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    Almeno 27 migranti muoiono nella Manica, Johnson e Macron si scambiano accuse

    Bruxelles – Finisce a colpi di accuse reciproche tra i leader britannici e francesi dopo che almeno 27 persone (ci sono anche fonti che parlano di un numero maggiore) sono morte nel tentativo di attraversare in barca i 50 chilometri de la Manica per raggiungere la Gran Bretagna. Si temono più di 27 morti perché la stima è che a bordo vi fossero 34 persone, e solo due sono state recuperate vive, anche se in condizioni gravissime.
    Dopo l’incidente più grave di questa crisi, che vede circa 2.000 persone accampate a Calais in attesa di un modo per attraversare il mare, ieri sera (24 novembre) il premier britannico Boris Johnson e il presidente francese Emmanuel Macron si sono sentiti al telefono. Il francese, riferisce l’Eliseo, ha sottolineato “la responsabilità condivisa” di Francia e Regno Unito e ha detto a Johnson di aspettarsi una “piena cooperazione” e che la situazione non sarà sfruttata “per scopi politici”.
    Il primo ministro britannico si è detto “profondamente colpito” dall’accaduto ha invece rinnovato le richieste alla Francia di organizzare pattuglie di polizia congiunte lungo la costa della Manica, che la Francia ha sempre rifiutato per questioni di sovranità nazionale, e ha affermato che l’incidente ha evidenziato come gli sforzi francesi per pattugliare le loro spiagge “non siano stati sufficienti”.
    “Abbiamo avuto difficoltà a persuadere alcuni dei nostri partner, in particolare i francesi, a fare le cose nel modo che pensiamo la situazione richieda”, ha detto Johnson aggiungendo che “dobbiamo fare di più insieme”.
    Macron ha anche chiesto una riunione di emergenza dei ministri europei per discutere un immediato aumento dei finanziamenti per l’agenzia per le frontiere FRONTEX.
    “Oggi piangiamo le vittime, ma dobbiamo fare in modo che queste cose non posano accadere mai più”, scrive stamane in un Tweet il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

    Yesterday, at least 27 people died in the Channel. It is the latest in a long series of tragedies occurring in the seas surrounding Europe.
    Today we mourn the victims but we must also act to ensure that this cannot happen again.
    — David Sassoli (@EP_President) November 25, 2021

    L’Aula di Strasburgo ha osservato questa mattina un minuto di silenzio in onore delle vittime della Manica.

    Il presidente francese chiede una riunione d’emergenza dei ministri UE per rafforzare FRONTEX

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    La leader dell’opposizione bielorussa Tsikhanouskaya chiama l’UE all’azione: “Non abbiamo un altro anno di tempo”

    Bruxelles – “In questo momento ci sono più prigionieri politici in Bielorussia che eurodeputati in quest’Aula”. Potrebbero bastare solo queste parole rivolte dalla leader dell’opposizione bielorussa, Sviatlana Tsikhanouskaya, all’emiciclo del Parlamento UE per tracciare la gravità della situazione e delle violazioni dei diritti umani nella Bielorussia di Alexander Lukashenko.
    Una lunga standing ovation da parte degli eurodeputati ha accolto “una delle leader più prestigiose dell’opposizione democratica in Bielorussia”, come l’ha presentata il presidente del Parlamento UE, David Sassoli. Proprio l’invito di Sassoli ha riportato in plenaria la presidente ad interim riconosciuta dall’Unione Europea, vincitrice (insieme ai compagni e alle compagne di lotta) del Premio Sakharov per la libertà di pensiero del 2020: “È un simbolo per la democrazia e la libertà ed è la voce dei prigionieri politici in carcere che non vogliamo dimenticare“, ha sottolineato il presidente del Parlamento UE, che ha definito quel regime “una tirannia”, nel suo discorso di apertura, richiamando “anche le altre istituzioni comunitarie” a essere “all’altezza della difesa dei diritti fondamentali e dei valori europei che non sono in vendita”.
    La standing ovation degli eurodeputati per la leader dell’opposizione democratica bielorussa, Sviatlana Tsikhanouskaya (24 novembre 2021)
    Prendendo parola, Tsikhanouskaya si è soffermata proprio sul fatto che tra gli 882 prigionieri politici in Bielorussia, ci sono anche i vincitori del Premio Sakharov “che un anno fa erano presenti nell’Aula di Bruxelles”. Il riferimento è ad Ales Bialiatski, fondatore dell’organizzazione per i diritti umani Viasna, che “dimostra quanto la crisi sia più vicina di quanto sembri”. Nonostante le “decisioni senza precedenti della Commissione e il sostegno del Parlamento Europeo”, la leader dell’opposizione bielorussa ha richiamato l’UE all’azione: “Perdonate la mia schiettezza, ma devo dirlo, è tardi e ora tocca agli europei mostrare il loro impegno per i valori democratici e la dignità umana con misure più incisive”.
    Se alla fine del 2020 Tsikhanouskaya parlava di un “risveglio dei cittadini bielorussi” e chiedeva già il supporto dell’Unione, quasi 365 giorni dopo ha avvertito che “non abbiamo un altro anno a disposizione, non ce l’ha la Bielorussia e nemmeno l’Europa”. All’escalation di violenza del regime di Lukashenko si oppone la resistenza del popolo bielorusso, che “vuole nuove elezioni presidenziali e trova modi di protestare nonostante l’intensa pressione politica”. È però necessario che l’UE si risvegli e diventi “più proattiva di fronte all’autocrazia di Lukashenko“, ha esortato la leader dell’opposizione bielorussa.
    Per spiegare meglio il concetto, Tsikhanouskaya ha utilizzato una metafora efficace: “Le dittature sono come un virus che infetta il corpo, sappiamo che più la malattia viene ignorata, più sarà difficile curarla in futuro”. Di qui la necessità di “non rimanere ad aspettare e vedere cosa succede, ma è cruciale passare all’azione”, attraverso una strategia divisa in tre parti: “Isolamento, per prevenire la sua diffusione, trattamento, per rimuovere i suoi effetti negativi, e immunità, per mantenere il corpo in buona salute”.
    Una nuova strategia per la Bielorussia
    La prima parte della strategia riguarda l’isolamento e il non riconoscimento del regime: “Molti bielorussi sono feriti nel vedere che ancora oggi i media europei più influenti chiamano Lukashenko ‘presidente’, quando non lo è”, ha cercato di sensibilizzare la stampa Tsikhanouskaya. La leader dell’opposizione bielorussa ha spiegato che “in questo modo si forma una percezione sbagliata tra milioni di cittadini dell’UE” su un politico che “ha illegalmente usurpato il potere presidenziale con la violenza”. Se Bruxelles non considera valide le elezioni-farsa dell’agosto del 2020, “bisogna impostare una politica di non riconoscimento coerente“. Per esempio “non si dovrebbero nominare nuovi ambasciatori in Bielorussia, ricevere ambasciatori del regime, o invitare rappresentanti a eventi internazionali”, ma si dovrebbe anche “sospendere l’appartenenza del regime all’Interpol”. Tutto questo “manderebbe un segnale che gli abusi non saranno più tollerati“, ha aggiunto la presidente ad interim.
    La leader dell’opposizione democratica bielorussa, Sviatlana Tsikhanouskaya, al Parlamento UE (24 novembre 2021)
    In secondo luogo, servono pressioni sul regime e limitazioni all’accesso di risorse: “Vi assicuro che le sanzioni economiche funzionano, continuate a mantenere questa politica”. Tsikhanouskaya ha spiegato che le misure restrittive “dividono le élite attorno a Lukashenko e distruggono gli schemi di corruzione, perché nessuno vuole condividere le responsabilità dei crimini del regime”. Così come fatto con gli ultimi pacchetti di sanzioni, “non vanno ascoltati i lobbisti e vanno coordinate le azioni con Londra e Washington”. Secondo la leader dell’opposizione bielorussa, è necessario anche “perseguire i trasgressori dei diritti umani secondo la giurisdizione penale universale“.
    L’ultima parte della strategia riguarda il rafforzamento della resistenza democratica della società bielorussa. Tsikhanouskaya ha chiesto all’UE di “dare più assistenza al nostro popolo”, seguendo la linea di flessibilità del pacchetto di investimenti da 3 miliardi di euro che verrà sbloccato solo quando in Bielorussia saranno rispettato i diritti umani. “La gente deve sentire di non essere abbandonata“, è stata l’esortazione della presidente legittima riconosciuta dall’UE, che ha invitato le istituzioni comunitarie a “non permettere che il regime manipoli il traffico di migranti per oscurare la catastrofe dei diritti umani all’interno del Paese”. Sia i cittadini bielorussi sia le persone migranti sono “ostaggi del regime e questi due problemi non possono essere risolti separatamente”, ha specificato.
    Il 2021 visto dall’opposizione bielorussa
    Inseguendo il sogno di “un’Europa unita nei nostri valori condivisi di rispetto dei diritti umani, di governo rappresentativo e costituzionale, e dello Stato di diritto”, per l’opposizione democratica bielorussa il 2021 è stato un anno particolarmente difficile e Tsikhanouskaya l’ha spiegato passo per passo al Parlamento UE. “A gennaio la polizia ha iniziato ad arrestare i cittadini dissenzienti, facendo irruzione nelle loro case”, mentre a febbraio anche la stampa è finita nel mirino, quando le giornaliste Katsiaryna Andreyeva e Darya Chultsova sono state condannate a due anni di carcere “solo per aver riferito sulle proteste e dopo essere state picchiate dalle forze di sicurezza”. A marzo, “mentre l’Europa parlava di una situazione che si stava stabilizzando”, centinaia di persone sono state arrestate “semplicemente per essere state all’aperto nel giorno dell’indipendenza”. In aprile, il ministro degli Esteri del regime, Vladimir Makei, “ha promesso di distruggere la società civile, ma l’interesse dei media europei per la Bielorussia stava rapidamente svanendo”.
    La leader dell’opposizione democratica bielorussa, Sviatlana Tsikhanouskaya, al Parlamento UE (24 novembre 2021)
    È stato maggio il punto di svolta. Dopo la chiusura del sito di notizie indipendente TUT.BY, si è verificato lo scandalo del dirottamento del volo Ryanair Atene-Vilnius su Minsk e il rapimento del giornalista e oppositore politico, Roman Protasevich. Solo allora, “dopo nove mesi interi dall’inizio della catastrofe dei diritti umani in Bielorussia”, l’UE ha preso le prime misure contro il regime, ha ricordato la leader dell’opposizione bielorussa con una nota di disappunto. Con l’approvazione delle sanzioni economiche contro il regime di Lukashenko, “a giugno molti politici europei si preoccupavano che le misure potessero danneggiare i bielorussi, come se non stessero già soffrendo”. A luglio l’aspirante candidato presidenziale Viktor Babariko è stato condannato a 14 anni di prigione e ad agosto l’atleta olimpica Krystina Tsimanouskaya è stata quasi rapita durante i Giochi di Tokyo “semplicemente per aver criticato la gestione sportiva bielorussa”.
    A settembre è arrivata anche la condanna a 11 anni di prigione per una delle tre leader dell’opposizione bielorussa, Maria Kolesnikova, mentre l’informatico Andrey Zeltser è stato ucciso nel corso un’incursione del KGB nel suo appartamento: “Sua moglie, unica testimone, è stata mandata in un ospedale psichiatrico”. A ottobre è esplosa la crisi dei migranti, che già da mesi si era manifestata alle frontiere dell’UE. Fino ad arrivare a oggi, a novembre, con “migliaia di cittadini stranieri presi in ostaggio dal regime che sono finiti al centro dell’attenzione dell’Unione Europea“, mentre “nove milioni di bielorussi lo sono ogni giorno da più di un anno”, ha ricordato Tsikhanouskaya. “Ma pensate davvero che si fermerà qui? La Lituania e la Polonia stanno affrontando la più grande prova della loro sicurezza alle frontiere, ma le minacce aumenteranno ancora”, è stato l’avvertimento all’UE della leader dell’opposizione bielorussa.
    “Ascoltiamo e rendiamo omaggio Tsikhanouskaya”, è stato il messaggio dell’eurodeputato del Partito Democratico Massimiliano Smeriglio. Raccontando di repressione, di prigionieri politici, della chiusura di tutti i media indipendenti e delle ONG, e dello sfruttamento delle persone migranti alla frontiera dell’UE, “ci ricorda che in Bielorussia il tempo si misura in lacrime e ci chiede di esserci, di fare la nostra parte, di non lasciarli soli“, ha aggiunto l’europarlamentare italiano.

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    Il Parlamento UE invoca sanzioni economiche contro Milorad Dodik e chi sobilla il secessionismo in Bosnia ed Erzegovina

    Bruxelles – La crisi in Bosnia ed Erzegovina è approdata nell’emiciclo del Parlamento UE e da parte degli eurodeputati la denuncia delle spinte secessioniste nel Paese è dura come mai prima d’ora. La parola-chiave che è stata pronunciata dai rappresentanti dei cittadini europei è “sanzioni” contro i responsabili di una situazione che rievoca lo spettro dei conflitti etnici degli anni Novanta.
    Il membro serbo-bosniaco della Presidenza tripartita, Milorad Dodik
    Già al Consiglio Affari Esteri dello scorso 15 novembre l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, si era detto “preoccupato” per la “retorica divisiva di alcuni leader politici nazionali” in Bosnia e aveva puntato il dito contro il membro serbo-bosniaco della Presidenza tripartita, Milorad Dodik, che a ottobre aveva minacciato di portare la Republika Srpska (l’entità serba) fuori dal controllo delle autorità centrali. Ma nel corso del dibattito al Parlamento UE di ieri sera (martedì 23 novembre), l’asticella è stata sposta più in alto, con gli eurodeputati che ora chiedono un intervento più deciso da parte delle istituzioni comunitarie a difesa della stabilità del Paese e della sua prospettiva europea.
    “Da Dodik e dalla Republika Srpska arrivano segnali preoccupanti, che potrebbero portare a un nuovo conflitto e a violenze etniche”, ha lanciato l’allarme il vicepresidente del gruppo del PPE, Andrey Kovatchev. L’eurodeputato bulgaro ha insistito sul fatto che “dobbiamo mandare un segnale unico e coeso“, in modo da “ribadire l’impegno dell’UE alla pace e alla stabilità della Bosnia, attraverso una riforma della legge elettorale e l’equa rappresentanza delle tre comunità costituenti” (ovvero serbi, croati e musulmani). Più duro Pedro Marques (S&D): “L’UE deve avere ruolo più forte e usare tutti gli strumenti a sua disposizione, comprese le sanzioni economiche” per rispondere alle minacce dell’ex-presidente della Republika Srpska (dal 2010 al 2018). Con un affondo ai primi ministri di Slovenia e Ungheria, che nelle ultime settimane si sono incontrati con Dodik: “Janez Janša e Viktor Orbán giocano con il fuoco, non sono di aiuto per la politica estera dell’UE“.
    Il vicepresidente del Parlamento UE, Fabio Massimo Castaldo (Movimento 5 Stelle)
    Secondo il vicepresidente del Parlamento UE Fabio Massimo Castaldo (Movimento 5 Stelle), “c’è un pericolo reale di divisione in Bosnia, per colpa di chi soffia sul fuoco del nazionalismo, anche tra gli Stati membri dell’UE”. È per questo motivo che “l‘Unione deve agire in maniera risoluta e univoca, anche con sanzioni contro Dodik e chi lo fiancheggia, tenendo in considerazione gli interessi della popolazione”, ha aggiunto Castaldo. Di sanzioni ha parlato anche Klemen Grošelj (Renew), “contro chi vuole mettere in discussione l’integrità territoriale e smembrare la Bosnia”. Tineke Strik (Verdi/ALE) ha chiesto inoltre di “non scendere a compromessi sulle riforme democratiche di cui c’è bisogno nel Paese” e di “imporre misure restrittive contro Dodik e chi lo aiuta”.
    Da sottolineare lo scontro tra i due gruppi delle destre sull’approccio ai fiancheggiatori di Dodik, ovvero Serbia e Russia. Angel Dzhambazki (ECR) ha esortato con veemenza le istituzioni comunitarie a “smettere di essere politicamente corretti e riconoscere che i problemi arrivano da Belgrado e il Cremlino, che non sono nostri amici”. Al contrario Thierry Mariani (ID) si è scagliato contro “i fallimenti diplomatici dell’UE nei Balcani Occidentali, che hanno dimostrato la nostra inefficacia in Bosnia” e ha invocato una “relazione equilibrata con la Serbia e la Russia“.
    Da parte della Commissione Europea, il vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis è intervenuto in Aula per ribadire “l’impegno e le prospettive UE della Bosnia ed Erzegovina come Paese sovrano e unito”. I veri problemi che i leader politici dovranno affrontare sono “la corruzione, la debolezza della magistratura, i servizi sanitari pessimi e la disoccupazione”, oltre a “seguire le 14 priorità-chiave per avvicinarsi all’Unione Europea e superare lo stallo anche grazie al dialogo che cerchiamo di facilitare”. Così come evidenziato da parte della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, nel corso del suo viaggio nei Balcani a settembre, “la prospettiva europea del Paese può essere stimolata solo a condizione che vengano portate avanti le riforme essenziali e uno spirito di unità”, ha sottolineato Dombrovskis. Questo messaggio sarà ribadito dal commissario UE per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, durante gli incontri con i tre leader della Presidenza tripartita in programma tra oggi e domani in Bosnia ed Erzegovina.
    Trovi un ulteriore approfondimento nella newsletter BarBalcani, curata da Federico Baccini

    Gli eurodeputati vogliono un intervento deciso delle istituzioni UE contro il membro serbo-bosniaco della Presidenza tripartita, Milorad Dodik, per le minacce di portare la Republika Srpska fuori dal controllo delle autorità centrali

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    Il Parlamento UE diviso tra chi vuole rafforzare le frontiere con la Bielorussia e chi condanna le violazioni dei diritti umani

    Bruxelles – Nel giorno dell’annuncio della nuova proposta di sanzioni contro il regime di Alexander Lukashenko, con l’inclusione di una lista nera di operatori di trasporto che facilitano la tratta di persone verso l’Unione Europea, gli eurodeputati si sono confrontati con la Commissione e il Consiglio UE sulla gestione della frontiera orientale, scontrandosi e dividendosi sull’analisi della crisi migratoria in atto tra Polonia e Bielorussia.
    Nel suo intervento in Aula il vicepresidente della Commissione UE, Margaritis Schinas, ha definito le azioni del presidente della Bielorussia “una minaccia alla sicurezza dell’UE”, dal momento in cui “non sono solo le frontiere polacche, lituane e lettoni in pericolo, ma anche quelle di tutta l’Unione”. Di contro, “la nostra risposta non ha conosciuto pause, ma ora è tempo di azioni, non di diagnosi“, ha esortato il vicepresidente dell’esecutivo comunitario. Di qui le varie direttrici di intervento di Bruxelles per cercare di limitare i danni e provare a coordinare un approccio che fin a oggi sembra tutto fuorché armonizzato.
    Il vicepresidente della Commissione UE, Margaritis Schinas (23 novembre 2021)
    Prima di tutto c’è stato il sostegno per affrontare la crisi umanitaria “drammatica”, attraverso la mobilitazione di 700 mila euro del bilancio dell’Unione per le organizzazioni internazionali partner. “Dobbiamo dare una protezione adeguata alle persone bloccate alla frontiera”, ha ricordato Schinas. Altri 3,5 milioni di euro saranno stanziati dall’UE per sostenere i rimpatri volontari dalla Bielorussia ai Paesi di origine, “una priorità fondamentale, come mi è stato chiesto nel mio viaggio nei Paesi partner in Medio Oriente“, ha aggiunto il vicepresidente della Commissione UE. E poi oltre 200 milioni di fondi “ai Paesi più colpiti”, ovvero Polonia, Lituania e Lettonia, e il quinto pacchetto di sanzioni contro il regime bielorusso: “Ma siamo pronti a fare di più se e quando necessario“.
    Come già rivelato nel corso della sessione plenaria di due settimane fa, il Parlamento UE è diviso tra gruppi politici che sostengono il rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dell’Unione e altri che definiscono “inaccettabile per i valori europei” ciò che sta accadendo sul confine tra Polonia e Bielorussia.
    Il primo approccio è quello delle destre, compresi i popolari. “Qualcuno ancora si chiede se ci troviamo in una guerra ibrida sulle frontiere orientali”, ha attaccato Esteban González Pons (PPE). “Non possiamo permetterci tentennamenti mentre la Russia continua la sua politica di invasioni e usa Lukashenko per provare a destabilizzare l’Unione Europea”. Sulla stessa linea d’onda Ryszard Antoni Legutko (ECR), che ha definito quella in corso una “minaccia diretta alla frontiera della Polonia” attraverso l’invio in massa di civili per “far scricchiolare l’UE”. Riportando le parole del primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, l’eurodeputato conservatore ha definito “la nostra passività, la sua forza”. Ancora più duro Nicolas Bay (ID), che ha accusato le istituzioni UE di “incitare i migranti a venire in Europa, promettendo anche loro di accoglierli con 700 mila euro”.
    Dall’altra parte dell’emiciclo, Birgit Sippel (S&D) ha parlato di “catastrofe umanitaria, in cui le persone vengono maltrattate e respinte con la violenza“. L’indice è puntato proprio contro il governo di Varsavia, che “non rispetta i vincoli internazionali e i diritti umani che valgono anche alle frontiere esterne dell’Unione”. L’eurodeputata socialdemocratica ha inoltre esortato la Polonia a “dare accesso alle ONG e ai giornalisti nella zona rossa”. Più radicale l’accusa di Miguel Urbán Crespo (La Sinistra): “Alla frontiera dell’UE con la Bielorussia si stanno usando donne, uomini e bambini come rifiuti, noi ci opponiamo alla visione di una guerra ibrida che giustifica il sostegno a queste politiche violente”.
    Liberali e Verdi hanno invece insistito sul fatto che l’UE non stia parlando con una sola voce contro la Bielorussia di Lukashenko, con la conseguenza di non saper coordinare una risposta “efficace e dignitosa” alle frontiere esterne. “Le telefonate della cancelliera tedesca, Angela Merkel, a Lukashenko hanno come unico risultato quello di far alzare il tiro delle sue pretese nei confronti dell’Unione”, ha attaccato Petras Auštrevičius (Renew Europe). “Dobbiamo continuare con misure dure contro il regime e contro la compagnia aerea Belavia, perché ancora dopo quattro pacchetti di sanzioni le violazioni dei diritti umani in Bielorussia non si fermano”, ha aggiunto l’eurodeputato lituano.
    Viola Von Cramon-Taubadel (Verdi/ALE) ha sottolineato che “il fatto che Belavia chieda un sacco di soldi per dare alle persone migranti una speranza vana è l’esempio di cosa sia una tratta di esseri umani”. Anche se “alcuni pensano che si possa telefonare e mediare”, il presidente bielorusso Lukashenko e la sua cerchia “possono essere fermati solo con misure dure e sostenendo l’opposizione democratica bielorussa”, ha aggiunto l’europarlamentare tedesca, anticipando l’intervento di domani (mercoledì 24 novembre) della leader Sviatlana Tsikhanouskaya.

    La frattura tra i gruppi delle destre e del fronte sinistre-Verdi-liberali si è aperta durante la discussione sulla gestione della crisi migratoria al confine tra Polonia e Bielorussia

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    Nella lista nera delle sanzioni UE contro la Bielorussia anche gli operatori di trasporto complici della tratta di migranti

    Bruxelles – Una lista nera di compagnie aeree e operatori di trasporto che facilitano la tratta di persone verso l’Unione Europea. La Commissione Ue alza l’asticella della sua battaglia diplomatica contro il regime del presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, e oggi (martedì 23 novembre) propone un nuovo strumento per cercare di fermare alla radice il flusso migratorio che sta provocando una crisi al confine con la Polonia.
    Secondo la proposta di sanzioni presentata dall’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, dal vicepresidente della Commissione UE, Margaritis Schinas, e dalla commissaria per i trasporti, Adina Vălean, nel momento in cui un operatore di trasporto “mette a rischio la vita di persone vulnerabili e la sicurezza delle frontiere esterne dell’Unione”, l’esecutivo comunitario può prendere una serie di misure che vanno dal congelamento delle operazioni nel Mercato dell’UE alla sospensione delle licenze e del diritto di operare verso, da e dentro l’Unione Europea, fino al divieto di transitare, sorvolare o fare scalo nei porti dei Paesi membri. “La cooperazione forte e immediata a cui abbiamo assistito dalla comunità globale dell’aviazione nelle ultime settimane dimostra che è essenziale coinvolgere da vicino gli operatori dei trasporti nella prevenzione e nella lotta contro questa nuova forma di minaccia ibrida”, ha spiegato la commissaria Vălean.
    L’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell (23 novembre 2021)
    Analizzando gli eventi lungo il confine tra Polonia e Bielorussia, la Commissione UE ha sottolineato che “i recenti eventi alla frontiera non si sarebbero potuti verificare senza il contributo degli operatori di volo, consapevole o involontario”. L’alto rappresentante Borrell ha indicato nella proposta di nuovo quadro giuridico “uno strumento adeguato per combattere la strumentalizzazione delle persone per scopi politici“, che sia “proporzionato e determinato caso per caso”. Una prima misura che potrebbe essere adottata a stretto giro riguarda la sospensione del noleggio di aerei della compagnia di bandiera bielorussa Belavia da parte delle aziende europee: “È una decisione imminente”, ha sottolineato il presidente del Consiglio UE, Charles Michel, nel corso del suo intervento alla plenaria del Parlamento Europeo. Dal 24 maggio scorso a Belavia è stato chiuso lo spazio aereo dell’UE come risposta al dirottamento del volo Ryanair su Minsk per arrestare il giornalista e oppositore politico, Roman Protasevich.
    Anche la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, ha aggiornato gli eurodeputati sulla nuova proposta del suo gabinetto per contrastare la Bielorussia di Lukashenko: “Non accetteremo mai lo sfruttamento di esseri umani per scopi politici”, ha ribadito con forza. “I tentativi di destabilizzarci strumentalizzando le persone non funzioneranno, perché siamo uniti”, ha aggiunto von der Leyen, che ha ricordato l’impegno della Commissione a “risolvere la situazione alle frontiere esterne dell’UE con diverse azioni“.
    La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen (23 novembre 2021)
    Tra queste azioni c’è anche la proposta di misure provvisorie di emergenza ad hoc in materia di asilo e rimpatrio. “L’obiettivo è sostenere gli Stati membri e definire le procedure adeguate per gestire gli arrivi irregolari in maniera ordinata nel rispetto dei diritti fondamentali”, ha anticipato la presidente della Commissione UE. Sulla base dell’articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), la proposta prevede che, nel caso in cui uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di Paesi terzi, “il Consiglio, su proposta della Commissione e previa consultazione con il Parlamento, può adottare misure provvisorie a favore degli Stati membri interessati“.
    C’è poi il capitolo del sostegno per la gestione delle frontiere e del flusso migratorio dalla Bielorussia, il tema più spinoso per le istituzioni UE. La presidente della Commissione ha ribadito la posizione dell’esecutivo comunitario (“Non saranno finanziate barriere fisiche con fondi UE”), ma sono stati messi a disposizione di Polonia, Lituania e Lettonia 200 milioni di euro “per la gestione delle frontiere e per sostenere l’attuazione delle procedure di asilo e le condizioni di accoglienza”, ha specificato il vicepresidente Schinas. Un ulteriore sostegno potrebbe includere l’intervento rapido alle frontiere e le operazioni di rimpatrio da parte dell’Agenzia europea della guardia di frontiera (Frontex) e l’assistenza dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (EASO) nella gestione della crisi migratoria e nell’accoglienza delle persone.
    Sul piano dei fondi da stanziare, la Commissione fornirà “fino a 3,5 milioni di euro” per sostenere i rimpatri volontari dalla Bielorussia ai Paesi di origine, sostenendo iniziative come quelle messe in piedi dal governo dell’Iraq da giovedì scorso (18 novembre). E infine l’assistenza umanitaria verso le persone migranti bloccate alla frontiera dell’UE con la Bielorussia: un pacchetto da 700 mila euro messo a disposizione delle organizzazioni internazionali partner, così come annunciato mercoledì scorso (17 novembre) dall’esecutivo comunitario. “Qualora l’accesso delle organizzazioni umanitarie partner in Bielorussia dovesse migliorare ulteriormente, la Commissione è pronta a fornire ulteriori finanziamenti“, ha specificato la presidente von der Leyen davanti alla plenaria del Parlamento UE.
    A margine del Consiglio Affari Generali, il ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola, ha dichiarato alla stampa che l’Italia ha chiesto che “al Consiglio Europeo di dicembre si continui a discutere di immigrazione“. Nei confronti della “dittatura bielorussa” c’è “la massima attenzione e unità tra Paesi membri sia nel difendere la vita delle persone migranti, sia nel condannare l’operato del regime di Lukashenko”, ha specificato il ministro.

    È la proposta della Commissione Europea per contrastare la tratta di esseri umani verso le frontiere esterne dell’UE. Previste anche misure provvisorie di emergenza ad hoc in materia di asilo e rimpatrio

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    La Bielorussia sgombera duemila migranti al confine. L’UE spinge sugli aiuti umanitari, ma tace sui pushback polacchi

    Bruxelles – Ci sono movimenti sul confine tra Bielorussia e Polonia, dove le forze di frontiera di Minsk hanno sgomberato un campo per migranti improvvisato che da giorni ospitava oltre duemila persone. L’agenzia di stampa statale Belta ha riportato che le persone migranti hanno trascorso la notte in un centro logistico in una zona più interna del Paese. Intanto l’Unione Europea sta tentando di coordinare un’azione più decisa sul piano degli aiuti umanitari (dopo l’annuncio di 700 mila euro stanziati per le organizzazioni internazionali partner), ma non si sentono ancora voci di condanna rispetto ai respingimenti illegali operati dai soldati polacchi alla frontiera.
    Persone migranti bloccate al confine tra Bielorussia e Polonia
    “Le uniche informazioni sugli spostamenti di migranti che possiamo mettere a disposizione sono quelle fornite da Minsk, perché al momento non abbiamo accesso alle zone di confine“, ha spiegato un funzionario della Commissione UE. Quello che si sa è che “dovrebbero essere garantite condizioni di vita migliori in questi centri”, anche se preoccupa il numero imprecisato (“forse anche 10 mila”) di persone migranti che potrebbero essere già presenti sul territorio bielorusso.
    È per questo motivo che la preoccupazione maggiore dell’esecutivo comunitario riguarda l’assistenza umanitaria da fornire ai migranti, “sia quelli ancora bloccati” al confine tra Polonia e Bielorussia, “sia quelli che si trovano nella zona circostante”, confermano fonti UE. Bruxelles sta ancora lavorando sul modo “più efficace” per mettere subito a disposizione i fondi stanziati (e quelli aggiuntivi che potrebbero arrivare nei prossimi giorni) e garantire che la Croce Rossa e le altre organizzazioni internazionali partner siano in grado di intervenire subito a supporto dei migranti.
    Gli sforzi del gabinetto von der Leyen si stanno concentrando anche sul sostegno che può essere dato nello spostamento delle persone dalla primissima linea di confine e sui rimpatri “su base volontaria” dalla Bielorussia ai Paesi di origine. Tuttavia, le stesse fonti hanno precisato che “i fondi previsti servono ad aiutare i migranti, non a finanziare voli di rimpatrio“. A questo proposito, in ogni caso, è stata espressa gratitudine all’Iraq per aver organizzato il primo volo ieri (giovedì 18 novembre) per 431 cittadini iracheni e da Bruxelles ci si aspetta che vengano organizzate “quanto prima” iniziative simili anche da altri Paesi mediorientali e africani.
    Idranti usati dai soldati polacchi contro le persone migranti bloccate alla frontiera con la Bielorussia (16 novembre 2021)
    Per il momento rimane esclusa l’opzione di corridoi umanitari per le circa duemila persone che si trovano nei pressi del confine o nella zona immediatamente attigua. “Esistono già i mezzi legali per fare richiesta di protezione internazionale sul territorio dell’UE”, è stato il secco commento del funzionario della Commissione. Ma non è arrivata nessuna risposta sulle continue violazioni della Polonia delle procedure di asilo attraverso pushback, i respingimenti illegali di persone con diritto alla protezione internazionale ai confini dell’Unione Europea. L’unico – quasi sussurrato – rimprovero è stata l’esortazione ad accettare l’intervento della protezione civile europea sul confine tra Polonia e Bielorussia, per dare sostegno alle persone migranti ancora bloccate. Ma Varsavia per ora sembra essere sorda alla proposta.
    A proposito dell’approccio delle autorità polacche al confine, altre 45 persone (che si aggiungono alle cento di ieri) sono state fermate e detenute dopo essere riuscite a superare la barriera di filo spinato. Varsavia denuncia che un gruppo di 500 migranti ha cercato di attraversare il confine tra Polonia e Bielorussia a seguito dello sgombero dell’accampamento di fortuna da parte delle forze di frontiera bielorusse. La risposta violenta del governo guidato da Mateusz Morawiecki non è cambiata nemmeno dopo la notizia della morte di un bambino di un anno nella foresta alla frontiera durante la notte tra mercoledì e giovedì. Il bilancio dei decessi alla frontiera polacco-bielorussa sale ora ad “almeno dieci”, confermano le fonti UE.

    Secondo le informazioni di Minsk, le persone sono state trasferite in una zona più interna del Paese. Bruxelles lavora sul “modo più efficace” di coordinare il sostegno alle ONG, mentre Varsavia non cambia il suo approccio violento

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    Da oggi l’Italia ha la presidenza di turno del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa

    Roma – L’Italia assume da oggi, dopo più di vent’anni, la presidenza semestrale del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, la principale organizzazione internazionale nel continente che si occupa di difesa dei diritti umani, democrazia e stato di diritto, contribuendo così a promuovere sicurezza e stabilità in Europa.
    Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, racconta una nota della Farnesina, ha partecipato oggi a Strasburgo alla cerimonia solenne, alla presenza dei rappresentanti dei 47 Stati membri, che ha suggellato il passaggio di consegne dalla presidenza uscente ungherese a quella italiana. Nel corso del suo intervento, il Ministro ha illustrato il programma della Presidenza italiana, che comprende più di trenta eventi e si articola in tre aree prioritarie.
    Il primo obiettivo sarà “il rafforzamento della promozione dei diritti umani e, in particolare, dei diritti delle donne e dei giovani, particolarmente esposti a violazioni e discriminazioni, soprattutto nel contesto della pandemia”.
    In secondo luogo, l’Italia incoraggerà un comune impegno verso i valori e i principi condivisi del Consiglio d’Europa “prestando particolare attenzione alla tutela del patrimonio culturale come strumento per promuovere l’identità comune degli Stati Membri, il dialogo interculturale e l’inclusione sociale”.
    Infine, nel semestre di Presidenza, l’Italia intende promuovere la costruzione di “un futuro incentrato sulle persone“, concentrandosi sul tema dei rischi e delle opportunità che lo sviluppo e l’uso dell’intelligenza artificiale pongono ai diritti umani, alla democrazia e allo stato di diritto.
    Nel corso della cerimonia Di Maio ha anche presentato il francobollo celebrativo dedicato alla Presidenza italiana. È stato inoltre inaugurato un tram speciale con i colori italiani, che sarà attivo a Strasburgo durante tutto il Semestre.

    Di Maio a Strasburgo per la cerimonia. “Rafforzare in particolare i diritti delle donne e dei giovani, particolarmente esposti a violazioni e discriminazioni, soprattutto nel contesto della pandemia”

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    Una folta delegazione di ECR in Florida per solidarietà verso i manifestanti cubani

    Una delegazione del partito dei conservatori europei dell’Ecr è volata a Miami per partecipare alle manifestazioni del patria y vida organizzata dall’associazione degli esuli cubani della Florida per protestare contro il regime castrista cubano. Il programma è  assai ricco per il folto gruppo di parlamentari europei, composto da una rappresentanza italiana di Fdi.
    Il gruppo di parlamentari europei ha in agenda incontri con i membri dell’Asamblea de la Resistencia Cubana, una coalizione di 35 gruppi anticomunisti e pro diritti umani dentro e fuori Cuba, con simpatizzanti europei, figure di spicco dell’opposizione di Cuba, Venezuela, Nicaragua, Bolivia e altri paesi. Saranno presenti anche organizzazioni e fondazioni della società civile. Giovedì si terranno dibattiti pubblici su temi quali come gli Stati membri dell’UE dovrebbero agire nei confronti dei regimi che smantellano, violano o sopprimono direttamente i diritti e le libertà dei loro cittadini. Sabato e domenica sarà inaugurata la Coalizione parlamentare transatlantica per una Cuba libera e sarà firmata una dichiarazione comune.
    Il presidente cubano Miguel Diaz Canel ha vietato una marcia prevista nella capitale ed in altre città, ed ha vietato l’ingresso nell’isola ad un delegazione di esuli, accompagnati da alcuni parlamentari europei, tra cui l’italiano Carlo Fidanza, per manifestare la vicinanza con i dissidenti cubani e la repressione nei loro confronti da parte del regime.
    Il segretario di Stato americano Antony Blinken domenica ha condannato le “tattiche di intimidazione” del governo cubano in vista della marcia prevista per lunedì a Cuba e ha promesso che gli Stati Uniti avrebbero adottato misure volte alla “responsabilità” per la repressione.
    Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez ha risposto su Twitter poco dopo, dicendo agli Stati Uniti di stare fuori dagli affari cubani. “Antony Blinken dovrebbe imparare una volta per tutte che l’unico dovere del governo cubano è verso il suo popolo e rifiuta, per suo conto, l’interferenza degli Stati Uniti”, ha detto Rodriguez.
    “Ieri nella giornata delle manifestazioni a Cuba, nuovamente represse dal regime comunista, abbiamo portato il sostegno di ECR Group ai principali esponenti dell’opposizione in esilio. Con noi il Governatore della Florida Ron DeSantis e la sua Vice Jeanette Nunez, due repubblicani molto amati da queste parti perché non scendono a compromessi quando c’è da difendere la libertà” ha dichiarato Carlo Fidanza durante la manifestazione di lunedì a Miami
    “Siamo qui per lanciare un grido di libertà. Vogliamo dire alla gente che non sono soli”, ha detto alla reuters il manifestante di Miami e giornalista Serafin Moran, 43 anni. “Oggi mandiamo un saluto, un messaggio al popolo di Cuba: se tu sei nelle strade, anche noi”.
    “Patria y Vida”, prende il nome  dalla canzone dei rapper cubani, che è diventato ormai lo slogan più ripetuto durante le manifestazioni del luglio scorso a Cuba, e adesso  sembra essere diventato l’inno riconosciuto di tutto il movimento di protesta. Con un titolo in aperta contrapposizione al famoso “Patria o Muerte”, slogan della rivoluzione castrista, viene rilanciato in tutta l’isola dalle stazioni radio della Florida e da quelle semi-clandestine che si ascoltano nei barrios più popolari.

    Questo contributo è stato pubblicato nell’ambito di “Parliamo di Europa”, un progetto lanciato da
    Eunews per dare spazio, senza pregiudizi, a tutti i suoi lettori e non necessariamente riflette la
    linea editoriale della testata.