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    Nuova stretta dell’UE contro Russia e Bielorussia: sanzioni per altri 160 oligarchi, anche Minsk fuori da Swift

    Bruxelles – Si allunga e tocca quota 915 la lista di entità (53) e individui (862) colpiti dalle sanzioni UE contro Russia e Bielorussia, dopo l’invasione dell’Ucraina. Lo ha annunciato oggi (mercoledì 9 marzo) il Consiglio dell’UE, dopo l’accordo di questa mattina degli ambasciatori dei 27 Stati membri riuniti nel Comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio (Coreper). Si aggiungono altri 160 responsabili della cerchia di Vladimir Putin, mentre il sistema finanziario di Minsk viene tagliato fuori dal sistema dei pagamenti internazionali Swift e la Banca Centrale bielorussa dalle transazioni globali.
    Come si legge nella nota del Consiglio, nella lista di sanzioni UE compaiono ora altri 14 oligarchi e uomini “di spicco” coinvolti in settori economici-chiave (metallurgia, agricoltura, farmaceutica, telecomunicazioni) per supportare la guerra della Russia contro l’Ucraina, ma anche i 146 membri del Consiglio della Federazione Russa che hanno ratificato le decisioni di Putin sui “Trattati di amicizia” tra Mosca e le autoproclamate Repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. Saranno congelati i loro beni nell’UE (alcuni sono anche in Italia), sarà vietato mettere a loro disposizione fondi e saranno vietati viaggi e transiti sul territorio comunitario.
    Sempre nella sezione russa, il Consiglio ha introdotto ulteriori misure restrittive per l’esportazione di beni per la navigazione marittima e la tecnologia delle radiocomunicazioni: da oggi sarà vietato vendere, fornire, trasferire o esportare beni in questi settori “a qualsiasi persona fisica o giuridica, entità o organismo” per l’uso o l’installazione a bordo di una nave che batte bandiera russa. Cruciale anche la precisazione su servizi d’investimento, valori immobiliari, prestiti e strumenti del mercato monetario da cui devono essere esclusi coloro che sono stati colpiti dalle sanzioni, che va a includere “chiaramente” anche gli asset in criptovalute.
    Non c’è solo la Russia, ma anche l’ormai Stato-satellite Bielorussia, nell’inasprimento delle sanzioni UE, già implementate giovedì scorso (3 marzo) per la partecipazione del regime di Alexander Lukashenko alla guerra in Ucraina e per le implicazioni del referendum-farsa sulla fine dello status di Paese non-nucleare. Sulla falsariga di quanto messo in atto una settimana fa per sette istituti bancari russi, tre banche bielorusse sono state tagliate dal sistema di pagamenti internazionali Swift: si tratta di Belagroprombank, Bank Dabrabyt e Development Bank of the Republic of Belarus. In aggiunta, sono state vietate tutte le transazioni con la Banca Centrale di Bielorussia e la quotazione di enti statali del Paese. Nella logica di prosciugare le riserve di liquidità di Minsk, è stato deciso anche di vietare la fornitura di banconote-euro al Paese, di limitare l’accettazione di depositi di cittadini bielorussi a 100 mila euro e di impedire loro l’accesso all’acquisto di titoli in valuta euro.

    Le misure restrittive sono state approvate dal Consiglio dell’UE contro i responsabili e i fiancheggiatori dei regimi di Putin e Lukashenko per il supporto all’invasione e alla guerra in Ucraina

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    Stretta su potassio, acciaio e combustibili: nuove sanzioni UE contro la Bielorussia per la guerra russa in Ucraina

    Bruxelles – Di fronte a una Bielorussia sempre più ostile e allineata alla Russia di Vladimir Putin, l’UE appesantisce le sanzioni economiche contro il regime di Alexander Lukashenko. La nuova stretta è stata approvata dal Consiglio dell’UE all’interno del terzo pacchetto di misure restrittive, che comprende il blocco della propaganda e della disinformazione russa e la disconessione di sette banche dal circuito di pagamenti internazionale Swift.
    A scatenare le sanzioni UE sono state le azioni di supporto, favoreggiamento e poi di partecipazione militare della Bielorussia di Lukashenko nell’invasione russa dell’Ucraina, a scapito anche del tradizionale status di Paese non-nucleare. Il sostegno bielorusso permette al Cremlino di sparare missili balistici sul territorio ucraino dal fronte nord, oltre al trasporto di soldati, armi pesanti, carri armati e convogli militari, e a fornire punti di rifornimento e di equipaggiamento per l’areonautica russa. “Il coinvolgimento della Bielorussia avrà un prezzo elevato“, ha tuonato l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell: “Con queste misure stiamo prendendo di mira coloro che collaborano in questi attacchi contro l’Ucraina, limitando il commercio in una serie di settori-chiave”.
    La base di partenza delle sanzioni UE è il pacchetto approvato nel maggio dello scorso anno – per motivi diversi, ma in qualche modo ancora attuali, cioè la violazione del diritto internazionale – che avevano già colpito il settore dei prodotti petroliferi, del cloruro di potassio, del tabacco e delle tecnologie civili e militari. Oltre a questi, a cui è stata data un’ulteriore stretta, il Consiglio dell’UE ha messo nel mirino anche il commercio di beni utilizzati per la produzione di sostanze bituminose e prodotti di idrocarburi gassosi, di legno, di cemento, di ferro e acciaio e di gomma. La nota del Consiglio precisa che “sono state inoltre imposte ulteriori restrizioni alle esportazioni di tecnologie avanzate che potrebbero contribuire allo sviluppo militare, tecnologico, della difesa e della sicurezza della Bielorussia”.
    A 22 membri “di alto rango del personale militare bielorusso” sono state imposte misure restrittive, “in considerazione del loro ruolo nei processi decisionali e di pianificazione strategica”. Questo significa che saranno congelati i loro beni nell’UE, sarà vietato mettere a loro disposizione fondi e subiranno un divieto di viaggio e di transito sul territorio comunitario. Tra Russia e Bielorussia, la lista dei sanzionati per l’aggressione dell’Ucraina conta ora 702 individui e 53 entità, Putin e Lukashenko compresi.
    Non bisogna però dimenticare che “Lukashenko non è la Bielorussia”, come Putin non è la Russia. Lo scrive in un appello indirizzato ai giornalisti italiani la presidente legittima secondo l’UE, Sviatlana Tsikhanouskaya. “I bielorussi sono contrari alla guerra, non dovrebbero assumersi la responsabilità dei crimini di Lukashenko”, si legge nella lettera, che chiede ai suoi cittadini di protestare e ai soldati di “non andare in Ucraina”. In un momento “drammatico”, l’Italia è invece invitata a mostrarsi solidale con il popolo bielorusso, oltre a quello ucraino: “So che alcuni potrebbero provare pregiudizi, ma per favore non fatevi ingannare“. Giornalisti, difensori dei diritti umani, medici e atleti che vivono nel nostro Paese “stanno con l’Ucraina” e anche questo va ricordato quando si condannano i regimi dittatoriali.

    Il Consiglio dell’UE ha incluso nel pacchetto di misure restrittive 22 responsabili del supporto bielorusso all’esercito russo e del coinvolgimento militare: colpiti nuovamente i settori-chiave dell’economia nazionale

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    La guerra parallela di Lukashenko. La Bielorussia abbandona lo status di Paese non-nucleare: può ospitare le armi russe

    Bruxelles – Da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia – ma senza dubbio anche prima – l’autoproclamato presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, ha iniziato una sua personalissima guerra a fianco di Mosca, per stringere ancora di più i legami con il suo protettore Vladimir Putin. Ormai la Bielorussia sembra sempre meno uno Stato sovrano e indipendente e sempre più una succursale de facto del Cremlino, sin dall’inizio delle esercitazioni militari delle forze russe (e il loro stanziamento) sul territorio bielorusso a inizio mese. Con gli eventi delle ultime ora, però, Lukashenko ha deciso di trascinare tutto il popolo giù per una china inquietante: un referendum (farsa) ha dato il via libera alla nuova Costituzione della Bielorussia, che cancella lo status di Paese non-nucleare e permette il dispiegamento di armamenti nucleari russi sul territorio nazionale.
    La presenza militare russa in Bielorussia
    Secondo quanto rende noto la commissione elettorale centrale bielorussa, il 65,2 per cento degli elettori che si sono recati alle urne ieri (domenica 27 febbraio) ha votato a favore degli emendamenti costituzionali. Un risultato per nulla sorprendente, in linea con le volontà dell’ultimo dittatore d’Europa (se non vogliamo ancora considerare tale anche Putin) in un Paese che di democratico non ha più nulla sicuramente dalle elezioni-farsa dell’agosto 2020. Quello che cambia è però il nuovo pericolo nucleare che arriva per Minsk e per l’Europa intera dalla Bielorussia di Lukashenko, in un momento in cui l’ex-Repubblica sovietica è già una base di partenza per le truppe russe che stanno invadendo da nord l’Ucraina e dopo le dichiarazioni minacciose del Cremlino sullo stato di allerta nucleare.
    Si tratta del terzo emendamento della Carta costituzionale introdotto da Lukashenko da quanto è saluto al potere nel 1994. Ma è la prima volta in assoluto dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica che viene autorizzato il dispiegamento dell’arma nucleare sul suolo della Bielorussia. Tra le altre novità introdotte in Costituzione c’è anche una nuova Assemblea Popolare che agirà come struttura parallela al Parlamento (presieduta da Lukashenko) con ampi poteri in politica estera, di sicurezza ed economica. Proprio per Lukashenko è prevista la possibilità di essere rieletto almeno altre due volte, conferendogli la possibilità di rimanere in carica per altri  13 anni (fino alle elezioni del 2035) e l’immunità dai procedimenti giudiziari anche dopo la fine del mandato. A chiunque abbia lasciato temporaneamente il Paese negli ultimi 20 anni sarà impossibile diventare presidente della Repubblica, una misura diretta in particolare contro la leader legittima secondo l’UE, Sviatlana Tsikhanouskaya.
    Nessuno in Occidente è intenzionato a riconoscere i risultati del referendum e questo aggrava ulteriormente l’isolamento del dittatore bielorusso, che ormai ha solo il Cremlino come interlocutore: “Se trasferirete le armi nucleari in Polonia o Lituania, ai nostri confini, allora mi rivolgerò a Putin per farci restituire quelle di cui ci eravamo liberati senza alcuna condizione”, ha minacciato Lukashenko le potenze europee. “La cancellazione del riferimento nell’articolo 18 allo status non-nucleare della Bielorussia è un altro elemento preoccupante”, ha condannato l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, senza dimenticare il “forte sostegno a una Bielorussia indipendente, sovrana e democratica”, dove non ci siano “più di 1070 prigionieri politici e uno spazio per un autentico dibattito pubblico completamente chiuso”.
    La sala dei negoziati tra le delegazioni di Mosca e Kiev al confine tra Bielorussia e Ucraina
    Sul fronte militare, oltre alle 30 mila truppe russe di stanza a tempo indeterminato in Bielorussia, le ultime notizie dal fronte orientale – ancora non verificate – danno l’esercito bielorusso pronto a unirsi nella guerra in Ucraina “nel giro di ore”, riporta il Kyiv Independent, parlando di circa 17 mila soldati in mobilitazione. Intanto però è tutto pronto al confine tra Bielorussia e Ucraina per i colloqui tra le delegazioni di Mosca e di Kiev a Gomel. La parte ucraina è già arrivata nell’area del fiume Pripyat ed è rappresentata dal ministro della Difesa, Oleksii Reznikov, e da David Arakhamia, leader del partito ‘Servitore del popolo’ del presidente, Volodymyr Zelensky. Proprio Zelensky si è detto “scettico” sulle possibilità che possa uscire qualcosa dall’incontro, ma ha aperto alla possibilità di “almeno provarci”. Nelle prossime ore si dovrebbe conoscere l’esito del confronto.
    Da Bruxelles la reazione nei confronti della minaccia nucleare della Bielorussia è stata durissima. “Il regime di Lukashenko è complice di questo feroce attacco contro l’Ucraina, perciò lo colpiremo con un nuovo pacchetto di sanzioni“, ha puntato il dito la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, nel corso della conferenza stampa di presentazione delle nuove misure restrittive contro la Russia di ieri. Il regime bielorusso condividerà le stesse sanzioni di Mosca: “Prenderemo di mira i loro settori più importanti, fermeremo le loro esportazioni di prodotti dai combustibili minerali al tabacco, legno e legname, cemento, ferro e acciaio“, ha spiegato von der Leyen, precisando che saranno estese anche alla Bielorussia “le esportazioni che abbiamo introdotto sui beni a doppio uso per la Russia”, in modo da “evitare qualsiasi rischio di elusione delle nostre misure contro Mosca”.
    Anche dal presidente francese, Emmanuel Macron, titolare della presidenza di turno del Consiglio dell’UE, è arrivato un ammonimento a Lukashenko, nel corso di una telefonata tra i due: “Il ritiro delle truppe russe dalla Bielorussia deve avvenire il più rapidamente possibile, perché stanno conducendo una guerra unilaterale e ingiusta”. Macron ha cercato di fare leva sulla “fratellanza tra i popoli bielorusso e ucraino” per instillare a Minsk il pensiero di “rifiutare di essere vassallo della Russia e complice nella guerra contro l’Ucraina“. Ma le ultime decisioni del regime non sembrano andare in questa direzione.

    Third, we will target the other aggressor in this war, Lukashenko’s regime, with a new package of sanctions, hitting their most important sectors.
    All these measures come on top of the strong package presented yesterday,agreed by our international partners. pic.twitter.com/ikN99V14zU
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) February 27, 2022

    È stato approvato il referendum-farsa che cancella il riferimento alla neutralità del Paese nell’articolo 18 della Costituzione. Il presidente Lukashenko sempre più isolato e dipendente da Putin, ma organizza l’incontro tra le delegazioni di Kiev e Mosca

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    Ucraina, i leader UE condannano anche Minsk e preparano nuove sanzioni

    Bruxelles – Il vertice straordinario dei capi di Stato e di governo dell’UE sulla crisi ucraina inizia prima ancora di cominciare. I leader si ritroveranno a Bruxelles in serata, ma già offrono anticipazioni sulla risposta europea, che riguarda anche Minsk. “Condanniamo il coinvolgimento della Bielorussia in questa aggressione contro l’Ucraina e la invitiamo a rispettare i suoi obblighi internazionali”, si legge nella dichiarazione congiunta diffusa mentre gli ambasciatori riuniti preparano i lavori del summit.
    I leader confermano che sul tavolo ci sono “ulteriori misure restrittive che imporranno alla Russia conseguenze massicce e gravi per la sua azione“, e che il vertice di crisi servirà per approvarle “in linea di principio”. La condanna per il ruolo della Bielorussia lascia intendere che i Ventisette potrebbero imporre anche ulteriori misure restrittive nei confronti del regime di Alexander Lukashenko, ora che Minsk è ufficialmente ritenuta coinvolta nella crisi.
    L’UE intende marciare compatta, ma comunque in costante consultazione con gli alleati extra-europei. “Stiamo coordinando la nostra risposta con i nostri vicini e partner internazionali, compresi la NATO e il G7, i cui leader si incontreranno a breve”.
    L’auspicio europeo continua a essere ripensamenti di Mosca, a cui si rinnovano gli inviti a cessare le operazioni militare e ritirare l’esercito, cosa che al momento il presidente russo Vladimir Putin non sembra intenzionato a fare.
    La condanna a Minsk è l’ulteriore tassello di una situazione sempre più complicata. L’UE non riconosce l’annessione russa di Crimea né dei territori orientali annessi da Mosca. Inoltre non riconosce la legittimità di Lukashenko, considerato come vincitore di elezioni truccate.

    I Ventisette riconoscono la partecipazione della Bielorussia nell’invasione russa dell’Ucraina, e ragionano sulla possibilità di includere anche Minsk nella risposta alla crisi

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    Il “vergognoso traguardo” dei mille prigionieri politici in Bielorussia: “Riflesso della continua repressione del regime”

    Bruxelles – A distanza di un anno e mezzo dalle elezioni-farsa in Bielorussia e l’inizio del movimento di protesta contro l’ultimo dittatore d’Europa, Alexander Lukashenko, c’è un dato che spiega in tutta la sua drammaticità la situazione interna nel Paese: il numero di prigionieri politici detenuti nelle carceri bielorusse ha raggiunto quota mille “e continua a crescere”.
    A denunciarlo è il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), che in un nota firmata dal portavoce Peter Stano: “Questo vergognoso traguardo riflette la continua repressione del regime di Lukashenko contro la sua stessa popolazione”. Ai prigionieri politici bisogna poi aggiungere le migliaia di oppositori che sono fuggiti dalla Bielorussia per evitare le persecuzioni, tra cui la presidente e guida ad interim riconosciuta dall’Unione, Sviatlana Tsikhanouskaya, che oggi vive in Lituania.
    Tra i prigionieri politici detenuti in Bielorussia ci sono Maria Kolesnikova e Maksim Znak, membri del Presidium del Consiglio di coordinamento dell’opposizione condannati rispettivamente a 11 e 10 anni di carcere, il marito della leader Tsikhanouskaya, Siarhei Tsikhanouski, imprigionato il 29 maggio del 2020 con l’obiettivo di impedirgli di partecipare alle elezioni presidenziali e condannato a 18 anni, e Ales Bialiatski, uno dei vincitori del Premio Sakharov 2020 dell’UE e fondatore dell’organizzazione per i diritti umani Viasna. L’accusa di Bruxelles è senza giri di parole: “Il regime di Lukashenko continua a detenere e imprigionare persone in condizioni spaventose“, esponendole a “maltrattamenti e torture” e condannandole a “lunghe pene detentive in processi politici condotti a porte chiuse”.
    “In Bielorussia lo spazio per l’opposizione politica democratica e le attività dei media liberi e indipendenti è stato drasticamente chiuso”, ha ricordato Stano. Da febbraio dello scorso anno anche la stampa è finita nel mirino del regime Lukashenko, quando le giornaliste Katsiaryna Andreyeva e Darya Chultsova sono state condannate a due anni di carcere con l’unica colpa di aver effettuato riprese della manifestazione in memoria dell’attivista Raman Bandarenka. A maggio era stato chiuso il sito di notizie indipendente TUT.BY e per arrestare il giornalista e oppositore politico Roman Protasevich era stato dirottato il volo Ryanair Atene-Vilnius su Minsk.
    Anche difendere legalmente i prigionieri politici è diventato pericoloso in Bielorussia, dal momento in cui “a più di 40 avvocati è stata revocata la licenza” dopo essersi schierati al fianco dei loro diritti. Per tutti questi motivi è stato ribadito con forza sia l’imperativo di “rispettare gli impegni e gli obblighi internazionali”, sia la richiesta di “rilascio immediato e incondizionato” di tutti i prigionieri politici.

    Belarus: shameful milestone 👉number of political prisoners reached 1000 & crackdown by Lukashenko against his own people continues. 🇧🇾 must adhere to intl commitments in 🇺🇳 & @OSCE. 🇪🇺 calls for immediate & unconditional release of all political prisoners https://t.co/DtPfMI4ibN
    — Peter Stano (@ExtSpoxEU) January 27, 2022

    Duro affondo dell’UE contro il regime guidato da Alexander Lukashenko: “Detiene e imprigiona persone in condizioni spaventose, esponendole a maltrattamenti e torture e facendole condannare a lunghe pene”

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    Un report dell’ONU conferma che l’allarme bomba sul volo Ryanair dirottato in Bielorussia era “deliberatamente falso”

    Bruxelles – Dopo un’inchiesta approfondita, durata quasi sette mesi, è arrivato il responso dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO): “l’allarme bomba” lanciato da Minsk il 23 maggio dello scorso anno per dirottare il volo Ryanair Atene-Vilnius in Bielorussia è stato “deliberatamente falso”. Lo ha messo nero su bianco l’agenzia delle Nazioni Unite in un report su cui si baseranno le decisioni del Consiglio dell’ICAO nella riunione del 31 gennaio prossimo sulle possibili violazioni del diritto internazionale dell’aviazione da parte della Bielorussia di Alexander Lukashenko.
    Il giornalista e oppositore politico bielorusso Roman Protasevich, arrestato dopo il dirottamento del volo Ryanair su Minsk
    “Durante i controlli prima della partenza ad Atene e dopo varie perquisizioni dell’aereo in Bielorussia e Lituania, non è stata trovata né una bomba né prove della sua esistenza“, è la spiegazione dell’agenzia ONU, che smonta la giustificazione di Minsk di interferire nelle operazioni del velivolo FR4978 del vettore Ryanair. A seguito del dirottamento era stato arrestato il giornalista e oppositore politico bielorusso Roman Protasevich e la compagna Sofia Sapega, che stavano viaggiando in direzione della capitale lituana. A seguito di questi eventi l’Unione Europea aveva imposto la chiusura dello spazio aereo alla compagnia di bandiera bielorussa Belavia e il lancio di sanzioni economiche contro il Paese.
    Secondo la ricostruzione dell’ICAO, l’allarme bomba risulterebbe “deliberatamente falso” anche per una  questione di tempistiche. Nel giro di tre minuti – tra le 11:25 e le 11:28, fuso orario italiano – cinque e-mail erano state inviate agli aeroporti di Vilnius, Atene, Sofia, Bucarest e Minsk (a quello Kiev invece alle 11:34, cinque minuti dopo che il velivolo aveva lasciato lo spazio aereo ucraino). Il testo, uguale per tutte le mail, era attribuito a “soldati di Hamas” che chiedevano il cessate il fuoco da parte di Israele nella Striscia di Gaza e la fine del sostegno da parte dell’UE a Tel Aviv: se non fossero state soddisfatte le richieste “la bomba che abbiamo piazzato sul volo FR4978 esploderà il 23 maggio sopra Vilnius”, causando la morte dei partecipanti del Delphi Economic Forum di ritorno da Atene. L’organizzazione palestinese Hamas ha sempre negato ogni coinvolgimento nella vicenda.
    Non appena il velivolo Ryanair aveva lasciato l’Ucraina, il controllore dello spazio aereo della Bielorussia si era messo in contatto con il comandante del volo, avvertendolo del pericolo e sostenendo che l’informazione era stata ricevuta da “diversi aeroporti”. Il problema è che nel caso di Atene e di Kiev le mail non siano mai state ricevute, mentre tutti gli altri Paesi hanno confermato che le autorità aeroportuali competenti avevano visualizzato il testo solo minuti o ore più tardi. “Non è stato possibile stabilire come il controllore sapesse che le e-mail erano state condivise con diversi aeroporti“, si legge nel rapporto, anche per il fatto che lo stesso responsabile per lo spazio aereo bielorusso “non era disponibile per essere intervistato durante l’indagine conoscitiva” dell’ICAO.
    Il velivolo FR4978 di Ryanair dirottato su Minsk (23 maggio 2021)
    Nonostante la mancanza di spiegazioni, informazioni e supporto da parte della Bielorussia alle indagini sul dirottamento del volo Ryanair con materiale utile (come le registrazioni delle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto di Minsk, o i tabulati telefonici tra le autorità aeroportuali e il controllore dello spazio aereo bielorusso), gli investigatori dell’agenzia ONU non sono riusciti ad attribuire la commissione dell’atto di interferenza illegale “a nessuno Stato”. Sulla base di questo rapporto preparato dal segretario generale dell’Organizzazione, Fang Liu, il Consiglio ICAO presieduto da Salvatore Sciacchitano dovrà ora decidere se e come procedere nei confronti di queste violazioni del diritto internazionale dell’aviazione, in particolare sulla “comunicazione consapevole di informazioni false che mettono in pericolo la sicurezza di un aereo in volo”.
    La leader dell’opposizione a Lukashenko e presidente ad interim della Bielorussia riconosciuta dall’UE, Sviatlana Tsikhanouskaya, ha sottolineato in un tweet che il rapporto ICAO “mostra che il regime ha cercato di nascondere i fatti sull’incidente”. Dal momento in cui il documento “conferma anche che la verità è dalla parte dei bielorussi, non del dittatore” Lukashenko, l’agenzia ONU “dovrebbe adottare una linea dura per impedire agli autocrati di ripetere tali incidenti” e “la questione deve essere sollevata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

    The @icao report shows that the regime tried to hide facts about the @Ryanair incident. It also confirms – the truth is on the side of Belarusians, not the dictator. ICAO should take a hard line to prevent autocrats to repeat such incidents. The issue must be raised by the #UNSC. pic.twitter.com/4EliMZhAZd
    — Sviatlana Tsikhanouskaya (@Tsihanouskaya) January 19, 2022

    L’indagine dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile conferma che “non c’erano prove” che giustificassero l’azione del 23 maggio 2021. Mancano spiegazioni, ma “non è stata riscontrata interferenza illegale da parte di nessuno Stato”

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    Le sanzioni UE non fermano il commercio della Bielorussia: nel 2021 aumentate le importazioni dei Paesi baltici

    Bruxelles – Sono stati tra i Paesi UE che hanno fatto avanzare la linea più dura nei confronti della Bielorussia di Alexander Lukashenko, ma alla prova del nove i Baltici hanno dimostrato di avere non poche difficoltà a rispettare nei fatti le proprie politiche aggressive. Nei primi dieci mesi del 2021 in Estonia, Lettonia e Lituania le importazioni dalla Bielorussia hanno toccato livelli record, nonostante le dure sanzioni economiche imposte da Bruxelles contro Minsk a giugno.
    Analizzando le statistiche degli Istituti nazionali di ricerca dei tre Paesi baltici, è facile osservare come le relazioni commerciali con la Bielorussia si siano cementate, anziché essere scoraggiate dai rapporti lacerati tra l’Unione Europea e il regime di Lukashenko. Con 522 milioni di euro complessivi, le importazioni dell’Estonia sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente (221 milioni) e anche nei mesi di crisi più acuta – tra maggio e ottobre – la media mensile non è mai scesa sotto i 50 milioni di euro. Discorso simile può essere fatto per la Lettonia, che ha registrato importazioni per 406,5 milioni di euro, il livello più alto negli ultimi 10 anni (nel 2020 si era fermato a 298,5). Ancora più esemplificativo il caso della Lituania, il Paese che per primo ha adottato dure misure per opporsi alla “guerra ibrida” di Lukashenko: nel 2021 le importazioni commerciali hanno toccato il miliardo di euro (erano 830 milioni nel 2020).
    Questi forti aumenti rivelano la complessità in termini economici per i Paesi baltici nel trovare un equilibrio con la retorica aggressiva adottata in politica estera. La Bielorussia è e rimane un importante partner commerciale per questa regione, anche considerato il flusso di merci in arrivo dall’Asia e che vi transita prima di arrivare in Europa Occidentale. Le importazioni da Minsk includono prodotti dell’industria del legno, dei fertilizzanti e del settore del petrolio, quest’ultimo nella lista delle misure restrittive UE e statunitensi.
    Dopo aver negato a dicembre qualsiasi violazione delle sanzioni, il governo estone rischia ora di farsi travolgere dalle polemiche per la crescita di un commercio che evidentemente non riguarda solo “merci di transito” attraverso il Paese. Anche il ministero degli Esteri lettone ha assicurato che gli affari commerciali stanno avvenendo nel rispetto del regime di sanzioni. Ma il rischio è quello di dover affrontare la stessa bufera che si è scatenata poche settimane fa a Vilnius, quando sia il ministro lituano degli Esteri, Gabrielius Landsbergis, sia quello dei Trasporti, Marius Skuodis, hanno presentato le dimissioni (poi respinte) a causa delle rivelazioni sul trasporto mai cessato del potassio bielorusso sottoposto alle sanzioni di Bruxelles sulla rete ferroviaria nazionale.

    Nonostante le posizioni aggressive in politica estera contro il regime di Alexander Lukashenko, nel 2021 si è registrato un forte aumento delle esportazioni da Minsk in direzione Lituania, Estonia e Lettonia

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    Tra sanzioni, violazioni dei diritti umani e traffico di migranti: l’anno in cui i rapporti tra UE e Bielorussia si sono frantumati

    Bruxelles – È difficile pensare a un anno più tormentato per le relazioni tra l’UE e un Paese terzo. Dopo le elezioni-farsa a Minsk dell’agosto 2020, nemmeno a Bruxelles ci si aspettava che tra la Bielorussia e l’Unione Europea non solo calasse il gelo, ma che si aprisse uno scontro diplomatico la cui fine non si riesce ancora a intravedere.
    Che le relazioni tra Minsk e Bruxelles fossero ormai irrimediabilmente incrinate si era capito già da tempo, almeno da quando l‘Unione Europea aveva dichiarato “illegale” l’insediamento dell’autoproclamato presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, riconoscendo nella leader dell’opposizione, Sviatlana Tsikhanouskaya, la presidente eletta e guida ad interim del Paese. Tuttavia, aldilà delle denunce e delle prese di posizione, alla fine del 2020 l’azione delle istituzioni europee non era sembrata così decisa per sostenere il popolo bielorusso oppresso da quello che viene definito “l’ultimo dittatore d’Europa”. Fatta eccezione per i tre pacchetti di sanzioni contro il regime e l’assegnazione del Premio Sakharov per la libertà di pensiero ai leader dell’opposizione.
    Il dirottamento dell’aereo Ryanair Atene-Vilnius su Minsk da parte delle autorità bielorusse (23 maggio 2021)
    Ma dopo mesi di silenzio da parte dell’Unione Europea – in cui la repressione delle proteste pacifiche e del dissenso in Bielorussia è comunque continuata senza sosta (come ha recentemente ricordato Tsikhanouskaya alla plenaria del Parlamento UE) – la crisi è scoppiata il 23 maggio con il dirottamento del volo Ryanair Atene-Vilnius su Minsk. L’azione bollata come “terrorismo di Stato” da parte dei leader UE è stata voluta dallo stesso dittatore bielorusso per arrestare il giornalista e oppositore politico, Roman Protasevich, che stava viaggiando su quell’aereo. La risposta di Bruxelles è stata la chiusura dello spazio aereo alla compagnia di bandiera bielorussa, Belavia, e il lancio di sanzioni economiche contro il Paese.
    Da quel momento i rapporti tra Unione Europea e Bielorussia si sono disintegrati, complice anche la fragilità del regime di Lukashenko, messo in crisi dalle misure restrittive di un importante partner commerciale quale è l’UE. Come un animale accecato da una ferita, il dittatore si è reso ancora più dipendente dal presidente russo, Vladimir Putin, annunciando poi la sospensione della propria partecipazione al Partenariato orientale e giocandosi la carta che sarebbe diventata dominante nei mesi a seguire: una nuova rotta migratoria aperta artificialmente dal regime bielorusso verso le frontiere dell’Unione.
    La questione era stata sollevata per la prima volta dai Paesi baltici al Consiglio Europeo di giugno, ma allora erano in pochi ad aver capito che la rotta bielorussa avrebbe creato non pochi problemi ai Paesi membri UE. Già a inizio luglio l’incremento di arrivi irregolari di persone migranti in Lituania e Lettonia era stato esponenziale rispetto agli anni precedenti, ma per tutta l’estate il flusso è costantemente aumentato e ha coinvolto anche la Polonia. I leader dell’Unione Europea hanno iniziato a parlare di una “guerra ibrida” condotta dal dittatore della Bielorussia, caratterizzata dall’organizzazione di viaggi per i cittadini dei Paesi del Medio Oriente e dall’Africa subsahariana verso Minsk e di lì verso le frontiere dell’UE.
    Idranti usati dai soldati polacchi contro le persone migranti bloccate alla frontiera con la Bielorussia (16 novembre 2021)
    La mossa di Lukashenko è stata ben calcolata, dal momento in cui sapeva di toccare uno dei tasti più delicati dell’Unione: quello delle divisioni interne nella gestione dei flussi migratori. Non è un caso se i Paesi di frontiera hanno iniziato subito a destinare fondi per la costruzione di barriere di filo spinato e muri, introducendo stati di emergenza e zone rosse che hanno reso inaccessibili a giornalisti e ONG i confini con la Bielorussia. In particolare in Polonia, si sono iniziati a registrare una serie di pushback (respingimenti illegali di persone con diritto alla protezione internazionale ai confini dell’Unione Europea), mentre a Bruxelles si aprivano duri scontri tra istituzioni comunitarie e tra eurodeputati su come affrontare la crisi: il tema prevalente è diventato presto la possibilità di destinare fondi comunitari per il finanziamento di muri al confine con la Bielorussia.
    Alla fine è passata la linea del ‘no’ della Commissione: “Nel proteggere l’Unione va comunque rispettato il principio di non-respingimento e la possibilità di richiedere la protezione internazionale ai valichi di frontiera”, ha ribadito alla plenaria del Parlamento UE di novembre l’alto rappresentante per gli Affari esteri, Josep Borrell (anche se solo un mese dopo è stato proprio l’esecutivo UE a proporre la sospensione di alcune regole sull’asilo e la migrazione in Polonia, Lituania e Lettonia). Bruxelles si è concentrata su tre direttrici di intervento per cercare di risolvere la crisi lungo la rotta bielorussa: convincere i Paesi di origine delle persone migranti a interrompere i voli verso Minsk, inviare aiuti umanitari alla frontiera e colpire con un nuovo pacchetto di sanzioni i responsabili del favoreggiamento della tratta di migranti per scopi politici. Una tattica che al momento sembra aver tamponato una situazione che non è mai stata disperata in termini numerici – mai più di diecimila persone migranti in tutto il territorio bielorusso, secondo le stime più negative – ma lo stesso non si può dire in termini umani.
    La leader bielorussa, Sviatlana Tsikhanouskaya, e il presidente del Parlamento UE, David Sassoli (24 novembre 2021)
    In tutti questi mesi di crisi alla frontiera l’errore che però l’Unione Europea ha commesso spesso è stato quello di dimenticare la situazione interna in Bielorussia (anche questo era uno degli obiettivi di Lukashenko). Nel Paese si contano almeno 882 prigionieri politici, un regime del terrore che ha messo in ginocchio non solo l’opposizione, ma anche qualsiasi voce critica e il giornalismo indipendente. In ordine temporale, gli ultimi a essere condannati sono stati Maria Kolesnikova e Maksim Znak, membri del Presidium del Consiglio di coordinamento dell’opposizione bielorussa, e il marito della leader Tsikhanouskaya, Siarhei Tsikhanouski, imprigionato il 29 maggio del 2020 con l’obiettivo di impedirgli di partecipare alle elezioni presidenziali). Dietro le sbarre c’è anche Ales Bialiatski, uno dei vincitori del Premio Sakharov e fondatore dell’organizzazione per i diritti umani Viasna.
    La leader bielorussa Tsikhanouskaya, presidente eletta riconosciuta dall’UE, ha spiegato dettagliatamente quali sono i passi per non far passare invano un altro anno: isolamento del regime, limitazioni alle risorse e rafforzamento della resistenza democratica. Se era difficile pensare a un anno più tormentato per le relazioni tra l’Unione Europea e la Bielorussia, non risulta molto più semplice immaginare come evolverà la situazione nel 2022. Una delle poche certezze è che Bruxelles dovrebbe iniziare a dare più ascolto alle voci che lottano contro il regime di Lukashenko dall’interno, o rischierà di essere messa di nuovo in crisi su piani che fatica a gestire e che scavano divisioni ancora più profonde all’interno dell’Unione.

    Dopo le elezioni-farsa dell’agosto dello scorso anno, nel 2021 è scoppiata la crisi tra Bruxelles e Minsk. Dopo le sanzioni economiche imposte dall’UE, Lukashenko ha risposto aprendo una nuova rotta migratoria. Ma rimane drammatica anche la situazione dell’opposizione nel Paese