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    La Russia è la “principale minaccia diretta” della NATO. Ma per la prima volta si considera anche quella cinese

    Bruxelles – È tutto pronto per il Summit NATO di Madrid del 29-30 giugno e per il nuovo concetto strategico dell’Alleanza Atlantica. “Prenderemo molte decisioni importanti, a partire dalla svolta nel considerare il nuovo contesto della sicurezza globale”, ha anticipato in conferenza stampa il segretario generale dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), Jens Stoltenberg, spiegando le decisioni su Russia, Cina, rafforzamento e allargamento dell’Alleanza.
    Il nuovo concetto strategico della NATO “risponderà a un’era di competizione strategica” in cui “la Russia è la più significativa e diretta minaccia” per la sicurezza degli alleati. L’accusa a Mosca è di aver “rifiutato il tentativo di dialogo portato avanti per anni e aver scelto piuttosto il confronto” con l’Alleanza: “Dobbiamo prenderne atto, non abbiamo avuto successo per colpa delle scelte del Cremlino”. Ma il segretario generale Stoltenberg ha sottolineato che “per la prima volta consideriamo anche la Cina“, a causa delle “sfide che Pechino porta ai nostri valori”. Non è un caso se Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud “si uniranno alla nostra riunione come partner per la prima volta” a Madrid.
    Di fronte alla minaccia portata dalla Russia in Ucraina e ai Paesi del fianco orientale della NATO, “dobbiamo rafforzare la nostra capacità di difesa”, anche e soprattutto a partire dal “rafforzamento della spesa militare” dei singoli Paesi, oltre la soglia del 2 per cento del prodotto interno lordo. Una difesa che coinvolge anche gli alleati nella regione baltica, considerate le nuove tensioni con il Cremlino per la questione del divieto di transito sul territorio della Lituania per le merci russe sottoposte a sanzioni e dirette verso l’exclave di Kaliningrad. “Qualsiasi territorio dell’Alleanza deve essere difeso, deterrenza significa prevenire un conflitto, non provocarlo“, ha messo in chiaro Stoltenberg, facendo riferimento alle “oltre 400 mila truppe stanziate nell’Europa orientale, buona parte delle quali nel Baltico”. Per quanto riguarda l’Ucraina, invece, “ogni giorno sul campo si dimostra quanto è stato sostanziale il nostro supporto a livello di addestramento dell’esercito ucraino”, che riceverà “ulteriori forniture militari e di equipaggiamenti”, tra cui sistemi anti-droni.
    Altra questione cruciale sarà la candidatura di Svezia e Finlandia alla NATO. Anticipando l’incontro di domani (martedì 28 giugno) a Madrid con il presidente della Finlandia, Sauli Niinistö, la prima ministra svedese, Magdalena Andersson, e il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, Stoltenberg ha messo in guardia che “non posso fare promesse, ma servono progressi, perché sono candidature storiche che rafforzerebbero la NATO e la stabilità dell’area euro-atlantica”. Rispondendo alle domande sul blocco imposto dalla Turchia, il segretario generale ha ribadito diplomaticamente che “dobbiamo considerare le preoccupazioni di tutti gli alleati, ma stiamo lavorando duro perché i due Paesi scandinavi possano unirsi a noi il prima possibile”.

    Durante il Summit a Madrid sarà presentato il nuovo concetto strategico dell’Alleanza Atlantica, che considera il fallimento del dialogo degli ultimi anni con Mosca. Il segretario generale Stoltenberg: “Dobbiamo prendere atto del nuovo contesto di sicurezza globale”

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    La telefonata di Xi a Putin: In Ucraina spingere per una soluzione adeguata con responsabilità

    Bruxelles – Sostegno reciproco, ma non ‘senza limiti’. La seconda telefonata tra Xi Jinping e Vladimir Putin dallo scoppio della guerra in Ucraina è avvenuta in occasione del 69esimo compleanno del leader cinese (15 giugno), che ha sottolineato – secondo la nota del ministero degli Esteri cinese – che “dall’inizio dell’anno, la Cina e la Russia hanno mantenuto un solido slancio, nonostante le turbolenze e i cambiamenti globali”. Un modo per ribadire l’amicizia tra i due Paesi, affermata in occasione dei giochi olimpici di Pechino il 4 febbraio 2022. Questa volta però la Cina chiede responsabilità.
    “La Cina è disposta a continuare a sostenersi in maniera reciproca con la Russia su questioni legate agli interessi fondamentali”, “come la sovranità e la sicurezza, a stringere la cooperazione strategica tra i due Paesi, a rafforzare la comunicazione e il coordinamento nelle Nazioni Unite, nel BRICS” e in altre importanti organizzazioni internazionali e regionali. Queste le parole di Xi che ha aggiunto come la cooperazione tra i due Paesi, anche sul piano economico e commerciale, sia “progredita”. Come nel caso, sottolinea il presidente cinese, dell’apertura al traffico del ponte che collega la città di Heihe, nel nord-est della Cina, a quella russa di Blagoveshchensk, attraverso il fiume Amur. Durante l’inaugurazione, il 10 giugno 2022, il vice-premier Hu Chunhua aveva detto che la Cina era “pronta a incontrare la Russia a metà strada”, un segnale di ulteriore avvicinamento, questa volta fisico, tra i due Paesi.
    L’amicizia tra Pechino e Mosca è quindi salda: questo è il messaggio inviato dai due leader. Secondo Politico, Xi avrebbe offerto la dimostrazione di sostegno più inequivocabile dallo scoppio della guerra in Ucraina – mentre per il Wall Street Journal il leader cinese non sarebbe riuscito, ancora una volta, a schierarsi pubblicamente con Mosca. Finora la Cina ha infatti mantenuto una posizione di ambiguità nei confronti della guerra. Come durante la prima telefonata tra Xi e Putin subito dopo l’invasione di Kiev, il 25 febbraio 2022: da un lato Pechino invitava Mosca e Kiev a negoziare, dall’altro attaccava la NATO chiedendo di rispettare “le legittime preoccupazioni in materia di sicurezza di tutti i Paesi” e di superare una certa “mentalità da Guerra Fredda”. Una posizione ribadita anche durante l’incontro tra il ministro degli Esteri Wang Yi e l’omologo russo Sergey Lavrov il 30 marzo scorso.
    Questa volta, Xi ha invitato sottolineato che “tutte le parti dovrebbero spingere per una soluzione adeguata della crisi ucraina in modo responsabile” e che “la Cina continuerà a svolgere il proprio ruolo per questo obiettivo”. Pur non utilizzando mai i termini ‘guerra’ o ‘conflitto’ – ma ‘crisi’ – è l’invito alla responsabilità a diventare centrale, mentre spariscono i riferimenti alla ‘mentalità da Guerra Fredda’.
    Diversa è la nota rilasciata dal Cremlino, e che non accenna alla responsabilità: “I presidenti hanno dichiarato che le relazioni sino-russe hanno raggiunto un massimo storico”. Prosegue, Xi Jinping “ha sottolineato la legittimità delle azioni della Russia per proteggere gli interessi nazionali fondamentali per proteggere gli interessi nazionali fondamentali di fronte alle sfide alla sua sicurezza create da forze esterne”.

    Durante la seconda chiamata tra i due leader, ribadita l’amicizia tra Cina e Russia, ma non c’è “alleanza” per la guerra

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    Pechino contro la risoluzione dell’Eurocamera su Xinjiang: “Una brutta farsa diretta da forze anticinesi”

    Bruxelles – “Una brutta farsa diretta da forze anticinesi”, in altre parole “la balla del secolo”. La risposta di Pechino alla risoluzione di ieri sulle condizioni degli uiguri nella regione autonoma del Xinjiang, nel nord-est della Cina, non si è fatta attendere: l’ufficio della missione cinese nell’UE ha pubblicato una nota di condanna contro l’accusa di genocidio.
    “La causa dei diritti umani nel Xinjiang è in pieno sviluppo”, sostiene l’ufficio, sottolineando come le questioni legate alla regione riguardino “la lotta al terrorismo, all’estremismo e al separatismo, non i diritti umani o la religione”. Quando il Parlamento Europeo ha invece denunciato violazioni dei diritti umani, come la deportazione di massa, l’indottrinamento politico e la separazione delle famiglie uigure, oltre a limitazioni della libertà religiosa e a un ampio uso delle tecnologie di sorveglianza. Anche l’alta commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, aveva detto di aver sollevato dubbi alle autorità cinesi sull’applicazione delle misure contro il terrorismo e la radicalizzazione visto il loro impatto sui diritti degli uiguri, in occasione della visita del mese scorso nel Paese.

    Our Spokesperson Speaks on a Question Concerning European Parliament’s Resolution on Xinjiang👉 https://t.co/Mgih7NHLIP pic.twitter.com/4hOPxvl3HO
    — Mission of China to the EU (@ChinaEUMission) June 9, 2022

    “La risoluzione sul Xinjiang si basa sulla bugia del secolo, prodotta in maniera deliberata da forze estremiste anticinesi”, ha dichiarato anche il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, nella conferenza stampa di oggi (10 giugno). Mentre You Wenzi, portavoce della commissione Affari esteri dell’Assemblea nazionale del Popolo, l’organo legislativo cinese, ha parlato invece di “manipolazione politica con il pretesto dei diritti umani” e di una “grave interferenza negli affari interni” del Paese. Nessun riferimento da parte dei rappresentanti ai ‘Xinjiang Police Files’, una corposa raccolta di fotografie e documenti che aggiungono nuovi dettagli sulla repressione uigura e attestano il ruolo avuto dalla leadership cinese.
    Di tutt’altro avviso è stato il World Uyghur Congress, l’organizzazione internazionale per i diritti della minoranza etnica, turcofona di religione islamica. “Invitando l’UE e i suoi Stati membri a ‘prendere tutte le misure necessarie, in conformità con la Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio, per porre fine a queste atrocità’, la risoluzione approvata segna un appello storico ai meccanismi di responsabilità per rendere giustizia al popolo uiguro”, ha affermato l’organizzazione. Il presidente Dolkun Isa, a Strasburgo proprio in occasione della Plenaria, ha ringraziato il Parlamento Europeo subito dopo l’adozione della risoluzione: “Oggi è un giorno storico per gli uiguri, oggi non ci sentiamo soli”.

    Today is a historical day for Uyghurs and all those who work to achieve justice and accountability. We thank @rglucks1, @EnginEroglu_FW, @DavidLega, @bueti, @MiriamMLex, @AnnaFotyga_PE, @HeidiHautala and all MEPs who supported the resolution as well as the Uyghur Friendship Group pic.twitter.com/krJK4n1tmH
    — Dolkun Isa (@Dolkun_Isa) June 9, 2022

    Si tratterebbe di una “manipolazione politica con il pretesto dei diritti umani” e di una “grave interferenza negli affari interni del Paese”. Il World Uyghur Congress saluta invece il testo finale

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    Cina, Xinjiang a “rischio di genocidio” denunciano gli eurodeputati

    Bruxelles – L’operato cinese nella regione del Xinjiang, nel nord-ovest della Cina, rappresenta “un grave rischio di genocidio”. Il Parlamento Europeo ha rinnovato oggi (9 giugno) la propria condanna nei confronti delle autorità di Pechino per violazioni dei diritti umani sugli uiguri – minoranza turcofona di religione islamica – dopo la pubblicazione dei ‘Xinjiang Police Files’, una serie di documenti provenienti dai computer della polizia locale che aggiungono nuovi dettagli sul ruolo della leadership cinese nelle campagne di repressione.
    “Le prove credibili delle misure di prevenzione delle nascite e della separazione dei bambini uiguri dalle loro famiglie costituiscono crimini contro l’umanità e rappresentano un grave rischio di genocidio”, riporta la nuova risoluzione del Parlamento, a firma Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, Renew Europe, Conservatori e Riformisti Europei, Verdi e Partito Popolare Europeo (PPE). “Il Parlamento Europeo riconosce per la prima volta che il regime cinese sta commettendo crimini contro l’umanità e un grave rischio di genocidio”, ha sottolineato David Lega (PPE), tra i principali autori della risoluzione: “Genocidio, atti deliberati commessi con l’intento di distruggere per intero o in parte un gruppo nazionale, etnico o religioso”. Proprio Lega aveva sottolineato qualche giorno fa come si stesse negoziando per inserire il termine nel testo finale.

    BREAKING❗️ The @EPPGroup is pushing for the recognition of the ongoing Uyghur Genocide in #Xinjiang.The #XinjiangPoliceFiles are another confirmation of the horrible atrocities made by the #CCP. I will negotiate the text for the urgency resolution tomorrow. Vote: Thursday.
    — David Lega (@DavidLega) June 6, 2022

    Oltre a chiedere la chiusura di tutti i campi e centri di detenzione, il Parlamento Europeo ha sollecitato ulteriori sanzioni europee nei confronti di alcuni funzionari cinesi, come l’ex segretario regionale e membro dell’Ufficio politico di partito, Chen Quanguo, l’attuale ministro della Pubblica sicurezza Zhao Kezhi e il precedente Guo Shengkun, e altri individui presenti negli archivi di polizia del Xinjiang. Nella risoluzione si invita inoltre la Commissione Europea a proporre un divieto di importazione “su tutti i prodotti realizzati mediante il lavoro forzato e sui prodotti fabbricati da tutte le società cinesi note per il suo impiego”, un tema oggetto di una seconda risoluzione anch’essa votata in giornata.
    Il Parlamento ha anche espresso la propria preoccupazione rispetto all’esito della visita dell’alta commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, in Cina il mese scorso. Bachelet “non ha usato la sua autorità per condannare ciò che ha visto o avrebbe dovuto vedere durante la sua visita”, ha scandito la vicepresidente del Parlamento Europeo, Heidi Hautala (Verdi), nel dibattito prima della votazione. L’alta commissaria dell’ONU aveva detto di “non essere stata in grado di valutare l’intera portata” dei campi di internamento e rieducazione degli uiguri, perché priva di un pieno accesso ai centri.
    “Alcuni di noi l’avevano avvertita di non diventare una vittima degli sforzi della propaganda cinese”, ha continuato Hautala, “è esattamente quello che è successo”. “Penso che l’UE dovrebbe essere molto cauta riguardo a un suo eventuale secondo mandato – ha proseguito – perché abbiamo visto che il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite è diventato vulnerabile agli sforzi cinesi di minare l’ordine dei diritti umani stabilito nel dopoguerra”. Nella risoluzione, oltre a stabilire un “grave rischio di genocidio”, il Parlamento chiede anche la pubblicazione immediata del rapporto sulla situazione degli uiguri nel Paese, atteso da ben tre anni e posticipato in occasione della visita di Bachelet. Una richiesta che è stata fatta anche dall’alto rappresentante per gli affari esteri e la politiche di sicurezza Josep Borrell: “La visita e la pubblicazione dei Xinjiang Police Files invitano al rilascio, come questione di assoluta priorità, del rapporto di monitoraggio a distanza preparato dalle Nazioni Unite”.

    “Let me assure you that the EU will continue to speak out against human rights violations occurring across China.”
    Speech on human rights situation in China delivered by Executive VP @VDombrovskis on behalf of HR/VP @JosepBorrellF at @Europarl_EN debatehttps://t.co/Octfi1Z8jH
    — European External Action Service – EEAS 🇪🇺 (@eu_eeas) June 9, 2022

    “Le relazioni UE-Cina sono sempre più caratterizzate da concorrenza economica e rivalità sistemica”, calca il testo, riprendendo il lessico della relazione del 2019, ‘UE-Cina – Una prospettiva strategica’, che aveva definito l’approccio di Bruxelles nei confronti di Pechino. “A seconda dei settori, la Cina è un partner di cooperazione con obiettivi largamente allineati a quelli dell’UE – elenca la relazione – un partner di negoziato con cui l’UE deve trovare un equilibrio di interessi, un concorrente economico che ambisce alla leadership tecnologica e un rivale sistemico che promuove modelli di governance alternativi”.
    Il documento di oggi conferma ciò quanto emerso nella recente risoluzione delle sfide per la sicurezza nell’Indo-Pacifico: la Cina è, secondo l’UE, “sempre più assertiva e aggressiva”. L’approccio europeo nei confronti della Cina deve essere quindi “unificato, pragmatico, sfaccettato e di principio”, pur mantenendo una certa cooperazione sulle questioni di interesse comune come la lotta al cambiamento climatico. Mentre Taiwan viene indicata, sempre nella risoluzione sull’Indo-Pacifico, come “partner fondamentale e alleato democratico nella regione”.

    Il Parlamento Europeo ha rinnovato con una nuova risoluzione la propria condanna nei confronti delle autorità di Pechino per violazioni dei diritti umani sugli uiguri, dopo la pubblicazione dei ‘Xinjiang Police Files’

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    La Cina dice ‘no’ ai lavori forzati in vista della visita dell’alta commissaria ONU per i diritti umani

    Bruxelles – ‘No’ ai lavori forzati. È questo il messaggio che la Cina ha inviato all’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), a meno di un mese dalla visita dell’alta commissaria per i Diritti umani, Michelle Bachelet, nella regione autonoma del Xinjiang, nel nord-ovest del Paese, e dimora della minoranza degli uiguri. Ma non solo. L’adesione del Paese a due delle Convenzioni fondamentali sul lavoro forzato punta anche all’Europa e agli Stati Uniti, dopo anni di denunce – e, dal 2021, sanzioni – da parte della comunità internazionale per lo sfruttamento degli uiguri, la minoranza etnica turcofona, di religione islamica, sottoposta a pratiche di detenzione arbitraria di massa e perfino di sterilizzazione.
    Il 20 aprile 2022 il Comitato permanente del tredicesimo Congresso nazionale del Popolo, il massimo organo legislativo cinese, ha ratificato la Convenzione sul lavoro forzato e obbligatorio (1930) e la Convenzione per l’abolizione del lavoro forzato (1957). Si tratta di due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), l’ente con sede a Ginevra che stabilisce, a livello globale, i principi e i diritti fondamentali dei lavoratori. La Cina ne è parte dal 1985, per quanto non abbia mai aderito a diversi dei suoi trattati né garantisca piene tutele sul lavoro.
    In questo modo, il Paese si è impegnato “a eliminare l’uso del lavoro forzato o coatto in tutte le sue forme, entro il periodo più breve possibile”, come recita l’articolo 1 della Convenzione del 1930. Mentre quella del 1957, ne proibisce ogni uso “come mezzo di coercizione o di educazione politica”. “Come sanzione per aver espresso opinioni politiche o ideologiche”. “Come metodo di mobilitazione alla manodopera”. “Come misura disciplinare sul lavoro”. “Come sanzione per aver partecipato a scioperi o come misura di discriminazione”.
    Si tratta di un passo significativo per il Paese. Secondo la Risoluzione del Parlamento europeo del 17 dicembre 2020, che ha analizzato (e condannato) la situazione degli uiguri nella Repubblica Popolare, dal 2014 “sono numerose le denunce credibili” secondo cui la minoranza verrebbe impiegata per i lavori forzati. Soprattutto, “nelle catene di produzione dei settori dell’abbigliamento, della tecnologia e dell’automobile”. Nel marzo 2020 il think thank Australian Strategic Policy Institute aveva individuato che nelle filiere produttive di ben 83 brand, anche internazionali, lavoravano oltre 80mila uiguri in condizioni assimilabili a quelle del lavoro forzato.
    Non è un caso che la ratifica delle Convenzioni sia avvenuta ora. L’alta commissaria Bachelet sta lavorando da almeno tre anni al rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione degli uiguri nel Paese. L’uscita della relazione era stata annunciata lo scorso dicembre, ma non è escluso che ora venga posticipata, per quanto richiesta a gran voce, quanto prima, da attivisti e organizzazioni internazionali per i diritti umani.
    L’adesione alle Convenzioni sul lavoro forzato era anche una condizione prevista dai negoziati per l’Accordo comprensivo sugli investimenti (CAI) con l’Unione Europea. Il documento, mai finalizzato – anche per l’elezione del presidente americano Joe Biden – avrebbe garantito un unico quadro legale sugli investimenti, andando a sostituire i 26 accordi bilaterali tra gli Stati membri dell’UE e la Repubblica Popolare, con condizioni commerciali più vantaggiose. Tuttavia proprio le divergenze sui diritti umani e la questione del Xinjiang hanno contribuito a congelare i negoziati del CAI, soprattutto dopo le sanzioni cinesi a una serie di enti ed eurodeputati, in risposta a quelle europee a diversi funzionari del Paese del Dragone e all’ufficio di pubblica sicurezza del Xinjiang.
    Per quanto ferme, le trattative per il CAI potrebbero riprendere in futuro. Le nuove Convenzioni ILO sono un primo, per quanto timido, segnale di un’apertura cinese. “La Cina sta inviando un segnale cinico”, ha però detto a Eunews l’europarlamentare Reinhard Bütikofer (Verdi), a capo della Delegazione per le relazioni con la Repubblica Popolare cinese e tra i sanzionati da Pechino, “procede con la ratifica delle principali Convenzioni dell’ILO contro il lavoro forzato, mentre continua, senza vergogna, pratiche di lavoro forzato e nega i fatti”.
    Nel 2021, gli Stati Uniti avevano invece adottato la Legge sulla prevenzione del lavoro forzato uiguro che tuttora vieta l’importazione di alcuni prodotti, come cotone o pomodori, provenienti dalla regione autonoma. Anche Washington aveva fatto pressione sul Paese a riguardo, dopo il rapporto del 2022 della stessa Organizzazione internazionale del lavoro.

    Michelle Bachelet è attesa a maggio 2022, insieme al rapporto sulla situazione uigura nel Xinjiang. Bütikofer (Verdi): “Segnale cinico”. Si teme il non rispetto dei trattati all’atto pratico

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    Vertice UE-Cina, Pechino: Dichiarazioni di Borrell “irresponsabili” e “non conformi ai fatti”

    Bruxelles – Il vertice tra Ue e Cina del primo aprile “è molto riuscito” e le dichiarazioni dell’Alto rappresentante dell’Unione per affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell sono “irresponsabili” e “non conformi ai fatti”. Queste le parole di Zhao Lijian, portavoce del ministero degli Esteri cinese, alla conferenza stampa giornaliera di oggi (6 aprile). Arrivano dopo che ieri Borrell aveva sostenuto che l’incontro tra i leader europei, il presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang era stato un “dialogo tra sordi” e che i rappresentanti cinesi erano stati riluttanti a parlare della questione ucraina.
    È una risposta breve, ma secca quella di Pechino. Il portavoce cinese definisce Borrell “funzionario europeo” per ben due volte, senza citarne mai il nome per esteso. Dice prima, “quel funzionario europeo che ha appena menzionato”, riprendendo la domanda di un giornalista di AFP. Poi, “ciò che quel funzionario europeo dovrebbe fare”, seguito da “è promuovere i legami bilaterali sulla base del consenso raggiunto al vertice invece di fare osservazioni irresponsabili”.
    Le parole più dure, però, il portavoce le ha riservate agli Stati Uniti. “La guerra e le sanzioni permettono agli USA di trarre profitto dal caos”, ha continuato Zhao, citando una recente intervista dove Mikhail Popov, vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo, aveva parlato di un recente aumento nei volumi di importazione di petrolio da Mosca da parte degli americani. Il portavoce ha sottolineato come gli Stati Uniti spingano invece l’Europa a porre sanzioni, a cui hanno portato “flussi di rifugiati, perdite di denaro e scarsità di risorse energetiche”. “Se gli Stati Uniti desiderano davvero promuovere una distensione della situazione ucraina, dovrebbero smettere di gettare benzina sul fuoco, smettere di brandire il bastone delle sanzioni e smettere di forzare dichiarazioni e fatti, e mediare per la pace e promuovere il dialogo”.
    Zhao Lijian si è espresso anche rispetto a quanto accaduto nella città ucraina di Bucha, dicendo che “la verità dei fatti e le loro cause devono essere verificate”. “Ogni accusa deve basarsi sui fatti”, ha aggiunto il portavoce, invitando alla moderazione fino a quando non si arriverà a conclusione delle indagini.

    Arrivano dopo che ieri l’Alto rappresentante aveva sostenuto che l’incontro è stato un “dialogo tra sordi”. Bucha? ““La verità dei fatti e le loro cause devono essere verificate”

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    Ucraina-Cina, colloquio tra i ministri Kuleba e Wang: “Non siamo indifferenti”

    Bruxelles – “La Cina non ha un approccio indifferente rispetto alla questione ucraina”. La posizione di Pechino sulla guerra è stata ribadita il 4 aprile nella telefonata tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e l’omologo ucraino Dmytro Kuleba, la seconda dallo scoppio della guerra. La parola “pace” ricorre per ben sette volte nel comunicato stampa riportato dal ministero degli Esteri cinese, insieme all’invito, continuo, a procedere con i negoziati, “per quanto grandi le difficoltà e numerose le divergenze”.
    “Il mantenimento della pace e l’essere contrari ai conflitti sono parte della tradizione culturale della storia cinese”, ha sottolineato Wang, “e appartengono da sempre alla nostra politica estera”. Nessuna parola di condanna però verso la Russia, come già durante il vertice di venerdì scorso tra Unione Europea e Cina. “La guerra finirà a un certo punto”, ha incalzato il ministro degli Esteri, quasi in un monito, aggiungendo che sarà “cruciale” imparare da questo momento di crisi “per difendere la sicurezza duratura dell’Europa”. “La Cina ritiene che si debba, in conformità con il principio di sicurezza indivisibile e attraverso un dialogo equo, stabilire realmente un meccanismo di sicurezza europea equilibrato, valido e sostenibile”, continua il comunicato. Lo stesso principio era stato invocato anche dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov già lo scorso febbraio.
    Il termine “principio di sicurezza indivisibile” compare per la prima volta nell’Atto finale di Helsinki (1975), lo storico documento che ha messo nero su bianco una serie di principi fondamentali riconosciuti dal blocco della Nato e da quello sovietico. È da qui che in ambito di quella che diventerà l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) nasce la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE, dal 1994 OSCE). Un’idea che torna nella Carta di Parigi per una Nuova Europa (OSCE, 1990), secondo cui “la sicurezza è indivisibile e la sicurezza di ogni Stato partecipante è inseparabilmente connessa a quella di tutti gli altri”. Mentre nel Documento di Istanbul (1999), viene ulteriormente articolata in “uno spazio di sicurezza comune e indivisibile, promuovendo un’area OSCE priva di linee divisorie e zone con diversi livelli di sicurezza”. Nello stesso Documento di Istanbul, si stabilisce che “gli Stati non rafforzeranno la propria sicurezza a scapito della sicurezza di altri Stati”: cosa che, secondo l’interpretazione unilaterale di Mosca, un ulteriore allargamento a est della Nato comporterebbe per la Russia.
    Kuleba in un Tweet nel quale non mostra particolare soddisfazione per il colloquio, ha spiegato che nella telefonata è stato ribadito che la fine della guerra “soddisfa i comuni interessi di pace, della sicurezza alimentare e del commercio internazionale.”

    Had a call with State Councilor and Foreign Minister Wang Yi. Grateful to my Chinese counterpart for solidarity with civilian victims. We both share the conviction that ending the war against Ukraine serves common interests of peace, global food security, and international trade.
    — Dmytro Kuleba (@DmytroKuleba) April 4, 2022

    Wang Yi ha espresso solidarietà verso i civili ucraini e ringraziato il governo di Kiev e tutti coloro che hanno contribuito finora all’evacuazione dei cittadini dal Paese, chiedendo anche che si continui a garantire la sicurezza dei cinesi ancora presenti sul territorio.

    Pechino però continua a non sbilanciarsi sull’attacco russo

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    La NATO invierà più armi all’Ucraina. Monito alla Cina: “Si astenga da supporto militare o economico alla Russia”

    Bruxelles – Armi anti-carro, difese anti-missili e droni. L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) ha annunciato oggi (giovedì 24 marzo) che aumenterà l’assistenza armata all’Ucraina per la difesa dall’aggressione russa. Lo hanno deciso i leader NATO nella riunione di Bruxelles, prima del vertice del G7 e del Consiglio Europeo, rispondendo parzialmente all’appello del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, per “l’invio di una quota pari all’uno per cento dei vostri 20 mila carri armati”. Al termine della riunione il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha confermato che “la decisione risponde alla necessità di garantire il diritto all’autodifesa” e che “da Zelensky è arrivato un ringraziamento per il supporto degli alleati”.
    Sottolineando a più riprese che “il conflitto non deve espandersi oltre”, i leader NATO hanno approvato il rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza, secondo le anticipazioni della presentazione del vertice di ieri (mercoledì 23 marzo). Si tratta di quattro nuovi battaglioni in Ungheria, Bulgaria, Romania e Slovacchia, in aggiunta a quelli già presenti nei Paesi baltici e Polonia: “Ora avremo otto battaglioni multinazionali dal Mar Baltico al Mar Nero“, ha ricordato Stoltenberg. Per quanto riguarda il numero di soldati dispiegati, “sono 100 mila quelli statunitensi a supporto degli alleati, mentre altri 40 mila sono sotto il diretto comando della NATO sul fianco orientale”. Si devono poi aggiungere cinque carrier strike group [gruppi di attacco di portaerei, ndr] nel Mare del Nord e nel Mediterraneo e la decisione di aumentare la difesa sul lungo termine “non solo con più forze a Est, ma anche con più armi, equipaggiamento, jet, sottomarini e missili difensivi in stato di allerta“, ha aggiunto il segretario generale dell’Alleanza.
    La NATO non andrà a schierare truppe direttamente sul territorio dell’Ucraina (sempre per la questione che “un’ulteriore escalation avrebbe un impatto devastante”), ma è necessaria “maggiore preparazione contro minacce nucleari, batteriologiche e chimiche” e un sostegno agli alleati contro l’espansionismo russo: “La Georgia è può essere concretamente minacciata, la Bosnia ed Erzegovina è a rischio di destabilizzazione per interferenze esterne”. Dal punto di vista della NATO, “l’allargamento ha portato pace e sicurezza in Europa, ma l’ambiente è cambiato da quando la Russia ha invaso l’Ucraina”, ha messo in chiaro il segretario generale Stoltenberg e in questo senso si inserisce il via libera dei leader dell’Alleanza a “raddoppiare gli sforzi dei piani per l’aumento nella spesa per la difesa” in tutti i Paesi membri. Stoltenberg ha fatto appello alla “una nuova normalità per la sicurezza europea”, rievocando le parole utilizzate una settimana prima dell’inizio della guerra tra Russia e Ucraina: “In questi tempi di insicurezza dobbiamo essere pronti a difenderci, questa invasione l’ha dimostrato”.
    Come dichiarato dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, da Washington è arrivata la decisione di fornire “un miliardo di dollari come nuova assistenza alla sicurezza dell’Ucraina”, tra cui sistemi antiaerei, armi anti-carro, droni e milioni di munizioni. “Accolgo con favore i passi di molti altri alleati per fornire supporto difensivo all’Ucraina e, insieme, siamo impegnati a identificare ulteriori attrezzature, compresi i sistemi di difesa aerea, per aiutare il Paese”, ha sottolineato. Sul piano del rafforzamento dell’Alleanza sul fronte orientale, “la nostra dichiarazione congiunta chiarisce che la NATO è forte e unita come non lo è mai stata prima“, come dimostra la risposta unitaria e rapida all’invasione russa dell’Ucraina e il dispiegamento di nuovi battaglioni nell’Europa orientale: “Difenderemo e proteggeremo collettivamente ogni centimetro del territorio dell’Alleanza”, ha ribadito con forza Biden. Appuntamento al vertice di Madrid a giugno per l’adozione di un “concetto strategico aggiornato per assicurare che la NATO sia pronta ad affrontare qualsiasi sfida”.
    Cittadini ucraini a Bruxelles che chiedono alla NATO di essere “coraggiosa come noi” e di “darci le armi” per la difesa.
    Importante anche il capitolo del possibile appoggio di Pechino a Mosca: “La Cina non deve dare supporto militare ed economico alla Russia, ma promuovere una soluzione pacifica e immediata del conflitto”, è stato il secco commento del segretario generale della NATO. Nella dichiarazione dei leader è esplicito l’appello alle autorità cinesi a “sostenere l’ordine internazionale, compresi i principi di sovranità e integrità territoriale” e ad “astenersi da qualsiasi azione che aiuti la Russia ad aggirare le sanzioni“. La preoccupazione è legata all’amplificazione delle “false narrazioni del Cremlino, in particolare sulla guerra e sulla NATO”. Fonti europee fanno riferimento in particolare alla dichiarazione congiunta del 4 febbraio tra Mosca e Pechino, che “evidenzia un chiaro riavvicinamento tra Cina e Russia“. Nonostante non ci siano “prove concrete” sulla richiesta russa di supporto militare alla Cina, le stesse fonti affermano che “prenderemo estremamente sul serio” l’eventualità in cui Pechino fornisse assistenza militare.

    Via libera dei leader all’assistenza armata di Kiev contro l’aggressione russa e al rafforzamento del fronte orientale dell’Alleanza. “Forti e uniti come non lo siamo mai stata prima”, ha confermato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden