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    Chernobyl, trentasei anni dopo. Bruxelles teme ancora per la sicurezza nucleare dell’Europa: “Mosca liberi la centrale di Zaporizhzhia”

    Bruxelles – Trentasei anni fa l’incidente nucleare nel reattore numero 4 della centrale di Chernobyl, in Ucraina, che portò alla morte immediata di 31 persone e alla dispersione nell’atmosfera di grandi quantità di particelle radioattive. Oggi, l’UE lo ricorda come il più importante incidente nucleare verificatosi in Europa, con un occhio di preoccupazione per gli impianti nucleari ancora attivi in Ucraina, dal 24 febbraio invasa dall’esercito russo che ne minaccia a più riprese sicurezza e integrità.
    “L’aggressione illegale e ingiustificata della Russia in Ucraina mette nuovamente a repentaglio la sicurezza nucleare nel nostro continente”, hanno avvertito in una nota congiunta l’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, e la commissaria per l’Energia, Kadri Simson. Da quando l’invasione è iniziata, la Russia ha “preso di mira e occupato siti nucleari ucraini, danneggiando incautamente gli impianti”.
    Nel giorno dell’anniversario dell’incidente avvenuto nel 1986, i due rappresentanti della Commissione hanno ribadito “la massima preoccupazione per la sicurezza nucleare e i rischi per la sicurezza causati dalle recenti azioni della Russia presso il sito di Chernobyl”, chiedendo a Mosca di restituire il controllo della centrale nucleare occupata di Zaporizhzhia alle autorità ucraine e di astenersi da qualsiasi ulteriore azione contro le installazioni nucleari presenti sul territorio invaso.
    Da quando l’invasione è iniziata a fine febbraio, l’UE si è messa a seguire da vicino la situazione della sicurezza nucleare insieme all’ENSREG, il gruppo europeo dei regolatori della sicurezza nucleare (European Nuclear Safety Regulators Group), preparando un piano di emergenza nel caso in cui la Russia dovesse attaccare gli impianti nucleari presenti sul territorio ucraino. All’inizio dell’invasione le truppe di Mosca hanno usato l’impianto (inattivo e luogo di raccolta di combustibile esausto e rifiuti radioattivi) di Chernobyl come scudo e rifugio, per poi occupare anche la nucleare di Zaporizhzhya, il più grande impianto nucleare attivo in Europa,
    “L’anniversario del disastro nucleare di Chernobyl, che ricorre oggi, ci ricorda quanto pericolosa sia questa fonte di energia. L’incidente che colpì la centrale nucleare ucraina è stata una ferita non si è più rimarginata. Quel disastro ha provocato morte, sofferenza, malattie e incalcolabili danni economici. Ricordare oggi Chernobyl con dignità equivale ad ammettere che l’energia nucleare non è purtroppo sicura al 100%. Per questa ragione, lavoreremo al Parlamento europeo per modificare le regole sulla tassonomia presentate dalla Commissione europea che considerano come investimenti verdi quelli per costruire nuove centrali nucleari. Non avremo mai più Chernobyl solo se saremo un Continente che produce e utilizza energie pulite. Investire nelle rinnovabili è un obbligo morale che dobbiamo onorare anche per tutti quelli che hanno sofferto a causa del disastro di Chernobyl”, così Laura Ferrara, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, in una nota.

    Nel giorno dell’anniversario del disastro di Chernobyl la Commissione UE esprime “la massima preoccupazione per la sicurezza nucleare e i rischi per la sicurezza causati dalle recenti azioni della Russia presso” i siti nucleare in Ucraina

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    La Finlandia sulla strada della NATO: “Non è vero che siamo neutrali. Ma serve una riflessione sui tempi dell’adesione”

    Bruxelles – Un processo che sembra apparentemente irreversibile. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Finlandia si sta spingendo sulla strada dell’adesione all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), una decisione che sarebbe epocale, ancor più se accompagnata dall’allineamento anche della vicina Svezia, e che fino a due mesi fa non sembrava nemmeno lontanamente plausibile. Per la prima volta dal secondo dopoguerra a oggi Helsinki potrebbe abbandonare il tradizionale non allineamento militare, che emergerà con più certezza dal confronto tra le forze politiche attualmente in corso all’Eduskunta (il Parlamento monocamerale) sul rapporto strategico sulla sicurezza del Paese, presentato due settimane fa dall’esecutivo guidato da Sanna Marin.
    Un dibattito che si imposta su un cambiamento di percezione del pericolo russo e di priorità sulle questioni della difesa da parte dei cittadini finlandesi e sulle riflessioni sul breve e medio periodo da parte del mondo accademico. Come confermato a Eunews da Juha Jokela, direttore del programma di ricerca sull’Unione Europea al Finnish Institute of International Affairs, nel corso di un’intervista sul bivio presente per la storia del Paese e sugli scenari futuri di una possibile adesione della Finlandia – e della Svezia – sullo scacchiere geopolitico baltico ed europeo.
    Eunews: Dottor Jokela, che idea si è fatto della svolta finlandese sulla questione NATO?
    Jokela: “Prima di tutto bisogna puntualizzare che non è corretto parlare di neutralità della Finlandia, come leggo spesso sugli organi di informazione. Piuttosto possiamo dire che non siamo schierati militarmente, anche se ci siamo legati all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord con una cooperazione rafforzata e da decenni va avanti la politica di approfondimento dei rapporti con i partner. La Finlandia ha sempre concepito l’opzione di aderire alla NATO, se lo scenario internazionale di sicurezza fosse cambiato. E ora, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, vediamo chiaramente questa possibilità, ecco perché è possibile affrontare questo discorso a livello di dibattito pubblico nazionale”.
    E: A proposito, come viene percepita dalla popolazione questa possibile scelta?
    J: “Quello a cui stiamo assistendo è un vero cambiamento di posizione proprio a partire dalla popolazione finlandese, tra il prima e il dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Normalmente il supporto nei confronti della NATO si attestava attorno al 20 per cento dei cittadini, ma, secondo quanto emerge dai sondaggi, dopo due giorni dall’invasione russa è salito al 50 e ora è tra il 60 e il 70 per cento. La popolazione si sta interrogando ed esprimendo sulla questione, adesso è arrivato il momento della scelta della sfera politica, a livello governativo, parlamentare e presidenziale”.
    E: Proprio ora al Parlamento è in corso il dibattito tra le forze politiche. Cosa si aspetta ne possa emergere?
    J: “L’unica potenziale discussione non è tanto se aderire alla NATO, quanto piuttosto se questo processo si stia sviluppando troppo rapidamente. Dobbiamo considerare seriamente le conseguenze sul piano della sicurezza, i pro e i contro di questa scelta sugli affari esteri del Paese. Il dibattito in Parlamento è stato voluto dall’esecutivo stesso per avere l’appoggio del potere legislativo sulla scelta, il white paper del governo non offre nessun suggerimento sulla politica da adottare proprio perché chiede una riflessione aperta tra partiti e deputati. Penso che un accordo sull’opinione del Parlamento sia una questione di settimane, non di mesi, e poi sarà affidata la decisione finale al governo e al presidente”.
    Da sinistra: la prima ministra della Svezia, Magdalena Andersson, e della Finlandia, Sanna Marin (Stoccolma, 13 aprile 2022)
    E: In caso di richiesta di adesione alla NATO da parte della Finlandia, quanto è probabile che la Svezia faccia altrettanto?
    J: “È evidente che la tensione militare in atto, iniziata già nel 2014, ha cambiato gli scenari di sicurezza per tutta la penisola scandinava. In questo periodo si sono strette le relazioni bilaterali tra Svezia e Finlandia in materia di difesa, con una cooperazione intensa anche sulla questione NATO. Proprio per il forte legame che si è creato, i due Paesi hanno canali diplomatici diretti per evitare che un cambiamento improvviso di posizioni di un partner vada a destabilizzare l’altro. Basti solo ricordare che quando a inizio marzo il presidente della Finlandia, Sauli Niinistö, è stato ospite dell’omologo statunitense, Joe Biden, durante l’incontro c’è stata una telefonata anche con la prima ministra svedese, Magdalena Andersson. Questa relazione riflette l’importanza strategica della stabilità nel Baltico, che ha un impatto anche su quella della regione artica, e nonostante Finlandia e Svezia stiano pensando alle proprie questioni di sicurezza nazionale, la loro decisione avrà un impatto significativo sullo scacchiere di tutta l’Europa”.
    E: È preoccupato per una possibile reazione dura da parte della Russia? Cosa rischiano Finlandia ed Europa?
    J: “Da un certo punto di vista, Helsinki è preparata per una minaccia militare diretta, già vediamo movimenti di truppe russe lungo il confine con la Finlandia, lungo 1.340 chilometri. Ma siamo più preoccupati per l’area grigia di un conflitto che contempli minacce ibride, come gli attacchi informatici, o l’invio forzato di persone ai confini. Evidentemente, ci sono implicazioni dirette su una possibile escalation di tensione con la Russia, ma l’eventuale decisione di aderire alla NATO è uno strumento legittimo di cooperazione con gli alleati transatlantici contro l’approccio aggressivo della Russia. Perché se è vero che non siamo neutrali, ma solo militarmente non schierati e già radicati nell’Alleanza, non va nemmeno dimenticato che nel caso di aggressione esterna per noi non si applica l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico. Quello che afferma che un attacco contro un alleato è un attacco contro ogni componente dell’Alleanza”.

    Intervista a Juha Jokela, direttore del programma di ricerca sull’UE al Finnish Institute of International Affairs. “Stiamo assistendo a un cambiamento di posizione a partire dai cittadini. Ma la politica deve considerare seriamente le conseguenze sul piano della sicurezza del Paese”

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    La triplice strategia per l’autonomia dei Balcani dal gas russo: nuovi fornitori, espansione della produzione e più GNL

    Bruxelles – Trovare soluzioni per l’indipendenza energetica dalla Russia è una priorità per l’Europa, dentro e fuori i confini dell’Unione Europea. La guerra in Ucraina sta aumentando la pressione anche sui Balcani Occidentali, la regione che aspira ad accedere nel prossimo futuro nell’UE e che è alla ricerca di nuove forniture di gas per liberarsi dalla dipendenza russa. Una strategia che potrebbe rappresentare un punto di forza anche per il resto del continente, nonostante non siano da sottovalutare le complessità.
    Per i Balcani il discorso sulla dipendenza dal gas russo vale doppio. Mentre per l’Unione Europea la domanda di questa risorsa energetica dipende al 40 per cento dal Cremlino, alcuni Paesi della regione – come Serbia, Bosnia ed Erzegovina e Macedonia del Nord – dipendono totalmente dal Cremlino. È per questa ragione che i Paesi balcanici sono scettici sulla possibilità che Bruxelles adotti un embargo sulle importazioni di gas dalla Russia. Non va dimenticato che il sesto pacchetto di sanzioni sta però creando per la prima volta tensioni e ritardi all’interno dei Ventisette: il premier ungherese, Viktor Orbán, guida il fronte dei contrari, mentre l’omologo greco, Kyriakos Mitsotakis, ha avvertito che “un embargo energetico non deve essere più doloroso per gli europei che per la Russia”.
    Nello sforzo di indipendenza dalle fonti energetiche russe, se si considera l’Europa sud-orientale le vie praticabili sono tre: il collegamento con fornitori alternativi di gas, l’espansione della produzione locale e l’aumento delle consegne di gas naturale liquefatto (GNL). Un ruolo cruciale lo gioca il Paese membro UE più importante nella penisola balcanica, la Grecia. “Il Mediterraneo orientale diventa ancora più importante ora che si cerca una diversificazione delle fonti per allontanarci dal petrolio e dal gas russo”, ha spiegato a inizio aprile il premier greco Mitsotakis sottolineando che “dovremmo studiare tutti i progetti di interconnessione in quest’area, attraverso oleodotti, gasdotti e GNL”.
    Anche per i Balcani la chiave per l’autonomia strategica sul gas è la diversificazione. Nei prossimi cinque anni il Gasdotto Trans-Adriatico (TAP), che dall’Azerbaijan corre attraverso la Grecia e l’Albania e sotto l’Adriatico fino all’Italia, dovrebbe essere in grado di raddoppiare la propria capacità, dagli attuali 10 miliardi di metri cubi a 20: il gasdotto di interconnessione Grecia-Bulgaria entrerà in funzione a settembre di quest’anno, mentre è in costruzione quello che da Salonicco trasporterà il gas verso la Macedonia settentrionale, con la prospettiva di raggiungere anche Kosovo e Serbia. Le riserve sottomarine di gas nel Mediterraneo orientale potrebbero fornire all’Europa circa 10 miliardi di metri cubi l’anno, ma si dovranno trovare modalità per risolvere le tensioni geopolitiche nell’area e per riprendere i discorsi sul Gasdotto EastMed, un progetto da 6 miliardi di euro che dovrebbe trasportare il gas dai depositi al largo di Israele e dell’Egitto attraverso Cipro e Grecia. Ad Alessandropoli, città della Grecia nord-orientale, entro la fine del 2023 dovrebbe entrare in funzione un terminale di GNL con una capacità di 5,5 miliardi di metri cubi, che rappresenterà un punto di riferimento anche per Paesi come Macedonia del Nord e Bulgaria.
    Nonostante sembri quasi impossibile rinunciare sul breve periodo agli impianti di Gazprom, la strategia di diversificazione delle forniture di gas potrebbe essere vincente nei Balcani. Sviluppando questa triplice strategia, si potrebbero coprire quasi completamente i volumi modesti di gas richiesti dalle economie e dalle società della regione. Come esempio, è sufficiente pensare che la Grecia, il Paese più sviluppato della penisola, consuma 5,7 miliardi di metri cubi di gas all’anno (l’Italia 76,1). In uno scenario di lungo periodo, la penisola balcanica e il continente europeo potranno ancora aver necessità delle fonti energetiche russe, ma non esserne dipendenti, sviluppando dialoghi e partnership strategiche con attori geopolitici dall’Asia al Medioriente, fino all’Africa.

    Alcuni Paesi della penisola (Serbia, Bosnia e Macedonia del Nord) dipendono quasi totalmente dal Cremlino. Ma la Grecia sta guidando gli sforzi di indipendenza energetica attraverso il rafforzamento dei gasdotti alternativi e un nuovo terminale di gas naturale liquefatto

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    L’UE rafforza la cooperazione tecnologica e commerciale con l’India in chiave anti-Russia

    Bruxelles – Un impegno strategico “approfondito e congiunto” per affrontare le tensioni geopolitiche in evoluzione. Da Nuova Delhi, Ursula von der Leyen annuncia oggi (25 aprile) insieme al premier indiano, Narendra Modi, l’avvio di un Consiglio per il commercio e la tecnologia Ue-India.
    Una nuova alleanza su commercio, tecnologia e sicurezza sancita nel quadro della missione di due giorni (domenica 24 e lunedì 25 aprile) della presidente della Commissione Europea nella capitale indiana per “approfondire la cooperazione bilaterale in vari settori”, inclusi commercio, tecnologia ed energia. I colloqui di von der Leyen con Modi riguardano anche i piani per rilanciare i negoziati quest’estate per un accordo commerciale globale tra l’UE e l’India. “I nostri team inizieranno presto i negoziati sugli accordi commerciali e di investimento”, ha assicurato la presidente in conferenza stampa al fianco del premier indiano.

    Strengthening the 🇪🇺🇮🇳 partnership is a key priority for this decade.
    We will step up cooperation in trade, technology and security.
    This is why I’m pleased that @narendramodi and I will establish an 🇪🇺🇮🇳 Trade and Technology Council.
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) April 25, 2022

    Ma questo nuovo meccanismo di coordinamento strategico sul fronte tecnologico e commerciale è anche il modo con cui l’UE cerca di allontanare l’India dalle sue relazioni di lunga data dalla Russia, da cui dipende per quanto riguarda la tecnologia di difesa in arrivo da Mosca. L’India, fino a questo momento, si è rifiutata di condannare l’invasione della Ucraina da parte del presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, iniziata il 24 febbraio scorso.
    Il Consiglio consentirà “a entrambi i partner di affrontare le sfide tra commercio, tecnologia affidabile e sicurezza, e quindi approfondire la cooperazione in questi settori tra l’Ue e l’India”, si legge nella nota congiunta dei due leader. Il modello è quello del Consiglio per il commercio e la tecnologia tra UE e USA, lanciato a Pittsburgh un anno fa. Bruxelles e Nuova Delhi convengono “che i rapidi cambiamenti nell’ambiente geopolitico evidenziano la necessità di un impegno strategico congiunto e approfondito”. Il Consiglio per il commercio e la tecnologia “permetterà alle due parti di allineare le politiche e affrontare le sfide comuni in settori importanti per il progresso sostenibile dell’economia europea e indiana”. Tra le righe, l’obiettivo è quello di offrire una alternativa all’India alle sue “dipendenze” dalla Russia, in aree come le attrezzature militari, spianando la strada a un accordo commerciale globale che l’UE spera di chiudere entro l’estate.

    Al via il nuovo Consiglio per il commercio e la tecnologia Ue-India: la missione di due giorni di Ursula von der Leyen a Nuova Delhi è anche il tentativo di offrire all’India un’alternativa alla sua dipendenza da Mosca. Presto inizieranno “i negoziati sugli accordi commerciali e di investimento”, ha assicurato la presidente dell’Esecutivo comunitario

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    La Cina dice ‘no’ ai lavori forzati in vista della visita dell’alta commissaria ONU per i diritti umani

    Bruxelles – ‘No’ ai lavori forzati. È questo il messaggio che la Cina ha inviato all’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), a meno di un mese dalla visita dell’alta commissaria per i Diritti umani, Michelle Bachelet, nella regione autonoma del Xinjiang, nel nord-ovest del Paese, e dimora della minoranza degli uiguri. Ma non solo. L’adesione del Paese a due delle Convenzioni fondamentali sul lavoro forzato punta anche all’Europa e agli Stati Uniti, dopo anni di denunce – e, dal 2021, sanzioni – da parte della comunità internazionale per lo sfruttamento degli uiguri, la minoranza etnica turcofona, di religione islamica, sottoposta a pratiche di detenzione arbitraria di massa e perfino di sterilizzazione.
    Il 20 aprile 2022 il Comitato permanente del tredicesimo Congresso nazionale del Popolo, il massimo organo legislativo cinese, ha ratificato la Convenzione sul lavoro forzato e obbligatorio (1930) e la Convenzione per l’abolizione del lavoro forzato (1957). Si tratta di due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), l’ente con sede a Ginevra che stabilisce, a livello globale, i principi e i diritti fondamentali dei lavoratori. La Cina ne è parte dal 1985, per quanto non abbia mai aderito a diversi dei suoi trattati né garantisca piene tutele sul lavoro.
    In questo modo, il Paese si è impegnato “a eliminare l’uso del lavoro forzato o coatto in tutte le sue forme, entro il periodo più breve possibile”, come recita l’articolo 1 della Convenzione del 1930. Mentre quella del 1957, ne proibisce ogni uso “come mezzo di coercizione o di educazione politica”. “Come sanzione per aver espresso opinioni politiche o ideologiche”. “Come metodo di mobilitazione alla manodopera”. “Come misura disciplinare sul lavoro”. “Come sanzione per aver partecipato a scioperi o come misura di discriminazione”.
    Si tratta di un passo significativo per il Paese. Secondo la Risoluzione del Parlamento europeo del 17 dicembre 2020, che ha analizzato (e condannato) la situazione degli uiguri nella Repubblica Popolare, dal 2014 “sono numerose le denunce credibili” secondo cui la minoranza verrebbe impiegata per i lavori forzati. Soprattutto, “nelle catene di produzione dei settori dell’abbigliamento, della tecnologia e dell’automobile”. Nel marzo 2020 il think thank Australian Strategic Policy Institute aveva individuato che nelle filiere produttive di ben 83 brand, anche internazionali, lavoravano oltre 80mila uiguri in condizioni assimilabili a quelle del lavoro forzato.
    Non è un caso che la ratifica delle Convenzioni sia avvenuta ora. L’alta commissaria Bachelet sta lavorando da almeno tre anni al rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione degli uiguri nel Paese. L’uscita della relazione era stata annunciata lo scorso dicembre, ma non è escluso che ora venga posticipata, per quanto richiesta a gran voce, quanto prima, da attivisti e organizzazioni internazionali per i diritti umani.
    L’adesione alle Convenzioni sul lavoro forzato era anche una condizione prevista dai negoziati per l’Accordo comprensivo sugli investimenti (CAI) con l’Unione Europea. Il documento, mai finalizzato – anche per l’elezione del presidente americano Joe Biden – avrebbe garantito un unico quadro legale sugli investimenti, andando a sostituire i 26 accordi bilaterali tra gli Stati membri dell’UE e la Repubblica Popolare, con condizioni commerciali più vantaggiose. Tuttavia proprio le divergenze sui diritti umani e la questione del Xinjiang hanno contribuito a congelare i negoziati del CAI, soprattutto dopo le sanzioni cinesi a una serie di enti ed eurodeputati, in risposta a quelle europee a diversi funzionari del Paese del Dragone e all’ufficio di pubblica sicurezza del Xinjiang.
    Per quanto ferme, le trattative per il CAI potrebbero riprendere in futuro. Le nuove Convenzioni ILO sono un primo, per quanto timido, segnale di un’apertura cinese. “La Cina sta inviando un segnale cinico”, ha però detto a Eunews l’europarlamentare Reinhard Bütikofer (Verdi), a capo della Delegazione per le relazioni con la Repubblica Popolare cinese e tra i sanzionati da Pechino, “procede con la ratifica delle principali Convenzioni dell’ILO contro il lavoro forzato, mentre continua, senza vergogna, pratiche di lavoro forzato e nega i fatti”.
    Nel 2021, gli Stati Uniti avevano invece adottato la Legge sulla prevenzione del lavoro forzato uiguro che tuttora vieta l’importazione di alcuni prodotti, come cotone o pomodori, provenienti dalla regione autonoma. Anche Washington aveva fatto pressione sul Paese a riguardo, dopo il rapporto del 2022 della stessa Organizzazione internazionale del lavoro.

    Michelle Bachelet è attesa a maggio 2022, insieme al rapporto sulla situazione uigura nel Xinjiang. Bütikofer (Verdi): “Segnale cinico”. Si teme il non rispetto dei trattati all’atto pratico

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    La Commissione Europea apre alla confisca dei beni degli oligarchi russi implicati in attività criminali

    Bruxelles – Non solo il congelamento, si apre anche la strada della confisca dei beni degli oligarchi russi vicini al regime di Vladimir Putin. “Se vengono accertate attività criminali legate a quella persona colpita dalle nostre sanzioni, è possibile non solo operare con un congelamento degli asset, ma mettere in atto una confisca“, ha messo in chiaro il commissario europeo per la Giustizia, Didier Reynders, nel corso dell’evento EU IDEA organizzato in collaborazione con Eunews. “Se le autorità nazionali vanno in questa direzione, chiediamo agli Stati membri di mettere i soldi ricavati in un fondo fiduciario per l’Ucraina, in modo da restituire il denaro alle vittime”.
    La strada della confisca dei beni degli oligarchi russi colpiti dai cinque pacchetti di sanzioni UE e implicati in attività criminali potrebbe risolvere uno dei problemi indiretti per i 27 Paesi membri dell’Unione Europea: le spese per il mantenimento degli stessi beni sequestrati, che attualmente sono solo congelati. Tecnicamente non si può parlare né di sequestro (misura cautelare attuata nelle fasi di indagine su un reato) né di confisca (pena definitiva comminata con una sentenza di condanna) dei beni, perché per il momento non esistono azioni penali nei confronti degli oligarchi russi.

    Quello che viene utilizzato è invece uno strumento di tipo economico: i beni congelati non possono essere messi all’asta o assegnati ad associazioni, ma rimangono proprietà degli oligarchi sanzionati. In altre parole, non possono essere utilizzati, ma rappresentano un costo per le finanze dello Stato. In Italia, secondo quanto stabilito dal decreto legislativo 109, la custodia, amministrazione e gestione delle risorse economiche “oggetto di congelamento” spettano all’Agenzia del demanio, che deve pagare tutte le spese legate a un bene sottoposto a questo strumento economico. Per esempio, i costi di mantenimento di una villa o di uno yacht, con tutti gli annessi: l’Agenzia del demanio può utilizzare eventuali utili prodotti dal bene, ma in caso contrario attinge a un fondo apposito del bilancio statale. Quando il bene viene ‘scongelato’ e restituito, il proprietario deve risarcire lo Stato italiano per tutte le spese sostenute.
    La confisca dei beni degli oligarchi russi implicati in attività criminali potrebbe risolvere da una parte la questione delle ingenti spese sostenute dai Ventisette per il mantenimento dei congelamenti, mentre dall’altra potrebbe avere un impatto significativo sul sostegno dell’UE all’Ucraina con un fondo fiduciario apposito. A sostenere l’azione di indagine delle autorità nazionali per “esplorare i legami tra i beni appartenenti a persone elencate nel regime di sanzioni e possibili attività criminali” – come affermato dal commissario Reynders – interverrà la task force Freeze and Seize istituita a marzo dalla Commissione Europea: “L’unità operativa sta sostenendo gli Stati membri sulla necessità di garantire l’applicazione delle sanzioni dell’Unione contro gli individui e le società russe”, ha ricordato il commissario europeo per la Giustizia. Ora per Bruxelles è arrivato il momento di fare di più.

    Lo ha affermato il responsabile per la Giustizia, Didier Reynders, durante un evento organizzato in collaborazione con Eunews: “Dopo il congelamento, se si arriva alla confisca chiediamo ai Paesi membri di destinare i soldi ricavati a un fondo fiduciario per le vittime ucraine”

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    EU IDEA project, differentiation as a tool for European integration. Reynders: “But the rule of Law is the limit”

    Brussels – The last dance. The EU IDEA project has come to an end, with a final conference that presented the project’s results and discussed the theme of differentiation and integration among researchers, EU representatives and experts. The two-day event (April 20-21) was organized in Brussels, within the framework of EU IDEA – Integration and Differentiation for Effectiveness and Accountability: it addressed all the aspects of differentiated integration as a strategic choice, as the European Union is dealing with its manifold internal and external challenges.
    The European Commissioner for Justice, Didier Reynders, at the EU IDEA final conference in Brussels (credits: Federico Baccini)
    EU IDEA is a project funded by the European Commission under the Horizon2020 programme and led by Istituto Affari Internazionali (IAI) – with the participation of Eunews as media partner – and its aim is to deepen differentiation and integration issues, in order to find viable solutions to the current challenges that the EU is facing. This is even more valid following the Russian aggression of Ukraine, considering the necessity to improve the future European security order amid persistent fragmentation and divergence in the European integration project. However, “differentiation and flexibility have no place in certain specific areas, such as the respect of the key-values of the European Union”, the European Commissioner for Justice, Didier Reynders, made it clear during his key-note speech.

    Human rights, rule of Law, solidarity, equality, independence of justice. “All Member States must align themselves with these key-principles, this is the commitment at the time of accession to the EU, not an imposition of the European Commission”, Reynders stressed, explaining why “we can work on differentiation, but not in the case of the respect of the rule of Law“. Inside and outside the EU (among those countries that want to be part of the Union), “there are many legislations and traditions, we are not asking to standardize all legal systems, but to apply the same principles for a common approach”. The Ukrainian crisis shows that “we must continue to commit in our values, if we want to be credible in the world and to demand respect for human rights from Russia“, the European Commissioner for Justice concluded.

    The final conference

    The Head of EU, politics and institutions programme at the Istituto Affari Internazionali (IAI) and EU IDEA project coordinator, Nicoletta Pirozzi, at the final conference in Brussels (credits: Federico Baccini)
    Moderated by Nicoletta Pirozzi, Head of EU, politics and institutions programme at the Istituto Affari Internazionali (IAI) and EU IDEA project coordinator, the conference first focused on how history and narratives around differentiation influence today’s state of the EU. “It emerged as a tool to cope with the different member States’ points of view and with growing heterogeneity”, Marco Brunazzo, Professor at University of Trento, stated, while his colleague at the University of Oslo John Erik Fossum pointed out that “it requires the development of some mechanisms to prevent weaknesses in the institutional system”. Differentiated integration “has two faces, one positive and one negative”, Ingrid Shikova, Professor at the Sofia University “St.Kliment Ohridski”, stressed, considering that “also in the future, who wants to do more, will do more, but who wants to do less, will do less”. Following the suggestion of Piero Tortola, Assistant Professor at the University of Groningen – “I wonder whether there is a return to unified integration narrative” – Jim Closs, TEPSA Secretary General, underlined that “every single crisis has shown that we need more integration and that basic key-values, such as the respect of rule of Law and human rights, are out of question“.
    Democracy and legitimacy are the cornerstones of a differentiated EU, in order to guarantee “an increase of effectiveness in inputs and responsibilities”, Matteo Bonomi, Research Fellow at the Istituto Affari Internazionali (IAI), stated. Funda Tekin, Director of the Institut für Europäische Politik (IEP), stressed that “the key for legitimation of differentiation policies is represented by the preferences of political elites and national public opinion” and her colleague Janis Emmanoulidis, Director of Studies, European Policy Centre (EPC), pointed out that “in the next future, we will have many more debates on these topics, because differences among Member States are becoming more evident and they have to be discussed”. Daniel Freund, Member of the European Parliament (Greens/EFA), warned that “there is not a real democratic choice on democracy, if you do not seat at the table for the decision-making process”.

    (credits: Federico Baccini)
    Differentiated integration is a process that considers also sustainability, security and solidarity inside and outside the European Union, as the Ukrainian crisis is demonstrating. “It urged a common approach in foreign affairs and military policies”, Sven Biscop, Director at the Egmont Institute, reported, echoed by Pol Morillas, Director at the Barcelona Centre for International Affairs (CIDOB): “It emerged trust between EU leader and empathy towards Member States that could suffer because of this crisis”. Even if “unity in the response is happening now”, as Juha Jokela, Programme Director at the Finnish Institute of International Affairs (FIIA), noted, “I am skeptical on how long it will last, because it concerns the effectiveness of external differentiated integration”. Eulalia Rubio, Senior Research fellow at the Jacques Delors Institute (JDI), stressed that “there are many cases of differentiation integration, that works differently inside and outside the EU”, while Reinhard Bütikofer, Member of the European Parliament (Greens/EFA), reminded that “unity in diversity is the very essence this concept”.

    At the very heart of the EU IDEA project there has always been the theme of Brexit, also considering the EU-UK Trade and Cooperation Agreement (TCA). “Foreign affairs and security policies are out of it, with an impact even on the war in Ukraine”, Ian Bond, Director of the Centre for European Reform (CER), stated. Stefan Führing, Head of Unit of the EU-UK Trade and Cooperation Agreement in the European Commission, shared the opinion that “in a broad sense, the cooperation between the two geopolitical actors is close to zero”, and Fabian Zuleeg, Chief Executive at the European Policy Centre (EPC), stressed that the TCA “is working in regulating the commercial trade, but it has a huge cost on many other aspects, such as the political cooperation”. This is “not a good relationship”, as shared also by Brigid Laffan, Former Director of the Robert Schuman Centre for Advanced Studies and Professor at the European University Institute: “We are talking about the weakest possibile solution, even if at the end Brexit has strengthen the unity inside the European Union”.

    Nicoletta Pirozzi with Herman Van Rompuy (on the right) and Vivien Schmidt (on the left) at the EU IDEA final conference (credits: Federico Baccini)
    Closing the final conference of the EU IDEA project, the coordinator Nicoletta Pirozzi summed up three years of studies and working papers: “Flexibility and differentiation can be a tool for European integration, but we have to set some limits and red lines, such as the respect of the rule of Law and the reinforcement of the EU institutions and the judicial power”. Herman Van Rompuy, President Emeritus of the European Council and EPC President, is sure that “we have to be more united on the values that characterize us” and that “there will be less space for differentiation in the future”, because “unanimity is very hard to achieve in many fields in periods of no crisis”. One of the very first turning points will be the French presidential election next Sunday (April 24): “If Marine Le Pen wins, there is the risk for differentiated disintegration on our values, the European budget and the supremacy of the EU law”, Vivien Schmidt, Professor at the Frederick S. Pardee School of Global Studies and at the Boston University, warned with great concern.

    The European Commissioner for Justice took part to the final two-day conference of the EU IDEA project, led and coordinated by Istituto Affari Internazionali (IAI): “All Member States must align themselves with our key-principles, if we want to be credible in the world”

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    “UE e Stati Uniti alleati strategici”, la guerra in Ucraina rinsalda ancora di più l’alleanza transatlantica

    Bruxelles – “Unione europea e Stati Uniti sono alleati strategici, non solo di fronte alla guerra in corso in Ucraina”. Valdis Dombrovskis sembra offrire esternazioni già sentite, ma non sono banali. E’ un chiaro messaggio a Mosca, all’aggressore russo. Il commissario per il Commercio vuole fare sapere, una volta di più, che la Russia è isolata, e che la comunità internazionale è unita contro il Cremlino e i suoi giochi di guerra. Non a caso fa riferimento alla coalizione globale. “UE e mondo democratico occidentale devono continuare a lavorare assieme per mettere pressione” all’autocrate russo.
    L’occasione per gettare questo guanto di sfida è l’incontro bilaterale con la rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Katherine Tai. Anche quest’ultima vuole sottolineare la natura di alleati strategici. Inizia la conferenza stampa convocata per l’occasione sottolineando come tra le tante cose di cui andare fieri nei rapporti con l’altra sponda dell’Atlantico, c’è la risposta alle azioni belliche di Mosca. “Ciò di cui dobbiamo essere orgogliosi è il modo in cui Unione europea e Stati Uniti hanno lavorato insieme, il grado di rapidità di adozione delle sanzioni, la loro durezza”.
    UE e USA mai così uniti, anche questo è un risultato delle mosse del signore di Russia. Da Washington arriva un messaggio chiaro, che sintetizza l’esponente dell’amministrazione Biden. “La nostra partnership è davvero forte”, scandisce Tai. Che quindi aggiunge: “Continueremo a lavorare per un ordine economico che rifletta i nostri valori”. Che non sono quelli della Russia di Vladimir Putin.

    I responsabili per il Commercio di entrambe le parti, Valdis Dombrovskis e Katherine Tai, convocano una conferenza stampa utile per mandare un messaggio chiaro a Mosca. “La nostra partnership è davvero forte”