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    Vittime palestinesi in Cisgiordania, l’Ue a Israele: “L’uso di forza letale solo come ultima risorsa per proteggere vite”

    Bruxelles – Sono 10 le vittime palestinesi accertate del raid delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania. Almeno 20 i feriti. “Un massacro compiuto dal governo di occupazione israeliano nel silenzio internazionale”, è il grido di Nabil Abu Rudeinah, portavoce del presidente palestinese Abu Mazen. Un “operazione di antiterrorismo” per catturare “una cellula della Jihad islamica coinvolta pesantemente nella realizzazione e nella progettazione di molteplici attacchi terroristici, incluse sparatorie contro militari e civili israeliani”, replicano le Idf israeliane.
    Il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh e l’Alto rappresentane Josep Borrell, 23/01/23
    Gli scontri si sono verificati al termine di una settimana in cui sia il primo ministro palestinese, Mohammad Shtayyeh, che il presidente israeliano, Isaac Herzog, si sono recati a Bruxelles: il primo è stato invitato al Consiglio Affari Esteri lunedì 23 gennaio, il secondo ha incontrato Ursula von der Leyen e Roberta Metsola prima di tenere un discorso al Parlamento europeo, ieri mattina (26 gennaio), alla cerimonia per la Giornata della memoria. Shtayyeh aveva definito “fruttuoso” l’incontro con l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell, e con i 27 Ministri degli Esteri dei Paesi membri, in cui è stato ribadito il sostegno alla soluzione dei due Stati e l’impegno a fare in modo che Israele fermi le sue annessioni unilaterali del territorio palestinese.
    Eppure un’altra volta, l’Europa osserva attonita e incapace di reagire alla violenza nei territori occupati. “Ciò che sta succedendo in Cisgiordania dimostra che la situazione sul campo continua a essere molto tesa”, ha ammesso il portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), Peter Stano. Nel 2022, secondo l’ufficio di coordinamento umanitario per il Territorio Palestinese Occupato (Ocha-Opt) delle Nazioni Unite, sono state 191 le vittime palestinesi per mano delle Idf o dei coloni israeliani. Un numero così alto non lo si vedeva dalla fine della seconda intifada, nel 2006. “Questo è un trend negativo, che va letto anche alla luce degli attacchi terroristici compiuti l’anno scorso in Israele”, ha dichiarato Stano. Anche se, nello stesso periodo, Ocha-Opt ha registrato solamente 21 decessi di cittadini israeliani, 17 civili e 5 militari.
    “Mentre continuiamo a sostenere il diritto legittimo di Israele di decidere sulla sua sicurezza, ribadiamo che l’uso di forza letale deve essere proporzionato, in linea con la legge internazionale, utilizzabile solo come ultima risorsa e allo scopo di proteggere vite”, ha affermato ancora il portavoce del Seae, appellandosi a “entrambe le parti per fare del loro meglio per fermare l’escalation“. Le premesse non sono le migliori: l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha fatto sapere che il Coordinamento di sicurezza con Israele, il tavolo di collaborazione tra i due governi per mantenere l’equilibrio in Cisgiordania, “non esiste più da questo momento”. Mentre diverse fonti riportano le promesse di vendetta di Hamas e della Jihad islamica palestinese: “Israele pagherà il prezzo per il massacro di Jenin”, avrebbe dichiarato uno dei leader di Hamas, Saleh Al-Arouri.

    Il raid delle Forze di Difesa Israeliane al campo profughi di Jenin ha provocato 10 vittime e almeno 20 feriti. Nel 2022 sono morti 191 palestinesi per mano di militari e coloni israeliani, il numero più alto dalla seconda intifada. Il portavoce del Seae, Peter Stano, chiede a “entrambe le parti di fermare l’escalation”

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    È stato inaugurato in Polonia il nuovo hub rescEu per l’assistenza energetica d’emergenza all’Ucraina

    Bruxelles – Poco più di un mese per allestire un hub energetico a sostegno dell’Ucraina, per fronteggiare i sempre più ricorrenti attacchi russi alle infrastrutture civili nel Paese. Il commissario europeo per la Gestione delle crisi, Janez Lenarčič, ha inaugurato ufficialmente questa mattina (26 gennaio) il nuovo hub rescEu in Polonia, “un centro logistico per la fornitura di assistenza energetica di emergenza all’Ucraina”, che permetterà a tutti i partner internazionali di Kiev, pubblici e privati, di mettere a disposizione del Paese sotto attacco strumenti per garantire i mezzi di sopravvivenza della popolazione civile.

    Today I am in Poland to meet the 🇵🇱 PM @MorawieckiM and inaugurate the new #rescEU hub in Poland, a logistical centre for delivering emergency energy assistance to 🇺🇦. This new EU hub will also allow the international partners and private sector to channel their donations to 🇺🇦. https://t.co/5O30y9QU9m
    — Janez Lenarčič (@JanezLenarcic) January 26, 2023

    “La Polonia è in prima linea nei progetti attivi attuati nell’ambito dello strumento di protezione civile dell’Ue rescEU”, è quanto sottolinea il portavoce del governo polacco, Piotr Müller. Oltre all’hub energetico inaugurato oggi, Varsavia sta realizzando “un progetto di donazione di energia raccogliendo attrezzature e generatori di corrente che saranno trasferiti in Ucraina”, un’iniziativa “particolarmente importante quando l’invasore russo prende di mira le infrastrutture critiche del Paese e le interruzioni di corrente in Ucraina sono regolari”. All’inaugurazione dell’hub energetico il commissario Lenarčič ha voluto sottolineare che “sin dal primo giorno di guerra abbiamo lavorato fianco a fianco con le autorità polacche per garantire una consegna rapida e organizzata di aiuti salvavita da tutta Europa all’Ucraina” e ora, attraverso l’hub energetico, “partner internazionali e settore privato potranno incanalare le loro donazioni all’Ucraina” in modo più rapido.
    Il commissario europeo per la Gestione delle crisi, Janez Lenarčič (26 gennaio 2023)
    Nell’hub energetico strategico saranno convogliati generatori di emergenza, per cui Bruxelles ha stanziato 114 milioni di Europa per l’acquisto da parte di Varsavia: da quelli di piccole dimensioni per alimentare singole abitazioni, a quelli più grandi adatti a mantenere in funzione gli edifici pubblici e i servizi essenziali. Saranno immediatamente consegnati a Kiev mille nuovi generatori provenienti dalla riserva rescEu in Polonia, che si aggiungono agli oltre 800 già inviati in tutto il Paese dall’inizio dell’invasione russa (gli ultimi 40 sono stati convogliati a 30 ospedali nelle regioni di Donetsk, Zaporizhzhia, Mykolaiv e Kherson). Attraverso il Meccanismo di protezione civile dell’Ue sono stati inviati anche 100 generatori di piccola e media potenza dalla Francia, 19 dalla Slovacchia, 23 dalla Germania, 52 trasformatori dalla Lituania e 4 sistemi di alimentazione di emergenza dalla Polonia.
    L’hub energetico e il supporto Ue all’Ucraina
    A dimostrazione dell’importanza dell’hub energetico e del sostegno su questo fronte da parte dell’Unione Europea, lo scorso 9 gennaio il vicepresidente della Commissione Ue per il Green Deal, Frans Timmermans, ha incontrato a Kiev il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e il primo ministro, Denys Shmyhal, per un confronto sui bisogni immediati di fronte agli attacchi intensificati della Russia contro le infrastrutture critiche del Paese e sulle potenzialità di azioni coordinate per ridurre l’influenza di Mosca nel settore energetico dell’Ue.
    L’incontro tra il vicepresidente della Commissione Europea per il Green Deal, Frans Timmermans, e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, a Kiev (9 gennaio 2023)
    Lo stesso tema sarà portato sul tavolo del vertice Ue-Ucraina in programma il 3 febbraio a Kiev, come confermato al termine della conversazione telefonica tra il presidente Zelensky e la numero uno della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, del 2 gennaio. Sul piano del sostegno immediato entro la fine del mese arriverà il primo lotto di 15 milioni di lampade a Led finanziate dall’Ue. Un primo passo dell’impegno a sborsare 30 milioni di euro per l’acquisto di 30 milioni di lampade al led, “che sono oggi vitali per portare luce all’Ucraina” aveva spiegato la stessa presidente von der Leyen alla conferenza internazionale di solidarietà di Parigi lo scorso 13 dicembre: “Si potrà così risparmiare un gigawatt di elettricità, che è equivalente alla produzione annuale di una centrale nucleare”.

    Il commissario per la Gestione delle crisi, Janez Lenarčič, ha dato il via alle operazioni ufficiali del centro logistico per il trasferimento di aiuti rapidi in caso di attacco alle infrastrutture energetiche da parte dell’esercito russo. Servirà anche convogliare donazioni private e internazionali a Kiev

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    L’Iran sanziona 34 individui e entità: 6 sono eurodeputati, tra loro la leghista Bonfrisco

    Bruxelles – Non si è fatta attendere la risposta di Teheran al quarto pacchetto di sanzioni Ue, promulgato appena due giorni fa (23 gennaio) da ministri degli Esteri dei 27. La Repubblica Islamica, così come già successo lo scorso novembre, ha immediatamente reagito, azionando misure restrittive per 34 individui e entità europee e del Regno Unito. Ancora una volta, le sanzioni colpiscono direttamente il Parlamento Ue: 6 gli eurodeputati all’indice, tra cui la leghista Anna Cinzia Bonfrisco.
    Con lei i socialdemocratici Thijs Reuten e Dietmar Köster, il membro del Partito Popolare europeo Lukas Mandl (ppe), Abir Al-Sahlani e Bart Groothuis del gruppo Renew, colpevoli di “sostegno al terrorismo e incoraggiamento alla violenza contro il popolo iraniano”. È il ministro degli Esteri di Teheran, Hossein Amir-Abdollahian, a chiarire che gli individui e le entità sanzionate hanno “interferito negli affari interni della Repubblica islamica dell’Iran e diffuso false informazioni” sul regime, oltre ad “aver partecipato all’escalation di crudeli sanzioni contro il popolo iraniano”. Per tutti loro sono previsti “il blocco dei conti e delle transazioni nei sistemi finanziari e bancari iraniani, il sequestro dei beni all’interno della giurisdizione della Repubblica islamica dell’Iran, nonché il divieto di rilascio dei visti e di ingresso nel territorio della Repubblica islamica”, si legge nella nota pubblicata dal Ministero degli Esteri di Teheran.
    Anna Bonfrisco
    Anna Bonfrisco è la seconda italiana a essere oggetto di sanzioni dal regime di Teheran dopo la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno. La ragione del suo inserimento nella lista potrebbe risiedere nel fatto che proprio Bonfrisco è stata la prima firmataria di una lettera inviata a novembre all’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, per chiedere l’esclusione dell’Iran dalla Commissione sulle condizioni della donne delle Nazioni Unite. “L’espulsione di Teheran dalla Commissione Onu è stata una prima conquista, ora c’è bisogno di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella black list europea dei terroristi”, ha dichiarato Bonfrisco dopo aver appreso la notizia della sua condizione. Una condizione che “dedica alle donne della resistenza iraniana, che hanno fatto conoscere la follia e le atrocità del regime dei mullah”.
    Anche la presidente dei socialdemocratici, Iratxe Garcia-Perez, ha commentato le misure restrittive a carico di due membri del gruppo: “Questa decisione sconsiderata non ci intimidisce. Le sanzioni rafforzano il nostro impegno e la nostra convinzione di opporci alla spietata repressione contro donne, uomini e giovani che si oppongono alla brutalità del regime in Iran”. Secondo Garcia-Perez, il pacchetto di sanzioni approvato in settimana dal Consiglio Affari Esteri non basta: “Come ulteriore passo necessario, esortiamo ora gli Stati membri a designare il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (Irgc) come organizzazione terroristica”, ha concluso la capogruppo S&d.

    Teheran risponde alle sanzioni decise dal Consiglio Affari Esteri Ue appena due giorni fa, imponendo misure restrittive a individui e entità “colpevoli di sostegno al terrorismo e violenza contro il popolo iraniano”. L’eurodeputata leghista risponde: “dedico questa condizione alle donne della resistenza in Iran”

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    Il cancelliere tedesco Scholz conferma: invierà due battaglioni di carri armati Leopard 2 all’Ucraina

    Bruxelles – Dopo settimane di stallo si sono sbloccate le trattative per l’invio dei carri armati pesanti Leopard 2 dalla Germania all’Ucraina, a soli due giorni dalle intense discussioni del primo Consiglio Affari Esteri del 2023 a Bruxelles. A renderlo noto è stato lo stesso governo federale tedesco, attraverso una nota pubblicata dal portavoce Steffen Hebestreit, al termine della riunione del Consiglio dei ministri: “Il cancelliere federale [Olaf Scholz, ndr] ha annunciato oggi un ulteriore supporto all’Ucraina con la consegna di carri armati Leopard 2“. Una decisione che non coinvolge solo la Germania, ma anche altri partner occidentali del Paese sotto attacco russo dal 24 febbraio 2022: “L’approvazione sarà data anche ai Paesi partner, il tutto è strettamente coordinato a livello internazionale”, ha aggiunto il portavoce del governo di Berlino.
    Carro armato Leopard 2 (credits: Patrik Stollarz / Afp)
    La questione dell’invio dei Panzer di fattura tedesca all’Ucraina è stato al centro del confronto tra gli alleati della Nato venerdì scorso (20 gennaio) alla riunione del gruppo di contatto di Ramstein, con le pressioni non solo dei partner dell’Europa orientale, ma anche degli Stati Uniti. Secondo la stampa tedesca Berlino aveva specificato di essere pronta a inviare i Leopard 2 solo se Washington si fosse impegnata ad accompagnarli a carri armati Abrams di produzione statunitense. Ieri sera (24 gennaio) il Wall Street Journal ha anticipato la decisione del presidente Joe Biden di autorizzare la fornitura di tank pesanti a Kiev, mentre il quotidiano tedesco Der Spiegel ha reso nota la volontà del governo federale di sbloccare i mezzi militari che potrebbero avere un impatto decisivo sui teatri di battaglia in Ucraina, quando l’esercito russo lancerà con tutta probabilità in primavera una nuova offensiva.
    La decisione della Germania di fornire direttamente all’Ucraina i carri armati Leopard 2 “rafforzerà ulteriormente il sostegno militare” a Kiev: “È il risultato di intense consultazioni con i più stretti partner europei e internazionali della Germania”, è quanto specificato da Scholz rispetto a una “ben nota linea di sostegno all’Ucraina al meglio delle nostre possibilità”. A questo punto saranno assemblati “rapidamente due battaglioni di carri armati Leopard 2” – di cui “una compagnia di 14 proveniente dalle scorte della Bundeswehr” (le forze armate tedesche) sarà fornita “in una prima fase” – mentre inizierà “rapidamente” l’addestramento degli equipaggi ucraini in Germania: “Oltre all’addestramento, il pacchetto comprenderà anche la logistica, le munizioni e la manutenzione dei sistemi”, specifica la nota del governo tedesco.
    Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ringraziato “sinceramente” il cancelliere in una telefonata, della quale ha reso conto in un Tweet:

    German main battle tanks, further broadening of defense support & training missions, green light for partners to supply similar weapons. Just heard about these important & timely decisions in a call with @OlafScholz. Sincerely grateful to the Chancellor and all our friends in 🇩🇪.
    — Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) January 25, 2023

    Parallelamente è arrivato anche il via libera all’invio anche da parte di altri partner: “La Germania fornirà ai Paesi partner che vogliono consegnare rapidamente all’Ucraina i carri armati Leopard-2 dalle loro scorte le relative autorizzazioni per il trasferimento”. Attualmente i carri armati pesanti di produzione tedesca in Europa sono utilizzati da Austria, Danimarca, Finlandia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Svezia, Svizzera e Ungheria, ma non possono essere trasferiti in Paesi terzi senza l’autorizzazione di Berlino. Già al Consiglio Affari Esteri di lunedì la ministra degli Esteri, Annalena Baerbock, aveva precisato che Berlino non avrebbe comunque vietato l’esportazione dei Leopard 2 all’Ucraina da parte di chi li avesse in dotazione nelle proprie forze armate.

    Im Kabinett hat der @Bundeskanzler heute weitere Unterstützung an die #Ukraine mit der Lieferung von #Leopard 2 Panzern angekündigt. Auch Partnerländern wird eine entsprechende Genehmigung erteilt. Das ist eng mit den internationalen Partnern abgestimmt. https://t.co/e31Kf3V1oi
    — Steffen Hebestreit (@RegSprecher) January 25, 2023

    La Germania fornirà in una prima fase una compagnia di 14 Panzer delle forze armate tedesche e di addestrare immediatamente gli equipaggi ucraini. Via libera anche agli altri Paesi partner che vogliano metterli a disposizione di Kiev dalle proprie scorte

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    A Bruxelles si accende il tema dei carri armati all’Ucraina. E si sbloccano altri 500 milioni di euro di supporto militare

    Bruxelles – Nel primo Consiglio Affari Esteri del 2023 – che “non poteva che iniziare con la guerra russa in Ucraina, visto che la situazione militare è rimasta invariata”, come ha sottolineato l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell – sul tavolo c’è il tema più caldo di queste settimane. L’invio dei carri armati Leopard tedeschi a Kiev, una delle questioni più divisive tra gli alleati occidentali del Paese sotto attacco di Mosca dal 24 febbraio dello scorso anno. “Ne abbiamo discusso e la ministra tedesca [Annalena Baerbock, ndr] ha detto chiaramente che Berlino non ostacolerà i Paesi che vogliono esportarli“, ha messo in chiaro lo stesso alto rappresentante Ue alla stampa al termine del vertice di oggi (23 gennaio).
    L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock (23 gennaio 2023)
    La posizione delle istituzioni comunitarie è chiara, dal Consiglio al Parlamento Ue, ed è una spinta al cancelliere tedesco, Olaf Scholz, a rompere gli indugi sull’invio di carri armati pesanti che potrebbero avere un impatto decisivo sui teatri di battaglia in Ucraina, quando l’esercito russo lancerà con tutta probabilità in primavera una nuova offensiva. “Sono stato chiaro su quali armi dovrebbero essere fornite a Kiev”, ha ribadito Borrell riferendosi ai Leopard II in dotazione della Bundeswehr, le forze armate della Germania. L’alto rappresentate Ue ha però anche voluto smorzare le polemiche, ricordando che alla riunione del gruppo di contatto della Nato venerdì scorso (20 gennaio) “il risultato è stato molto positivo, con la determinazione dell’Europa e degli Stati Uniti a incrementare gli aiuti militari anche con altri mezzi“. Anche se per il momento Berlino tentenna ancora sull’invio dei carri armati richiesti da Kiev, è “da apprezzare” il fatto che comunque “non ne vieterà l’esportazione ad altri Paesi che ne avessero”.
    A margine del Consiglio Affari Esteri la stessa ministra tedesca Baerbock ha voluto ricordare che “faremo tutto il possibile per difendere l’Ucraina ed è importante che come partner internazionali agiamo insieme a sostegno del diritto all’autodifesa” di Kiev. Nessuna dichiarazione esplicita sui carri armati Leopard, ma il tema è caldissimo e oggi si sono visti i primi tiepidi segnali di apertura sulla questione da parte della Germania. Dopo l’incontro di ieri (22 gennaio) tra il cancelliere tedesco Scholz e il presidente francese, Emmanuel Macron, la ministra degli Esteri della Francia, Catherine Colonna, ha spiegato alla stampa che “tutte le opzioni sono sul tavolo e ci sarà una consultazione collettiva tra i partner, ma abbiamo già mandato carri leggeri” e Parigi non esclude di inviare a Kiev i propri carri armati pesanti Leclerc. Per quanto riguarda invece l’Italia, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, non si è sbilanciato con i giornalisti: “Non facciamo parte di questo dibattito, ne abbiamo parlato oggi tra ministri, ma la discussione proseguirà a livello bilaterale” tra Francia e Germania.
    Oltre ai carri armati tedeschi, i 500 milioni di euro dall’Ue
    L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e il ministro della Difesa italiano, Antonio Tajani (23 gennaio 2023)
    Una giornata di discussioni tra ministri senza decisioni formali, ma con un confronto sul sostegno armato all’Ucraina che registra altri passi in avanti a livello Ue. “Abbiamo un accordo politico sulla settima tranche di aiuti militari da 500 milioni di euro e su un’ulteriore misura di assistenza da 35 milioni di euro per la missione di formazione militare dei soldati ucraini“, ha reso noto Borrell. Il nuovo esborso dei Ventisette si inserisce all’interno del Fondo europeo per la pace e, come fatto notare in un tweet dal presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, ha portato il supporto a Kiev a “oltre 11,5 miliardi di euro”.
    L’European Peace Facility è lo strumento fuori bilancio per la prevenzione dei conflitti, la costruzione della pace e il rafforzamento della sicurezza internazionale, attraverso il finanziamento di azioni operative nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune (Pesc) che hanno implicazioni nel settore militare o della difesa. Solo nel 2022 sono stati stanziati da Bruxelles attraversi questo strumento 11 miliardi di euro a favore degli acquisti militari di Kiev per contrastare l’esercito russo. “L’Ucraina ha bisogno di più armi per respingere l’aggressione della Russia“, ha ricordato Michel, mentre l’alto rappresentante Borrell ha fatto notare che “l’Ue è primo donatore per gli aiuti all’Ucraina con 49 miliardi di euro sul piano militare, finanziario e umanitario”.

    At today’s #FAC, the FMs reached a political agreement on additional military support to #Ukraine under the European Peace Facility. We remain steadfast in our support for the Ukrainian Armed Forces. @TobiasBillstrom pic.twitter.com/rtR9B820kp
    — Swedish Presidency of the Council of the EU (@sweden2023eu) January 23, 2023

    Sul tavolo del Consiglio Affari Esteri il supporto a Kiev con i Leopard tedeschi. Borrell: “Berlino non ostacola i Paesi che vogliono esportarli”. Salgono a 3,6 miliardi di euro i finanziamenti concessi nell’ambito dell’European Peace Facility dall’inizio dell’invasione russa

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    Dall’Algeria Meloni lancia il Piano Mattei: Sarà utile a tutta l’Europa

    Roma – L’Algeria, tra i leader in Africa per l’energia, e l’Italia porta di approvvigionamento in Europa. Giorgia Meloni, ad Algeri per la sua quinta missione all’estero, pone le basi per il ‘Piano Mattei’ che, assicura, sarà “utile all’Unione intera”. Un modello di cooperazione con l’Africa nuovo e “non predatorio”, rivendica la premier. Lancia la sfida a Bruxelles, sarà utile che sostenga il piano: “Lo vediamo tutti, si chiudono opportunità, come i flussi energetici, per questo si deve guardare a Sud, e penso che andava fatto anche prima”.
    Stringe, accompagnata dall’ad di Eni Claudio Descalzi, dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi e dall’ambasciatore italiano Giovanni Pugliese, cinque accordi  e sigilla un percorso iniziato da Mario Draghi. La cooperazione però ora si estenderà anche alla transizione e alle fonti rinnovabili.
    Le intese firmate da Eni e Sonatrach, la sua omologa algerina, sono infatti due: una per ridurre le emissioni di gas serra, l’altra per incrementare le esportazioni di gas e realizzare un nuovo gasdotto per l’idrogeno. L’exit strategy dalla crisi passa quindi per il mix energetico.
    Per Descalzi Roma potrà azzerare le forniture da gas russo nell’inverno 2024-25, quando cioè entrambi i rigassificatori di Piombino e Ravenna saranno in funzione. “Bisogna pensare che solo 2 anni fa l’Algeria dava all’Italia circa 21 miliardi di metri cubi di gas – ricorda l’ad -, arriveremo a più di 28 miliardi l’anno prossimo e nel 2024-25 supereremo ancora, è veramente un partner strategico”.
    L’Italia punta tutto sul Paese nordafricano: “Non è un caso che la prima missione bilaterale nel Nord Africa del nuovo Governo” si stia svolgendo in Algeria, “a dimostrazione di quanto sia per l’Italia un partner affidabile e di assoluto rilievo strategico”, sottolinea la premier dopo l’incontro con il presidente Abdelmadjid Tebboune. Promette di non fermarsi qui. Sperimenterà, annuncia, nuovi campi di collaborazione, per costruire un partenariato che possa consentire di “alimentare le prospettive di crescita e sviluppo”, guardando a tutto il Mediterraneo.
    “Speriamo con i nostri amici italiani di raggiungere altri scopi e andare al di là degli scambi energetici, delle forniture di gas, idrogeno e ammoniaca”, le fa eco Tebboune. Il Paese, garantisce, vuole “rafforzare lo status di partner strategico dell’Italia in campo energetico, confermandosi come fornitore affidabile”, ma lo sarà anche “per gli investimenti industriali in Algeria”.
    Quello con l’Algeria è uno dei “tanti rapporti bilaterali” con il Nordafrica allo studio di Palazzo Chigi: “In futuro ce ne saranno altri – parola di premier -, li stiamo già programmando”.

    La premier italiana stringe, accompagnata dall’ad di Eni Claudio Descalzi, dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi e dall’ambasciatore italiano Giovanni Pugliese, cinque accordi. La cooperazione si estenderà anche alla transizione e alle fonti rinnovabili.

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    Tajani: “Continuiamo a insistere perché si faccia luce su Giulio Regeni”

    Bruxelles – L’Italia torna a chiedere verità per Giulio Regeni, il ricercatore italiano, torturato e ucciso dalle forze di sicurezza egiziana nel 2016. Il 25 gennaio ricorre il settimo anniversario della sparizione del giovane, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, fresco di missione in Egitto, torna a sollevare la questione. “Ho posto il problema”, assicura a margine dei lavori del consiglio Affari esteri. Come Italia “continuiamo a lavorare e insistere perché si faccia luce sulla vicenda“. Alla controparte egiziana ha chiarito che per garantite ciò “soprattutto si colpiscano responsabili”. Dalla Farnesina arriva la richiesta di “un processo” nei loro confronti, che il Paese del nord Africa “ci dia le risposte per procedere”.
    A Roma “vogliamo un processo per i responsabili”, continua il titolare della Farnesina, e adesso si attende che il Cairo tenga fede agli impegni. “Il presidente as Sisi ha promesso che il Paese rimuoverà tutti gli ostacoli” incontrati fino a oggi e “mi auguro che a queste parole seguano i fatti”.
    L’Italia in questa vicenda gode del pieno sostegno dell’Unione europea. La questione è stata posta dall’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Josep Borrell, che a nome della Commissione ha esortato l’Egitto a garantire piena collaborazione. Il Parlamento europeo, già nel 2020, ha approvato una risoluzione per chiedere che si chiarisca l’accaduto di sette anni fa. “Voglio essere ottimista“, ammette Tajani prima di avviarsi per riprendere parte ai lavori.

    Alla vigilia del settimo anniversario della sua sparizione il ministro degli Esteri ha ottenuto rassicurazioni dalla autorità egiziane. “Voglio essere ottimista, alle parole ora seguano i fatti”

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    In Armenia sarà dispiegata una missione civile dell’Ue per stabilizzare il confine con Azerbaigian e il Nagorno-Karabakh

    Bruxelles – L’impegno dell’Unione Europea per sostenere gli sforzi diplomatici tra Armenia e Azerbaigian nella regione del Nagorno-Karabakh diventa concreto. I ministri degli Affari Esteri dei Paesi membri Ue hanno stabilito oggi (23 gennaio) di istituire una missione civile dell’Unione Europea in Armenia nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune, con l’obiettivo di “contribuire alla stabilità nelle zone di confine, rafforzare la fiducia sul terreno e garantire un ambiente favorevole agli sforzi di normalizzazione” dei due Paesi caucasici. È da quasi un anno che Bruxelles sta cercando di prendere le redini della diplomazia nel Caucaso meridionale, ma la situazione sul campo continua a deteriorarsi e al momento non si vede una via d’uscita alla crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh.
    L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell
    La missione civile Euma “avvia una nuova fase dell’impegno dell’UE nel Caucaso meridionale, verso una pace sostenibile”, ha rimarcato l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, commentando la decisione del Consiglio dell’Ue di continuare a sostenere e rendere più efficaci gli sforzi di allentamento della tensione tra Armenia e Azerbaigian. Dopo il dispiegamento di 40 esperti di monitoraggio dalla missione in Georgia (Eumm) a metà ottobre e i 176 pattugliamenti fino al 19 dicembre, a Bruxelles è stato dato il via libera al mandato della nuova missione civile dell’Ue in Armenia (inizialmente di due anni) con a capo Stefano Tomat, amministratore delegato della capacità civile di pianificazione e condotta del Servizio europeo per l’Azione esterna (Seae).
    In risposta alla richiesta dell’Armenia “l’Euma effettuerà pattugliamenti di routine e riferirà sulla situazione”, ha precisato in una nota l’alto rappresentante Borrell, aggiungendo che la missione “contribuirà anche agli sforzi di mediazione nel quadro del processo guidato dal presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel“. Dal maggio dello scorso anno l’Unione Europea ha preso il posto della Russia come mediatrice tra Armenia e Azerbaigian, sia lungo il confine sia nella regione del Nagorno-Karabakh. Nell’enclave cristiana nel sud-ovest dell’Azerbaigian (Paese a maggioranza musulmano) è dal 1992 che si protrae un conflitto congelato, con scoppi di violenze armate come quello dell’ottobre del 2020: in sei settimane di conflitto erano morti quasi 7 mila civili, prima del cessate il fuoco che ha imposto all’Armenia la cessione di ampie porzioni di territorio nel Nagorno-Karabakh.

    We establish today a civilian EU Mission in Armenia #EUMA, to contribute to stability, build confidence & ensure an environment conducive to normalisation efforts between Armenia & Azerbaijan.
    It launches a new phase in our South Caucasus engagement, towards sustainable peace. https://t.co/lLJFN04pee pic.twitter.com/dS50l1UQ0P
    — Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) January 23, 2023

    Dopo le sparatorie alla frontiera tra i due Paesi di fine maggio il presidente del Consiglio Ue Michel ha reso sempre più frequenti i contatti diretti con il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, e il premier dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ponendo come priorità dei colloqui di alto livello la delimitazione degli oltre mille chilometri di confine tra i due Paesi. Tuttavia, mentre a Bruxelles si gioca la partita diplomatica, sul campo non si è mai allentata la tensione: nel mese di settembre sono riprese le ostilità tra i due Paesi caucasici, che si accusano a vicenda di bombardamenti alle infrastrutture militari e sconfinamenti di truppe di terra.
    Da sinistra: il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, e il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan (22 maggio 2022)
    La mancanza di un monitoraggio diretto della situazione sul campo da parte del principale mediatore internazionale ha portato alla decisione di implementare una missione Ue. Il compromesso iniziale è stato raggiunto il 6 ottobre a Praga in occasione della prima riunione della Comunità Politica Europea, durante il vertice bilaterale tra il presidente azero Aliyev e il premier armeno Pashinyan mediato dal presidente francese, Emmanuel Macron, e del Consiglio Ue Michel. A pochi giorni dalla fine della missione dei 40 esperti a dicembre, la situazione si è ulteriormente aggravata nel Nagorno-Karabakh. Il 12 dicembre l’Azerbaigian ha bloccato il corridoio di Lachin, l’unica via di accesso all’Armenia e al mondo esterno per gli oltre 120 mila abitanti dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh: da 43 giorni su questa strada non transitano più beni essenziali come cibo e farmaci, ma Baku ha tagliato anche l’erogazione di gas e acqua potabile.
    L’appello degli eurodeputati sul Nagorno-Karabakh
    Proprio sulla crisi umanitaria in atto nel Nagorno-Karabakh è arrivata la denuncia del Parlamento Europeo la scorsa settimana durante la sessione plenaria a Strasburgo. La risoluzione approvata dagli eurodeputati ha accusato Baku per le “tragiche conseguenze” del blocco del corridoio di Lachin da parte di “sedicenti ambientalisti”, che viola la tregua del novembre 2020. Considerata “l’inerzia” della diplomazia russa nella regione e l’impossibilità per gli armeni dell’enclave di accedere a beni essenziali e fonti energetiche – case, ospedali e scuole sono senza riscaldamento – il Parlamento Ue ha intimato all’Azerbaigian di “riaprire immediatamente” la strada e ad “astenersi dal compromettere il funzionamento dei collegamenti di trasporto, energia e comunicazione tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh”.
    In questo contesto è considerata necessaria la sostituzione dei peacekeeper russi con forze di pace internazionali dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) su mandato delle Nazioni Unite, così come un ruolo attivo da parte dell’Unione Europea nel “partecipare attivamente” e “garantire che gli abitanti del Nagorno-Karabakh non siano più tenuti in ostaggio dall’attivismo di Baku, dal ruolo distruttivo della Russia e dall’inattività del gruppo di Minsk”. L’obiettivo ultimo è “un accordo di pace globale, che deve garantire i diritti e la sicurezza della popolazione armena” nell’enclave in Azerbaigian, che ne tuteli i diritti e la metta al riparo dalla “retorica incendiaria che invoca la discriminazione nei confronti degli armeni” perché lascino la regione.

    Il Consiglio dell’Ue ha deciso di istituire la missione Euma con l’obiettivo di “garantire un ambiente favorevole” agli sforzi diplomatici per la normalizzazione dei rapporti dei due Paesi caucasici. Oltre 120 mila persone nell’enclave armena sono tagliate dal mondo esterno da quasi 50 giorni