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    INTERVISTA / Pisapia: “La stabilità in Libia è interesse anche dell’Ue, dal clima all’energia, fino ai fenomeni migratori”

    dall’inviato a Strasburgo – Cambiare l’approccio con la Libia per imprimere una svolta in un Paese travolto da un’instabilità ormai cronica, i cui riflessi si avvertono anche nell’Unione Europea, dalla questione migratoria a quella energetica e climatica. In un’intervista rilasciata a Eunews a ridosso del voto in sessione plenaria sulla raccomandazione del Parlamento Europeo (approvata con 454 voti a favore, 130 contrari e 54 astenuti) il relatore Giuliano Pisapia (S&D) traccia le linee di un auspicato rinnovo dell’impegno da parte dell’Ue e dei Ventisette a sostegno dello Stato di diritto e dei diritti nel Paese nordafricano, per sorvegliare un altrettanto atteso processo di formazione di un governo centrale legittimo e responsabile.
    Quale quadro esce dalla Libia degli ultimi 3 anni?
    “Il vuoto lasciato dalla caduta di Gheddafi è stato negli anni riempito da milizie locali e straniere che, supportate da alcuni attori internazionali, si macchiano di violenti crimini. Le interferenze straniere sono oggi uno dei maggiori problemi della Libia perché impediscono un vero processo di riconciliazione nazionale che garantisca alla Libia un futuro pacifico e democratico”.
    Come uscire allora dall’impasse?
    “Il tema dei diritti è ovviamente al centro della discussione sulla Libia. Le violazioni dei diritti umani sono sistemiche e l’impunità regna sovrana. Per questo motivo serve assolutamente un’autorità centrale che si assuma la responsabilità di garantire i diritti – e i doveri – di tutti. Il futuro governo dovrà trarre legittimità dallo stesso popolo libico. Per questo è fondamentale rinvigorire i negoziati tra i vari attori libici mediati dall’Onu con l’obiettivo di elaborare una nuova tabella di marcia che porti finalmente ad elezioni credibili, inclusive e democratiche”.
    Quali sono state le carenze europee sul file libico?
    “Purtroppo negli anni gli Stati membri non sono stati in grado di trovare una posizione comune sul futuro della Libia o, ancor peggio, non l’hanno considerata prioritaria. Eppure la Libia condivide con noi tantissime sfide. Basti pensare alla questione climatica, la crisi energetica e la gestione dei fenomeni migratori. La stabilità della Libia è interesse non solo del popolo libico ma anche dell’Unione europea e dei singoli Paesi Ue”.
    Cosa raccomanda il Parlamento al Consiglio, alla Commissione e all’alto rappresentante Ue?
    “Prima di tutto chiediamo la nomina di un Rappresentante speciale dell’Ue per la Libia che ci permetta di svolgere un ruolo di supporto più attivo al processo di riconciliazione nazionale. Dobbiamo inoltre inviare una missione di osservazione elettorale dell’Ue che monitori il processo elettorale e offra il supporto tecnico necessario. Abbiamo infine la possibilità di utilizzare i nostri fondi Ue per finanziare progetti volti, per esempio, a rafforzare lo Stato di diritto, sostenere la società civile, rafforzare l’inclusione sociale e l’uguaglianza di genere”.
    Sul fronte energetico, può il petrolio diventare mezzo di ricatto politico?
    “Lo è già stato. Troppe volte diversi attori libici – governativi e non – hanno chiuso gli impianti e bloccato la produzione di petrolio per finalità politiche. Questi blocchi hanno avuto ripercussioni non solo sull’economia locale – che, ricordo, è fortemente dipendente dal settore petrolifero – ma anche su scala mondiale”.
    L’Ue cosa può fare a riguardo?
    “Sul tema energetico l’Ue può certamente dare un grande contributo alla Libia. Da una parte dobbiamo fare pressioni sulle autorità libiche affinché garantiscano che i proventi del petrolio portino benefici all’intera popolazione libica. Dall’altra, non si può dimenticare che i cambiamenti climatici affliggono pesantemente la Libia e perciò è indispensabile incentivare il Paese ad intraprendere un percorso di transizione ecologica in linea con gli impegni di Parigi”.
    Alla luce del voto in plenaria, come valuta il piano presentato dalla Commissaria Johansson lunedì 21 novembre sul rafforzamento delle azioni congiunte sulla politica comune di migrazione e asilo?
     “Vi sono alcuni aspetti positivi che la Raccomandazione sulla Libia già conteneva. Penso al supporto delle Ong che operano in Libia, all’aumento della solidarietà tra Stati membri sul tema dei ricollocamenti o al rafforzamento del cosiddetto Meccanismo di Transito d’emergenza gestito da Unhcr che ha permesso di evacuare numerose persone vulnerabili dalla Libia”.
    E vede criticità?
    “Come al solito ci si chiede quanto effettivamente questi aspetti positivi verranno realmente attuati e quanto invece il focus si sposterà sul prevenire l’arrivo dei migranti in Europa. Dobbiamo fare molta attenzione: oltre agli obblighi internazionali che siamo tenuti a rispettare, è in ballo la nostra credibilità. Per troppo tempo la Libia nell’immaginario delle nostre cittadine e dei nostri cittadini ha rappresentato, non a torto, il luogo per eccellenza delle violazioni dei diritti umani. Dobbiamo ribaltare questo immagine e per far questo serve un impegno europeo maggiore sullo Stato di diritto e sui diritti in Libia. La panacea di tutti i mali in Libia è la lotta all’impunità. Ripartiamo da qui. Ce lo chiede il popolo libico”.

    Di questo e di tanti altri temi di attualità nelle politiche europee si discuterà nel nono appuntamento annuale di Eunews How Can We Govern Europe?, in programma a Roma il 29 e 30 novembre negli spazi delle rappresentanze di Commissione e Parlamento europei, in piazza Venezia.

    Il relatore della raccomandazione del Parlamento Ue (approvata in sessione plenaria) traccia le direttrici di un rinnovato impegno europeo sullo Stato di diritto e sui diritti nel Paese: “Per troppo tempo ha rappresentato il luogo delle violazioni dei diritti umani, la panacea di tutti i mali è la lotta all’impunità”

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    Sul rapporto tra Ue e Cina Borrell chiede “unità e realismo”, ma il Parlamento Ue è spaccato

    Bruxelles – Un dibattito dai toni tutt’altro che concilianti, quello andato in scena oggi (22 novembre) al Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo sulle relazioni Ue-Cina. L’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, ha aperto la seduta presentando il nuovo testo, redatto dal Consiglio affari esteri lo scorso 17 ottobre, che spiega la posizione ufficiale dei 27 ministri sul rapporto con il gigante asiatico: in sintesi, la riconferma di quell’approccio realistico adottato nel 2019, secondo cui il vecchio continente “non può pensare di costruire un futuro senza tener conto dell’enorme forza di un Paese che è chiamato a svolgere nel mondo il ruolo che gli spetta, per le sue dimensioni e per la sua forza economica, indipendentemente dal fatto che abbia un sistema politico diverso dal nostro”.
    Che in altre parole significa: cooperazione e competizione economica, pugno fermo sui diritti umani, riduzione della dipendenza strategica sulle materie prime, e soprattutto maggiore unità europea sul tema. Ma se Borrell pensava di trovare una comunione di vedute nell’emiciclo di Strasburgo, torna a casa a mani vuote: “Dov’è l’unità sul dialogo con la Cina?”, ha tuonato l’alto rappresentante dopo aver ascoltato gli interventi degli europarlamentari in aula.
    Tra chi ha accusato le istituzioni Ue di complicità con il regime cinese, chi all’opposto di essere “i tirapiedi di Washington”, chi ha invocato un maggior pragmatismo nel rapporto con Pechino e chi invece ha chiesto di tagliare le relazioni con il sistema comunista del presidente Xi Jinping, il Parlamento è parso più spaccato che mai. Per questo, su un tema che “risente sicuramente di condizionamenti ideologici”, Borrell ha chiesto maggiore realismo. “Scambiamo con la Cina beni per un valore di quasi 2 miliardi di dollari al giorno”, ha ricordato il capo della diplomazia europea, “il decoupling dall’economia cinese non può essere un opzione”.
    Le questioni più dibattute sui rapporti sino-europei sono state essenzialmente due: il rischio che le relazioni con il colosso cinese si riducano a una dipendenza europea nell’approvvigionamento di materie prime fondamentali per la transizione energetica e le norme di Pechino in materia di diritti umani e del lavoro. La Cina copre oggi circa il 90 per cento della domanda europea di terre rare, e l’80 per cento dei pannelli solari utilizzati in territorio Ue è di produzione cinese: la Commissione Ue ha annunciato che presenterà una legge sulle materie prime, che dovrebbe aumentare “la resilienza interna” e evitare che “le dipendenze si trasformino in vulnerabilità”. Materie prime e semiconduttori, secondo Borrell, “rappresentano la battaglia tecnologica fondamentale nella competizione economica del ventunesimo secolo”.
    Alla presidente della sottocommissione per i diritti dell’uomo dell’Europarlamento, Maria Arena, che lo incalzava sui “lavori forzati, il regime di sorveglianza e le sanzioni agli oppositori politici” perseguiti dal governo di Xi Jinping, Josep Borrell ha risposto: “A settembre la Commissione ha presentato la proposta di regolamento che vieta l’ingresso in Ue di merci provenienti da lavoro forzato, regolamento che da allora sta aspettando l’approvazione di quest’aula”.Dal dibattito tenutosi al Parlamento europeo, appare ancora difficile immaginare un approccio unitario dell’Unione europea al dialogo con la Cina. Dialogo che non può prescindere, in ogni caso, dall’alleato a stelle e strisce, anche se Borrell rivendica maggiore indipendenza: “Gli Stati Uniti sono i nostri alleati più importanti, ma in alcuni casi la loro posizione sulla Cina è diversa dalla nostra”. Per portarla avanti però, ancora una volta, serve unità europea, “perché quello che succederà nella nostra relazione con la Cina segnerà il ventunesimo secolo”.

    Al dibattito sulle relazioni sino-europee, il capo della diplomazia Ue ha presentato il testo redatto dal Consiglio Affari Esteri lo scorso 17 ottobre. Toni accesi sulla dipendenza dalle materie prime cinesi e sul rispetto dei diritti dell’uomo nel regime di Xi Jinping, ma Borrell avvisa: “la nostra relazione con la Cina segnerà il ventunesimo secolo”

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    Posticipata di altre 48 ore l’entrata in vigore delle multe in Kosovo sulle targhe serbe. Italia spinge colloqui con Belgrado

    dall’inviato a Strasburgo – Non c’è un giorno senza colpi di scena tra Pristina e Belgrado, in un mese frenetico per l’acuirsi della tensione nel nord del Kosovo per la decisione del governo guidato da Albin Kurti di implementare senza ripensamenti il piano a tappe per l’applicazione delle regole sulla sostituzione delle targhe serbe dello scorso 28 ottobre, senza che la Serbia abbia smesso di emettere nuove targhe con le denominazioni delle città kosovare. Dopo le feroci accuse arrivate ieri (lunedì 21 novembre) dall’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, al termine di una riunione d’urgenza fallimentare con i due leader balcanici (il premier Kurti e il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić), da Pristina è arrivata la decisione di prorogare al 24 novembre l’entrata in vigore delle multe per chi non rispetta le nuove regole.
    L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e il rappresentante speciale per il dialogo Belgrado-Pristina, Miroslav Lajčák, con il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, e il premier del Kosovo, Albin Kurti (21 novembre 2022)
    “Ringrazio l’ambasciatore [statunitense in Kosovo, ndr] Jeff Hovenier per il suo impegno e la sua partecipazione”, ha scritto il premier Kurti in un tweet nella notte tra lunedì e martedì, annunciando che “accetto la sua richiesta di rinviare di 48 ore l’imposizione di multe per le targhe automobilistiche illegali KM [acronimo di Kosovska Mitrovica, ndr] e altre”. In questo modo viene dato ancora del tempo a Stati Uniti e Unione Europea per “trovare una soluzione nei prossimi due giorni” alla disputa tra Pristina e Belgrado, ha precisato lo stesso Kurti. Tuttavia, da Bruxelles è abbastanza chiara la traccia: “Chiedo al Kosovo di sospendere immediatamente ulteriori tappe della re-immatricolazione dei veicoli” – ha ribadito con forza l’alto rappresentante Borrell ieri in una conferenza stampa dai toni quasi sconsolati – mentre “alla Serbia di sospendere l’emissione di nuove targhe con le denominazioni delle città kosovare, incluse quelle KM”.
    Secondo le parole di Borrell il vero scoglio sarebbe Pristina (“Vučić ha accettato, mentre il primo ministro Kurti non l’ha fatto”), che dovrebbe convincersi in queste ore a fare passi indietro sul piano a tappe. Dopo i primi 21 giorni di novembre con un solo avvertimento, a chi non si adeguerà da giovedì (24 novembre, con una doppia proroga per un totale di tre giorni) e il 21 gennaio sarà emessa una multa e tra il 21 gennaio al 21 aprile sarà applicata una targa temporanea. Dal 21 aprile in poi l’entrata in vigore sarà invece definitiva e i veicoli non conformi saranno sottoposti a sequestro. Proprio per questa ragione sono tornate a crescere le tensioni nel nord del Paese: il principale partito che rappresenta la minoranza serba in Kosovo, Lista Srpska, ha deciso di far dimettere sindaci, consiglieri, parlamentari, giudici, procuratori, personale giudiziario e agenti di polizia dalle rispettive istituzioni nazionali. La denuncia è di “violazione del diritto internazionale”, sommata alla mancata istituzione dell’Associazione delle municipalità serbe in Kosovo (comunità di municipalità a maggioranza serba a cui dovrebbe essere garantita una maggiore autonomia).

    I thank Ambassador Hovenier for his commitment and engagement. I accept his request for a 48-hour postponement on imposition of fines for illegal ‘KM’ (and other) car plates. I am happy to work with the US and the EU to find a solution during the next two days. https://t.co/iXq1SCM8JL
    — Albin Kurti (@albinkurti) November 21, 2022

    Il ruolo dell’Italia tra Kosovo e Serbia
    Mentre la situazione sul campo rischia di tornare ad aggravarsi per le dispute politiche delle due parti, il nuovo governo italiano guidato da Giorgia Meloni cerca di rafforzare la tradizionale posizione di Roma di sponsor delle prospettive di integrazione della regione nell’Unione, provando a mettere sul tavolo tutto il suo peso politico e affiancandolo a una proposta di mediazione franco-tedesca di ampio respiro. Oggi i ministri italiani degli Esteri, Antonio Tajani, e della Difesa, Guido Crosetto, hanno guidato una missione diplomatica in entrambe le capitali balcaniche, per incontrare gli omologhi e i leader che rischiano di far naufragare oltre 10 anni di mediazione guidata dall’Ue.
    “Ho apprezzato la decisione del Kosovo di sospendere per 48 ore l’imposizione di multe per la questione delle targhe, è un segnale positivo di disponibilità, che ho sentito anche dalla Serbia”, ha dichiarato alla stampa il titolare della Farnesina. Il ministro Tajani ha poi sottolineato di nutrire “speranza” per un compromesso: “Noi siamo venuti a cercare soluzioni, non ci schieriamo, ma stiamo nel mezzo per cercare e favorire soluzioni ai problemi”, dal momento in cui “le iniziative unilaterali non servono a raggiungere un compromesso, vogliamo che riparta il dialogo e il confronto”. Secondo le parole del ministro degli Esteri italiano, “tocca a noi svolgere un ruolo di pacificatori, saremo una garanzia sia per la minoranza serba in Kosovo sia per i kosovari”.
    Il ministro Crosetto ha parlato di “tempi difficili”, perché “il clima è peggiorato nelle ultime settimane” nel nord del Kosovo. L’Italia comunque “ha il dovere di essere protagonista nel dialogo“, per aiutare i due partner a “cercare insieme una soluzione a un problema che impedisce lo sviluppo e il reciproco rispetto”. Il quadro è sempre quello dell’adesione di entrambi i Paesi balcanici all’Ue: “L’Europa è una grande famiglia, ma dove bisogna saper convivere” e, “quando due membri futuri non vanno d’accordo, la responsabilità degli altri è di farli sedere a tavola e farli mettere d’accordo in modo che nessuno si senta trattato in modo diverso“. Questo è ciò che si propone di fare l’Italia nel nuovo quadro di mediazione in cui si è inserita di prepotenza, di fronte a un’escalation che la riguarda da vicino (il continente italiano è quello più consistente nella forza militare della Nato Kosovo Force): “È troppo importante questa parte dell’Europa per lasciarla da sola in momento di difficoltà“, ha concluso Crosetto.

    Oggi missione congiunta con il Ministro della Difesa @GuidoCrosetto in Serbia e Kosovo. Lavoriamo per allentare le tensioni tra i due Paesi, anche grazie alla presenza del nostro contingente militare. L’Italia vuole essere protagonista di pace anche nei Balcani Occidentali.
    — Antonio Tajani (@Antonio_Tajani) November 22, 2022

    Il premier kosovaro, Albin Kurti, ha accettato una proroga (fino a giovedì 24 novembre) al piano graduale di re-immatricolazione dei veicoli nel nord del Paese, per cercare un’intesa dell’ultimo minuto. Intanto i ministri Tajani e Crosetto guidano la missione nei due Paesi balcanici

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    Salta ancora l’accordo tra Serbia e Kosovo sulle targhe. L’Ue: “Vučić e Kurti pieni responsabili del fallimento dei colloqui”

    Bruxelles – Il biasimo dell’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, nei confronti di Kosovo e Serbia non è mai stato così diretto e veemente. “Informerò gli Stati membri, i ministri degli Esteri e i nostri partner del comportamento non costruttivo delle parti e della totale mancanza di rispetto per i loro obblighi legali internazionali, in particolare del Kosovo“, è il commento rilasciato al termine di una riunione d’emergenza che sarebbe dovuta essere decisiva per mettere fine all’escalation di tensione alla frontiera tra i due Paesi.
    E invece, davanti al “livello di tensione più pericoloso dal 2013” – come lo stesso alto rappresentante Borrell lo aveva definito pochi giorni fa – il vertice di alto livello di oggi (lunedì 21 novembre) a Bruxelles con il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, e il primo ministro del Kosovo, Albin Kurti, ha inviato “un segnale politico molto negativo”. Convocato ieri (domenica 20 novembre) dopo una settimana di lavoro intenso tra i capi-negoziatori di Pristina e Belgrado, la riunione di emergenza avrebbe dovuto portare a una “de-escalation della situazione”, chiudendo la politica di “gestione permanente della crisi” e iniziando a “progredire verso la normalizzazione delle relazioni”, aveva messo in chiaro Borrell. “Si trattava di una responsabilità di entrambi i leader”, ma “purtroppo oggi non hanno trovato un accordo per una soluzione”, sono le parole prive di speranza dopo l’ultimo incontro tra i due leader balcanici.
    L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e il rappresentante speciale per il dialogo Belgrado-Pristina, Miroslav Lajčák, con il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, e il premier del Kosovo, Albin Kurti (21 novembre 2022)
    Mentre il tempo stringe nel nord del Kosovo sulla questione della re-immatricolazione dei veicoli con targa serba, l’attacco da parte di Bruxelles è durissimo: entrambi i leader “si assumono la piena responsabilità per il fallimento dei colloqui di oggi e per qualsiasi escalation e violenza che potrebbe verificarsi sul terreno“. Nel corso della riunione l’alto rappresentante Borrell e il rappresentante speciale per il dialogo Belgrado-Pristina, Miroslav Lajčák, hanno presentato “una proposta che avrebbe potuto risolvere la situazione che il presidente Vučić ha accettato, mentre il primo ministro Kurti non l’ha fatto“. Anche senza un accordo, l’alto rappresentante Borrell ha chiesto con particolare forza – ripetendolo intenzionalmente due volte – al Kosovo di “sospendere immediatamente ulteriori tappe della re-immatricolazione dei veicoli” – e alla Serbia di “sospendere l’emissione di nuove targhe con le denominazioni delle città del Kosovo, incluse le targhe KM” (acronimo di Kosovska Mitrovica).
    Risulta chiaro dalle parole di Borrell che però è soprattutto Pristina a non essere disposta a fare passi indietro sul piano a tappe per l’applicazione delle regole sulla sostituzione delle targhe serbe presentato lo scorso 28 ottobre: a chi non si adeguerà – dopo i primi 21 giorni di novembre con un solo avvertimento – da domani (22 novembre, con una proroga di un giorno decisa ieri) e il 21 gennaio sarà emessa una multa e tra il 21 gennaio al 21 aprile sarà applicata una targa temporanea. Dal 21 aprile in poi l’entrata in vigore sarà invece definitiva e i veicoli non conformi saranno sottoposti a sequestro.

    “I will inform 🇪🇺 Member States, Foreign Ministers and our partners about the unconstructive behaviour of Parties and complete lack of respect for their intl legal obligations, and this goes in particular for Kosovo. This send a very negative political signal.” https://t.co/Aq5XlUfvZ8
    — Peter Stano (@ExtSpoxEU) November 21, 2022

    Le tensioni tra Serbia e Kosovo
    Le tensioni crescenti sono legate agli eventi nel nord del Kosovo dopo l’introduzione del piano graduale del governo di Pristina sulle targhe. Il principale partito che rappresenta la minoranza serba in Kosovo, Lista Srpska, ha deciso di far dimettere sindaci, consiglieri, parlamentari, giudici, procuratori, personale giudiziario e agenti di polizia dalle rispettive istituzioni nazionali, denunciando la “violazione del diritto internazionale” e la mancata istituzione dell’Associazione delle municipalità serbe in Kosovo (comunità di municipalità a maggioranza serba a cui dovrebbe essere garantita una maggiore autonomia).
    L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell (21 novembre 2022)
    La situazione è “ancora peggio di agosto”- quando si era riaccesa la disputa – dal momento in cui “meno di 50 poliziotti kosovaro-albanesi stanno gestendo la situazione, e certamente non sono abbastanza”, ha avvertito Borrell: “Questo crea un vuoto di sicurezza sul campo molto pericoloso in una situazione di fragilità evidente“. Nemmeno la presenza della missione dell’Ue Eulex e della forza militare della Nato Kosovo Force (Kfor) è sufficiente, perché “non possono prendere il posto della polizia locale, non è nel loro mandato”. Ed è per questo che l’appello continuo di Bruxelles è quello del “ritorno della minoranza serba nelle rispettive istituzioni del Kosovo” e alla distensione del clima da parte di Belgrado.
    Pristina è invece chiamata mettere fine alla sua posizione intransigente e lasciare spazio a un compromesso più ampio, che chiuda oltre 10 anni di mediazione diplomatica dell’Ue. È per questo che domani (martedì 22 novembre) i ministri italiani degli Esteri, Antonio Tajani, e della Difesa, Guido Crosetto, saranno in visita nei due Paesi balcanici per incontrare gli omologhi e i leader che oggi non hanno trovato un’intesa, mettendo in campo tutto il peso politico che l’Italia possiede sulle prospettive di integrazione della regione nell’Unione. Nel frattempo Francia e Germania spingeranno sulla proposta di mediazione che Borrell ha definito “una bussola di due pagine” e che dovrebbe fornire un nuovo orizzonte per i rapporti tra Serbia e Kosovo. Ma oggi le speranze di una de-escalation sono appese solo a un filo, come è apparso dal volto quasi sconsolato di Borrell al termine del punto con la stampa.

    Il presidente serbo e il premier kosovaro non hanno raggiunto un’intesa considerata decisiva dall’alto rappresentante Ue, Josep Borrell, per mettere fine all’escalation di tensione nel nord del Kosovo. Duro attacco da Bruxelles: “Comportamento non costruttivo, in particolare da Pristina”

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    Johansson presenta il Piano d’azione per il Mediterraneo centrale: focus su partenze, salvataggio in mare e ricollocamenti

    Bruxelles – Tre linee direttive per affrontare il fenomeno migratorio nel Mediterraneo centrale: lavorare sulla cooperazione tra gli Stati Ue, con i Paesi di partenza e con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom) per prevenire le partenze, agire nella fase di ricerca e soccorso in modo più coordinato, perfezionare l’implementazione del meccanismo di solidarietà per i ricollocamenti.
    Non emerge niente di più che una forte dichiarazione di intenti dalle parole della Commissaria Ue per gli Affari interni, Ylva Johansson, che ha presentato questa mattina (21 novembre) il Piano d’azione per il Mediterraneo centrale. Venti interventi pensati “per affrontare le sfide immediate e attuali”, su cui la querelle tra Francia e Italia sulla nave ong Ocean Viking ha tutto a un tratto riacceso i riflettori.
    I tempi per un approccio europeo più strutturale al fenomeno delle migrazioni sono maturi già da un pezzo, ma un 2022 con ingressi in Ue da record ha rispolverato con forza la questione: secondo l’ultimo rapporto Frontex, dall’inizio dell’anno sono già oltre 275 mila gli ingressi irregolari alle frontiere dell’Unione, il dato più alto dal 2016. Di questi, la maggior parte sono stati registrati nei Balcani Occidentali (130 mila), ma all’incirca 90 mila rientrano nella rotta che dalle coste libiche arriva ai porti siciliani e calabresi, in aumento del 48 per cento rispetto all’anno precedente.
    In questo contesto la Commissione presenterà il Piano d’azione al Consiglio straordinario Affari Interni del prossimo 25 novembre, convocato in fretta e furia dopo lo scontro sull’asse Parigi-Roma, in aggiunta a quello dell’8 dicembre, dove secondo Johansson “si faranno passi avanti sul nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo”. Per la commissaria questo rimane comunque “l’unica via per un quadro europeo solido e comprensivo per affrontare le sfide migratorie”. Il tema sarà anche affrontato in un “key debate” all’emiciclo di Strasburgo mercoledì mattina.
    “Non possiamo gestire la migrazione caso per caso, barca per barca. È possibile trovare soluzioni strutturali solo adottando il nostro Patto Ue”, ha scritto in un tweet il vicepresidente della Commissione Ue, Margaritis Schinas, che ha tra le sue deleghe quella alla migrazione. Il problema è che il Patto, che dovrebbe ripesare e equilibrare l’impegno degli Stati membri e abbandonare parzialmente il meccanismo del Paese di primo approdo stabilito dal sistema di Dublino, procede a rilento: per questo si è reso necessario l’accordo estivo, sotto la presidenza francese, sul Meccanismo di solidarietà per i ricollocamenti, e ora un nuovo Action Plan per fissare i punti cardine degli interventi sul tema.
    Il piano d’azione della Commissione
    Delle tre aree di intervento indicate dalla Commissione, la più densa risulta essere quella che riguarda la dimensione esterna del fenomeno: Johansson ha ricordato che sul piatto ci sono 580 milioni di euro, finanziati attraverso l’Ndici- Europa globale, per sostenere i Paesi del Nord-Africa (Libia, Tunisia e Egitto su tutti) in programmi per “favorire la crescita economica, l’occupazione e la prosperità” nella regione e per “rafforzare le capacità di Tunisia, Egitto e Libia per garantire una migliore gestione delle frontiere e della migrazione”, si legge nel piano. “C’è un evidente bisogno di lavorare con i Paesi terzi per prevenire le partenze”, ha dichiarato Johansson, menzionando i risultati raggiunti in termini di diminuzione di ingressi di migranti sub-sahariani grazie alla partnership anti-smuggling (anti-trafficanti) stipulata con il Niger, e alla collaborazione con le Nazioni Unite e con l’Unione africana sui “Resettlement Programme”, attraverso cui “più di 60 mila persone sono volontariamente rientrate nei Paesi d’origine, 3 mila solo nel 2022”.
    Quando non si riesce a evitare le partenze, c’è da intervenire nella fase di ricerca e soccorso, a cui è dedicato il secondo capitolo dell’Action Plan. La commissaria Ue agli Affari interni ha ribadito ancora una volta che salvare vite in mare è un “chiaro e inequivocabile obbligo legale”, ma ha ammesso che “la situazione attuale con le imbarcazioni private che operano in mare è uno scenario non ancora sufficientemente chiaro”. La ricetta proposta dalla Commissione, in un’area spinosa a causa della competenza statale nelle proprie zone di ricerca e salvataggio (Sar), è una maggiore cooperazione tra Stati membri, Paesi costieri e Stati di bandiera delle navi Ong. Johansson ha garantito che nel nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, che la Commissione vorrebbe vedere operativo entro la fine di questo mandato (febbraio 2024), è affrontata anche la questione tanto cara al governo italiano del codice di condotta in mare, oltre che un approccio condiviso e coordinato attraverso un gruppo europeo “search&rescue”.
    Gli ultimi tre punti del Piano d’azione riguardano l’implementazione del Meccanismo di solidarietà firmato lo scorso 22 giugno da 18 Paesi membri. Guardando i numeri, il problema è evidente: se l’accordo è riuscito a mettere insieme più la disponibilità a 8 mila ricollocamenti dai Med-5 (Italia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta) verso gli altri Stati firmatari, in realtà fino a oggi i trasferimenti effettivi sono stati solo 112 (38 in Francia e 74 in Germania). Per Johansson il meccanismo temporaneo “è un’opportunità di imparare la lezione verso il futuro sistema permanente previsto dal Patto”. È evidente, secondo la commissaria, la necessità di “rivedere le procedure per velocizzare i ricollocamenti, migliorando la flessibilità e razionalizzando i processi”.
    Johansson non ha dubbi sulla solidarietà francese, nonostante le dichiarazioni del ministro dell’interno transalpino che, appena una settimana fa, aveva detto di voler sospendere l’accordo di ricollocamento, invitando tutti gli altri Paesi firmatari a fare lo stesso in risposta al rifiuto italiano di accogliere la Ocean Viking. “È grazie alla presidenza francese che abbiamo costruito il meccanismo di solidarietà, per cui sono certa che Parigi continuerà il dialogo in modo costruttivo, com’è sempre stato”.
    Di questo e di tanti altri temi di attualità nelle politiche europee si discuterà nel nono appuntamento annuale di Eunews “How Can We Govern Europe?“, in programma a Roma il 29 e 30 novembre negli spazi delle rappresentanze di Commissione e Parlamento europei, in piazza Venezia.

    Secondo la commissaria Ue “c’è bisogno di lavorare per prevenire le partenze”, attraverso una maggiore cooperazione con i Paesi del Nord Africa. Salvataggio in mare e miglioramento del meccanismo di solidarietà gli altri due punti, che sarebbero già previsti nel nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo proposto dalla Commissione a settembre 2020

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    Tokayev verso la rielezione alla presidenza del Kazakistan

    Bruxelles – Kassym-Jomart Tokayev verso la conservazione della testa del Kazakistan. Il presidente uscente avrebbe vinto le elezioni conquistando oltre l’81 per cento dei consensi, garantendosi così un secondo mandato di sette anni. Condizionale d’obbligo visto che lo spoglio delle schede non è concluso, ma i risultati provvisori sono tali indurre la Commissione elettorale centrale a ritenere che non ci saranno sorprese nel conteggio delle schede rimanenti. “L’Unione europea prende atto dei risultati preliminari“, fa sapere Peter Stano, portavoce dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Josep Borrell, complimentandosi a nome dell’Unione per la “efficiente preparazione” del voto nonché per “le più ampie riforme politiche e socioeconomiche avviate dal presidente Tokayev”. Per l’Ue “lo sviluppo di istituzioni democratiche resilienti e di una società civile forte è fondamentale per la stabilità e lo sviluppo del Kazakistan”.
    Dichiarazioni che vanno oltre ‘la circostanza’, vista la zona geografica e le loro tradizioni. Sotto la guida di Nursultan Nazarbayev il Kazakistan ha tenuto sempre posizione filo-russe e filo-Putin, mentre sotto Tokayev il Paese ha operato un cambio di rotta. Le relazioni con Mosca sono state riviste anche alla luce dell’aggressione dell’Ucraina, visto che una forte minoranza ucraina si trova nel nord del Kazakistan. Il passaggio Narbayev-Tokayev ha permesso anche un dialogo tutto nuovo tra la repubblica dell’Asia centrale e il blocco dei Ventisette, suggellato con l‘accordo su idrogeno e materie prime.

    Il presidente uscente, secondo i primi dati preliminari avrebbe oltre l’81 per cento dei voti. L’Ue “prende atto” e si congratula per come si è svolto il voto

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    Alleanza Russia-Iran è ricetta per la “guerra perpetua”. Von der Leyen annuncia che l’Ue lavora a nuove sanzioni contro Teheran sui droni

    Bruxelles – Da una parte l’Iran dall’altra la Russia. Ursula von der Leyen li mette nello stesso discorso per avvertire che con “la loro alleanza, Iran e Russia stanno minando le regole e i principi di base del nostro ordine globale”. E questa è la ricetta “per la guerra perpetua”. La presidente della Commissione europea lancia l’avvertimento durante i Manama Dialogue in Bahrein, organizzati dall’International Institute for Strategic Studies (Iiss), in un duro intervento sulle conseguenze (energetiche e sulla sicurezza globale) della guerra di Russia in Ucraina e sull’alleanza con l’Iran, che rischia di sovvertire l’ordine internazionale.
    La presidente della Commissione europea si scaglia contro i droni iraniani, lanciati anche in Europa dalla “Russia ha lanciato questi stessi droni iraniani, ripetutamente, contro obiettivi civili nelle città ucraine”. Per la presidente della Commissione europea “queste sono palesi violazioni del diritto umanitario e si qualificano come crimini di guerra”, ha detto sottolineando che “mentre lavoriamo per impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari, dobbiamo anche concentrarci su altre forme di proliferazione di armi, dai droni ai missili balistici. È un rischio per la sicurezza, non solo per il Medio Oriente ma per tutti noi”, ha messo in guardia. Ha poi ricordato che l’Unione Europea “ha già sanzionato individui ed entità iraniane legate alla Guardia rivoluzionaria iraniana, responsabili della fornitura di droni alla Russia” ma Bruxelles si sta già coordinando con “partner e alleati per adottare ulteriori sanzioni contro l’Iran in risposta alla proliferazione di droni iraniani”.
    Per von der Leyen “alleandosi, Iran e Russia stanno minando le regole e i principi di base del nostro ordine globale”. La storia mostra che questa è una ricetta per la guerra perpetua. È una ricetta per la corsa agli armamenti e la proliferazione di armi di distruzione di massa. È una ricetta per la costante interferenza straniera, per la violenza e l’instabilità senza fine. E semplicemente non possiamo accettarlo”.

    A pleasure to be back at the @IISS_org Manama Dialogue.
    Bahrain is a driving force for dialogue and engagement in the region and beyond.
    I believe we face a historic opportunity⁰to build new ties between the EU and the Gulf ↓https://t.co/CJC3vQwNpl
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) November 18, 2022

    L’intervento della presidente della Commissione europea ai Manama Dialogue in Bahrein

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    L’Ue avrà un rappresentante speciale nei Paesi del Golfo, Di Maio tra i quattro candidati?

    Bruxelles – Ospite in Barhein per il secondo IISS Manama Dialogue, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha confermato che il Servizio di Azione esterna dell’Ue guidato da Josep Borrell ha deciso, per la prima volta, di nominare un Rappresentante speciale per il Golfo Persico, “per rafforzare l’impegno con la Regione”. In una dura invettiva contro il regime iraniano, colpevole di “nutrire le nazioni criminali” con droni e materiale bellico, von der Leyen ha fatto appello alle monarchie saudite per garantire insieme all’Ue la sicurezza della regione e del mondo intero.
    Per ricoprire l’incarico di inviato speciale, pensato ex novo anche a causa delle difficoltà che l’Europa sta avendo sul fronte dell’approvvigionamento energetico e sulla differenziazione dal gas russo, da alcuni giorni a Bruxelles circola con insistenza anche il nome di Luigi di Maio, ex ministro degli Esteri nel governo Conte 2 e poi nell’esecutivo Draghi.
    La Commissione aveva affidato il mandato di selezionare il miglior candidato per il ruolo a un panel di tecnici indipendenti: a seguito di una serie di interviste con le figure proposte dai governi dei Paesi membri, i tecnici Ue hanno indicato all’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell, quattro nomi. Oltre all’ex capo politico del Movimento 5 Stelle, in lizza a quanto si apprende ci sono l’ex inviato dell’Onu in Libia, lo slovacco Jan Kubis, l’ex ministro degli Esteri della Grecia e ex commissario Ue, Dimitris Avramopoulos, e il cipriota Markos  Kyprianou. Sembrerebbe che, nella nota consegnata a Borrell, i tecnici abbiano aggiunto che “sulla base delle prestazioni fornite dai candidati, si raccomanda di nominare il sig. Luigi di Maio”.
    Luigi Di Maio e Josep Borrell
    Questa mattina (18 novembre), all’incontro quotidiano con la stampa, il portavoce del Servizio europeo per l’Azione Esterna, Peter Stano, rifiutandosi di commentare “le speculazioni sui media”, ha dichiarato che “il processo di selezione è in corso, e che una volta completato, verrà annunciata la nomina”. La candidatura di Di Maio non è piaciuta ad alcuni esponenti della destra italiana: l’eurodeputato della Lega Paolo Borchia ha depositato un’interrogazione a Borrell affinché “spieghi quali sono i punti in base ai quali si ritiene che il Curriculum Vitae di Di Maio sia adeguato per essere proposto per una posizione simile”. Alla polemica si è accodato anche Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, perché la candidatura di Di Maio sarebbe stata indicata dal governo uscente di Mario Draghi e non dall’attuale premier Giorgia Meloni.
    La scelta definitiva è appannaggio dei governi, ai quali Borrell farà una proposta alla quale il Consiglio Affari Esteri deve dare il via libera. I rappresentanti speciali, nella complessa rete dell’Unione europea, sono espressione del Consiglio, ma lavorano sotto l’autorità dell’Alto rappresentante. 

    Il nome sarà proposto da Borrell ai governi, che devono dare la loro approvazione