More stories

  • in

    Il sostegno UE alle riforme sullo Stato di diritto nei Balcani Occidentali è stato “largamente insufficiente”

    Bruxelles – La rotta è giusta, ma quanto fatto finora non è abbastanza. Si può riassumere così la valutazione della Corte dei Conti Europea sul sostegno UE alle riforme per lo Stato di diritto nei Balcani Occidentali. Secondo la relazione speciale pubblicato oggi (lunedì 10 gennaio) gli interventi dell’Unione Europea hanno avuto un impatto “largamente insufficiente” su questo aspetto fondamentale del cammino dei sei Paesi balcanici (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia) verso l’adesione all’UE.
    La verifica della Corte dei Conti Europea era iniziata nel gennaio dello scorso anno, con l’obiettivo di analizzare se il supporto europeo fosse stato progettato in modo appropriato, se fosse stato utilizzato “coerentemente per affrontare le questioni-chiave” e se avesse portato a miglioramenti “concreti e sostenibili”.
    Nonostante sia stato riconosciuto lo sforzo di Bruxelles nell’accelerare le riforme fondamentali per il rafforzamento dello Stato di diritto nei Balcani (separazione dei poteri, procedure legislative trasparenti e democratiche, certezza giuridica, controllo giurisdizionale efficace, indipendenza e imparzialità dei giudici, uguaglianza davanti alla legge), hanno pesato in questo contesto “l’insufficiente volontà politica e lo scarso impegno” delle istituzioni nazionali nell’affrontare “problemi persistenti” come la concentrazione del potere, le ingerenze politiche e la corruzione.
    Il contributo dell’UE ai Paesi balcanici è prima di tutto finanziario, rappresentando il principale donatore a livello globale per lo sviluppo economico della regione. Oltre al Piano economico e di investimenti da 29 miliardi di euro presentato dalla Commissione UE nell’ottobre del 2020, l’assistenza finanziaria dell’UE viene garantita grazie allo strumento di assistenza pre-adesione (IPA). Nel periodo 2014-2020 sono stati stanziati circa 12,8 miliardi di euro attraverso IPA II – di cui 700 milioni per sostenere lo Stato di diritto e i diritti fondamentali nei Balcani Occidentali – mentre a partire dallo scorso anno (fino al 2027) è attivo IPA III con una dotazione di 14,2 miliardi. Tuttavia, tra sovvenzioni, sostegno al bilancio, assistenza tecnica e scambio di informazioni, questo sostegno non è stato considerato sufficiente dalla Corte dei Conti UE e soprattutto “il suo impatto non è stato rigorosamente monitorato“.
    Dotazione finanziaria bilaterale IPA II per lo Stato di diritto e i diritti fondamentali (2014-2020)
    La cartina tornasole è l’aggravamento delle forme di autoritarismo nei sei Paesi balcanici negli ultimi dieci anni, proprio in corrispondenza dell’erogazione dei fondi attraverso gli strumenti IPA e nonostante i “progressi formali compiuti verso l’adesione all’UE” (i negoziati sono stati aperti solo con Serbia e Montenegro, mentre Macedonia del Nord e Albania sono bloccate dal veto della Bulgaria in seno al Consiglio dell’UE). Citando il rapporto 2021 dell’ONG Freedom House, la Corte dei Conti Europea ha sottolineato che “i governi dei Balcani Occidentali sono riusciti a combinare un impegno formale per la democrazia e l’integrazione europea con pratiche autoritarie informali” e che, fatta eccezione per la Macedonia del Nord, sul rispetto dello Stato di diritto “tutti questi Paesi presentano una tendenza stabile o addirittura in regresso”.
    Preoccupano le forme di corruzione che impediscono ai sistemi giudiziari di indagare, perseguire e sanzionare in modo efficace, che creano monopoli in settori strategici e che mettono a repentaglio la libertà di espressione: non a caso quest’ultimo è l’ambito in cui sono stati registrati meno progressi in tutti e sei i Paesi balcanici. Oltre alla mancanza di volontà politica interna, un altro fattore del giudizio della Corte con sede in Lussemburgo è legato al fatto che “l’UE si è avvalsa troppo di rado della possibilità di sospendere l’assistenza nel caso in cui un beneficiario non osservi i princìpi fondamentali della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”. La Corte dei Conti Europea ha avvertito che “se l’azione dell’Unione sembra aver contribuito alle riforme, è perché le comunicazioni a riguardo tendono a concentrarsi sui dati quantitativi relativi alle realizzazioni e non abbastanza su quello che le riforme hanno effettivamente conseguito“.
    “I modesti progressi compiuti negli ultimi 20 anni mettono a rischio la sostenibilità complessiva del sostegno fornito dall’UE nell’ambito del processo di adesione”, ha commentato Juhan Parts, membro della Corte dei Conti Europea e responsabile della relazione speciale. “Le riforme costanti perdono di credibilità se non conducono a risultati tangibili“, ha aggiunto. Per questo motivo è stato raccomandato alla Commissione UE e al Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) di rafforzare il meccanismo per promuovere le riforme fondamentali, di intensificare il sostegno alle organizzazioni della società civile e ai media indipendenti nei singoli Paesi dei Balcani Occidentali e, nell’ambito dello strumento IPA III, di rafforzare sia il ricorso alla condizionalità sullo Stato di diritto sia la rendicontazione e il monitoraggio dei progetti finanziati da Bruxelles.

    Lo evidenzia una relazione della Corte dei Conti UE, che sottolinea sia la mancanza di volontà politica dei governi nazionali, sia il fatto che l’UE non abbia quasi mai sospeso l’assistenza finanziaria in caso di palesi violazioni

  • in

    L’ennesimo anno perso dall’UE sulla strada dell’allargamento ai Balcani Occidentali: (quasi) tutto rimandato al 2022

    Bruxelles – No, i negoziati per l’adesione all’Unione Europea di Albania e Macedonia del Nord non sono ancora iniziati. La grande promessa della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è caduta nel vuoto. Questa parola data e non rispettata dall’UE ai Balcani Occidentali è uno dei molti segnali di difficoltà che stanno caratterizzando non solo il processo di allargamento dell’Unione nella regione, ma anche gli stessi rapporti tra Bruxelles e le capitali balcaniche.
    Sul 2021 c’erano grandi aspettative di rilancio del ruolo dell’UE nei Balcani Occidentali (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia), considerati i diversi dossier lasciati in sospeso alla fine dello scorso anno. La maggior parte sono rimasti pressoché inalterati – se non addirittura peggiorati – mentre solo pochi hanno trovato una nuova spinta. La realtà dei fatti è che al momento sono solo due i Paesi che hanno aperto i quadri negoziali con Bruxelles (Serbia e Montenegro).
    Il contorno è una crisi istituzionale in Bosnia ed Erzegovina, un dialogo Kosovo-Serbia che si sta incrinando sempre di più e un clima di disillusione a Skopje e Tirana che non fa presagire nulla di buono. Nel 2022 l’Unione Europea dovrà dimostrare di saper mantenere le promesse fatte ai partner balcanici, o rischierà di compromettere definitivamente il processo di allargamento.
    L’allargamento dell’UE nei Balcani
    Si tratta del tema più caldo sul tavolo europeo e anche il rimpianto più grande di questo 2021. Dopo il veto della Bulgaria all’apertura dei quadri negoziali con la Macedonia del Nord (che ha trascinato nello stallo anche l’Albania) del dicembre dello scorso anno, ci si aspettava che le pressioni diplomatiche sul governo di Sofia avrebbero portato allo sblocco della situazione e l’inizio del cammino di adesione UE per i due Paesi dei Balcani Occidentali vincolati dallo stesso dossier.
    Da sinistra: il premier sloveno e presidente di turno del Consiglio dell’UE, Janez Janša, il presidente del Consiglio UE, Charles Michel, e la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen (Kranj, 6 ottobre 2021)
    Ad alzare le aspettative era stata la stessa presidente von der Leyen, che nel suo tour a settembre nelle capitali balcaniche aveva promesso a Skopje e Tirana che “le prime conferenze intergovernative si dovranno organizzare entro la fine dell’anno“. Già allora sembrava un azzardo (ma rimane pur sempre la posizione ufficiale della Commissione) e forse è stato anche per questo motivo che, come riportato da Eunews direttamente da Kranj (Slovenia), il mancato accordo al vertice UE-Balcani Occidentali di inizio ottobre non ha rappresentato una grossa sorpresa.
    Il ritorno in presenza (dopo tre anni) dell’appuntamento più importante tra i leader dell’Unione Europea e della regione balcanica è coinciso con un nulla di fatto, al contrario delle aspettative della presidenza slovena del Consiglio dell’UE, che aveva spinto per inserire – invano – la data del 2030 come termine ultimo per il processo di allargamento dell’UE nei Balcani.
    A proposito di adesione all’Unione Europea, va segnalato un parziale successo di Bruxelles nello spingere con decisione i due Paesi che hanno già aperto i negoziati, dando più credibilità e affidabilità a questo processo. Lo scorso 22 giugno sono state avviate le prime conferenze intergovernative con Serbia e Montenegro, attraverso una metodologia rivista basata sull’accorpamento di 33 capitoli negoziali in 6 gruppi tematici: secondo le intenzioni di Bruxelles, in questo modo si riuscirà a dare maggiore dinamismo e risultati tangibili sul fronte delle riforme strutturali a Belgrado e Podgorica.
    Il dialogo Pristina-Belgrado
    Qui invece ci troviamo di fronte al solito nodo irrisolto delle relazioni diplomatiche tra Kosovo e Serbia, con il tentativo di Bruxelles di trovare un punto di mediazione. Il dialogo, che quest’anno ha compiuto esattamente 10 anni, era ripreso nel luglio dello scorso anno dopo anni di silenzio. Ma proprio nel momento in cui si iniziava a sperare in un compromesso tra le parti, il 2021 ha riservato l’ennesima ondata di tensioni.
    Il primo scossone è stata l’elezione del nuovo primo ministro kosovaro, il leader nazionalista di sinistra Albin Kurti. Se da una parte è stato l’artefice di una maggiore stabilizzazione del Paese, allo stesso tempo Kurti ha fatto capire a Belgrado che non farà nessuno sconto nel corso dei negoziati. Ad aumentare questa posizione dura a Pristina – che sta indispettendo la controparte serba – è stata la nomina della nuova presidente della Repubblica, Vjosa Osmani, che da aprile chiede più vaccini anti-COVID per il suo Paese: “Il dialogo con Belgrado prima dei vaccini non è una priorità”.
    Da sinistra: l’alto rappresentante UE, Josep Borrell, e il premier del Kosovo, Albin Kurti (15 giugno 2021)
    Per l’UE si tratta di una delle questioni più spinose nei Balcani Occidentali. Dopo il fallimento della ripresa del dialogo nel doppio incontro di alto livello di quest’estate, a inizio autunno si è toccato il punto più basso. Lo scorso 20 settembre è scoppiata la cosiddetta ‘battaglia delle targhe’ tra i due Paesi, dopo la decisione del governo di Pristina di imporre il cambio delle targhe ai veicoli serbi in entrata nel territorio kosovaro. Dopo 10 giorni di incontri e negoziati promossi da Bruxelles, l’UE è riuscita a far siglare un’intesa a Serbia e Kosovo, che ha risolto una situazione potenzialmente esplosiva.
    Ma è stata una vittoria di Pirro, che non ha fatto avanzare di un millimetro il processo di normalizzazione dei rapporti tra Pristina e Belgrado e che ha avuto come strascico un indebolimento ulteriore della fiducia reciproca. Lo ha dimostrato il fatto che a Bruxelles non si è tenuto più nemmeno un vertice con il premier kosovaro e il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić. “È inutile incontrarci, se in partenza non c’è l’intenzione di trovare un compromesso”, ha commentato recentemente quasi sconsolato l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri, Josep Borrell. Alla vigilia del 2022 la prospettiva di compromessi non sembra essere nemmeno teorica, né sul riconoscimento dell’indipendenza di Pristina da parte di Belgrado, né sulla creazione dell’Associazione delle municipalità serbe in Kosovo.
    I buoni propositi per il 2022
    Da cosa ripartire dal primo gennaio del prossimo anno per raddrizzare il cammino dei Balcani Occidentali verso l’UE? Prima di tutto da quello che è indiscutibilmente il vero successo dell’Unione, che le sta consentendo di non perdere troppa credibilità agli occhi dei partner della regione: il Piano economico e di investimenti presentato dal commissario per la Politica di vicinato e di allargamento, Olivér Várhelyi, il 6 ottobre del 2020 e la cui importanza è stata ribadita nel Pacchetto Allargamento 2021.
    Con una mobilitazione di finanziamenti fino a 29 miliardi di euro – e con il sostegno dello strumento di assistenza pre-adesione IPA III per favorire le riforme strutturali – l’UE punta a far sentire la propria presenza economica nella regione, sfidando le insidie russe e soprattutto cinesi nella regione. Una risposta anche allo scandalo del debito da 809 milioni di euro del Montenegro a Pechino, che ha preoccupato l’opinione pubblica fino a fine luglio.
    Il commissario per la Politica di vicinato e di allargamento, Olivér Várhelyi
    Il secondo punto su cui si dovrà insistere sarà la fornitura di vaccini anti-COVID alla regione. Dopo mesi di grandi difficoltà da parte dell’UE, a partire da maggio la situazione dell’invio diretto di dosi e attraverso il meccanismo COVAX ai Balcani Occidentali si è sbloccata, lasciando la sensazione che Bruxelles abbia tutto l’interesse di mettere in sicurezza a livello sanitario i sei Paesi partner. La questione ha una valenza anche geopolitica, dal momento in cui la lotta al COVID-19 sta diventando uno strumento per tenere in piedi il processo di allargamento dell’Unione e si scontra con la penetrazione di Mosca (con il suo vaccino Sputnik V) e di Pechino (con Sinopharm).
    E infine sarà necessario dare una dimostrazione di forza per la stabilizzazione della regione. Evitando errori di comunicazione come quello sul non paper di Lubiana per “completare la dissoluzione dell’ex-Jugoslavia” – che ha infiammato l’opinione pubblica dei Balcani e dei Paesi membri UE prima dell’inizio del semestre sloveno di presidenza del Consiglio dell’UE – Bruxelles è chiamata a dare una risposta concreta alla crisi istituzionale in Bosnia ed Erzegovina. Che si tratti di sanzioni economiche, pressioni politiche o coordinamento con i partner statunitensi sul campo, le istituzioni europee dovranno decidere come non trasformare il 2022 nell’anno in cui le violenze etniche riprenderanno piede nel Paese. Tutto questo a causa delle minacce sempre più reali del membro serbo-bosniaco della Presidenza tripartita, Milorad Dodik, che a ottobre aveva minacciato di portare la Republika Srpska (l’entità serba) fuori dal controllo delle autorità centrali.
    Per l’UE il tempo del temporeggiamento nei Balcani Occidentali sta scadendo. La politica estera nei confronti dei partner più vicini e sensibili alla prospettiva di adesione all’Unione non potrà più basarsi su promesse non mantenute e soli impegni economici. Il 2022 non dovrà essere un ennesimo anno perso sulla strada dell’allargamento, o il rischio di perdere tutta la credibilità accumulata in anni di avvicinamento si potrebbe manifestare in forme più o meno violente. In una regione che ha già dimostrato solo 30 anni fa all’Europa il dramma delle guerre etniche.

    Pesano soprattutto il mancato avvio dei negoziati di adesione con Albania e Macedonia del Nord, il dialogo Kosovo-Serbia sempre più stagnante e le difficoltà nel rispondere alla crisi istituzionale in Bosnia ed Erzegonia

  • in

    L’UE ammonisce Pristina sull’Associazione delle municipalità serbe in Kosovo: “È nell’accordo con Belgrado, va attuata”

    Bruxelles – Basta scavare un po’ e sotto i sorrisi e le parole d’incoraggiamento dei mediatori dell’Unione al “futuro europeo del Kosovo” si possono intuire i punti di frizione tra l’UE e la parte kosovara per quanto riguarda il dialogo di normalizzazione dei rapporti con la Serbia. È bastato il botta e risposta tra il primo ministro del Kosovo, Albin Kurti, e l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, durante la conferenza stampa post-Consiglio di di associazione e stabilizzazione di oggi (martedì 7 dicembre) a mettere in luce che tra Bruxelles e Pristina corre sì buon sangue, ma non è necessariamente un amore incondizionato.
    Il cuore del problema riguarda il rispetto di una parte dell’accordo del 2013 del dialogo Pristina-Belgrado mediato dall’UE, quello relativo alla creazione dell’Associazione delle municipalità serbe in Kosovo, vale a dire una comunità di municipalità kosovare a maggioranza serba a cui dovrebbe essere garantita una maggiore autonomia. “Focalizzare l’attenzione solo su una parte di accordo non implementato a partire dalla sentenza della Corte Costituzionale del Kosovo è fare gli interessi dei politici di Belgrado, non del popolo che non ha mai protestato”, ha commentato sibillino il premier Kurti. “È ora di trovare un’intesa che guardi al benessere delle persone, più che della politica”, ha aggiunto.
    Il primo ministro del Kosovo, Albin Kurti, e l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell (7 dicembre 2021)
    Senza filtri la replica di Borrell: “Sono un democratico e non servo nessun politico, voglio che tutte le parti riconoscano l’importanza di rispettare gli impegni presi”. Per l’alto rappresentante UE, “non è vero che la sentenza rende impossibile l’attuazione di questa parte dell’accordo” e perciò da Bruxelles continuerà ad arrivare la richiesta a Pristina di “implementarla, così come tutto il resto del documento”. La questione rimane delicata e si interseca con dinamiche regionali che nelle ultime settimane sono riemerse con forza. Già a settembre, in un’intervista per il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung la presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, aveva bollato l’Associazione delle municipalità serbe come “una fase preliminare della creazione di una seconda Republika Srpska e noi non vogliamo un altro Stato che non funziona, come quello bosniaco“. Dopo le recenti dichiarazioni secessioniste del membro serbo-bosniaco della Presidenza tripartita della Bosnia ed Erzegovina, Milorad Dodik, la percezione di questa parte dell’accordo del 2013 a Pristina non può essere certo cambiata.
    La questione della normalizzazione dei rapporti con Belgrado è stato uno dei temi centrali del quarto Consiglio di associazione e stabilizzazione UE-Kosovo, ma i progressi sembrano essere stati pochi rispetto ai due incontri fallimentari di quest’estate con Kurti e il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić. Ai giornalisti che hanno chiesto se ci sarà un nuovo round di alto livello prima della fine dell’anno, Borrell ha fatto capire senza troppi giri di parole che sarà quasi impossibile: “La precondizione è che entrambe le parti siano disposte a raggiungere un risultato tangibile e per il momento non sussiste“. L’alto rappresentante UE ha spiegato che “è inutile incontrarci, se in partenza non c’è l’intenzione di trovare un compromesso”, anche se “l’anno non è ancora finito e faremo tutto il possibile”.
    Il commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi (7 dicembre 2021)
    In ogni caso, l’UE non spegne la luce del dialogo, anzi: “Lo status quo attuale non è sostenibile né per la Serbia né per il Kosovo, e anche per questo motivo bisogna impegnarsi per rafforzare gli accordi raggiunti in passato”, ha ribadito il concetto Borrell. Bruxelles rimane impegnata “nell’abbattere le barriere e avvicinare la regione all’Unione Europea”, ma “non possiamo fare il lavoro al posto vostro”, ha aggiunto. Di qui la necessità di “focalizzarsi anche sullo Stato di diritto, le riforme economiche e la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata”, oltre che sulla “preparazione tecnica dei progetti per il Piano economico e di investimenti dell’Unione“, ha ricordato il commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi. “Per dare senso alla costruzione di infrastrutture comuni è poi necessario un Mercato regionale, di cui il Kosovo deve fare parte”, è stata l’esortazione del commissario UE.
    Prendendo nuovamente parola, il premier kosovaro ha lodato il progetto dell’Unione Europea come “il più pacifico e di sviluppo dalla fine della seconda guerra mondiale e per questo ne vogliamo fare parte come Paese democratico”. Kurti ha promesso che “non appena arriverà la chiamata dei mediatori europei, mi recherò a Bruxelles“, ricordando che comunque i colloqui con Belgrado “stanno continuando per implementare l’accordo sulle targhe dopo gli sforzi diplomatici di Bruxelles“. Che però, oltre le parole, il rapporto tra Kosovo e Unione Europea non sia solo idillio, lo ha confermato l’ultima nota polemica di Kurti, in linea con quanto già espresso in occasione del vertice UE-Balcani Occidentali di ottobre: “Sono passati tre anni, quattro mesi e tre settimane da quando la Commissione ha confermato che soddisfiamo tutte le condizioni per la liberalizzazione dei visti per i cittadini kosovari, ma niente si è mosso”. Il premier ha avvertito che “il popolo continua ad aspettare, ma la fiducia si rafforza solo con risultati tangibili legati ai progressi”.

    Nel quarto incontro del Consiglio di associazione e stabilizzazione UE-Kosovo l’alto rappresentante Borrell ha esortato il premier Kurti a rispettare “integralmente” tutte le parti dell’intesa siglata nel 2013

  • in

    La Commissione UE presenta il Pacchetto Allargamento 2021: “Evidenti progressi, ma ora rispettiamo le promesse”

    Bruxelles – Appena adottato dal collegio dei commissari, il nuovo Pacchetto Allargamento 2021 dell’UE è stato immediatamente presentato alla commissione Affari esteri (AFET) del Parlamento Europeo, come da tradizione inter-istituzionale. “Abbiamo evidenziato progressi su quasi tutti i dossier, ecco perché vi chiedo di mantenere saldo il vostro supporto al processo di integrazione dei Balcani Occidentali”, ha sottolineato con forza il commissario per la Politica di vicinato e di allargamento, Olivér Várhelyi, illustrando i punti della comunicazione pubblicata oggi (martedì 19 ottobre) dall’esecutivo comunitario.
    “Come avete visto dal viaggio nella regione da parte della presidente Ursula von der Leyen a settembre e durante il vertice UE-Balcani Occidentali, la Commissione Europea è fortemente impegnata in questo processo di allargamento”, ha ricordato Várhelyi agli eurodeputati. Il Piano economico e di investimenti presentato nella comunicazione dello scorso anno rimane il punto centrale anche di questo Pacchetto di Allargamento UE, ma a differenza del 2020 la Commissione può ora contare anche sullo strumento di assistenza pre-adesione IPA III, dopo l’accordo raggiunto dai negoziatori di Consiglio e Parlamento UE. “Possiamo avanzare con ancora più decisione per implementare i punti positivi della Dichiarazione di Brdo”, ha espresso la propria soddisfazione il commissario Várhelyi, ricordando le prospettive dell’Agenda verde e dell’innovazione per i Balcani, del roaming dati gratuito e del Mercato Unico regionale.
    Il commissario per la Politica di vicinato e di allargamento, Olivér Várhelyi, in commissione AFET del Parlamento UE (19 ottobre 2021)
    Per quanto riguarda i dossier relativi ai sette Paesi che hanno intrapreso il cammino di adesione all’UE (i sei balcanici – Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia – e la Turchia), “la comunicazione mette a fuoco le riforme sullo Stato di diritto, sul sistema giudiziario ed economiche”. Tuttavia, il membro del gabinetto von der Leyen ha ripreso i governi dei 27 Paesi membri UE: “Se i partner adempiono ai loro obblighi sul piano delle riforme, anche noi dobbiamo rispettare le promesse, ne va della credibilità di tutta l’Unione”.
    Il riferimento è allo stallo sull’avvio dei negoziati con Macedonia del Nord e Albania, a causa del veto della Bulgaria all’apertura dei quadri negoziali con Skopje. Várhelyi ha ribadito quanto già sostenuto dalla presidente von der Leyen nel suo viaggio di fine settembre, cioè che la scadenza per organizzare le prime conferenze intergovernative è “al più tardi entro la fine dell’anno”. La pressione è tutta sul Consiglio, come ha confermato anche il presidente della commissione AFET, David McAllister: “Oggi i rappresentanti della presidenza di turno slovena ci hanno confermato che la loro intenzione è quella di iniziare entro fine anno. Dipende solo da loro”.
    I dossier del Pacchetto Allargamento UE 2021
    Partendo dalle considerazioni sui sei partner balcanici, “tutti si sono impegnati a creare un Mercato Comune regionale“, ha evidenziato il commissario, ma ora “dovrebbero concentrarsi sul superamento delle difficoltà incontrate”. Si auspica soprattutto uno scenario in cui “tutti Paesi della regione ne facciano parte e che sia sotto l’ombrello dell’UE”. Sul piano politico, invece, “le molte tornate politiche degli ultimi anni hanno dimostrato un miglioramento degli standard di trasparenza e questo è merito anche vostro”, Várhelyi ha voluto così ringraziare i relatori per ciascuno dei Paesi balcanici.
    Per quanto riguarda Montenegro e Serbia, “sono soddisfatto che abbiano accettato l’applicazione della metodologia rivista”, che ha aperto le prime conferenze politiche intergovernative lo scorso giugno. Il Pacchetto Allargamento UE 2021 sottolinea che a Podgorica “è attualmente garantito un equilibrio generale” nei progressi sui negoziati. Le priorità per il Montenegro rimangono i capitoli 23 e 24 (sull’indipendenza della magistratura e il rispetto dello Stato di diritto): “Vogliamo vedere sforzi sul piano della libertà di espressione e dei media e su quello della lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata”, ha spiegato il commissario. La Serbia deve invece “accelerare e approfondire” le riforme sull’indipendenza del sistema giudiziario, sulla lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, sulla libertà dei media e sul trattamento interno dei crimini di guerra, “per aprire al più presto nuovi cluster”. Ma per Várhelyi “è necessario anche migliorare l’allineamento con la politica estera e di sicurezza dell’UE“.
    Il commissario per la Politica di vicinato e di allargamento, Olivér Várhelyi, in commissione AFET del Parlamento UE (19 ottobre 2021)
    C’è poi il capitolo Kosovo, che riguarda da vicino Belgrado: “I progressi della Serbia sulla normalizzazione delle relazioni con Pristina sono essenziali e determineranno il ritmo generale dei negoziati di adesione del Paese“, si legge nel rapporto 2021. Oltre all’impegno nel dialogo mediato da Bruxelles, dal governo di Pristina – che dopo le elezioni anticipate dello scorso febbraio “gode di una chiara maggioranza parlamentare” – ci si aspetta invece che attui un piano d’azione per le riforme. La Commissione attende anche “con urgenza” che il Consiglio tratti la proposta di liberalizzare i visti dei cittadini kosovari: “La nostra valutazione rimane uguale a quella del luglio 2018, tutti i parametri di riferimento sono stati soddisfatti”, ha tagliato corto il commissario Várhelyi.
    Dopo aver ricordato che “Albania e Macedonia del Nord continuano a soddisfare le condizioni per l’apertura dei negoziati di adesione” e che “entrambi sono a uno stadio avanzato nel percorso di riforme”, il commissario per l’Allargamento ha ribadito che “le questioni bilaterali pendenti tra Bulgaria e Macedonia del Nord devono essere risolte in via prioritaria“. Inoltre, “è fondamentale” che gli Stati membri concludano le discussioni “senza ulteriori ritardi”, per organizzare le prime conferenze intergovernative entro il 31 dicembre 2021.
    La nota dolente nei Balcani Occidentali rimane la Bosnia ed Erzegovina, il cui obiettivo strategico di integrazione nell’Unione Europea “non si è tradotto in azioni concrete”. Il Pacchetto Allargamento UE 2021 sottolinea che “l’ambiente politico è rimasto polarizzato, poiché i leader politici hanno continuato a impegnarsi in una retorica divisiva“. Fonti di “profonda preoccupazione” per il commissario Várhelyi riguardano “il blocco delle istituzioni statali e le richieste di ritirare le riforme”. L’esortazione a tutti gli attori politici è di “affrontare le 14 priorità-chiave” e di “astenersi da dichiarazioni di indipendentismo in contrasto con gli Accordi di Dayton”.
    L’ultimo dossier riguarda la Turchia, che è sì “un partner per l’Unione Europea in aree come la migrazione, la lotta al terrorismo e l’economia”, ma che “non ha affrontato in modo credibile il continuo deterioramento dello Stato di diritto, dei diritti fondamentali e dell’indipendenza del sistema giudiziario”, ha ricordato Várhelyi agli eurodeputati. Ankara “deve invertire questa tendenza negativa come questione prioritaria”, ma dovrà anche portare avanti i progressi sul fronte della de-escalation nel Mediterraneo orientale, “per lo sviluppo di una relazione cooperativa e reciprocamente vantaggiosa”, ha concluso il commissario europeo. Tuttavia, per la Turchia la strada verso l’accesso all’Unione Europea rimane, per il momento, sbarrata.

    Il commissario Várhelyi ha illustrato i punti principali del nuovo pacchetto alla commissione AFET del Parlamento UE “Se i nostri partner nei Balcani adempiono le riforme, i Paesi membri non possono tirarsi indietro”

  • in

    Vertice UE-Balcani: sotto la patina di ottimismo si nasconde l’ennesimo fiasco per l’allargamento dell’Unione

    Dall’inviato
    Kranj – Più delle parole, scritte e pronunciate in questa giornata slovena, a spiegare il clima del vertice UE-Balcani Occidentali è bastato osservare il linguaggio del corpo dei tre leader europei intervenuti in conferenza stampa. Totalmente assente il consueto sorriso sul volto della presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen. Frenetico il modo di gesticolare del presidente del Consiglio UE, Charles Michel. Tendente al glaciale lo sguardo del premier sloveno e presidente di turno del Consiglio dell’UE, Janez Janša. Se poi ci aggiungiamo quello che manca nella dichiarazione di Brdo, il quadro è completo: oltre gli annunci di facciata e l’ottimismo del linguaggio diplomatico, il vertice UE-Balcani Occidentali è stato un fiasco per le prospettive di adesione della regione all’Unione.
    Un fiasco, non un fallimento. Perché il processo di allargamento dell’Unione Europea non si è fermato, né ha fatto passi indietro. È solamente rimasto fermo ai soliti problemi e ai soliti punti di forza. Da una parte, il veto della Bulgaria all’apertura dei quadri negoziali con la Macedonia del Nord (trascinando nello stallo anche l’Albania), le continue difficoltà nella normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo e la mancanza di volontà politica di diversi Paesi membri nell’espandere l’Unione oltre le sue frontiere attuali. Dall’altra, il Piano economico e di investimenti da quasi 30 miliardi di euro per la regione stanziato da Bruxelles, i progressi nei negoziati di adesione di Serbia e Montenegro e il progressivo allineamento dei Sei balcanici alle richieste europee sul fronte delle riforme, del rispetto dello Stato di diritto e degli obiettivi della doppia transizione verde e digitale dell’economia.
    Il premier sloveno e presidente di turno del Consiglio dell’UE, Janez Janša (Kranj, 6 ottobre 2021)
    Di più non si vede. Ed è un problema, perché il vertice di oggi (mercoledì 6 ottobre) era atteso come la chiave di volta per il futuro prossimo della regione nell’Unione. Invece il primo punto delle conclusioni è una riconferma da parte dell’UE del “suo impegno nei confronti del processo di allargamento”. Allargamento in grassetto, per far capire che già un’intesa su questo termine è un successo: alcuni tra i Ventisette avrebbero voluto eliminarlo, alla fine l’ha spuntata la presidenza slovena. L’ostacolo su cui però si sono incagliate le ambizioni del premier Janša è stato il riferimento a una scadenza per portare a termine il processo di allargamento dell’UE nei Balcani. Questa mattina, prima dell’incontro tra i capi di Stato e di governo europei e balcanici, nessun leader si era sbilanciato su una data certa e ora si capisce il perché.
    “L’assenza del riferimento al 2030 è il risultato della discussione di oggi“, ha spiegato senza troppi giri di parole Janša. “La Slovenia voleva una data ultima su cui basare il calendario dei negoziati, come è successo con noi nel 2004”, ma non tutti i Paesi membri UE si sono mostrati convinti che questo possa (o piuttosto debba) accadere “entro la fine del decennio”, ha aggiunto il premier sloveno. Tuttavia, Janša ha cercato il più possibile di nascondere il fiasco di questo vertice (che avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello della sua presidenza del Consiglio dell’UE). “Ci sono molti punti positivi nella dichiarazione”, dalla tabella di marcia per l’abolizione del roaming dati tra l’Unione e i Balcani alla promessa di continuare a sostenere il piano di vaccinazione anti-COVID dei sei Paesi, “per raggiungere tassi simili alla media dell’UE “entro la fine del 2021”.
    L’ottimismo (forzato) delle istituzioni europee
    Ribadendo quanto dichiarato questa mattina, la presidente von der Leyen ha sottolineato che “la posizione della Commissione Europea è chiara: non siamo completi senza i Balcani e farò tutto il possibile per far avanzare questo processo“. Parole a cui è difficile non credere e che spiegano la frustrazione per un dialogo con gli Stati membri tutt’altro che facile. Solo una settimana fa, durante il suo viaggio nella regione, la leader dell’esecutivo UE aveva promesso che entro la fine dell’anno saranno avviati i negoziati con Macedonia del Nord e Albania. Un obiettivo ambizioso, ma che sarà quasi impossibile raggiungere: non è un caso se questa scadenza non è stata menzionata nemmeno di sfuggita.
    La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen (Kranj, 6 ottobre 2021)
    Con un sorriso tirato, von der Leyen ha chiesto “pazienza” ai cittadini balcanici: “Capisco perfettamente la vostra frustrazione per la lentezza del processo“. Altro indizio che per la presidente dell’esecutivo comunitario il vertice UE-Balcani Occidentali sarebbe potuto andare decisamente meglio. Allo stesso tempo, ha riferito alla stampa di sentirsi ottimista sul futuro allargamento dell’UE, per tre ragioni. Primo, perché “la maggioranza dei Paesi membri si è impegnata nel rafforzarlo”. Secondo, per il Piano economico “che parla da solo sulle nostre ambizioni strategiche”. Terzo, per “l’eccellente messaggio offerto alla regione” dall’accordo tra Serbia e Kosovo (mediato da Bruxelles) per mettere fine alla cosiddetta ‘battaglia delle targhe’: “È il perfetto esempio di cosa si può raggiungere quando ci si siede al tavolo del dialogo”, ha aggiunto von der Leyen.
    Il presidente del Consiglio UE Michel ha invece insistito a più riprese sui valori fondamentali che legano l’Unione e i Balcani, a partire dalle “fondamenta della lotta alla corruzione e del rispetto dello Stato di diritto“. Nella dichiarazione finale si fa riferimento anche al “primato della democrazia e dei valori fondamentali”, al rispetto dei diritti umani, della parità di genere e delle persone appartenenti a minoranze. Tutti temi oggetto di riforme socio-economiche, da cui dipende il proseguo del sostegno dell’UE ai Paesi della regione.
    Facendo riferimento ai temi di discussione del Consiglio informale di ieri sera, Michel ha ricordato che, da un punto di vista strategico, l’Unione vuole proteggere i propri interessi “con partner che condividono i nostri valori”. In quest’ottica, la centralità del vertice UE-Balcani Occidentali è evidente. Nel documento finale non si parla esplicitamente dei concorrenti nell’estensione dell’influenza politica ed economica nella penisola, ma si può leggere tra le righe il riferimento a Russia e Cina. In particolare, quando viene sottolineato che l’Unione Europea è “di gran lunga” il principale investitore e donatore nella regione e nella richiesta ai leader balcanici di riconoscere e trasmettere nei dibattiti pubblici nazionali “la scala e la portata senza precedenti di questo sostegno”.
    Cosa c’è nella dichiarazione di Brdo
    Oltre ai punti già menzionati – la necessità di condivisione dei valori europei da parte dei Paesi della regione, il Piano economico di investimenti e il supporto nella lotta contro il COVID-19 – nella dichiarazione di Brdo spiccano le aspettative nei confronti del dialogo decennale tra Pristina e Belgrado: “Attendiamo progressi concreti dalle due parti sulla piena normalizzazione delle loro relazioni“. Un fattore indispensabile “per la stabilità e lo sviluppo dell’intera regione”, ma soprattutto per garantire che entrambi i Paesi possano continuare “sui loro rispettivi percorsi europei” (anche se nel caso del Kosovo l’UE deve fare i conti con cinque Paesi membri che non ne riconoscono l’indipendenza, ovvero Spagna, Grecia, Romania, Cipro e Slovacchia).
    Il presidente del Consiglio UE, Charles Michel (Kranj, 6 ottobre 2021)
    Al vertice UE-Balcani Occidentali di Kranj spazio anche all‘Agenda verde e al Mercato comune regionale, secondo le linee dell’intesa raggiunta al vertice di Sofia del novembre 2020. Nell’ottica del Green Deal europeo, l’Agenda “è un fattore chiave per la transizione verso economie moderne, a zero emissioni di carbonio ed efficienti nell’uso delle risorse”. C’è anche un richiamo al tema del momento: “La sicurezza energetica dovrebbe essere prioritaria, compresa la diversificazione delle fonti e delle rotte”, si legge nel documento. Il Mercato comune regionale viene invece visto come un trampolino di lancio per “rafforzare l’integrazione dei Balcani Occidentali nel Mercato Unico dell’UE”.
    Come emerso dalle tappe in Serbia e in Bosnia ed Erzegovina del recente viaggio di von der Leyen, la dichiarazione sottolinea che “è una priorità sviluppare ulteriormente la connettività dei trasporti, all’interno della regione e con l’UE“. Non solo per “migliorare l’efficienza e la sicurezza dei servizi di trasporto”, ma anche per “raggiungere gli obiettivi di mobilità verde e sostenibile”, grazie al rafforzamento del trasporto ferroviario e delle vie navigabili. Attesa anche l’attuazione del piano d’azione dell’Agenda dell’innovazione per i Balcani occidentali, lanciata oggi per “promuovere l’eccellenza scientifica e la riforma dei sistemi educativi”.
    Non ci si aspettava molto dal capitolo “rotta balcanica”, ma si commenta da solo il posto riservato nelle discussioni alla questione migratoria: nella dichiarazione occupa il 23esimo punto su 30. In modo molto approssimativo sono state delineate le aree di interesse: miglioramento dei sistemi di asilo, lotta al traffico di migranti e alla “migrazione illegale”, gestione delle frontiere e capacità di accoglienza. Una particolare attenzione è stata posta invece sui sistemi di rimpatrio, “compresa la conclusione di accordi di riammissione con i principali Paesi di origine”. A ruota segue il tema Afghanistan e non a caso si fa riferimento alla necessità di “affrontare le sfide in evoluzione e coordinare risposte comuni”.
    Con questo stato dell’arte, ricominceranno gli incontri bilaterali tra governi, i confronti tra i singoli Paesi della regione con la Commissione Europea e il dialogo Serbia-Kosovo. Ma “per promuovere ulteriormente i nostri interessi comuni”, i leader europei e balcanici hanno espresso la disponibilità a “rinvigorire il dialogo politico”. Il vertice UE-Balcani Occidentali diventa un evento regolare. Ci si rivede nel 2022, con la sensazione che non si riprenderà da basi più avanzate di quelle poste da questo summit controverso e, in parte, deludente.

  • in

    Attesa per il vertice UE-Balcani Occidentali: impegno per l’allargamento, ma nessuno si sbilancia sulle tempistiche

    Dall’inviato
    Kranj –  Sotto l’acqua battente di una giornata d’autunno in Slovenia c’è appena il tempo di una passerella veloce per i leader europei e balcanici, prima dell’inizio del vertice UE-Balcani occidentali. “Buongiorno! Tutto bene, grazie”, ha tagliato corto Mario Draghi, percorrendo in velocità il tappeto rosso ormai pieno di pozzanghere. Il premier italiano non si è sbottonato, tenendo la stessa linea di “no comment” verso la stampa mostrata ieri sera (martedì 5 ottobre), all’arrivo al castello di Brdo per il vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’UE.
    In verità, sono stati pochi i leader disponibili a parlare con i giornalisti. Non Angela Merkel, nascosta sotto l’ombrello nero con il logo della presidenza slovena del Consiglio dell’UE, non Emmanuel Macron, che ha schivato con un sorriso beffardo le domande sulle prospettive dell’autonomia militare dell’Unione, dopo le discussioni alla cena dei Ventisette. Hanno fatto eccezione il primo ministro del Lussemburgo, Xavier Bettel – protagonista di un scambio di pacche sulle spalle con l’omologo albanese, Edi Rama – e il premier del Kosovo, Albin Kurti, che ha richiamato l’Unione Europea a “rispettare gli impegni presi” sia sulla liberalizzazione dei visti per i cittadini kosovari, sia sull’allargamento dell’UE nei Balcani”. Riguardo alle ultime difficoltà del dialogo Pristina-Belgrado, Kurti ha indicato nel reciproco riconoscimento “l’unica soluzione credibile, giusta e sostenibile” per la normalizzazione dei rapporti con la Serbia (il presidente serbo, Aleksander Vučić, non ha rilasciato dichiarazioni), mentre ai cinque Paesi UE che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo (Spagna, Grecia, Romania, Cipro e Slovacchia) il premier Kurti ha chiesto che “si allineino al più presto agli altri”.
    La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, prima del vertice UE-Balcani Occidentali (Kranj, 6 ottobre 2021)
    Più inclini a rilasciare dichiarazioni i leader delle istituzioni europee, a partire dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: “Oggi lanciamo un messaggio molto chiaro, che vogliamo i Paesi dei Balcani occidentali nell’Unione Europea, perché siamo un’unica famiglia“, ha sottolineato con forza, ricalcando le rassicurazioni fornite nel corso del suo viaggio della settimana scorsa nella regione. La capa dell’esecutivo comunitario aveva indicato nel 31 dicembre 2021 la data entro cui dovranno iniziare i negoziati per l’adesione di Albania e Macedonia del Nord, ma al momento nessun leader europeo si è voluto sbilanciare su una data certa, né per i due Paesi bloccati dal veto della Bulgaria, né per l’intero processo di allargamento ai Sei balcanici.
    “Per noi questo vertice sarà l’occasione di confermare la prospettiva europea dei Balcani”, ha confermato il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, ma anche per “ribadire che siamo pronti a mobilitare grossi investimenti per sostenere le loro riforme economiche e la lotta alla corruzione”. Michel ha definito quello di oggi “uno scambio di vedute aperto e libero”, finalizzato a “capire i prossimi passi” sulla strada dell’allargamento UE. Commenti in perfetto stile diplomatico, che nascondo incertezze e divisioni sulle tempistiche di questo processo. Sembra improbabile che nei prossimi mesi si assisterà a un’accelerazione, anche considerata la situazione interna dei due Paesi che ‘pesano’ di più a Bruxelles: la Francia è prossima alle elezioni presidenziali e difficilmente Macron si esporrà troppo su questo tema delicato, la Germania è impegnata nella formazione del nuovo governo e per il momento non spingerà più di quanto già fatto.
    L’alto rappresentante UE, Josep Borrell, prima del vertice UE-Balcani Occidentali (Kranj, 6 ottobre 2021)
    Nemmeno l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, si è voluto sbilanciare sul tema dell’ostacolo bulgaro sulla strada dell’adesione UE della Macedonia del Nord (e di rimando dell’Albania, dal momento in cui i quadri negoziali di Skopje e Tirana sono affrontati da Bruxelles come un unico pacchetto). L’alto rappresentante ha però esortato tutti i Paesi membri a mantenere il processo di allargamento “una strada credibile e di cui ci si può fidare”, una volta soddisfatti i criteri per avviare i negoziati. Nel frattempo, il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, ha esortato i convenuti a Kranj a  a impegnarsi a fondo nel dialogo: “Serve nuovo e forte impulso, è giunto il momento di superare i ritardi e gli attuali blocchi”, si legge nella lettera inviata al presidente del Consiglio Europeo prima dell’inizio del vertice UE-Balcani Occidentali. “Questo nuovo slancio non può che avere un effetto positivo nella regione e potrebbe contribuire alla sua trasformazione democratica e alle relazioni di buon vicinato”, ha ricordato Sassoli, avvertendo che “ogni ulteriore esitazione rischia di incoraggiare altri attori che desiderano acquisire influenza nella regione”.

    We call on leaders at the #EUWBSummit2021 to give new impetus to the accession process.
    Enlargement, based on common values, benefits us all – it is time to move forward.
    Further delay risks encouraging others who wish to gain influence in the region. https://t.co/450JxorPdd
    — David Sassoli (@EP_President) October 6, 2021

    Si è aperto in Slovenia il summit tra i leader UE e balcanici, per rafforzare le prospettive europee dei Paesi della regione e il loro processo di adesione. Rimane però difficile un’accelerazione entro la fine dell’anno

  • in

    Serbia e Kosovo hanno trovato un accordo sulle targhe grazie alla mediazione dell’Unione Europea

    Bruxelles – “Abbiamo un accordo!”. Il punto esclamativo nel tweet del rappresentante speciale per il dialogo Belgrado-Pristina, Miroslav Lajčák, spiega tutta la soddisfazione per un risultato tanto sperato quanto incerto. Dopo 10 giorni di tensioni, Serbia e Kosovo sono riusciti a trovare un accordo che mette fine alla ‘battaglia delle targhe‘ e buona parte del merito va attribuito alla perseveranza dell’Unione Europe e ai suoi continui appelli a ritornare al tavolo del dialogo.
    La richiesta urgente dell’Unione Europea aveva portato a una due-giorni di incontri a Bruxelles tra i capi-delegazione di Belgrado e Pristina, Petar Petković e Besnik Beslimi, assistiti anche da Gabriel Escobar, vice-segretario statunitense responsabile della politica verso i Paesi dei Balcani Occidentali. In meno di 48 ore i due diplomatici hanno siglato un accordo che prevede il ritiro entro sabato 2 ottobre delle unità speciali di polizia kosovare dispiegate ai valichi di frontiera di Jarinje e Brnjak, con il contemporaneo smantellamento dei blocchi stradali. Da lunedì (4 ottobre) saranno applicate delle etichette adesive al posto del cambio di targa, fino a quando non sarà concordata una soluzione permanente.
    Nel frattempo, un gruppo di lavoro che comprenderà i rappresentanti dell’Unione Europea, della Serbia e del Kosovo lavorerà a una soluzione definitiva sulla base di pratiche e standard comunitari. I lavori di questo gruppo inizieranno il 21 ottobre a Bruxelles e le conclusioni dovranno essere presentate entro sei mesi. “Ringrazio i due capi negoziatori per la loro disponibilità a negoziare e ad accordarsi per il bene delle persone”, ha aggiunto su Twitter il rappresentante speciale Lajčák.
    Prima dell’accordo di oggi tra i rappresentanti di Serbia e Kosovo, la ‘battaglia delle targhe’ si era trascinata sul confine tra i due Paesi dallo scorso 20 settembre. I reparti speciali di polizia kosovara erano intervenuti a supporto dei controlli della guardia di frontiera ai due valichi, dopo la decisione del governo di Pristina di imporre il cambio delle targhe ai veicoli serbi in entrata nel territorio kosovaro. Contemporaneamente alle proteste e ai blocchi stradali, la tensione era aumentata con la risposta di Belgrado, che aveva allertato le proprie truppe nel caso di violazioni dei diritti della minoranza serba in Kosovo e aveva inviato sulla frontiera convogli ed elicotteri militari.

    We have a deal! After two days of intense negotiations, an agreement on de-escalation and the way forward has just been reached. I thank Besnik Bislimi and Petar Petkovic for their readiness to negotiate and agree for the good of the people. pic.twitter.com/OuhuUWvuG0
    — Miroslav Lajčák (@MiroslavLajcak) September 30, 2021

    Raggiunta l’intesa a Bruxelles tra i capi-negoziatori di Pristina e Belgrado, che prevede il ritiro entro sabato 2 ottobre delle unità speciali kosovare e la fine dei blocchi stradali. Entro sei mesi si dovrà trovare una soluzione definitiva

  • in

    Prove tecniche del vertice UE-Balcani Occidentali: inizia il viaggio di von der Leyen nella regione

    Bruxelles – Ora si inizia a fare sul serio. A poco più di una settimana dal vertice UE-Balcani Occidentali in programma in Slovenia, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, è pronta per iniziare il suo viaggio nella regione. Al centro del confronto con i leader dei Paesi balcanici, tutti i dossier più caldi: dalle prospettive di adesione all’UE, al sostegno economico di Bruxelles alla regione, fino alle complicazioni nell’apertura dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord e le tensioni tra Serbia e Kosovo. Tra oggi e giovedì (30 settembre) andranno in scena le prove tecniche del summit del 6 ottobre, l’occasione migliore per captare gli umori degli invitati a Kranj.
    Saranno 72 ore intense per la leader dell’esecutivo comunitario, ospite dei presidenti di Stato e di governo di Albania, Macedonia del Nord, Kosovo, Montenegro, Serbia e Bosnia ed Erzegovina. Il viaggio inizia questa mattina da Tirana, dove von der Leyen inaugurerà una scuola ricostruita dopo il terremoto del 2019 grazie ai fondi europei, per poi continuare con le visite a Skopje, Pristina e Podgorica. Tra mercoledì e giovedì la presidente della Commissione UE sarà a Belgrado, per partecipare all’evento di lancio di un progetto ferroviario legato al Corridoio paneuropeo X. Ultima tappa a Sarajevo, dove incontrerà i membri della presidenza tripartita della Bosnia ed Erzegovina.
    I problemi da affrontare
    Presentando le premesse e gli obiettivi del viaggio, la portavoce della Commissione UE Dana Spinant ha spiegato che von der Leyen non solo “esprimerà attaccamento alla regione e al suo futuro europeo”, ma “discuterà anche dei temi politici di attualità e degli sviluppi regionali con tutti i leader che incontrerà”. Tra le questioni più scottanti sul tavolo c’è la tensione crescente tra Belgrado e Pristina sulla ‘battaglia delle targhe’, che continua a riguardare da vicino Bruxelles. Il portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna, Peter Stano, ha ribadito che “la de-escalation è responsabilità di entrambe le parti”. Facendo riferimento alla dichiarazione dell’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, Stano si è detto preoccupato di “una situazione che non è positiva né per i cittadini serbi né per quelli kosovari”, né tantomeno per il dialogo decennale mediato dall’Unione Europea.
    La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, e il presidente serbo, Aleksandar Vučić
    Se il rapporto sempre più in salita tra Pristina e Belgrado sta catalizzando l’attenzione di Bruxelles, sarebbe un grave errore per le istituzioni europee sottovalutare gli altri malumori e difficoltà presenti nella regione. Primo su tutti, lo stallo sull’avvio del processo di adesione all’UE di Albania e Macedonia del Nord. Il problema è tutto del Consiglio dell’UE, a causa del veto della Bulgaria sul quadro negoziale con Skopje per questioni di natura ideologico-culturale. Nonostante le dure critiche dell’alto rappresentante Borrell agli Stati membri, nulla sembra essersi sbloccato e questa immobilità sta minando la fiducia dei cittadini macedoni e albanesi (il cui quadro negoziale con l’UE è legato a quello di Skopje) sulle reali possibilità di fare ingresso nell’Unione Europea.
    Di conseguenza, il viaggio nei Balcani della presidente von der Leyen rappresenta un tentativo di rassicurare i partner regionali. Non solo a Skopje e Tirana, ma anche a Podgorica. Nonostante il Montenegro sia attualmente il Paese allo stadio più avanzato nel processo di adesione all’UE, Bruxelles teme che possano ripetersi episodi di debiti stellari contratti dal Paese con la Cina, come quello che si è risolto solo a luglio, dopo mesi di incertezza. Ecco perché la Commissione Europea sta facendo del Piano economico e di investimenti da 29 miliardi di euro per la stabilizzazione della regione il suo cavallo di battaglia: in questo senso potrà presentare ai leader balcanici un risultato tangibile, ovvero l’accordo sullo strumento di assistenza pre-adesione IPA III che ha finalmente sbloccato questi fondi.
    Gli altri punti in agenda
    Tra i temi da affrontare per la presidente von der Leyen in questo viaggio nei Balcani – e che riemergeranno la settimana prossima al Brdo Congress Centre – ci sono anche il rispetto dello Stato di diritto e delle riforme necessarie per seguire la strada dell’integrazione europea. Questo discorso vale in particolare per la Bosnia ed Erzegovina, che ha ancora molto da lavorare sui 14 criteri di Copenaghen, che disciplinano le condizioni base per iniziare il processo negoziale). Il Paese ha bisogno di sostegno da Bruxelles sul fronte della riconciliazione etnica, del rafforzamento della democrazia e della stabilizzazione delle istituzioni nazionali.
    La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, e il primo ministro ungherese, Viktor Orbán
    Occhi puntati anche sulla Serbia del presidente Aleksandar Vučić, sempre più attratta dalle lusinghe del premier ungherese, Viktor Orbán (che non si sta dimostrando esattamente un campione nel rispetto dello Stato di diritto). Ultima in ordine cronologico, l’esortazione a Bruxelles di velocizzare l’accesso di Belgrado all’UE, per “difendere con maggiore energia i confini meridionali dello spazio Schengen“. Orbán ha sottolineato con forza che “tutti saremmo stati più al sicuro” se la Serbia avesse fatto parte dell’Unione, facendo un riferimento nemmeno troppo implicito alla questione della rotta migratoria sui Balcani.
    Anche considerata la drammatica situazione dei campi profughi in Bosnia – coperta da una coltre di silenzio estivo, ma pronta a ripetersi con il ritorno dell’inverno – per le istituzioni europee il tema della gestione della rotta balcanica dovrebbe essere il primo, non l’ultimo tema in agenda. Ma in un’Unione che non riesce a trovare un’intesa sulla migrazione e l’asilo nemmeno al suo interno, è quasi utopico pensare che i Ventisette possano parlare con una sola voce ai loro partner balcanici durante il vertice in Slovenia. Impossibile aspettarselo da un viaggio di soli tre giorni in sei capitali da parte della presidente della Commissione UE.

    Per tre giorni la presidente della Commissione UE discuterà con i leader balcanici dei problemi regionali e delle prospettive di integrazione europea. È il banco di prova più importante prima del summit in Slovenia del 6 ottobre