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    “UE e Stati Uniti alleati strategici”, la guerra in Ucraina rinsalda ancora di più l’alleanza transatlantica

    Bruxelles – “Unione europea e Stati Uniti sono alleati strategici, non solo di fronte alla guerra in corso in Ucraina”. Valdis Dombrovskis sembra offrire esternazioni già sentite, ma non sono banali. E’ un chiaro messaggio a Mosca, all’aggressore russo. Il commissario per il Commercio vuole fare sapere, una volta di più, che la Russia è isolata, e che la comunità internazionale è unita contro il Cremlino e i suoi giochi di guerra. Non a caso fa riferimento alla coalizione globale. “UE e mondo democratico occidentale devono continuare a lavorare assieme per mettere pressione” all’autocrate russo.
    L’occasione per gettare questo guanto di sfida è l’incontro bilaterale con la rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Katherine Tai. Anche quest’ultima vuole sottolineare la natura di alleati strategici. Inizia la conferenza stampa convocata per l’occasione sottolineando come tra le tante cose di cui andare fieri nei rapporti con l’altra sponda dell’Atlantico, c’è la risposta alle azioni belliche di Mosca. “Ciò di cui dobbiamo essere orgogliosi è il modo in cui Unione europea e Stati Uniti hanno lavorato insieme, il grado di rapidità di adozione delle sanzioni, la loro durezza”.
    UE e USA mai così uniti, anche questo è un risultato delle mosse del signore di Russia. Da Washington arriva un messaggio chiaro, che sintetizza l’esponente dell’amministrazione Biden. “La nostra partnership è davvero forte”, scandisce Tai. Che quindi aggiunge: “Continueremo a lavorare per un ordine economico che rifletta i nostri valori”. Che non sono quelli della Russia di Vladimir Putin.

    I responsabili per il Commercio di entrambe le parti, Valdis Dombrovskis e Katherine Tai, convocano una conferenza stampa utile per mandare un messaggio chiaro a Mosca. “La nostra partnership è davvero forte”

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    Ucraina, Papa riceve Orban in Vaticano: Grazie per accoglienza profughi

    Città del Vaticano – Quaranta minuti, tanto dura il faccia a faccia tra Papa Francesco e Viktor Orban in Vaticano. “Dio la benedica, benedica la sua famiglia e l’Ungheria”, lo accoglie il Pontefice, parlando in inglese. “Noi la aspettiamo”, la replica del premier. Quando le porte dello studio si riaprono, i volti sono distesi. Nello scambio dei doni, davanti al medaglione di San Martino, Papa Francesco ringrazia Orban per l’accoglienza assicurata dal Paese ai profughi ucraini. Il dono è ricorrente, mostra il santo Padre cedere parte del mantello a un bisognoso.
    Dall’inizio della guerra in Ucraina, l’Ungheria ha accolto quasi 626mila profughi di cui, fa sapere il portavoce del governo, finora hanno chiesto protezione umanitaria in 17mila, altri 100mila hanno richiesto permesso di soggiorno temporaneo mensile.
    Sono trascorsi sette mesi dal loro ultimo incontro, a Budapest. Una tappa di poche ore del Pontefice, per chiudere il 52esimo congresso eucaristico internazionale, il 12 settembre scorso. Questa è la prima visita ufficiale all’estero del capo del governo magiaro, dopo le elezioni del 3 aprile che lo hanno riconfermato alla guida del Paese per il quarto mandato consecutivo. E’ anche l’occasione in cui il premier invita Francesco ufficialmente in Ungheria.
    Oltre al medaglione, il Papa regala ad Orban i volumi dei documenti papali, il messaggio per la Pace di quest’anno, il Documento sulla Fratellanza Umana e il libro sulla Statio Orbis del 27 marzo 2020, a cura della Lev. Orban ricambia con due libri, di e su Bela Bartok, compositore ungherese ed esperto di musica, una raccolta di cd di musica lirica, un volume del 1750 con l’Ufficio delle Ore per la Settimana Santa, in inglese e latino. Nessun incontro con la Segreteria di Stato, come avviene di consueto. Tramite il portavoce Zoltan Kovacs, il primo ministro, a margine dell’incontro fa sapere di aver chiesto a Papa Francesco di “sostenere i nostri sforzi per la pace”.
    Oggi la Santa Sede e il Papa si uniscono all’appello dell’Onu per una tregua in vista della Pasqua che, secondo il calendario giuliano, si celebra il 24 aprile prossimo. “Nulla è impossibile a Dio” scrive il Vaticano. L’iniziativa è promossa dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, d’accordo con Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina. Anche Papa Francesco, nella Domenica delle Palme, aveva chiesto una tregua pasquale per arrivare alla pace. “La popolazione intrappolata in zone di guerra sia evacuata e sia presto ristabilita la pace”, è l’invocazione nel testo della Santa Sede, che si rivolge a chi ha la responsabilità delle Nazioni perché si ascolti “il grido di pace della gente”.

    Il premier ungherese invita il Papa e chiede a Francesco di sostenere gli sforzi per la pace

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    Dall’UE aiuti per 20 milioni di euro al Libano, colpito dalla guerra in Ucraina

    Bruxelles – La Commissione Europea ha annunciato l’invio di aiuti umanitari per un valore complessivo di 20 milioni di euro al Libano, già in crisi economico-finanziaria, politica, sociale e oggi colpito da un ulteriore aumento dei prezzi causato dalla guerra in Ucraina. Lo Stato medio-orientale importa il 96 per cento delle sue scorte di grano da Kiev e da Mosca.
    Dal default finanziario dichiarato nel marzo 2020, l’80 per cento della popolazione del Paese dei Cedri si trova sotto la soglia di povertà, pari, secondo le Nazioni Unite, a meno di 1,90 dollari al giorno (1,73 euro). Tra dicembre 2019 e ottobre 2021, il tasso di inflazione ha raggiunto in Libano il 519 per cento, con picchi del 1.874 per cento nei prezzi del cibo e delle bevande.
    Questa situazione, già difficile, si è aggravata con il COVID-19 prima e con l’esplosione al porto della capitale, Beirut, nell’agosto 2020. Tra i danni dell’esplosione al Paese, materiali e psicologici, anche la diminuzione di magazzini per lo stoccaggio del grano. I silos, distrutti dallo scoppio nel porto, potevano immagazzinare fino a 120mila tonnellate di grano, pari a tre mesi di consumi.
    Gli aiuti verranno utilizzati per contrastare l’insicurezza alimentare, ma anche per garantire l’accesso alle cure delle fasce di popolazione più a rischio. La distribuzione avverrà, come già per le risorse europee inviate nel Paese – 742 milioni di euro dal 2011 – tramite le agenzie dell’ONU, le ONG e altre organizzazioni internazionali che operano sul territorio.
    “Negli ultimi due anni, le crisi politiche, economiche e finanziarie hanno messo milioni di persone in Libano nel bisogno di assistenza”, ha dichiarato la commissaria per la Gestione delle crisi Janez Lenarčič. “Il Covid-19 e l’esplosione al porto di Beirut hanno aggravato le sofferenze sia dei libanesi più fragili, che dei rifugiati siriani”, ha continuato la commissaria. “Ora, le persone sono messe alla prova dall’impatto globale che l’invasione russa ha avuto sul cibo e i combustibili. L’UE è con il popolo libanese e le comunità di rifugiati nel momento del bisogno”.
    Secondo le stime delle Nazioni Unite, sarebbero circa 2,5 milioni le persone ad aver bisogno all’interno del Paese. Di questi, 2,2 milioni sono cittadini libanesi, 208mila rifugiati palestinesi e 78mila migranti. A questi si aggiungono 1,5 milioni di rifugiati siriani.

    Il Paese dei Cedri importa il 96 per cento delle sue scorte di grano da Kiev e da Mosca

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    Charles Michel è a Kiev, “nel cuore di un’Europa libera e democratica”

    Bruxelles – Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, è in missione a Kiev, in Ucraina, “nel cuore di un’Europa libera e democratica”. Lo fa sapere Michel stesso in un tweet pubblicato questa mattina (20 aprile), senza fornire ulteriori dettagli sulla visita, di cui non erano fuoriscite indiscrezioni fino a questo momento.
    Michel è l’ultimo dei tre presidenti delle istituzioni comunitarie a recarsi nella capitale ucraina da quando è iniziata la guerra della Russia di Vladimir Putin: ad aprire la strada è stata a inizio aprile la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, a cui è seguita la visita della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, accompagnata dall’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell. 

    Lo rende noto il presidente del Consiglio europeo in un tweet. Michel è l’ultimo dei tre presidenti delle istituzioni comunitarie a recarsi nella capitale ucraina da quando è iniziata l’invasione da parte della Russia a fine febbraio

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    L’UE condanna i bombardamenti russi sui civili in Ucraina. Borrell: “Al lavoro per la consegna di equipaggiamento militare”

    Bruxelles – I crimini di guerra di Vladimir Putin in Ucraina non rimarranno impuniti, “siamo al lavoro per supportare la consegna di equipaggiamento militare” all’esercito di Kiev. E’ quanto assicura Josep Borrell in una dura nota pubblicata ieri (18 aprile) in cui l’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza condanna gli ultimi “bombardamenti indiscriminati e illegali di civili e infrastrutture civili da parte delle forze armate russe”.

    I condemn continued indiscriminate shelling of civilians & civilian infrastructure by Russian armed forces in #Ukraine.
    In touch w/ ⁦@IntlCrimCourt⁩ prosecutor Khan. #NoImpunity for war crimes.
    Working to support delivery of military equipment. https://t.co/L2KK9S6R6p
    — Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) April 18, 2022

    Borrell spiega di essere in stretto dialogo con il procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, sostenendo a nome dell’UE le indagini in corso per stabilire la responsabilità del Cremlino per le violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale in questa guerra, iniziata con l’invasione dell’Ucraina lo scorso 24 febbraio. “Non ci può essere impunità per i crimini di guerra”, afferma Borrell. Gli attacchi a cui il capo della diplomazia europea fa riferimento sono quelli negli ultimi giorni nell’est e nel sud dell’Ucraina, in particolare nella regione ucraina di Luhansk, a Severodonetsk, Lysychansk e Popasna. Le principali città, inclusa Kharkiv, “continuano ad essere attaccate indiscriminatamente, causando ulteriore distruzione di vite e infrastrutture civili”, prosegue la nota.
    Lunedì notte il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha fatto sapere che è iniziata la battaglia per il Donbass, la parte più orientale del Paese, in cui sono presenti le due autoproclamate Repubbliche filo-russe di Donetsk e Luhansk. Nel frattempo, domenica l’UE ha stanziato ulteriori 50 milioni di euro in finanziamenti umanitari per sostenere le persone colpite dalla guerra, di cui 45 milioni di euro per progetti umanitari in Ucraina e 5 milioni di euro per la Moldova. E’ di 143 milioni di euro in totale il finanziamento dell’aiuto umanitario dell’UE in risposta alla guerra mobilitato fino a questo momento, come parte del pacchetto di sostegno da un miliardo di euro promesso dalla Commissione europea in occasione dell’evento di donazione globale della scorsa settimana “Stand Up For Ukraine”.

    Bruxelles mobilita ulteriori 50 milioni di euro in finanziamenti umanitari per sostenere le persone colpite dalla guerra di Mosca, di cui 45 milioni di euro per progetti umanitari in Ucraina e 5 milioni di euro per la Moldova

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    La Russia espelle 18 membri della delegazione dell’UE. Borrell: “Pura ritorsione”

    Bruxelles – Continua il braccio di ferro tra Mosca e l’occidente. La Russia espelle 18 membri della delegazione dell’UE presso la Federazione, contribuendo ad accrescere le tensioni di scontro sempre più aperto con l’Europa, che a seguito dell’aggressione dell’Ucraina ha già varato cinque pacchetti di sanzioni senza precedenti e già lavora al sesto, con il petrolio russo nel mirino.
    Per l’Unione europea un fulmine a ciel sereno, una decisione completamente inattesa. “I diplomatici dell’UE in questione esercitano le loro funzioni nel quadro e nel pieno rispetto della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche“, commenta l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Josep Borrell, convinto com’è che “non ci sono motivi per la decisione delle autorità russe”. Per lo spagnolo quello messo in atto non è altro che “un puro atto di ritorsione” nei confronti dell’Unione per le sue politiche di risposta all’operato del Cremlino e delle sue forze armate.

    I strongly condemn the unjustified decision by the Russian authorities to expel 18 members of the Delegation of the European Union to the Russian Federation ⁦@EUinRussia.
    This decision only deepens Russia’s international isolation further. https://t.co/tJOArASkKM
    — Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) April 15, 2022

    L’UE “condanna con fermezza”, ma intanto si consuma l’ultimo atto di relazioni sempre più complicate, in un’escalation continua che si fa fatica a stemperare e che rende sempre più difficile creare spiragli di dialogo, proprio quando il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, insisteva sulla necessità di tenere aperto aperto un canale diplomatico per cercare una soluzione non militare al conflitto. Invece la realtà dice che “la linea d’azione scelta dalla Russia rafforzerà ulteriormente il suo isolamento internazionale”, tuona Borrell.
    Difficile comunque immaginare un Putin spettatore, fermo e impassibile di fronte a sanzioni senza precedenti, una lista nera sempre più lunga di personalità a cui continuano a essere vietati ingresso e affari nell’UE e a cui vengono congelati tutti i beni. Se a questo si aggiunge anche l’espulsione di diplomatici russi dagli Stati membri dell’Unione, come quella decretata dallo stesso Di Maio, non sorprende che il leader russo voglia mostrare di tenere il punto. Con le istituzioni comunitarie chiuse in ragione delle festività pasquali e una Bruxelles svuotata di tutti i suoi attori, ecco il tiro mancino, l’ennesimo, contro l’Europa. La Russia espelle 18 membri della delegazione dell’UE nel Paese e fa capire che non è tempo di diplomazia.

    L’annuncio di Mosca a istituzioni comunitarie chiuse per le festività pasquali. L’Alto rappresentante: “L’azione rafforzerà ulteriormente il suo isolamento internazionale”

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    Dopo l’Algeria l’Angola e il Congo, nuove missioni dell’Italia per smarcarsi dall’energia russa

    (di Dario Borriello) Roma – Serve la pace, o almeno un ‘cessate il fuoco’, basta che arrivi in fretta. E serve “più europeismo, non il sovranismo”, che rischierebbe solo di far chiudere il Vecchio continente in se stesso. Parola di Luigi Di Maio, che ribadisce l’urgenza di uno stop al conflitto in Ucraina e dunque di “riattivare il processo di dialogo” con Mosca che eviterebbe pericolose escalation, sia per la sicurezza dell’Occidente, sia da un punto di vista umanitario, sociale ed economico. Ecco perché “dobbiamo sempre mantenere un canale aperto” con il governo russo. Al quale non concede sconti, perché “le atrocità sono sotto i nostri occhi, come i bambini e i civili uccisi”, ma contro cui nemmeno affonda il colpo: “L’Italia non ha gli elementi per verificare se in Ucraina stia avvenendo un genocidio”.
    Sullo sfondo di questa totale incertezza diplomatica ed economica, restano problemi enormi da risolvere in tempi decisamente stretti. La crisi energetica è solo la punta dell’iceberg, pericolosa tanto quanto l’aumento dei prezzi dei beni primari e alimentari. “Stiamo facendo battaglie importantissime in Ue, come il tetto massimo al prezzo del gas, per fermare le speculazioni”, a causa delle quali “le bollette di famiglie e imprese stanno arrivando a +400 per cento”. Il governo si sta muovendo per creare nuove partnership che permettano al nostro Paese di non dipendere più per oltre il 40per cento dalle importazioni dalla Russia: dopo aver firmato i primi accordi con l’Algeria per 9 miliardi di metri cubi in più, il piano d’azione per la diversificazione delle fonti proseguirà il 21 e 22 aprile prossimi, con la missione del presidente del Consiglio, Mario Draghi, in Angola, dove vedrà il presidente della Repubblica, Joao Manuel Goncalves Lourenco, e a Brazzaville, in Congo, per incontrare il presidente, Denis Sassou N’Guesso.
    Con il premier dovrebbero esserci, oltre a Di Maio, anche il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. La loro presenza, però, sarà legata soprattutto alla sottoscrizione di nuovi contratti di fornitura. “Nell’ultimo mese sono stato in Azerbaijan, Qatar, Congo, Angola, Mozambico e Algeria e abbiamo costruito i presupposti per nuove partnership energetiche sul gas. L’obiettivo è diversificare, affrancarci dalla dipendenza da un solo Paese”, ripete il ministro degli Esteri. Che implicitamente ammette gli errori compiuti dalla politica in passato, ritardando colpevolmente la virata sulla strategia energetica. Ma allo stesso tempo vuole guardare avanti: “Il miglior modo per raggiungere l’indipendenza è spingere molto di più sulle rinnovabili”, sottolinea. Per questo “sono contento che nell’ultimo decreto siamo riusciti a eliminare un po’ di pastoie burocratiche che bloccano le istallazioni di fotovoltaico, eolico e anche di altri tipi rinnovabili”.
    Tutto pur di liberare l’Italia – e l’Europa – dal “ricatto” della Russia. E del suo presidente, Vladimir Putin, sul quale Di Maio scarica tutte le colpe della crisi del gas: “Il problema, sostanzialmente, lo ha costruito lui quando ha iniziato a chiedere di farsi pagare in rubli”. Con il meccanismo della doppia valuta che, peraltro, non è possibile: “Significherebbe aggirare le sanzioni che sono state imposte alla Banca centrale russa”. E non sembra proprio il momento più adatto, ora che i primi effetti si fanno sentire sulla carne viva di Mosca: “Putin perderà il 10 per cento di Pil quest’anno, noi non abbiamo perso così tanto nemmeno nel primo anno della pandemia, e ha il 15 per cento inflazione in questo momento: sono numeri non sostenibili per l’economia russa. Certo, non mi rallegra ma sappiamo che è l’unico modo pacifico per colpire la sua volontà di continuare questa guerra”. Un motivo in più, per l’Europa, per accelerare l’iter del sesto pacchetto, che toccherà anche gas e petrolio, anche se resiste l’opposizione di una parte minoritaria dei Paesi UE.
    L’Italia, però, va avanti. “Le famiglie e le imprese italiane stanno pagano un alto prezzo, ma per l’invasione russa, non per le sanzioni – conclude Di Maio -. Dal Porto di Odessa usciva il 70 per cento del mais che arrivava in l’Italia, per questo il costo di alcuni beni di prima necessità stanno salendo, ed è per questo che la guerra deve finire prima possibile”.

    Il 21 e 22 aprile Mario Draghi e Luigi di Maio a Luanda e Brazzaville per accordi che mettano il Paese al riparo dagli effetti della guerra in Ucraina. Il titolare della Farnesina: “Spingere su rinnovabili, e riaprire il canale del dialogo con Putin”

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    La svolta militarista in Scandinavia: la minaccia russa spinge le neutrali Svezia e Finlandia verso l’adesione alla NATO

    Bruxelles – Forse solo Vladimir Putin poteva riuscire nell’impresa di spingere Svezia e Finlandia sulla strada dell’adesione all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). L’aggressione militare della Russia ai danni dell’Ucraina ha provocato uno tsunami politico nei due Paesi, che per la prima volta dal secondo dopoguerra a oggi sono pronti ad abbandonare la tradizionale neutralità per confluire sotto l’ombrello di assistenza militare reciproca garantito dall’Alleanza.
    Da sinistra: la prima ministra della Svezia, Magdalena Andersson, e della Finlandia, Sanna Marin (Stoccolma, 13 aprile 2022)
    “La Finlandia deciderà entro poche settimane“, ha annunciato oggi (mercoledì 13 aprile) la premier, Sanna Marin, durante la conferenza stampa congiunta con l’omologa svedese, Magdalena Andersson, a Stoccolma. Proprio oggi è stato pubblicato il rapporto strategico sulla sicurezza della Finlandia – preambolo della posizione a favore dell’ingresso nella NATO – che il governo ha presentato all’Eduskunta (il Parlamento monocamerale) per il confronto tra forze politiche. Se emergerà una chiara maggioranza a favore dell’adesione all’Alleanza, Helsinki potrebbe presentare domanda già entro la metà di maggio, per ambire all’adesione un mese dopo, durante Summit di Madrid (29-30 giugno).
    Ma il governo Marin spinge perché la strada dell’ingresso nella NATO della Finlandia sia condivisa con le stesse tempistiche anche dalla Svezia. A inizio settimana, il ministro degli Esteri finlandese, Pekka Haavisto, aveva sottolineato a margine del Consiglio Affari Esteri a Lussemburgo che “è importante che Stoccolma segua un processo simile“, anche grazie al “continuo scambio di informazioni” che rende più probabile “prendere decisioni condivise nello stesso momento”. Nel corso della conferenza stampa di oggi a Stoccolma, la premier Andersson ha mostrato evidenti segnali di apertura: nonostante sia necessario “soppesare con molta attenzione tutti i pro e i contro”, la leader dell’esecutivo svedese ha sottolineato che “non vedo alcun motivo per rinviare la decisione“. In ogni caso, la premier ha confermato che “per la Svezia sarà importante la scelta della Finlandia sulla NATO: un cambio di rotta ovviamente ci influenzerà”.
    Finlandia e Svezia hanno perseguito per decenni le proprie politiche di non allineamento militare e fino allo scoppio della guerra in Ucraina sembrava tutt’altro che verosimile che potessero metterle in discussione. Solo sette settimane fa la possibilità di adesione alla NATO non era nemmeno in discussione, nonostante i due Paesi siano strettamente coinvolti in qualità di partner nel confronto sulla sicurezza dell’Alleanza. L’aggressione militare del Cremlino alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina ha fatto cambiare idea all’opinione pubblica finlandese e svedese, che ora sembra propendere verso l’integrazione nella NATO. La Finlandia condivide con la Russia un confine lungo 1.340 chilometri e nella sua storia ha già subito un’invasione (nel 1939), mentre le tensioni tra Mosca e Stoccolma si sono acuite negli ultimi anni, in particolare per le manovre militari del Cremlino nel Mar Baltico, attorno all’isola di Gotland (a metà strada tra la capitale svedese e l’enclave russa di Kaliningrad).
    Da Mosca sono già arrivate minacce all’indirizzo dei due Paesi scandinavi. “La NATO non è un’Alleanza che fornisce pace e un’ulteriore espansione non porterà più stabilità nel continente europeo“, ha avvertito in modo sibillino il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, facendo presagire “conseguenze” in caso di adesione da parte di Svezia e Finlandia. È opportuno sottolineare che un’eventuale decisione in questo senso – come per qualsiasi altro Paese libero e sovrano anche nelle scelte sulla propria sicurezza nazionale – sarà discussa nelle opportune sedi istituzionali e potrebbe anche passare da un referendum popolare (non obbligatorio né vincolante).
    Alla riunione del Consiglio Atlantico di una settimana fa, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha ribadito che l’Alleanza accoglierebbe a braccia aperte Svezia e Finlandia se decidessero di trasformare la propria cooperazione rafforzata in un’adesione formale: “Spetta a loro decidere, naturalmente. Ma se fanno domanda, mi aspetto che i 30 alleati li accetteranno“.

    L’aggressione dell’Ucraina sta avendo un effetto non calcolato da parte del Cremlino: per la prima volta i due Paesi potrebbero decidere di iniziare il processo per entrare nell’Alleanza Atlantica. Lo hanno confermato le rispettive prime ministre, Magdalena Andersson e Sanna Marin