandato negoziale. Londra: “Minano la nostra sovranità”

    Bruxelles – La Brexit torna ad agitare Unione europea e Regno Unito, che si scontrano su Gibilterra. Bruxelles è decisa a rinegoziare il futuro della rocca, e forza la mano negoziale approvando una raccomandazione per una decisione del Consiglio dell’UE che autorizza l’apertura di trattative per un accordo bilaterale UE-Regno Unito sul possedimento britannico.
    La decisione del collegio dei commissari si spiega col fatto che l’accordo commerciale e di cooperazione raggiunto tra le due parti non comprende Gibilterra. Le relazioni della piccola penisola non sono con il blocco dei 27 è dunque privo di regolamentazioni, e Bruxelles ha deciso di colmare questo vuoto legislativo. Tanto che la decisione di intavolare trattative è accompagnata da orientamenti.

    Our proposed mandate for 🇪🇺🇬🇧 negotiations on Gibraltar aims to have a positive impact for those living and working on either side of the border between Spain and Gibraltar, while protecting the integrity of the Schengen Area and the Single Market.
    👉 https://t.co/gKjFW5oY35 pic.twitter.com/gk2oakaUoi
    — Maroš Šefčovič🇪🇺 (@MarosSefcovic) July 20, 2021

    Il team von der Leyen intende eliminare i controlli fisici e i controlli su persone e merci alla frontiera terrestre tra la Spagna e Gibilterra, garantendo nel contempo l’integrità dello spazio Schengen di libera circolazione e del mercato unico. Si intende inoltre stabilire responsabilità in materia di asilo, rimpatri, visti, permessi di soggiorno, cooperazione operativa di polizia e scambio di informazioni.
    E non finisce qui. Si intende rimettere mano al settore trasporti (areo e terrestre), lavoro (diritti dei lavoratori transfrontalieri), ambiente, cooperazione di polizia, sostegno finanziario nonché la creazione di “condizioni di parità”, quella reciprocità (level playingfield) su cui Boris Johnson e il suo governo tanto hanno protestato prima di siglare l’accordo commerciale con Bruxelles.
    Anche stavolta le reazioni britanniche non si sono fatte attendere. Londra denuncia un’invasione di campo da parte dell’UE. “Il Regno Unito, con Gibilterra, e la Spagna hanno attentamente concordato un accordo quadro pragmatico, in piena consultazione con la Commissione europea”, ricorda il ministro degli Esteri di sua Maestà, Dominic Raab, secondo cui “il mandato proposto dalla Commissione è direttamente in conflitto con tale quadro“. Secondo il capo della diplomazia britannica l’esecutivo comunitario “cerca di minare la sovranità del Regno Unito su Gibilterra”, e perciò il mandato “non può costituire una base per i negoziati”.

    UK, Gibraltar & Spain agreed balanced & pragmatic framework on Gibraltar.
    The Commission’s draft mandate fails to respect essential elements of the framework, does not reflect a real-world solution, and cannot form a basis for negotiations. https://t.co/7WFdm7aXxr
    — Dominic Raab (@DominicRaab) July 20, 2021

    Londra contesta l’azione unilaterale dell’UE. E’ vero che, come recita anche i documento di 26 pagine licenziato dal collegio dei commissari, “la Commissione è nominata negoziatore dell’Unione”, ma non piace il blitz a dodici stelle. “Abbiamo costantemente dimostrato pragmatismo e flessibilità nella ricerca di accordi che funzionino per tutte le parti e siamo delusi che questo non sia stato ricambiato”, continua Raab. “Il mandato dell’UE non riflette una soluzione concreta. Esortiamo l’UE a ripensarci”.
    Quello che non piace a Londra è l’ingerenza negli affari di un territorio sotto il controllo della corona britannica. Maros Sefcovic, il vicepresidente della Commissione responsabile del dossier, afferma che con questa iniziativa “mandiamo un segnale positivo a tutti coloro che vivono e lavorano da entrambe le parti della frontiera” di Gibilterra. Specifica che “si tratta di cooperazione regionale, non di sovranità o giurisdizione”, ma oltre Manica stigmatizzano le manovre a dodici stelle. Il braccio di ferro tra Unione europea e il suo ex Stato membro dunque continua e si rinnova.

    La Commissione europea mette a punto la linea per il futuro della Rocca: via controlli alla frontiera, uniformità di regole per trasporti, scambio di informazioni di polizia, diritti dei lavoratori. Raab: “Fuori dalla realtà, non può essere una base per trattative”