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    Bielorussia, Consiglio Affari Esteri lavora al nuovo pacchetto di sanzioni UE contro regime Lukashenko

    Bruxelles – Non sono bastati tre pacchetti di sanzioni contro il regime del presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, per mettere fine alla repressione nel Paese. Nel corso del Consiglio Affari Esteri di oggi (lunedì 10 maggio), i ministri UE hanno deciso di iniziare a lavorare su un quarto ciclo di sanzioni, che dovrebbe essere in arrivo “nelle prossime settimane”.
    È quanto anticipato in conferenza stampa dall’alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell: “Non si ferma in Bielorussia la repressione e l’opera di intimidazione da parte del regime contro i suoi cittadini“, che dal 9 agosto dello scorso anno, il giorno delle contestate elezioni presidenziali, stanno dando vita a proteste pacifiche. “Nel nuovo pacchetto prenderemo in considerazione tutto quello che sta succedendo nel Paese”, ha aggiunto l’alto rappresentante UE, incluso il fatto che “ora è stata presa di mira anche la comunità polacca“.

    Lo ha annunciato l’alto rappresentante Borrell al termine del vertice con i ministri dei Paesi membri: “Non si ferma la repressione nel Paese, ora è stata presa di mira anche la comunità polacca”

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    Balcani occidentali, Borrell agli Stati: “Allargamento nella regione è l’unica prospettiva”

    Bruxelles – I Paesi membri UE stanno continuando a temporeggiare su dossier che andrebbero trattati come prioritari, e il tempo a disposizione sta finendo. È questo il rimprovero dell’alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ai ministri degli Esteri europei, troppo disattenti su una parte d’Europa su cui l’Unione si gioca futuro e credibilità. “È la prima volta da due anni che il Consiglio Affari Esteri prende una posizione sui Balcani occidentali, è ora di guardare alla regione in ottica geo-strategica”. Uno sfogo che riassume le difficoltà a lavorare sul file nonostante il ripetere ai Paesi balcanici di essere a un passo dall’obiettivo.
    Al termine del Consiglio Affari Esteri di oggi (lunedì 10 maggio), l’alto rappresentante UE ha ribadito una volta di più come l’allargamento verso i Balcani occidentali sia “una delle nostre priorità strategiche” e lo dimostra il fatto che oggi questo punto sia stato discusso anche prima del rapporto con gli Stati Uniti nella lotta ai cambiamenti climatici, due temi – clima e relazioni transatlantiche – in alto nelle agende delle capitali. “C’è stata una lunga discussione”, ha spiegato Borrell in conferenza stampa, che tra le righe ha coinvolto la questione del presunto non paper della Slovenia sul completamento della dissoluzione dell’ex-Jugoslavia. Non è un caso se i ministri hanno ribadito con fermezza il “rispetto dei confini e della regione in generale“, mentre Borrell ha aggiunto che “non ci devono essere dubbi sull’integrità e la sovranità della Bosnia-Erzegovina”.
    L’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell
    Ma la questione è più complessa e coinvolge le difficoltà dell’Unione nel farsi percepire come presenza affidabile sia a livello di distribuzione dei vaccini anti-COVID, sia come garante di un futuro europeo per i Balcani. “Sul fronte della pandemia COVID-19, dobbiamo ricordare costantemente che stiamo donando i vaccini, non li stiamo vendendo“, è stato il secco commento di Borrell, “e soprattutto non mettiamo condizioni a chi li riceve”.
    Sul fronte della prospettiva europea, invece, “c’è bisogno di un impegno politico più forte con i nostri partner nella regione“. Per Borrell è necessario rinforzare la “narrativa positiva” sull’attuazione delle riforme che garantiscono l’accesso all’Unione, ma anche i Paesi membri devono fare di più. “Oggi abbiamo parlato a livello teorico, adesso bisogna prendere azioni concrete“, perché “non possono passare altri due anni prima di rivedere i Balcani occidentali nell’agenda del Consiglio”. C’è bisogno di aprire i quadri negoziali con Albania e Macedonia del Nord, portare avanti i negoziati con Serbia e Montenegro, liberalizzare i visti per i cittadini del Kosovo e stimolare il processo di riforme costituzionali in Bosnia ed Erzegovina: “Parleremo di tutto questo con i leader balcanici a Bruxelles la settimana prossima“, ha anticipato Borrell.
    Scendendo più nel dettaglio, l’alto rappresentante UE ha dichiarato che “la Bulgaria è stata incoraggiata a trovare una soluzione con la Macedonia del Nord, perché Skopje ha rispettato tutte le condizioni e tutti gli altri ministri sono d’accordo” (spegnendo per il momento le ipotesi di una separazione dei dossier Albania-Macedonia per permettere a Tirana di andare avanti più velocemente). Mentre il dialogo tra Serbia e Kosovo “riprenderà entro la fine di giugno” ed è stata scartata qualsiasi ipotesi di ripartenza dei negoziati su presupposti diversi da quelli del 2020, come ventilato dai nuovi leader kosovari: “Devono studiare il dossier con attenzione e possiamo dare loro tutte le informazioni di cui hanno bisogno”, ha puntualizzato l’alto rappresentante Borrell.
    La posizione dell’Italia
    Da quanto si apprende a Bruxelles, durante il Consiglio Affari Esteri il ministro italiano Luigi Di Maio ha avvertito che “dopo l’eccellente risposta data nella prima fase della pandemia”, l’Unione Europea “si sta giocando la credibilità nei Balcani occidentali”. Questo perché non si riesce a trovare una soluzione alle difficoltà nell’aiutare la regione attraverso l’invio di vaccini. “Si sta generando un sentimento di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea“. Secondo Di Maio, non bastano i messaggi di sostegno e lo dimostra il fatto che “la nostra postura politica è troppo debole rispetto all’impegno finanziario elevato” nella penisola.
    Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio
    Al centro dell’intervento del ministro degli Esteri italiano c’è “l’adozione di conclusioni sui Balcani occidentali” e soprattutto il “rilancio del processo di allargamento” dell’UE nella regione. “Appare ancor più urgente, alla luce del rinnovato attivismo di attori terzi che possono facilmente riempire il vuoto creato dalle nostre indecisioni“. Nonostante non si possano “né creare scorciatoie, né diluire le riforme”, allo stesso tempo va evitato un circolo vizioso per cui l’assenza di una prospettiva europea concreta “rallenti o arresti il progresso dello Stato di diritto”, ha aggiunto Di Maio.
    Da parte dell’Italia c’è l’impegno per rivitalizzare il processo di allargamento, attraverso un “documento recentemente predisposto, con messaggi-chiave”. Il primo punto è lo sblocco dello stallo sull’adozione dei quadri negoziali con Albania e Macedonia del Nord. Il secondo passo, l’avanzamento nei negoziati con la Serbia, “in occasione della Conferenza intergovernativa di fine giugno”. L’UE non potrà permettersi di ignorare “quella che resta la domanda più forte che proviene dalla regione”, ha concluso il ministro italiano, con una nota sinistra: “Senza risultati sul fronte dell’allargamento, sarà difficile stabilizzare definitivamente la regione”.

    L’alto rappresentate duro con i ministri degli Esteri: “Non possono passare altri due anni prima che il Consiglio prenda una posizione sulla regione”. Rispetto dei confini, non si separano i dossier Albania-Macedonia del Nord e ripresa del dialogo Serbia-Kosovo entro fine giugno

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    Borrell: “Politica estera comune? Gli Stati UE non sono pronti a rinunciare al loro diritto di veto”

    Bruxelles – Una politica estera comune a livello europeo? Non ci sono le premesse, gli Stati europei non sono ancora pronti ad abbandonare il loro potere di veto. Una riflessione non nuova che arriva ancora una volta dall’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, intervenuto oggi (7 maggio) all’evento annuale sullo Stato dell’Unione organizzato dall’Istituto universitario europeo di Firenze. È noto che a frenare in qualche modo una definizione comune della politica estera dell’Unione è anche la necessità di raggiungere ogni volta l’unanimità in Consiglio per le decisioni in materia di politica estera e di diritti umani, uno scoglio che secondo l’alto rappresentante andrebbe superato e sostituito con un voto a maggioranza qualificata ma per ora non ci sono le premesse. “Il mio lavoro sarebbe molto più semplice”, ha scherzato il capo della diplomazia europea, “ma gli Stati non sono disposti a rinunciare al loro diritto di veto”, perché il principio dell’unanimità da raggiungere in seno al Consiglio non è altro che questo: la possibilità per tutti e Ventisette di esercitare il proprio diritto di dire ‘no’.
    Tante lacune in quella che si chiama “Azione esterna” dell’Unione europea, che non si definisce una politica estera perché agli Stati membri manca una visione comune di quello che c’è fuori dall’UE e alle sue minacce. A quasi due anni dall’insediamento della Commissione geopolitica di Ursula von der Leyen, l’atto più significativo che rimarrà legato all’eredità di Borrell è probabilmente l’introduzione di una ‘legge Magnitsky europea’, ovvero un nuovo regime di sanzioni dedicato a colpire i responsabili di violazioni dei diritti umani, introdotto dall’UE alla fine dell’anno scorso. “Sanzioni limitate”, riconosce Borrell ma solo perché l’idea di questo nuovo regime di sanzioni è quello di colpire individui o entità, non sanzioni o restrizioni economiche che possano andare a mettere in difficoltà la popolazione dei Paesi che ne sono colpiti. Una scelta di campo, apprezzabile, diversa ad esempio da quella degli Stati Uniti che nei casi di Iran e Venezuela non ha preso lo stesso tipo di impegno. Individui o enti e istituzioni: è chiaro che l’effetto è meno d’impatto rispetto a sanzioni più imponenti di tipo economico nei confronti della popolazione. “Non vogliamo aggravare una situazione umanitaria”.
    Borrell fissa poi come priorità per l’Unione europea il lavoro per ristabilire un ordine multilaterale a livello globale “profondamente danneggiato, al momento non c’è accordo su praticamente nulla”, avverte il capo della diplomazia europea. Fondamentale prima ristabilire un ordine mondiale “per avere un quadro di riferimento in cui agire” e affrontare tutte le altre questioni che per l’UE sono priorità, a partire dal cambiamento climatico. Come Unione europea “dobbiamo renderci conto della velocità e della portata dei cambiamenti che avvengono intorno a noi”, anche se l’UE non riceve abbastanza credito per ciò che ha fatto come Istituzione “sia internamente che esternamente”, conclude.

    L’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza all’evento annuale sullo Stato dell’Unione organizzato dall’Istituto universitario europeo di Firenze

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    I ministri degli Esteri preparano il G7 dei leader, a Londra si rilancia (in presenza) il “fronte delle democrazie contro le minacce globali”

    Bruxelles – È una primavera caldissima quella che si sta delineando sul fronte del rilancio delle relazioni transatlantiche, sull’onda della rinnovata intesa tra gli Stati Uniti e gli alleati europei. Un tassello dopo l’altro – dalla partecipazione del presidente Joe Biden al Consiglio Europeo di fine marzo, alla doppia trasferta del segretario di Stato, Antony Blinken, a Bruxelles per partecipare ai vertici ministeriali NATO – l’amministrazione Biden ha iniziato a tirare le fila di un confronto sulle sfide comuni per le potenze mondiali. Pace e democrazia nel mondo sono le parole d’ordine, minacciate dalle insidie russe e cinesi. Con queste premesse si è aperto oggi (martedì 4 aprile) il summit G7 dei ministri degli Esteri a Londra, il primo appuntamento in presenza dall’ormai lontano agosto 2019 in seno all’organizzazione intergovernativa.
    Da sinistra, il segretario di Stato USA, Antony Blinken, e il segretario di Stato britannico per gli Affari Esteri e il Commonwealth, Dominic Raab
    Il mini-vertice in corso alla Lancaster House di Londra è solo un antipasto del ritorno dei leader di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Giappone (con l’Unione Europea) allo stesso tavolo, in programma tra l’11 e il 13 giugno a St Ives (Cornovaglia). Ma se quelle discusse oggi sono le anticipazioni del prossimo vertice del Gruppo dei Sette, le scintille sono assicurate: “Oggi ci riuniamo per agire contro le minacce globali“, ha dichiarato il segretario di Stato britannico per gli Affari Esteri e il Commonwealth, Dominic Raab, in apertura dei lavori.
    Il padrone di casa ha fatto appello al “fronte comune delle democrazie”, perché ritrovi l’unità di fronte alle “sfide che condividiamo e che si moltiplicano” sul fronte dei diritti umani e delle libertà. Il colpo di Stato in Myanmar, le violenze in Etiopia, i programmi nucleari in Iran e Corea del Nord, la crisi in Libia e la guerra in corso in Siria, ma soprattutto i rapporti sempre più tesi tra le potenze mondiali e il tandem Russia-Cina. Sono questi i temi al centro di una strategia che è sempre più improntata sull’alternanza tra diplomazia e dissuasione, come delineato dall’atteggiamento della nuova amministrazione statunitense nei confronti del presidente russo, Vladimir Putin.
    Nella giornata di oggi è stato dato grande spazio all’escalation di tensione sul fronte ucraino, alle ingerenze in Bielorussia e alla detenzione del leader dell’opposizione russa, Alexei Navalny. Con le nazioni-partner ospitate (Australia, India, Repubblica di Corea, Sud Africa e Brunei, in qualità di presidente di turno dell’ASEAN, l’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico), domani la discussione si sposterà sui temi globali come i cambiamenti climatici, la pandemia COVID-19 e la risposta alla propaganda e disinformazione online imputata a Mosca e Pechino, attraverso un meccanismo per bloccare le fake news. Senza dimenticare il confronto sul sostegno all’educazione e all’occupazione femminile, attraverso uno stanziamento comune di 15 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni.

    The #G7UK meeting in London – the first face-to-face G7 Foreign & Development Ministers’ meeting in more than two years – is an important opportunity to drive global action to build our economies back better & greener, defend human rights & reinforce humanitarian co-operation https://t.co/99KjsefI4C
    — Dominic Raab (@DominicRaab) May 4, 2021

    Si respira ottimismo a Bruxelles dopo il confronto bilaterale tra l’alto rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e il segretario di Stato Usa Blinken, a margine del G7 ministeriale. “L’incontro è stato l’occasione per discutere di alcune delle sfide estere più urgenti”, si legge in una nota del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE). Nello specifico, sono stati affrontati “gli ultimi sviluppi nelle discussioni in corso sul Piano d’azione globale congiunto”, in vista di un “possibile ritorno” di Washington nell’accordo nucleare iraniano, “e le modalità per garantire la sua piena ed efficace attuazione”.
    Discussa anche la questione delle sanzioni della Russia contro i cittadini dell’Unione (tra cui il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli) e la situazione in Afghanistan alla luce dell’inizio del ritiro delle truppe statunitensi e degli alleati NATO dal primo maggio. “Il prossimo vertice di giugno a Bruxelles tra Unione Europea e Stati Uniti darà ulteriore slancio alle nostre relazioni“, conclude la nota. A stretto giro è arrivata la conferma di questa intenzione anche dalla Casa Bianca: “Il segretario di Stato ha ribadito l’impegno degli Stati Uniti a rivitalizzare e aumentare il livello di ambizione nelle relazioni USA-UE”, ha fatto sapere il portavoce Ned Price.

    HR/VP @JosepBorrellF meets with US Secretary of State @SecBlinken in the margins of #G7UK in London. The meeting was an opportunity to discuss on a bilateral basis some of the most urgent foreign and security challenges ahead 👇https://t.co/LSbLXvJXQL pic.twitter.com/orag14pedv
    — European External Action Service – EEAS 🇪🇺 (@eu_eeas) May 4, 2021

    Il ruolo dell’Italia
    Nel corso degli incontri bilaterali, il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha condiviso con il segretario di Stato britannico Raab “il desiderio di continuare a lavorare in modo particolarmente stretto in questo anno importante” per Italia e Regno Unito, “viste le rispettive presidenze del G7 e G20 e l’ospitalità congiunta della COP26”, fa sapere Downing Street. Soprattutto sui finanziamenti per il clima, “i ministri hanno concordato ambizioni di alto livello”.
    Di Maio, dopo aver introdotto al vertice ministeriale i dossier su Libia e Siria, si è confrontato con Raab sulla cooperazione per affrontare la “minaccia del terrorismo dal Nord Africa e dal Sahel” e per risolvere la questione di Cipro. Infine, sul capitolo Brexit, i due ministri hanno confermato l’intenzione di firmare un Accordo di cooperazione Italia-Regno Unito “entro la fine dell’anno”.

    I rapporti con Russia e Cina al centro della prima giornata della riunione ministeriale del Gruppo dei Sette, a due anni di distanza dall’ultimo summit faccia a faccia. L’UE inizia i preparativi per il confronto a Bruxelles di giugno con il presidente statunitense Biden

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    Caso Navalny, Russia vieta l’ingresso nel Paese a David Sassoli e altri sette funzionari europei per ritorsione alle sanzioni

    Bruxelles – Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, e la vicepresidente della Commissione europea, Vera Jourova, sono tra le otto cariche pubbliche dell’UE a cui oggi (30 aprile) la Russia ha vietato l’ingresso nel Paese, in risposta all’introduzione “del 2 e 22 marzo di quest’anno di misure restrittive del Consiglio dell’UE nei confronti di sei cittadini russi” per il caso dell’avvelenamento dell’oppositore russo Alexei Navalny. “L’Unione Europea continua la politica di misure restrittive unilaterali illegittime contro i cittadini e le organizzazioni russe”, si legge nel comunicato del ministero Esteri russo che ha informato delle sanzioni.
    Ferma condanna di Parlamento europeo, Commissione e Consiglio della “decisione odierna delle autorità russe di vietare l’ingresso nel territorio russo a otto cittadini dell’Unione europea. Questa azione è inaccettabile”, scrivono in una nota congiunta i tre presidenti David Sassoli, Ursula von der Leyen e Charles Michel. La definiscono “priva di qualsiasi giustificazione giuridica ed è del tutto priva di fondamento. Si rivolge direttamente all’Unione europea, non solo alle persone interessate. Questa decisione è l’ultima e sorprendente dimostrazione di come la Federazione russa abbia scelto di confrontarsi con l’UE invece di accettare di correggere la traiettoria negativa delle nostre relazioni bilaterali”. Lasciano aperta la possibilità di adottare misure appropriate in risposta alla decisione delle autorità russe.
    “A quanto pare, non sono il benvenuto al Cremlino? Lo sospettavo un po ‘… Nessuna sanzione o intimidazione fermerà il Parlamento o me dalla difesa dei diritti umani, della libertà e della democrazia. Le minacce non ci zittiranno. Come ha scritto Tolstoj, non c’è grandezza dove non c’è verità”, ha scritto Sassoli in un tweet.

    Apparently, I’m not welcome at the Kremlin? I had suspected it a bit… No sanctions or intimidation will stop the @Europarl_EN or me from defending human rights, freedom, and democracy. Threats will not silence us. As Tolstoy wrote, there is no greatness where there is no truth.
    — David Sassoli (@EP_President) April 30, 2021

    Gli altri sei nomi sono Ivars Abolins, presidente del Consiglio nazionale della Lettonia per i media elettronici; Maris Baltins, direttore del Centro statale per il linguaggio della Lettonia; Jacques Maire, membro della delegazione della Francia all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa; Jörg Raupach, capo della procura di Berlino; Osa Scott, capo del laboratorio di chimica, biologia, radiazioni e sicurezza nucleare dell’istituto di ricerca di difesa della Svezia; Ilmar Tomusk, capo del dipartimento per il linguaggio dell’Estonia. Da Mosca usano toni durissimi. “Questa pratica è contraria alla Carta delle Nazioni Unite e alle norme fondamentali del diritto internazionale”, prosegue il comunicato.
    “Tutte le nostre proposte per risolvere eventuali problemi che sorgono tra Russia e Ue nella modalità del dialogo professionale diretto vengono costantemente ignorate o respinte”, ha sottolineato il ministero. Secondo Mosca le sanzioni dell’Unione europea “non lasciano dubbi sul fatto che il loro vero obiettivo sia frenare ad ogni costo lo sviluppo del nostro Paese e imporre il loro concetto unilaterale di un ‘ordine mondiale basato su regole’ che mina il diritto internazionale. Lanciare una sfida aperta all’indipendenza della politica estera e interna russa. Questo viene fatto apertamente e deliberatamente. E, naturalmente, con la conoscenza e l’incoraggiamento degli Stati Uniti, che non nascondono il loro interesse a trasformare l’Europa in un’arena di acuto confronto geopolitico”, ha osservato il ministero.
    Appena due giorni fa, in Parlamento europeo il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, aveva parlato di tensioni crescenti tra Russia e Occidente, con continue tattiche intimidatorie da parte di Mosca: dal caso Navalny, prima avvelenato e poi incarcerato; alle truppe ammassate al confine con l’Ucraina (poi ritirate) o ancora la crisi diplomatica con la Repubblica Ceca dopo l’accertamento di alcune azioni spionistiche russe. Mentre l’Unione Europea si è detta impegnata a non voler “alimentare ulteriormente una dinamica di escalation” se anche si dice decisa “a non accettare tattiche intimidatorie” da parte di Mosca alle quali “dobbiamo rispondere se accadono”, ha precisato Borrell. Ora è il momento di non lasciare
    Le reazioni
    Da Bruxelles si è mossa nell’immediato un’ondata di messaggi di solidarietà verso Sassoli e Jourova per le sanzioni. “Tanto ingiustificate quanto inutili”, afferma il commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni.

    Solidarietà a @DavidSassoli @VeraJourova e altri esponenti europei colpiti da sanzioni russe. Tanto ingiustificate quanto inutili.
    — Paolo Gentiloni (@PaoloGentiloni) April 30, 2021

    “La mia totale solidarietà al Presidente Sassoli per la decisione delle autorità russe di vietare l’ingresso suo e di altri rappresentanti in Russia, come risposta alle #sanzioni per il caso Navalny. Non ci pieghiamo alle minacce. Grazie David per il tuo coraggio”, scrive Brando Benifei, capo delegazione del Partito Democratico all’Europarlamento. “Serve ora una reazione ferma e decisa di tutte le istituzioni per questo atto ostile e ingiustificato”, afferma l’eurodeputata S&D, Pina Picerno, a cui fa eco anche Patrizia Toia, che parla di “inaccettabile decisione con cui il governo russo vuole limitare l’ingresso di Sassoli e degli altri rappresentanti in Russia, dopo che l’UE si è schierata a favore di Navalny. Solidarietà al Presidente: saremo sempre dalla parte dei diritti e della libertà”. “Le minacce russe non saranno mai più forti della nostra libertà”, commenta anche l’eurodeputato Nicola Danti (Italia Viva). “Presidente Putin, può sanzionare tutti i deputati che vuole, ma non ci zittirà. Piena solidarietà da parte del Partito popolare europeo”, scrive su twitter il capogruppo, Manfred Weber. Solidarietà al presidente del Parlamento Europeo e agli altri rappresentanti Ue che viene espressa anche dalla delegazione della Lega all’Europarlamento, dentro al gruppo Identità e Democrazia. “Le sanzioni ingiustificate e le intimidazioni non sono la risposta per normalizzare i rapporti e aiutare il dialogo”, scrive in una nota.
    Solidarietà che arriva anche da Roma. “Un gesto di ostilità incomprensibile, non compatibile con i valori della democrazia europea e con i principi del diritto internazionale”, commenta il presidente della Camera, Roberto Fico. “Nessuna intimidazione verso lui e altre autorità europee può essere tollerata. Il Parlamento UE è il cuore della nostra democrazia liberale. Chi attacca David Sassoli attacca l’Europa”, scrive il Sottosegretario con delega agli affari europei, Enzo Amendola.

    Ferma condanna dell’Unione Europea: “Azione inaccettabile”, scrivono i tre presidenti Sassoli, von der Leyen e Michel. Colpita anche la vicepresidente della Commissione per i Valori e la Trasparenza, Vera Jourova, insieme alle altre sei cariche pubbliche. Per Mosca le sanzioni dell’UE mirano a frenare ad ogni costo lo sviluppo “del nostro Paese”

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    Borrell in Parlamento: “Dalla Russia continue intimidazioni all’Occidente, l’UE lavora su de-escalation”

    Bruxelles – Tensioni crescenti tra Russia e Occidente, mentre l’Unione Europea continua a rimanere impegnata a non voler “alimentare ulteriormente una dinamica di escalation” se anche si dice decisa “a non accettare tattiche intimidatorie” da parte di Mosca. Tattiche intimidatorie alle quali “dobbiamo rispondere se accadono”, precisa Josep Borrell.
    Il caso dell’oppositore russo Alexey Navalny, prima avvelenato e poi incarcerato; le truppe ammassate al confine con l’Ucraina (poi ritirate) o ancora la crisi diplomatica con la Repubblica Ceca dopo l’accertamento di alcune azioni spionistiche russe. Tutte tattiche intimidatorie: così le definisce l’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza in un intervento durante la sessione plenaria del Parlamento europeo di oggi (28 aprile), sostenendo che quella messa in atto dalle autorità russe è “una tendenza preoccupante” perché sceglie di alimentare il confronto o lo scontro con l’Occidente e con l’Unione Europea “attraverso continui attacchi con disinformazione e altre attività negative”.
    Queste le parole di Borrell, secondo cui Bruxelles deve invece trovare un modus vivendi, un atteggiamento costruttivo “che eviti il ​​confronto costante con un vicino che sembra invece aver deciso di comportarsi da avversario”. Mentre il capo della diplomazia europea “affrontava” l’Emiciclo, è arrivata la notizia dell’espulsione di altri 7 diplomatici europei (di Slovacchia, Lettonia, Lituania ed Estonia) presso l’ambasciata di Mosca, nel contesto della crisi diplomatica in corso tra Russia e Repubblica Ceca che ha già visto l’espulsione reciproca del personale diplomatico, con più di cento persone. Una crisi scoppiata quando Praga ha scoperto il coinvolgimento di alcune spie russe nelle esplosioni del 2014 nei depositi di munizioni presenti nella città di Vrbetice, in cui sono morti due cittadini cechi.
    Borrell lo dice chiaramente: le relazioni tra Unione europea e Russia sono ai ferri corti, i rapporti continuano a deteriorarsi e sono “al punto più basso e non si può escludere che la tendenza negativa prosegua”. L’Unione europea è però interessata a evitare ogni tipo di confronto diretto. Il presidente del Consiglio europeo ha convocato per il 25 maggio un Consiglio europeo – non previsto e in presenza per i leader – che avrà all’ordine del giorno la lotta contro il COVID, le questioni climatiche ma anche le tensioni con Mosca. L’UE pronta a impegnarsi “in aree di chiaro interesse comune” e a mantenere aperto il canale di comunicazione con Mosca e a cercare di migliorare le relazioni ma solo se la Russia mostrerà “la volontà genuina di farlo”.
    Dall’Aula di Bruxelles arriva l’esortazione a non far passare sotto silenzio le condizioni di Navalny incarcerato, che ha di recente interrotto lo sciopero della fame che aveva iniziato dopo essersi visto negare la possibilità di vedere medici di fiducia. “Ora l’attivista russo sta meglio, ma sicuramente la sua persecuzione non è finita qui: non possiamo e non dobbiamo abbandonare quest’uomo coraggioso”, ha ricordato Fabio Massimo Castaldo, europarlamentare del Movimento 5 Stelle e vicepresidente del Parlamento europeo durante il suo intervento in plenaria.

    Rapporti tesi con Mosca che saranno sul tavolo dei capi di Stato e governo al Summit del 25 maggio. Per il capo della diplomazia europea la Russia sceglie di alimentare lo scontro con i Paesi occidentali, mentre Bruxelles rimane impegnata a tenere aperto il canale del dialogo

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    Elezioni in Albania, Edi Rama festeggia il terzo mandato. L’UE invita a un “dialogo costruttivo tra tutte le forze politiche”

    Bruxelles – La Commissione elettorale centrale albanese domenica sera aveva avvertito: “Ci vorranno 48 ore per lo scrutinio”. E 48 ore sono servite per decretare la vittoria del Partito Socialista del premier uscente, Edi Rama, alle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale. Nella capitale Tirana sono in corso i festeggiamenti per la riconferma di Rama alla guida del Paese per il terzo mandato consecutivo: un “record storico”, come lo ha definito lo stesso vincitore.
    Terminato lo scrutinio delle schede elettorali, il partito del premier socialista ha conquistato il 48,66 per cento dei voti, aggiudicandosi 74 seggi su 140 al Parlamento. Rama potrebbe contare anche sui 3 seggi ottenuti a sorpresa (con il 2,24 per cento delle preferenze, +1,3 rispetto alle elezioni del 2017) dal Partito Socialdemocratico (PSD), che si è detto disponibile a collaborare con i socialisti. Non è bastato l’exploit del Partito Democratico (PD) di Lulzim Basha, al 39,42 per cento (+10,58) per mettere in discussione il risultato delle urne, complice anche la disfatta del Movimento Socialista per l’Integrazione (LSI) di Monika Kryemadhi (moglie del presidente della Repubblica, Ilir Meta), crollato al 6,81 per cento (-7,47). All’opposizione andrebbero complessivamente 63 seggi al Parlamento, 59 al PD e 4 all’LSI.

    “La nostra grande vittoria ci impone l’obbligo di tendere ai democratici una mano di sincera collaborazione“, ha dichiarato Rama davanti ai suoi sostenitori, dopo aver dedicato buona parte del suo discorso alla necessità di voltare pagina nelle relazioni tra forze politiche. Negli ultimi due anni (da febbraio 2019) non è esistita opposizione parlamentare in Albania, dopo la decisione di PD e LSI di abbandonare l’Aula in segno di protesta per le accuse di corruzione del partito al governo e i sospetti di compravendita di voti alle elezioni del 2017. Il premier ha invitato gli sconfitti a “lasciare alle spalle le tensioni politiche”, per favorire un dialogo sulle questioni di interesse nazionale.
    Il leader del Partito Democratico d’Albania, Lulzim Basha
    Ma a corto giro è arrivata la dura replica del leader dell’opposizione Basha, che ha definito il risultato del voto “un massacro elettorale”. Secondo il frontrunner del PD, “siamo entrati in questa battaglia non contro un avversario politico, ma contro un regime“, che avrebbe fatto “di tutto per compromettere una corsa elettorale leale”. Il Partito Democratico non solo si è rivolto alla Commissione elettorale centrale per un riconteggio dei voti in tutti i seggi, ma ha anche chiesto la copia del materiale relativo al processo di voto e di scrutinio. “I nostri sforzi per fare valere la democrazia in Albania non sono bastati“, ha rincarato la dose Basha, sottolineando che attraverso il “furto dei dati personali dei cittadini, le minacce agli elettori e decine di migliaia di schede non valide”, Rama si sarebbe assicurato “la differenza di voti fra le parti”.
    La posizione dell’UE
    In una nota congiunta dell’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e del commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) ha riconosciuto “l’esercizio del voto democratico” del popolo albanese e si è congratulato “con tutti coloro che hanno contribuito a renderlo possibile”.
    Da sinistra, il commissario europeo per l’Allargamento, Olivér Várhelyi, e il premier albanese, Edi Rama
    Tuttavia, emerge preoccupazione per “l’uso improprio di risorse e funzioni statali da parte del partito al governo e di altri personaggi pubblici”, come evidenziato dagli osservatori sul campo. Le presunte irregolarità “dovrebbero essere portate rapidamente all’attenzione della Commissione elettorale centrale” e i casi “debitamente indagati, compreso l’acquisto di voti”. Borrell e Várhelyi hanno però incoraggiato “tutte le forze politiche a garantire il funzionamento efficace e democratico delle istituzioni del Paese”, a partire dal “rispetto dei risultati delle elezioni“.
    La prospettiva auspicata da Bruxelles è quella di un ingresso dell’Albania “nella fase successiva” del processo di adesione all’UE, “con la prima Conferenza intergovernativa per avviare i negoziati il ​​prima possibile”. Per raggiungere questo obiettivo, al nuovo governo albanese si chiede di “perseguire con determinazione il programma di riforme del Paese, in particolare sullo Stato di diritto“, senza che gli sforzi siano frenati dal periodo di transizione fino all’inaugurazione del nuovo Parlamento.

    Il primo ministro uscente e leader del Partito Socialista conquista il 48,6 per cento dei voti e 74 seggi su 140 al Parlamento nazionale. L’alto rappresentante UE Borrell preoccupato per “l’uso improprio di risorse statali” nel processo elettorale, ma chiede il “rispetto del risultato”

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    Nord Stream 2 continua a dividere l’UE. Tusk: “Va fermato”. E Gazprom fa notare che la domanda di gas aumenta

    Bruxelles – L’Europa deve fare i conti con la realpolitik. Una volta di più, dopo la questione turca di sedie mancanti e opportunità mancate, sulla Russia l’Unione degli Stati si perde. Nessuna sanzione contro Mosca per le rinnovate tensioni in Ucraina, nonostante – parole dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Josepp Borrell – la Russia abbia concentrato più di 150mila truppe sul confine ucraino e in Crimea. Una provocazione e forse qualcosa di più che vede l’UE impreparata e forse incapace di contromisure.
    La  riunione dei ministri degli Esteri ha prodotto poco. Appelli e richiami, nulla di più. Un esito che visibilmente non piace a Donald Tusk. “Se davvero vuoi fermare l’aggressione russa contro l’Ucraina, devi fermare Nord Stream 2“, dice il presidente del Partito popolare europeo sul nuovo corridoio del gas euro-russo. “Semplice”. A dirsi, ma non certo a farsi, perché il progetto di conduttura sottomarina serve alla Germania e pure all’Europa, ma in misura assai minore e forse anche meno ancora. Nord Stream 2, collegherebbe Russia e Germania al termine della sua corsa negli abissi attraverso golfo di Finlandia, repubbliche baltiche, Kaliningrad e Polonia, prima di riafforare su suolo tedesco. Una conduttura da affiancare al già operante Nord Stream. Il progetto prevede una capacità totale di 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno.
    Con la conduttura la Germania diventerebbe l’hub europeo del nord Europa, e l’Unione potrebbe vedere le emissioni di gas a effetto serra ridotte del 14% rispetto ai livelli attuali. Nell’ottica di una conversione verso un modello produttivo sostenibile e l’abbandono delle fonti fossili più inquinanti il progetto ha una sua valenza. Ma andare avanti vuol dire legarsi mani e piedi al fornitore russo, che nel gas non presente su suolo comunitario e di cui l’Europa ha bisogno ha una potente arma di ricatto. Del resto già in passato Putin ha utilizzato l’arma della risorsa energetica per cercare di scompaginare il club a dodici stelle. La linea morbida dell’Europa si spiega anche in ragione di questa dipendenza strategica.

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    — Gazprom (@GazpromEN) April 19, 2021

    Tusk affida la sua linea politica ai canali sociali, esternando le divisioni interne ad un partito – il PPE – i cui membri non sono del tutto unanimi a procedere, Anche gli stessi tedeschi del PPE sono divisi. Addirittura il 56% degli europarlamentari del CDU/CSU, la truppa di Angela Merkel a Bruxelles e Strasburgo, è favorevole. Ciò nonostate Tusk si prende la briga di sfidare pubblicamente Merkel su un tema delicato. Nel dibattito europeo interviene Gazprom, ricordando come stanno le cose. Il colosso energetico russo diffonde un comunicato in cui ricorda che le temperature rigide di un aprile più freddo degli ultimi anni la domanda di gas di Unione europea e Ucraina non si è ancora fermata. Comunicazione di servizio a ricordare che c’è un grande bisogno di Russia e del suo fornitore.
    Quando si parla di Russia l’Europa si scontra con i suoi limiti geopolitici. La Commissione von der Leyen che pure in pù di un’occasione ha dichiarato la volontà di essere per l’appunto una Commissione geopolitica, di fronte agli Stati membri che tentennano e alle dipendenze economiche con Mosca si mostra remissiva. Intanto Putin sposta gli uomini e ammassa le truppe.

    Il presidente del Partito popolare europeo irritato da mancate sanzioni contro la Russia per le tensioni in Ucraina. Il fornitore energetico russo ricorda i limiti geopolitici dell’Europa