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    Gli atenei d’Europa si sollevano per fermare il genocidio a Gaza, la presidente dell’Eui: “Garantire spazio di discussione”

    Bruxelles – Dalle università americane agli atenei di tutta Europa. Le proteste studentesche contro la guerra di Israele a Gaza si sono propagate a macchia d’olio, fino a raggiungere l’Istituto universitario europeo (Eui) di Badia Fiesolana, alle porte di Firenze. E hanno costretto la presidente dell’ente di studio e di ricerca finanziato dagli Stati Ue, Patrizia Nanz, a prendere posizione: “Intendo garantire uno spazio in cui docenti e ricercatori possano porre tutte le domande“, ha assicurato la politologa tedesca in difesa dei manifestanti.Da Berlino a Roma, da Parigi a Barcellona, passando da Cambridge e Helsinki, numerosi gruppi studenteschi stanno protestando contro l’intervento militare israeliano nella Striscia di Gaza e contro la presunta complicità dei Paesi del blocco Ue. A Bruxelles, la tensione rimane alta sia all’Université libre de Bruxelles (ULB), con alcuni studenti che hanno aggredito il leader del sindacato degli studenti ebrei durante un’azione di protesta, sia all’Università fiamminga (VUB), dove per giorni è stato occupato un edificio dell’ateneo.Proprio la VUB ha deciso di interrompere un progetto di ricerca sull’intelligenza artificiale con due organizzazioni israeliane. Seguita dall’Università di Ghent, il cui rettore ha annunciato di voler chiudere la cooperazione con tre organizzazioni israeliane partner dell’ateneo, coinvolte nella produzione di equipaggiamento militare o direttamente collegate al governo di Tel Aviv.A Firenze – e in diverse città italiane – è cominciata l’Intifada studentesca, con gli allievi delle università italiane e internazionali accampati in Piazza San Marco per chiedere di fermare il genocidio a Gaza. Nel manifesto, rilanciato anche dall’Unione dei ricercatori dell’Eui, gli studenti chiedono con urgenza che ogni università si esponga pubblicamente per il cessate il fuoco e contro l’invasione israeliana di Rafah. Ma non solo: pretendono che le università rendano pubbliche le proprie attività economiche, che “disinvestano e taglino i ponti con qualsiasi organizzazione complice del genocidio“, e che intraprendano nuove iniziative per ospitare e supportare l’istruzione e la ricerca a Gaza.La presidente dell’Eui, Patriza Nanz [Ph: European University Institute]Nella giornata di ieri (16 maggio), mentre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ne discuteva con gli studenti della Sapienza alla cerimonia per i laureati, il Consiglio Accademico dell’Eui – l’organo che rappresenta tutti i professori dell’istituto – ha pubblicato una dichiarazione di ferma condanna delle violenze contro i civili in Medio Oriente, in cui ha chiesto un cessate il fuoco immediato e la liberazione degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas. Ma soprattutto, l’Eui si è impegnato a garantire che l’Istituto “rimanga uno spazio sicuro per tutti, in particolare i suoi studenti e ricercatori, per esprimere liberamente le proprie opinioni e intraprendere proteste pacifiche”.La stessa presidente si è poi esposta personalmente: “In qualità di Presidente dell’Istituto Universitario Europeo, intendo garantire uno spazio in cui docenti e ricercatori possano porre tutte le domande, anche quelle che mettono in discussione ciò che diamo per scontato, purché ciò avvenga con rigore intellettuale e rispetto della dignità delle persone coinvolte”, ha dichiarato Nanz. Spronando chi nel mondo politico e accademico si è immediatamente opposto alle proteste a “distinguere tra i vari appelli e slogan che emergono da queste proteste – alcuni dei quali possono non essere condivisi – e le loro profonde radici nella difesa della pace, dello Stato di diritto e della vita umana“.

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    Borrell avverte Israele, con l’operazione militare a Rafah mette “a dura prova” le relazioni con l’Ue

    Bruxelles – Delle linee rosse che la comunità internazionale ha indicato a Israele nella sua feroce risposta all’attacco terroristico di Hamas, l’ultima è stata quella di non intraprendere alcuna operazione militare a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove in questi otto mesi si sono ammassati più di un milione di sfollati palestinesi. Ora che Tel Aviv ha già un piede e mezzo oltre questa linea, arriva l’ennesimo avvertimento dall’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell: a rischio – se Netanyahu continuerà per la sua strada – ci sono le relazioni stesse tra l’Ue e Israele.In una nota pubblicata oggi (15 maggio), il capo della diplomazia europea ha esortato Israele – a nome dei 27 – a “porre fine immediatamente all’operazione militare a Rafah”. Un’operazione che sta causando “ulteriori interruzioni” nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza, “nuovi sfollamenti interni, esposizione alla carestia e sofferenza”. Secondo l’Ufficio di coordinamento per gli Affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha), l’offensiva di terra israeliana continua a espandersi, in particolare nella parte orientale di Rafah e intorno ai varchi di Kerem Shalom e Rafah. “A causa delle attuali operazioni militari israeliane e dell’insicurezza”, le rotte terrestri critiche di Kerem Shalom e Rafah – da lì dovrebbe entrare la maggior parte degli aiuti umanitari – “sono state chiuse dal 6 al 10 maggio 2024”, conferma Ocha.Tendopoli sulla spiaggia di Deir el-Balah, nel centro della Striscia di Gaza, in cui si stanno riversando migliaia di sfollati da Rafah (Photo by AFP)Nelle ultime settimane circa 150 mila persone hanno deciso di lasciare Rafah, seguendo l’ordine di evacuazione emanato dalle autorità israeliane verso aree che – come ritenuto dalle Nazioni Unite e sottolineato ancora una volta da Borrell – “non possono essere considerate sicure”. Per l’Alto rappresentante l’offensiva a Rafah è un punto di non ritorno: se Israele dovesse continuare a ignorare gli appelli della comunità internazionale, “ciò metterebbe inevitabilmente a dura prova le relazioni con l’Ue“.Fino ad oggi, il governo di Netanyahu è rimasto sordo a qualsiasi appello – vincolante o meno – delle maggiori istituzioni multilaterali globali. Anzi, le ha attaccate frontalmente: l’ultimo scontro si è consumato dopo la Risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che consentirà alla Palestina di divenire membro delle Nazioni Unite. Il governo israeliano l’ha respinta, e l’ufficio del primo ministro ha dichiarato che “non permetteremo loro di creare uno stato terrorista dal quale possano attaccarci ancora più forte”. Parallelamente – e non è la prima volta – l’ambasciatore israeliano presso l’Onu ha dichiarato alla radio dell’esercito che l’Onu è diventato “un’entità terroristica“.L’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep BorrellBorrell ha ribadito anche che “Israele deve consentire e facilitare il passaggio senza ostacoli dei soccorsi umanitari per i civili”. Come stabilito dalle misure provvisorie ordinate dalla Corte internazionale di giustizia il 26 gennaio e il 28 marzo per impedire un genocidio a Gaza. Sempre secondo Ocha, nei primi 10 giorni di maggio solo 9 delle 32 missioni di aiuto umanitario nel nord di Gaza sono state agevolate dalle autorità israeliane. Cinque sono state negate, undici sono state ostacolate e sette sono state cancellate a causa di problemi logistici. Allo stesso modo, nel sud della Striscia, Tel Aviv ha facilitato solo 25 delle 46 missioni di aiuto. Nove missioni sono state negate, tre ostacolate e nove sono state cancellate a causa di problemi logistici.Ricordando che, con il lancio di razzi su Kerem Shalom del 5 maggio scorso, anche Hamas è responsabile di aver ostacolato la consegna di aiuti umanitari, Borrell ha rilanciato l’invito “a tutte le parti a raddoppiare gli sforzi per raggiungere un cessate il fuoco immediato e il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi detenuti da Hamas”.

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    Israele rompe gli indugi e muove l’esercito su Rafah. Borrell: “Ci saranno molte vittime civili, non esistono zone sicure a Gaza”

    Bruxelles – Nella notte tra il 6 e il 7 maggio, Israele ha mosso le prime pedine della temuta – e osteggiata dalla comunità internazionale – operazione militare a Rafah, città nel sud della Striscia di Gaza dove si sono rifugiati più di un milione di sfollati palestinesi. Proprio mentre Hamas aveva accettato l’accordo per il cessate il fuoco e la liberazione di una parte degli ostaggi, ritenuto però da Tel Aviv “ben lontano da soddisfare le richieste di Israele”.A seguito dell’uccisione di quattro soldati israeliani in un attacco di gruppi armati palestinesi, le forze di difesa israeliane avrebbero chiuso in modo congiunto i due varchi al confine con l’Egitto, Rafah e Kerem Shalom, e – secondo quanto denunciato dall’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) – starebbero momentaneamente bloccando l’ingresso degli aiuti alla popolazione civile. Mentre l’Associated Press ha riportato che almeno 23 palestinesi, tra cui almeno sei donne e cinque bambini, sarebbero morti nella raffica di attacchi e bombardamenti a Rafah effettuata dall’esercito israeliano durante la notte.L’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell, a Bruxelles il 7/5/24“L’ultima triste notizia è che non esiste un accordo per un cessate il fuoco. Hamas ha accettato, Israele ha rifiutato e l’offensiva terrestre contro Rafah è ricominciata, nonostante tutte le richieste della comunità internazionale”, ha commentato l’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell, in un punto stampa a Bruxelles. Nonostante Israele abbia ordinato l’evacuazione della parte orientale di Rafah verso una cosiddetta “area umanitaria allargata” ad Al Mawassi, cittadina sulla costa meridionale della Striscia, Borrell teme che “ciò causerà nuovamente molte vittime, vittime civili, qualunque cosa si dica”. Perché – come già sottolineato dalle Nazioni Unite – “non esistono zone sicure a Gaza“.Oltretutto, Ocha spiega che l’area da evacuare comprende nove siti che ospitano sfollati, tre cliniche e sei magazzini per la distribuzione di aiuti umanitari. “Con gli ordini di evacuazione odierni, 277 chilometri quadrati o circa il 76 per cento della Striscia di Gaza sono stati posti sotto ordine di evacuazione”, sottolinea l’ufficio dell’Onu. A Rafah, dal 7 ottobre a oggi, si sono man mano rifugiati circa 1,4 milioni di sfollati. Ultimo grande centro abitato non ancora raso al suolo dai bombardamenti israeliani, da settimane è al centro di un braccio di ferro tra Tel Aviv e la comunità internazionale, con le Nazioni Unite e l’Unione europea in testa a chiedere con fermezza a Netanyahu di rinunciare all’invasione.Un giovane palestinese tra le rovine di un palazzo distrutto dai bombardamenti israeliani su Rafah, 7/5/24 (Photo by AFP)Ma secondo Israele la vittoria su Hamas è impossibile senza prendere anche la roccaforte dove si nasconderebbero migliaia di combattenti e dove sarebbero custoditi gli oltre cento ostaggi ancora in mano al gruppo terroristico palestinese. L’invasione di Rafah sarebbe “intollerabile” per le sue “devastanti conseguenze umanitarie e l’impatto destabilizzante nella regione“, ha dichiarato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, a cui ha fatto eco anche il commissario Ue per la Gestione delle crisi, Janez Lenarčič: “Un’offensiva di terra su Rafah è totalmente inaccettabile. Aggiungerebbe una catastrofe alla catastrofe”.La scorsa settimana, nel corso di un dibattito a Maastricht, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aveva definito “totalmente inaccettabile” un eventuale attacco a Rafah, affermando che la Commissione avrebbe preso misure concrete nel caso di un’invasione israeliana. Ora che Netanyahu sembra aver definitivamente forzato la mano, “rifletteremo con i Paesi membri sulla risposta più appropriata“, ha dichiarato il portavoce del Servizio Europeo di Azione Esterna (Seae), Peter Stano. Alla prossima riunione dei ministri degli Esteri dei 27, il prossimo 27 maggio.

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    Il Belgio prova a convincere l’Ue a bandire il ‘made in Israel’ proveniente dai territori palestinesi occupati

    Bruxelles – Bandire i prodotti israeliani provenienti dai territori palestinesi occupati. La presidenza belga del Consiglio dell’Ue prova a guidare quella che sarebbe una risposta senza precedenti al livello di Unione europea contro il partner della regione mediorientale. E’ il primo ministro del Belgio, Alexander De Croo, parlando ai media belgo-fiamminghi, a rivelare come si stia adoperando per convincere gli Stati membri dell’Ue a cancellare l’import ‘made in Israel’, con datteri, vino e olio d’oliva nel mirino.De Croo punta il dito contro la risposta dello Stato ebraico agli attacchi del 7 ottobre scorso. Dopo 35mila morti tra la popolazione palestinese e una violenza sta aumentando non solo nella Striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, “è difficile per i paesi europei dire che continueremo ad agire come se nulla stesse accadendo“, sostiene il primo ministro belga. Il Belgio, che ha sostenuto il procedimento del Sudafrica contro Israele avviato alla Corte di giustizia internazionale dell’Aia con l’accusa di genocidio, vorrebbe una risposta ferma e decisa, sa che un’azione unilaterale avrebbe “effetto zero”, e quindi cerca di compattare il blocco dei Ventisette.Immaginarsi di avere un consenso unanime su una decisione di sanzioni contro Israele è arduo, e l’obiettivo della presidenza belga è quello di avere “almeno un grande gruppo di paesi che sono disposti a fare questo passo”. De Croo si mostra fiducioso. “Ci sono un certo numero di paesi che sono aperti al nostro ragionamento“, sostiene. Partendo da questo gruppi di Paesi, che non nomina, si cerca di spingersi oltre. “Stiamo cercando di andare oltre quel gruppo di Paesi che la pensano allo stesso modo, penso che sia logico cercare di convincere altri Paesi”.La presa di posizione di De Croo si spiega anche con ragioni di governo. All’interno della coalizione i partiti Ecolo, Groen (verdi francofoni e fiamminghi), Vooruit (socialisti fiamminghi) e Cd&V (cristiano-democratici fiamminghi) avevano già chiesto lo stop all’acquisto di prodotti israeliani provenienti dai territori palestinesi occupati, ma sono stati i liberali francofoni (Mr) a frenare su questa richiesta. Richiesta che non è caduta nel vuoto, e ora il premier belga ci prova.

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    Borrell: “Ue non considera sanzioni contro funzionari israeliani”

    Bruxelles – Niente linea dura nei confronti di Israele per come lo Stato ebraico sta gestendo la risposta agli attacchi del 7 ottobre nei territori palestinesi, niente sanzioni nei confronti di funzionari dell’esercito o del governo di Tel Aviv. L’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Josep Borrell, respinge l’idea di azioni di questo tipo. “L’Unione europea non sta prendendo in considerazione misure restrittive nei confronti dei funzionari israeliani“, scandisce rispondendo a un’interrogazione parlamentare che arriva dai banchi de la Sinistra.Si chiedono lumi su come la Commissione intende fare pressione su Israele affinché vengano rispettati diritti umani e sentenze della Corte internazionale di giustizia, e la risposta che arriva da Bruxelles è all’insegna del dialogo e del convincimento. Neppure la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele è in discussione, ammette Borrell. Perché, spiega, così hanno deciso gli Stati membri dell’Ue. “Il Consiglio ha convenuto di continuare a seguire da vicino la questione e di invitare il ministro degli Esteri israeliano a una discussione” in merito alla gestione della risposta di Israele, considerata dall’Ue legittima per quanto sproporzionata.Che la situazione, soprattutto sul fronte umanitario, che si sta deteriorando sempre di più, continua a non essere motivo di linea dura da parte degli europei. Che si limitano a richiamo verbali. “L’Ue – continua l’Alto rappresentante – sottolinea costantemente l’importanza di garantire la protezione di tutti i civili in ogni momento, in linea con il diritto internazionale umanitario”. In tal senso “l’Ue ha costantemente chiesto pause umanitarie prolungate”.

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    La prima indagine sul coinvolgimento dell’Unrwa nell’attacco di Hamas smentisce Israele: “Non ci sono ancora prove”

    Bruxelles – Il rapporto della commissione indipendente incaricata dall’Onu di rivedere i meccanismi e le procedure interne all’Unrwa è una boccata d’aria fresca per l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi. E un colpo alla credibilità delle accuse di complicità con Hamas portate avanti da Israele. Non solo Tel Aviv “deve ancora fornire prove a sostegno di ciò”, ma secondo gli esperti guidati dall’ex ministra francese Catherine Colonna “l’insieme di regole in atto all’Unrwa sono le più elaborate all’interno del sistema delle Nazioni Unite”.Il team, composto dal Raoul Wallenberg Institute in Svezia, il Chr. Michelsen Institute in Norvegia e l’Istituto danese per i diritti umani, ha rilevato che l’Agenzia dispone di ampi strumenti per garantire l’imparzialità nel suo lavoro e per fornire regolarmente a Israele elenchi dei propri dipendenti. Secondo Colonna “il governo israeliano non ha informato l’Unrwa di alcuna preoccupazione relativa a qualsiasi membro del personale sulla base di questi elenchi dal 2011”.France’s Minister of Foreign Affairs Catherine Colonna (Photo by ANWAR AMRO / AFP)Nelle 54 pagine del documento finale presentato ad Antonio Guterres, risultato di nove settimane di lavoro in cui il gruppo ha condotto più di 200 interviste, incontrato le autorità israeliane e palestinesi e contattato direttamente 47 paesi e organizzazioni. La commissione indipendente ha partorito una serie di 50 raccomandazioni per l’Agenzia, raggruppate in 8 aree di possibili miglioramenti. Che vanno dalla gestione e il controllo interno a nuovi processi di valutazione per il reclutamento del personale, dall’istruzione alla neutralità degli edifici.Il presupposto rimane in ogni caso che l’Unrwa, dal 2017 a oggi, ha “stabilito e aggiornato un numero significativo di politiche, meccanismi e procedure” per assicurare l’osservanza del principio di neutralità, compresa la fornitura di informazioni e formazione per il personale per prevenire le violazioni, garantire risposte “rapide e adeguate” alle accuse o agli indizi di violazione, compresi i sistemi e le routine di segnalazione e di indagine, e applicare sanzioni disciplinari sul personale che risulta aver violato i principi di neutralità. “Ciò che deve essere migliorato sarà migliorato. Sono fiduciosa che l’attuazione di queste misure aiuterà l’UNRWA a portare a termine il suo mandato”, ha dichiarato Colonna presso la sede dell’Onu a New York dopo la presentazione del rapporto.L’ex ministra degli Esteri francese ha “incoraggiato la comunità internazionale a lavorare fianco a fianco con l’agenzia affinché possa svolgere la sua missione e superare le sfide che si presentano sul posto”. Il nodo è che – come sottolineato dal rapporto – le accuse di Israele contro 12 membri dell’Unrwa hanno provocato  la sospensione di finanziamenti all’Agenzia per un ammontare di circa 450 milioni di dollari. Già nel mese di gennaio alcuni tra i principali donors, tra cui Austria, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Romania, Svezia, Usa, Canada, Islanda, Regno Unito, Giappone e Australia, avevano deciso preventivamente di congelare i fondi. La Commissione europea ha invece scelto di mantenere i propri impegni in attesa dell’esito delle indagini – quella di Colonna e quella condotta dal massimo organo investigativo delle Nazioni Unite (l’Oios).Nei mesi successivi, Canada, Svezia e Giappone hanno seguito l’esempio di Bruxelles, e addirittura la Spagna ha deciso di incrementare il proprio supporto per l’Unrwa. “L’impatto diretto delle accuse di Israele ha rapidamente ostacolato la capacità dell’Unrwa di continuare il suo lavoro”, ha evidenziato ancora il rapporto. Lavoro che consiste nel fornire assistenza non solo nella Striscia di Gaza, ma a circa 6 milioni di profughi palestinesi in tutta la regione. Per rafforzare il rapporto di fiducia con i finanziatori, la commissione indipendente ha raccomandato all’Agenzia Onu di “aumentare la frequenza e di rafforzare la trasparenza della comunicazione con i donatori sulla sua situazione finanziaria e sulle accuse e violazioni della neutralità”. Il gruppo di revisione ha inoltre suggerito aggiornamenti regolari e “briefing sull’integrità” per i donatori interessati a sostenere l’Unrwa.L’appello a sbloccare i fondi congelati alla luce delle accuse israeliane è stato immediatamente rilanciato dal commissario Ue per la Gestione delle crisi, Janez Lenarčič che, sottolineando “il numero significativo di sistemi di conformità in atto presso l’Agenzia” rilevati dal rapporto di Colonna, ha invitato tutti i donatori a “sostenere l’Unrwa, l’ancora di salvezza dei rifugiati palestinesi”.Le parole di Josep Borrell al dibattito sulle responsabilità di IsraeleL’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, al dibattito in plenaria sulle uccisioni di operatori umanitari e giornalisti a Gaza da parte di IsraeleAnche l’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell, durante il dibattito all’Eurocamera sulle centinaia di uccisioni di operatori umanitari a Gaza per mano delle forze di difesa israeliane, ha accolto con favore i risultati dell’indagine indipendente. “Credo sia importante leggere le parole di questo gruppo di persone molto indipendenti e professionali – ha dichiarato in aula -, non sono state trovate prove delle accuse mosse ai lavoratori dell’Unrwa”. Un esito che trova una “forte convergenza” con ciò che Borrell predica da mesi, e cioè che “il lavoro dell’Unrwa va sostenuto”. Durante il dibattito, il cui input è stato dato dalla recente vicenda della morte di 7 operatori dell’ong americana World Central Kitchen, Borrell si è chiesto “quante altre volte Israele ha commesso errori” in questi 200 giorni di bombardamenti a tappeto, dal momento che sono circa 200 gli operatori umanitari uccisi e 100 i giornalisti. Oltre alle 33 mila vittime civili. In merito è stata durissima l’eurodeputata del Movimento 5 Stelle, Laura Ferrara, che ha chiesto “sanzioni mirate e la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele, come invocato dalla relatrice delle Nazioni Unite sulla Palestina, ma anche lo stop immediato all’export di ogni tipo di arma o munizione europea, che mai dovrebbe essere fornita a chi si sta macchiando di crimini di guerra”.

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    L’Unione europea ha trovato il coraggio (e l’accordo) per imporre sanzioni ai coloni israeliani violenti

    Bruxelles – A più di quattro mesi dalla proposta dell’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell, di imporre misure restrittive contro i coloni israeliani colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani contro le comunità palestinesi nei territori occupati, l’Unione europea rompe gli indugi e inserisce quattro persone e due entità nell’elenco del regime di sanzioni Ue in materia di diritti umani.Colpevoli di “tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti e la violazione del diritto alla proprietà e alla vita privata e familiare dei palestinesi in Cisgiordania”. Sono il gruppo radicale di destra suprematista ebraico Lehava – molto vicino al ministro per la Sicurezza nazionale di Israele, Itamar Ben-Gvir -, l’organizzazione giovanile Hilltop Youth e due dei suoi leader, Meir Ettinger ed Elisha Yered, ma anche Neria Ben Pazi – accusata dal 2021 di aver ripetutamente attaccato i palestinesi a Wadi Seeq e a Deir Jarir – e Yinon Levi, che ha preso parte a molteplici atti di violenza contro i villaggi vicini alla sua residenza nell’avamposto illegale della fattoria Mitarim.Questi ultimi due erano già stati presi di mira dalle sanzioni imposte a febbraio e a marzo dagli Stati Uniti. Per loro e per tutte le persone ed entità elencate nel regime di sanzioni – che si applicano ora a 108 persone fisiche e giuridiche e a 28 entità di diversi Paesi – viene disposto il congelamento dei beni detenuti sul territorio Ue e il divieto di fornire fondi o risorse economiche, direttamente o indirettamente, a loro o a loro beneficio. Inoltre, alle persone fisiche sarà impedito l’ingresso sul suolo dell’Unione europea.Esulta la Missione della Palestina presso l’Unione Europea: l’ambasciatore Adel Atieh ha dichiarato che “le organizzazioni terroristiche Lehava, Hilltop Youth e i coloni Meir Ettinger ed Elisha Yered, Neria Ben Pazi e Yinon Levi sono i principali individui ed entità terroristiche responsabili dell’assassinio di centinaia di palestinesi“. Per l’Autorità Nazionale Palestinese “si tratta di un passo fondamentale per sostenere il diritto internazionale e promuovere la causa della giustizia”. L’ambasciatore ha tuttavia sottolineato “l’urgente necessità di passi più tangibili per affrontare le cause alla radice delle continue violazioni dei diritti dei palestinesi”, perché “l’occupazione israeliana continua a operare impunemente, perpetuando l’ingiustizia e la sofferenza di milioni di palestinesi”.La decisione del Consiglio dell’Ue fa seguito a quanto messo nero su bianco dai capi di stato e di governo dei 27 nel Consiglio europeo del 21-22 marzo, quando i leader hanno chiesto di “porre immediatamente fine alla violenza in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e di garantire un accesso sicuro ai luoghi sacri” e affermato che “i responsabili di violazioni dei diritti umani devono essere chiamati a risponderne”. Esortando il Consiglio ad “accelerare i lavori per l’adozione di misure restrittive mirate”.Di fronte alla noncuranza con cui, nonostante la situazione già disastrosa a Gaza e una serie di risoluzioni delle Nazioni Unite le ritengano illegali ai sensi del diritto internazionale, il 6 marzo il governo israeliano aveva annunciato il via libera alla costruzione di 3.400 nuove abitazioni all’interno di diverse colonie nei territori occupati, i leader Ue avevano espresso una ferma condanna e esortato Israele a revocare tali decisioni.L’aumento della violenza dei coloni in Cisgiordania dal 7 ottobreMa – come dichiarato da Borrell già l’11 dicembre scorso – era ora di “passare dalle parole ai fatti”. E il segnale politico lanciato oggi dai 27, seppur non potrà certo essere risolutivo, è forte. Soltanto nell’ultimo anno Israele ha approvato la costruzione di oltre 18 mila abitazioni nei territori palestinesi occupati e – secondo una recente inchiesta del The Guardian – solo a Gerusalemme est sono più di 20 i progetti approvati o avanzati dal 7 ottobre scorso.Dall’attacco terroristico di Hamas che ha scatenato la feroce operazione militare israeliana a Gaza, sono aumentati vertiginosamente gli episodi di violenza contro la popolazione palestinese nella West Bank e a Gerusalemme Est. Un rapporto della ong Human Rights Watch, pubblicato il 17 aprile, accusa i coloni, spesso spalleggiate dall’esercito, di aver espulso «almeno sette comunità» dai propri villaggi dal 7 ottobre a oggi.Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari nei territori palestinesi occupati (Ocha-Opt), gli attacchi di coloni israeliani contro i palestinesi dal 7 ottobre sono stati 774. Da quel giorno sono stati uccisi 451 palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme est, tra cui 112 minori. Di questi, 435 dall’esercito e gli altri 16 nei raid dei coloni. I palestinesi rimasti feriti in vari incidenti che hanno coinvolto le forze israeliane o i coloni sono 4.890. Nello stesso periodo, nove israeliani, di cui cinque membri delle forze israeliane, sono stati uccisi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e 91 sono stati feriti, di cui 59 membri delle forze israeliane.

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    Israele ha attaccato una base militare in Iran, fonti Ue: “Impatto molto limitato, è un’azione minore”

    Bruxelles – L’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell, ribadisce l’invito alla “massima moderazione per tutti gli attori” in seguito alle notizie dell’attacco compiuto questa mattina (19 aprile) da Israele contro una base militare a Isfahan, provincia nel centro dell’Iran. La reazione di Tel Aviv alle centinaia di missili e droni lanciati da Teheran il 13 aprile arriva nonostante l’appello del Consiglio europeo a prendere ogni precauzione per scongiurare una pericolosa escalation.Ma da Bruxelles chiudono un occhio e buttano acqua sul fuoco: “Abbiamo visto un impatto molto limitato“, ha commentato un alto funzionario Ue: “È vero che abbiamo chiesto di non fare nulla, ma è un’azione minore”. Insomma, la linea è che se fosse questa la temuta ritorsione all’attacco iraniano, allora si può tirare un sospiro di sollievo. Perché le esplosioni a Isfahan non avrebbero causato nessun danno significativo, fanno sapere le autorità iraniane, e soprattutto perché Teheran non avrebbe per ora l’intenzione di rispondere nuovamente alla provocazione.L’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, a Capri per il G7 Esteri, 19/4/24L’offensiva iraniana del 13 aprile, che il regime ha dovuto lanciare in risposta al bombardamento israeliano sull’ambasciata di Teheran a Damasco, è “stato un errore strategico enorme”, ha dichiarato un alto funzionario a Bruxelles. Perché “è ovvio che Israele ora trae dall’attacco dell’Iran un vantaggio politico a Gaza”. Ha spostato l’attenzione sulla scala regionale del conflitto – mettendo in ombra la catastrofe umanitaria di Gaza – e ha inevitabilmente riavvicinato l’Occidente a Israele. Tant’è che anche a livello dei 27, mentre la distruzione dell’ambasciata iraniana in Siria da parte delle forze di difesa israeliane non è stata condannata perché “gli Stati membri la vedono in modo diverso“, gli stessi Paesi Ue hanno messo nero su bianco nelle conclusioni del vertice europeo che “prenderanno ulteriori misure restrittive contro l’Iran” in risposta alla sua pericolosa aggressività militare.L’accordo politico potrebbe arrivare già lunedì 22 aprile, in occasione della riunione dei ministri degli Esteri Ue a Lussemburgo. “Ne stiamo discutendo già da tempo. L’attacco iraniano contro Israele non ha fatto altro che rafforzare la discussione”, spiegano fonti Ue. Oltre al regime di sanzioni per le violazioni dei diritti umani, la repubblica islamica soggetta anche ad un quadro di misure restrittive per il trasferimento di droni militari verso la Russia. L’idea del Servizio di Azione Esterna dell’Ue (Seae) è quella di ampliare quest’ultimo regime inserendo anche i missili, e di estenderlo geograficamente, sanzionando cioè non solo gli apparecchi diretti a Mosca, ma anche il trasferimento di droni e missili a gruppi e organizzazioni non statali vicine a Teheran nella regione.Il Seae starebbe cercando inoltre gli appigli legali per colpire con le sanzioni non solo il trasferimento di missili e droni, ma anche la loro produzione. In ogni caso, il semaforo verde che può accendersi lunedì riguarda solo il quadro di riferimento: “Finora non ci sono nomi ed entità”, ha precisato la fonte.