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    Sul Memorandum con la Tunisia non è ancora detta l’ultima parola. I Greens vogliono bloccare i 150 milioni Ue di sostegno al budget

    Bruxelles – L’accordo di partenariato strategico siglato lo scorso luglio da Ursula von der Leyen e Kais Saied continua a fare rumore. Il gruppo dei Verdi al Parlamento europeo ha annunciato che solleverà un’obiezione per bloccare almeno l’esborso – previsto nel capitolo relativo all’assistenza macroeconomica incluso nel Memorandum – di 150 milioni di euro di sostegno al budget tunisino dalla casse Ue.Per sospendere il finanziamento, la commissione parlamentare competente – in questo caso quella per gli Affari Esteri (Afet) – può presentare una proposta di risoluzione motivata in cui afferma che “un progetto di atto o misura di esecuzione non è coerente con il diritto dell’Unione” e sottoporla al voto della plenaria dell’Eurocamera. Anche se l’obiezione non sarebbe in ogni caso vincolante per la Commissione europea.L’eurodeputata olandese, Tineke Strik, ha pubblicato la lettera che i Verdi hanno indirizzato alla commissione Afet. In cui denunciano di “non aver mai ricevuto una risposta conclusiva da parte dell’esecutivo Ue” alle continue richieste di informazioni sul controllo del rispetto dello stato di diritto, della democrazia e dei diritti umani nell’ambito dell’accordo con la Tunisia e sull’eventuale applicazione di qualche forma di condizionalità per autorizzare i finanziamenti.L’eurodeputata del gruppo dei Verdi, Tineke StrikPerché in un Paese in cui “lo Stato di diritto e i diritti umani sono continuamente sottoposti a forti pressioni da parte del governo centrale”, un supporto al bilancio da 150 milioni di euro non dovrebbe essere preso alla leggera. Nella lettera, cofirmata da Strik e dai colleghi Erik Marquardt e Mounir Satouri, si elencano “le continue vessazioni, i licenziamenti e le detenzioni arbitrarie di giornalisti, avvocati, difensori dei diritti umani e oppositori politici”, che “costituiscono un grave attacco ai principi fondamentali dello Stato di diritto“.Per questo, e per il “trattamento riservato ai migranti dalle autorità governative nell’ultimo anno, tra cui violenze fisiche e abbandono del deserto”, i Verdi europei sostengono che la decisione di concedere i 150 milioni di euro al governo di Saied violi l’articolo 21 del Trattato sull’Unione europea, secondo cui l’azione esterna dell’Unione europea deve essere guidata dai principi della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti umani e delle libertà fondamentali.Solo pochi giorni fa, nel corso di un’audizione in Commissione Libertà Civili (Libe) con la commissaria Ue per gli Affari Interni, Ylva Johansson, Amnesty International aveva denunciato le “continue espulsioni di massa” portate avanti dal governo di Kais Saied, che avvengono “sempre con lo stesso schema”. Quello già ampiamente documentato la scorsa estate, quando centinaia di migranti sub-sahariani erano stati caricati su pullman che da Sfax – principale località di partenza per l’Europa – li avevano abbandonati nel deserto al confine con la Libia. Inoltre, aveva avvertito Amnesty International, “la polizia tunisina è estremamente corrotta” e “prende soldi anche da chi lavora con i trafficanti”.Visto poi che – dopo la firma del Memorandum – le autorità tunisine hanno rifiutato l’accesso nel Paese a delegazioni ufficiali della Commissione europea e dell’Eurocamera – Strik, Marquardt e Satouri si dicono “preoccupati per il grado di responsabilità e di controllo parlamentare di questo sostegno al bilancio del governo tunisino”.Quei 150 milioni, che sarebbero una misura urgente per rimpinguare le casse di Tunisi in attesa di ulteriori 900 milioni vincolati allo sblocco di un maxi-prestito da 1,9 miliardi del Fondo Monetario Internazionale, “rischiano di finire nelle mani sbagliate e di sostenere un governo non democratico, mentre i benefici effettivi per la popolazione tunisina sarebbero limitati”. Secondo i Greens “esistono altri modi più efficaci per rafforzare il sostegno diretto alla popolazione tunisina, tra cui le organizzazioni della società civile”.

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    Von der Leyen lancia l’Alleanza globale contro il traffico di persone migranti: “Prevenzione, risposta e alternative legali”

    Bruxelles – L’annuncio era arrivato a metà settembre, durante l’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, e dopo due mesi l’Alleanza globale per contrastare il traffico di persone migranti si è riunita per la prima volta a Bruxelles per tentare di definire il campo d’azione e i partenariati internazionali necessari per “combattere questa attività criminale e fermare questa intollerabile sofferenza umana”. Ad aprire oggi (28 novembre) la prima conferenza internazionale della nuova Alleanza è stata la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, con un intervento che non solo ha tracciato le tre direttrici dell’azione globale contro il traffico di persone migranti, ma che ha anche anticipato il lavoro in corso per l’aggiornamento della legislazione comunitaria in materia.La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen (28 novembre 2023)“Sappiamo quanto è difficile, ma dove siamo riusciti a unire le forze con i Paesi vicini e lontani e con le organizzazioni internazionali, i progressi stanno già accadendo”, ha esordito la numero uno della Commissione, facendo subito un riferimento all’Italia (rappresentata alla conferenza di oggi dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi). “A settembre ero a Lampedusa, una delle porte tra Europa e Africa”, quando – insieme con la premier Giorgia Meloni – è stato lanciato un piano d’azione in 10 punti (che ha però nascosto alcuni punti controversi tra Roma e Bruxelles): “Da allora abbiamo migliorato la situazione con un duro lavoro insieme all’Italia, le agenzie Onu e la Tunisia”. Tuttavia von der Leyen ha voluto ricordare che “la gestione della crisi è importante, ma non è abbastanza, dobbiamo costruire una risposta sistemica” sulla base dei partenariati anti-traffico “che abbiamo creato in questi anni con i Balcani Occidentali e con altri Paesi-chiave ai nostri confini, come Marocco e Tunisia”.Di qui si arriva alla necessità secondo la leader della Commissione Ue di una “più ampia cooperazione globale“, che affronti la “natura internazionale delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di migranti e operano in modo trans-frontaliero lungo tutte le rotte migratorie”. La nuova Alleanza “dovrebbe essere globale non solo in senso geografico, ma anche nei suoi obiettivi: focalizzata sulla prevenzione, sulla riposta e sulle alternative legali“. La direttrice più urgente è quella della risposta al traffico di persone migranti, che coinvolge da vicino Bruxelles. “Stiamo lavorando a livello Ue per aggiornare la nostra legislazione anti-traffico che è vecchia di 20 anni“, ha annunciato von der Leyen, riferendosi alla direttiva del 2002 che stabilisce una definizione comune del reato di favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali. “Lo faremo con un aggiornamento della definizione di crimine di traffico di migranti, un rafforzamento delle sanzioni, un’estensione della giurisdizione, un miglioramento della cooperazione e con un centro europeo di coordinamento”, sono le linee anticipate dalla leader della Commissione Ue.Da sinistra: la commissaria per gli Affari interni, Ylva Johansson, e la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen (28 novembre 2023)Per quanto riguarda le altre due direttrici della conferenza presieduta dalla commissaria per gli Affari interni, Ylva Johansson, è considerata “essenziale” la dissuasione delle persone migranti “dal mettersi nelle mani dei trafficanti”, ha spiegato von der Leyen, parlando di “campagne informative e lotta contro le pubblicità sui social media degli attraversamenti illegali con pagamenti digitali”. Sul piano delle “alternative legali per le persone che vogliono cercare fortuna all’estero“, la stessa leader della Commissione ha voluto sottolineare che “è un interesse di tutti, in Europa la carenza di manodopera ha raggiunto livelli record, mentre in altri continenti ci sono milioni di persone che cercano lavoro e istruzione”, anche se le iniziative per l’abbinamento di domanda e offerta di lavoro vanno di pari passo con “il ritorno di persone irregolari nei Paesi di origine”. Dalla conferenza di oggi a Bruxelles parte il lavoro di un gruppo di esperti a livello tecnico per portare avanti le tre direttrici, prima di una nuova conferenza fra un anno. “È l’inizio di un percorso condiviso, per questo lanciamo un invito all’azione aperto a tutti quelli che vogliono unirsi in questa missione“, dalle istituzioni Ue alle agenzie Onu, fino a governi, autorità nazionali, organizzazioni internazionali e piattaforme online: “Con l’Alleanza globale possiamo iniziare una nuova era di cooperazione”, è la promessa di von der Leyen.Cosa prevede la proposta Ue contro il traffico di persone migrantiLa commissaria per gli Affari interni, Ylva Johansson (28 novembre 2023)Al termine della conferenza sull’Alleanza globale, è stata la commissaria Johansson a dettagliare alla stampa la proposta vera e propria dell’esecutivo comunitario per l’aggiornamento del quadro legislativo con “norme minime” rispetto alla direttiva del 2002. Il primo dei cinque obiettivi è quello di arrivare a “una definizione più chiara del reato di traffico”, compresa “l’istigazione pubblica a entrare nell’Ue senza autorizzazione”, che diventerà “un reato penale” (così come la strumentalizzazione messa in atto da attori statali, “per esempio quello che sta facendo ora la Russia alla frontiera con la Finlandia“, ha precisato Johansson). Il secondo obiettivo è quello dell’armonizzazione delle sanzioni, con un innalzamento del massimo della pena detentiva da 8 a 15 anni per “casi di reati aggravati”. Il terzo obiettivo è far in modo che la giurisdizione degli Stati membri si applichi anche in acque internazionali in caso di morte delle persone a bordo di un’imbarcazione o di reati commessi a bordo di navi o aerei immatricolati negli Stati membri. In ogni caso la Commissione Ue precisa chiaramente che “attività come l’assistenza umanitaria da parte delle Ong, l’adempimento di un obbligo legale di ricerca e salvataggio, l’assistenza da parte dei familiari e degli stessi migranti non devono essere criminalizzate“.L’aggiornamento della legislazione comunitaria riguarda “risorse adeguate” per gli Stati membri “per garantire un’efficace prevenzione, indagine e perseguimento dei trafficanti” e il miglioramento della raccolta e della comunicazione dei dati statistici “su base annuale”. È anche per questo motivo che la proposta della Commissione Ue prevede un nuovo Regolamento per rafforzare il ruolo di Europol e la cooperazione tra agenzie nella lotta contro il traffico di persone migranti e la tratta di esseri umani. Il Centro europeo apposito “sarà rafforzato e sostenuto” dagli Stati membri, da Eurojust, Frontex e dalla Commissione Europea, per la produzione di relazioni annuali, analisi strategiche, valutazioni delle minacce e azioni investigative. Il Regolamento include concetti di “task force” e “dispiegamento di Europol per il supporto operativo”, definiti “strumenti avanzati di coordinamento e supporto analitico, operativo, tecnico e forense” agli Stati membri, mentre non cambia il quadro operativo in Paesi terzi, “che può avvenire solo con accordi bilaterali”, ha precisato Johansson.
    A margine della conferenza a Bruxelles, l’esecutivo Ue ha presentato anche l’aggiornamento della legislazione comunitaria anti-traffico “vecchia di 20 anni”, attraverso il rafforzamento delle sanzioni, l’estensione della giurisdizione e il miglioramento della cooperazione con Europol

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    Il nodo dei ‘rifugiati climatici’ in aumento, un problema politico per l’Ue

    Bruxelles – Un fenomeno in aumento e che crescerà ancora. Un problema reale, naturale, sociale, economico e ancor più politico. Perché nel diritto comunitario manca ancora una definizione di ‘rifugiato climatico’, e riconoscerlo vorrebbe dire dover aprire confini e frontiere a masse di migranti crescenti. Ma i numeri parlano chiaro, e il centro studi e ricerche del Parlamento europeo li raccoglie e li aggiorna. Dal 2008 oltre 376 milioni di persone in tutto il mondo sono state costrette a lasciare la propria abitazione a causa di inondazioni, tempeste di vento, terremoti o siccità, con un record di 32,6 milioni solo nel 2022. Non è la prima volta che il centro studi e ricerche del Parlamento europeo si sofferma sulla questione dei rifugiati climatici. L’ultimo rapporto realizzato nel 2021 censiva 318 milioni di sfollati causa eventi meteorologici estremi dal 2008. In due anni soltanto, dunque, si contano 58 milioni di sfollati ulteriori in tutto il mondo. Ma a dirla tutta “dal 2020 si è registrato un aumento annuo del numero totale di sfollati a causa di catastrofi rispetto al decennio precedente in media del 41 per cento”. Si tratta, guardando i numeri, di una “tendenza al rialzo chiara in modo allarmante”. Tanto che nello scenario peggiore si stima che “1,2 miliardi di persone potrebbero essere sfollate entro il 2050 a causa di disastri naturali e altre minacce ecologiche”. Un invito ad agire. Con la transizione sostenibile e la sua traduzione in pratica, certo. Ma pure con politiche di prevenzione e mitigazione dei rischi. Perché, avvertono gli analisti di Bruxelles, “con il cambiamento climatico come catalizzatore trainante, il numero di rifugiati climatici continuerà ad aumentare”, come dimostra l’ultimo anno, quello in corso. Mettendo insieme i principali eventi di cronaca, emerge come “solo nel 2023 centinaia di migliaia di persone sono state colpite da pericoli naturali e gravi catastrofi meteorologiche in tutto il mondo”. Qualche esempio: a settembre la tempesta Daniel ha causato la morte di oltre 12mila persone in Libia e 40mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case; nel corso dell’estate le temperature nella regione del Mediterraneo e negli Stati Uniti hanno raggiunto livelli record e le inondazioni in Emilia-Romagna hanno ucciso 14 persone e provocato 50mila sfollati.“Il cambiamento climatico continuerà ad avere un effetto enorme su molte popolazioni, soprattutto quelle delle zone costiere e pianeggianti”, avverte il documento di lavoro. Uomini, donne e bambini si metteranno in marcia, ancora di più di adesso, perché il crescente impatto del cambiamento climatico sta rendendo alcune aree sempre più inabitabili, rendendo difficile il ritorno. Ma qui c’è il nodo politico della questione. Perché già adesso gli Stati membri dell’Ue litigano sulla gestione dei flussi, insistono sulla necessità di fermare le partenze per ridurre gli sbarchi. Un approccio che sembra in contrapposizione a tendenze peggiorative, dal punto di vista climatico e le sue ricadute. Oggi il diritto prevede che la protezione internazionale possa e debba essere riconosciuta da chi scappa da guerre e persecuzioni. Il clima non è contemplato, neppure dalle convenzioni Onu. L’Unhcr, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, spinge per un cambio di rotta e magari anche un nuovo trattato.Il Green Deal europeo riconosce che i cambiamenti climatici sono una delle cause che alimentano i fenomeni migratori, ma si limita a spostare l’accento sull’investimento in sostenibilità nei Paesi terzi. L’Europa ha già preso coscienza del fenomeno, ma non ha il coraggio, ancora, di introdurre una definizione giuridica di ‘rifugiato climatico’. Farlo vorrebbe dire aprire porti e porte dell’Ue.
    Un’analisi del centro studi e ricerca del Parlamento europeo torna su un tema noto e sempre più una sfida per i Ventisette. Nello scenario 1,2 miliardi di persone sfollate entro il 2050 a causa di minacce ecologiche

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    Sul Memorandum Ue-Tunisia si consuma un altro scontro tra Ursula von der Leyen e Charles Michel

    Bruxelles – L’intesa siglata a luglio tra la Commissione europea e il governo tunisino di Kais Saied continua a creare dissapori tra le istituzioni comunitarie. Dopo gli attacchi dell’Eurocamera e del capo della diplomazia europea, Josep Borrell, si è sbottonato anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.
    L’ultimo capitolo della saga si è consumato dopo che il presidente tunisino ha definito la prima tranche da 60 milioni di euro versata da Bruxelles come “un’elemosina”, annunciando di volerla rifiutare. Decisione che fa seguito in realtà a diversi segnali allarmanti già lanciati da Saied, che ha rimandato un incontro di alto livello con la Commissione europea sull’attuazione del Memorandum e ha impedito l’ingresso sul territorio nazionale ad una delegazione dell’Eurocamera. Ecco allora che Michel, in un’intervista alla televisione spagnola Rtve, ha rilanciato la polemica: “È importante seguire le procedure e assicurarsi che gli Stati membri diano il loro mandato alla Commissione e poi gli Stati membri, durante questo processo, dicano sì o no, a ciò che la Commissione ha negoziato: questa è una lezione chiara, il coinvolgimento degli Stati membri è fondamentale per il suo successo”, ha dichiarato il leader Ue.
    Da sx: Mark Rutte, Ursula von der Leyen, Kais Saied e Giorgia Meloni alla firma del Memorandum d’Intesa Ue-Tunisia, 16 luglio 2023
    Già messa sotto accusa per non aver coinvolto i 27 nelle trattative dall’Alto rappresentante Borrell, la Commissione ha negato in modo seccato l’uscita di Michel. “Abbiamo visto queste dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo, dal nostro punto di vista sono parzialmente imprecise e non rafforzano in nessun modo l’abilità dell’Ue di agire in modo efficace nell’affrontare la difficile questione della migrazione”, ha dichiarato oggi (4 ottobre) la portavoce dell’esecutivo von der Leyen, Arianna Podestà.
    Secondo la ricostruzione della portavoce, prima del 16 luglio (data della firma del memorandum) la Commissione avrebbe “riferito ripetutamente agli ambasciatori degli Stati membri e al Consiglio sulle principali caratteristiche dell’accordo e sui progressi fatti nei negoziati”.
    Podestà ha rivendicato inoltre la libertà della Commissione “di negoziare accordi che non sono vincolanti in base al diritto internazionale, come quello con la Tunisia”. Un accordo i cui negoziati “sono politicamente basati su conclusioni esplicite del Consiglio europeo“. La portavoce è infine passata al contrattacco, dichiarando che “dopo la conclusione dell’accordo diversi capi di governo hanno esplicitamente apprezzato il risultato e incoraggiato la Commissione a concludere altri accordi seguendo queste linee”.
    Dalla sua trincea la Commissione europea procede a testa bassa e – nonostante il rifiuto dei contributi finanziari annunciato da Saied – ha confermato di aver finalizzato “il pagamento di 60 milioni di euro di sussidi alla Tunisia dopo la richiesta del governo tunisino arrivata il 31 agosto”. Un’assistenza che, come ribadito dalla portavoce Ana Pisonero, non ha nulla a che vedere con il Memorandum, ma che rientra in un pacchetto concordato precedentemente nell’ambito della ripresa post-pandemica. Fonti europee rivelano tuttavia che Saied “ritiene che il volume delle risorse mobilitate non sia adeguato e non il linea con quanto concordato”.
    In difesa dell’accordo siglato da von der Leyen sono intervenuti oggi dall’emiciclo di Strasburgo il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, e il leader del Partito Popolare europeo – gruppo in cui siede la stessa von der Leyen – Manfred Weber. Per quest’ultimo il memorandum con la Tunisia, “anche se difficile da applicare”, è “un modello per altre intese con i Paesi dell’Africa settentrionale”, mentre Schinas ha assicurato che la sua attuazione “è stata accelerata, anche per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani”.
    Il memorandum con la Tunisia continua a non piacere neppure in Parlamento, dove una buona parte dell’Aula lo ha criticato anche oggi nel corso del dibattito. Ma, domanda l’esponente del Ppe Jeroen Lenaers, “qual è l’alternativa?”. Un intervento che dà il senso della situazione.

    Dopo il rifiuto di Saied alla tranche da 60 milioni di assistenza per la ripresa post-Covid, il presidente del Consiglio europeo ha attaccato la Commissione Ue per non aver coinvolto i 27 nei negoziati. Piccata la risposta dell’Esecutivo: “Dichiarazioni imprecise che non aiutano”

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    La Commissione Ue pronta all’esborso di 127 milioni di euro per la Tunisia. Ma solo 42 sono collegati al Memorandum d’Intesa

    Bruxelles – Un annuncio per calmare le acque, ma che a ben vedere rimane un annuncio di facciata. La Commissione europea è pronta a mobilitare 60 milioni per rimpinguare le casse vuote della Tunisia e 67 milioni per un pacchetto di assistenza operativa sulla migrazione. Ma di questi 127 milioni, solo 42 sono collegati all’implementazione del Memorandum d’Intesa siglato a luglio per arginare l’emergenza sbarchi dal Mediterraneo centrale. Gli altri riguardano accordi già in corso da tempo tra l’Ue e Tunisi.
    Messa con le spalle al muro sul mancato esborso dei fondi promessi a Kais Saied, nonostante un’estate da oltre 60 mila ingressi di persone migranti sul territorio italiano, Ursula von der Leyen ha voluto lanciare un segnale. A Giorgia Meloni, che anche all’Assemblea generale dell’Onu a New York ha parlato in toni drammatici della situazione nel Mediterraneo e della necessità di combattere in ogni modo i trafficanti, ma anche a Saied, che finora non sembra aver mosso un dito per contrastare l’aumento di partenze di migranti dalle coste tunisine, anzi. Il punto è che la Commissione Ue ha riciclato cifre già note: come ha ammesso la portavoce dell’esecutivo comunitario, Ana Pisonero, i 60 milioni di supporto al budget erano già previsti da un piano di aiuti relativo alla crisi post-pandemica e non hanno nulla a che vedere con i 150 milioni di assistenza finanziaria previsti dal Memorandum, e lo stesso vale per buona parte dei 67 milioni annunciati per la cooperazione sulle migrazioni.
    Di questi ultimi fanno parte 24,7 milioni di euro per finanziare “progetti già in corso adottati nel 2022” e 42 milioni che rientrano effettivamente nel pacchetto da 105 milioni per le migrazioni concordato nell’intesa tra Ue e Tunisi. Questa prima tranche sarà “contrattata e consegnata rapidamente”, perché ha già avuto il via libera degli Stati membri nelle procedure previste per la destinazione dei fondi attraverso lo strumento Ndici-Global Europe. Un pacchetto “costruito in stretta cooperazione con la Tunisia” per “minare le reti criminali dei trafficanti”: prevede il refitting di navi, veicoli e altre attrezzature per la guardia costiera tunisina, oltre alla fornitura di nuove imbarcazioni, termocamere e altra assistenza operativa. E programmi di formazione per il personale.
    Oltre a finanziare direttamente le autorità tunisine, una parte – non specificata dalla Commissione- di questi 42 milioni sarà mobilitata “attraverso l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr)”, in programmi dedicati alla “protezione dei migranti e ai ritorni volontari” dalla Tunisia ai Paesi d’origine. Programmi in ogni caso già in corso, che Bruxelles vuole ora “accelerare per affrontare la situazione che vediamo oggi a Lampedusa”, su cui von der Leyen ha annunciato il 17 settembre un ennesimo piano d’azione in 10 punti.
    La Commissione ha reso noto che una delegazione di funzionari si recherà in Tunisia la prossima settimana per “discutere l’attuazione del protocollo d’intesa, in particolare le azioni prioritarie”. Che sono state ribadite anche ieri in una telefonata tra il commissario Ue per il vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, e il ministro degli Esteri tunisino, Nabil Ammar: “reprimere le reti di trafficanti, intensificando l’assistenza dell’Ue per lo sviluppo delle capacità delle autorità di contrasto tunisine, e supportare i ritorni volontari e il reinserimento dei migranti nei paesi di origine, nel pieno rispetto del diritto internazionale”.

    Annunciata la consegna di 60 milioni di supporto al budget “nei prossimi giorni” e di 67 milioni per la migrazione. Di questi, circa 25 per finanziare programmi già in corso dal 2022. Varhelyi fissa le priorità con il ministro degli Esteri tunisino: “Reprimere le reti di trafficanti e supportare i ritorni volontari”

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    Fondi Ue dedicati allo sviluppo utilizzati per il controllo delle frontiere in Africa. L’accusa di Oxfam all’Unione europea

    Bruxelles – Questa volta l’accusa alla politica Ue sul controllo dei movimenti migratori arriva dalla più grande confederazione internazionale di organizzazioni che si dedicano alla riduzione della povertà globale. In un rapporto pubblicato oggi (21 settembre), Oxfam afferma che “oltre un intervento su tre finanziato dall’Unione europea per il controllo dei flussi migratori in Libia, Tunisia e Niger rischia di violare le norme internazionali e comunitarie sulla destinazione degli aiuti pubblici allo sviluppo”. Perché in sostanza, Bruxelles starebbe riorientando fondi destinati alla lotta alla povertà nei Paesi partner verso azioni che “mettono a rischio il rispetto dei diritti umani dei migranti”.
    Nel mirino la gestione del budget dello strumento europeo di cooperazione e aiuto umanitario, Ndici-Global Europe: 79,5 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, che fanno di Ndici il “principale strumento per contribuire all’eradicazione della povertà e promuovere lo sviluppo sostenibile, la prosperità, la pace e la stabilità”. Di questi, secondo l’indagine condotta da Oxfam “ben 667 milioni di euro” sono stati destinati a programmi che nulla hanno a che vedere con la cooperazione e lo sviluppo, in Stati in cui “violazioni e abusi di ogni sorta sono da anni all’ordine del giorno”.
    La fotografia scattata dal rapporto è allarmante, e certifica come la Commissione europea stia utilizzando in modo improprio le risorse destinate agli aiuti umanitari per esternalizzare il controllo delle frontiere comunitarie ai Paesi d’origine e di transito dei flussi di persone migranti. In particolare in Libia, Tunisia e Niger. Dei 16 interventi Ue analizzati nel rapporto nei tre Paesi, “gran parte dei fondi sono destinati a potenziare il controllo delle frontiere da parte delle autorità locali”. In Niger “un solo intervento ha come obiettivo il sostegno ad una migrazione sicura e regolare verso l’Europa”, in Libia “nessuna delle attività sostenute dall’Ue ha questo scopo”. L’azione dell’Ue in Tunisia, nell’occhio del ciclone dopo la firma estiva del Memorandum d’intesa con il presidente Kais Saied, dovrebbe essere in parte finanziata proprio attraverso il programma Ndici-Global Europe. Ma l’Unione europea avrebbe già “mobilitato 93,5 milioni per il blocco dei flussi migratori attraverso l’Eu Trust Fund, tra cui 25 milioni direttamente alla Guardia Nazionale Marittima tunisina”.
    Un’altra accusa mossa all’Ue è la “gravissima mancanza di trasparenza nella destinazione dei fondi”. Secondo il rapporto, spesso nella descrizione degli interventi finanziati ci si riferisce “genericamente alla gestione della migrazione”, senza chiarire nulla di più.
    Una strategia che – denuncia Oxfam- è contraria alle regole internazionale ed europee. È l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (Ocse) a dettare le linee guida e a stabilire che gli aiuti allo sviluppo siano destinati “alla promozione della crescita economica e del benessere dei Paesi in via di sviluppo” e che “le attività che trascurano i diritti di sfollati e migranti non si qualificano come tali”. Ma anche la Commissione europea, respingendo le gravi accuse mosse da Oxfam, ha chiamato in causa l’Ocse: “Le linee guida sono date dall’Ocse e sono sempre seguite dall’Ue“, ha dichiarato la portavoce dell’esecutivo comunitario, Ana Pisonero. “La maggior parte delle nostre azioni aiutano ad affrontare le cause profonde delle migrazioni, promuovendo e rafforzando lo sviluppo sostenibile nei Paesi partner, questa è l’essenza del lavoro che facciamo”, ha rivendicato con orgoglio Pisonero. Per la Commissione europea “parlano i fatti e i dati”, che raccontano che “l’Ue è il più grande fornitore di aiuti allo sviluppo e di fondi per il clima, attore globale nella lotta alla povertà”.

    Secondo un nuovo rapporto 667 milioni di euro dal budget Ndici-Global Europe sono stati orientati ad attività che “mettono a rischio il rispetto dei diritti umani dei migranti”. Dito puntato contro i programmi Ue in Tunisia, Libia e Niger. La Commissione Ue respinge le accuse: “Siamo il maggiore fornitore al mondo di aiuti allo sviluppo, i dati e i fatti parlano da soli”

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    La Tunisia blocca l’ingresso alla delegazione del Parlamento Ue. La Commissione è “profondamente sorpresa”

    Evidentemente troppo per Saied che, anche se fresco di partnership rafforzata con l’Ue, non ha voluto che l’Eurocamera ficcasse il naso negli affari interni del Paese. La decisione è arrivata all’indomani di un infuocato dibattito all’emiciclo di Strasburgo in cui la stragrande maggioranza degli eurodeputati hanno criticato duramente la Commissione europea per aver stretto l’accordo con Saied. Nel documento con cui il Ministero degli Affari Esteri tunisino ha notificato il divieto di ingresso alla delegazione Ue, reso pubblico su Twitter, non c’è traccia di motivazioni: “Nonostante le numerose riserve nei suoi confronti, la delegazione non sarà autorizzata a entrare sul territorio nazionale”, si legge. Tunisi non ha al momento fornito spiegazioni ufficiali all’origine della dura presa di posizione. Una condotta che “non ha precedenti dalla rivoluzione democratica del 2011”, hanno sottolineato in un comunicato congiunto i membri di Afet.  “Condanniamo la decisione delle autorità tunisine di rifiutare l’ingresso alla delegazione e chiediamo spiegazioni dettagliate”, si legge nella nota del Parlamento Ue.
    Si è attivato immediatamente anche l’ambasciatore Ue in Tunisia, esprimendo “rammarico per la decisione”. Al briefing quotidiano con la stampa internazionale, alla domanda se lo sgarbo di Saied potrà avere ripercussioni sull’implementazione del Memorandum d’intesa, la Commissione europea ha risposto: “L’Ue e la Tunisia sono legate da un partenariato forte e strategico, la continuazione di un dialogo aperto è ancora più importante nel momento in cui affrontiamo insieme sfide senza precedenti“. Insomma, l’intesa per arginare l’emergenza sbarchi dal Mediterraneo centrale ha la priorità.
    La condanna alla Tunisia dall’universo Socialdemocratico
    Di tutt’altro avviso la capogruppo dei Socialisti e democratici, Iratxe Garcia Perez, che promette battaglia: la leader spagnola ha fatto sapere che chiederà alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di condannare ufficialmente l’accaduto e ha esortato Ursula von der Leyen a “sospendere immediatamente l’attuazione del Memorandum“. All’appello si è unito il capodelegazione del Pd, Brando Benifei, che ha definito “molto grave” la vicenda e ha chiesto “una condanna da parte dei vertici delle istituzioni europee”.
    Non solo, Perez ha annunciato che chiederà una valutazione sulla legalità dell’accordo da parte dei servizi giuridici del Parlamento. “La decisione delle autorità tunisine di negare l’ingresso della missione della Commissione Affari Esteri dimostra ciò che affermiamo sin dalla firma del Memorandum d’Intesa tra la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il Presidente Saied. Esternalizzare la gestione della migrazione è un errore politico, e dare soldi a un regime autoritario che viola i diritti umani e reprime ogni oppositore va contro i nostri valori”, ha dichiarato la capogruppo S&d. Che ha poi puntato il dito contro l’alleato-rivale Manfred Weber, leader dei popolari che solo due settimane fa si è recato in Tunisia per difendere la legittimità dell’accordo. “È tempo che il Ppe e il suo leader Manfred Weber riconoscano che questo Memorandum era un’idea sbagliata fin dall’inizio – se non illegale – e smettano di dire che si tratta di un modello da replicare”.

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    Migranti e diritti, adesso l’Ue ammette i problemi in Libia

    Bruxelles – La situazione in Libia sta sfuggendo di mano, e adesso anche la Commissione europea non può non prenderne atto. L’assistenza offerta dall’Ue per potenziare il sistema di guardia costiera ai fini del controllo e della gestione dei flussi migratori è diventata un’arma nelle mani delle autorità di Tripoli. Sandra Pereira, europarlamentare de la Sinistra, punta il dito contro la Commissione. In un’interrogazione cita il recente rapporto delle Nazioni Unite, in cui l’Onu “riferisce una serie di crimini contro l’umanità che sono stati commessi nel Paese: arresti arbitrari, omicidi, torture, stupri, schiavitù, schiavitù sessuale, esecuzioni extragiudiziali e sparizioni”.
    Tutti questi crimini contro l’umanità denunciati “sono stati commessi contro migranti in luoghi di detenzione sotto il controllo effettivo o nominale della direzione libica per la lotta alla migrazione illegale, della guardia costiera libica e dell’apparato di sostegno alla stabilità”. Soggetti ed entità che “hanno ricevuto supporto tecnico, logistico e monetario dall’Unione europea e dai suoi Stati membri per, tra l’altro, l’intercettazione e il rimpatrio dei migranti“. Data la situazione l’europarlamentare chiede se non sia il caso di sospendere ogni tipo di relazione o sostegno, ma il ‘no’ che arriva dalla Commissione è categorico.
    “Nelle difficili circostanze del Paese, l’interruzione dell’assistenza dell’Ue non farebbe che peggiorare la situazione sul campo“, sostiene il commissario per l’Allargamento e le politiche di vicinato, Oliver Várhelyi. Il componente del collegio di commissari riconosce dunque una situazione complicata, che Bruxelles fa fatica a gestire, e conferma l’intenzione di non rinunciare a un elemento della dimensione esterna delle politiche per l’immigrazione considerato come fondamentale.
    “Il lavoro della Commissione in Libia – continua Várhelyi – segue gli orientamenti strategici del Consiglio europeo, le decisioni del Consiglio e il piano d’azione dell’Ue sul Mediterraneo centrale, approvato dal Consiglio” stesso, vale a dire ministri e leader degli Stati dell’Unione europea. La Commissione, in sostanza esegue un mandato frutto di un accordo politico, ma le parole del commissario sembrano scaricare le responsabilità del deterioramento della situazione sulle capitali.
    La risposta fornita dal commissario per l’Allargamento non sembra né chiarire né tanto meno rassicurare. Offre al contrario l’immagine di una situazione che ha preso una piega tanto inattesa quanto ingovernabile a livello Ue. Il massimo delle garanzie offerte da Varhelyi è la promessa che “proseguirà l’impegno costruttivo con le autorità libiche e tutti i pertinenti attori internazionali su come l’Ue possa contribuire al meglio all’obiettivo comune di garantire la protezione dei diritti umani, anche nel contesto della migrazione”.
    Potrebbe non bastare a calmare la situazione. Non è la prima volta che dal Parlamento europeo arrivano critiche per le responsabilità dell’Europa nel deterioramento della situazione in Libia con la complicità di una guardia costiere potenziata e finanziata dall’Ue. Ue che non sta facendo una bella figura, e Varhelyi riesce a fare poco per riparare al danno di immagine.

    Il commissario per l’Allargamento: “Nelle difficili circostanze del Paese, l’interruzione dell’assistenza dell’Europa non farebbe che peggiorare la situazione sul campo”