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    Non solo migranti, in Afghanistan c’è in gioco molto di più. E l’UE s’inquieta

    Bruxelles – “La situazione è molto complessa, ma non impossibile”. A Bruxelles ci si rende conto che l’Afghanistan è ormai fuori controllo. Lo indica l’avanzata dei talebani, che hanno ripreso il controllo della maggior parte del Paese, e la spigolosità di un interlocutore poco incline a dialogo e trattative. di fronte a un nuovo scenario di instabilità e incertezze c’è un parte dell’Unione europea che si preoccupa dei migranti, eredità di una missione NATO a cui 22 Stati membri dell’UE hanno partecipato dal 2003 a oggi, momento di smobilitazione.
    In Commissione come in Consiglio numeri, dati e cartine politiche si susseguono e si aggiornano continuamente. Attualmente i talebani controllano il 65% del territorio, 230 distretti rispetto ai 65 amministrati del governo. Il resto è oggetto di contese coi signori delle guerra. I talebani già controllano otto punti di attraversamento di frontiera, tutto ciò che entra ed esce lungo le frontiere con Iran, Tagikistan e Turkmenistan. A sud, gestiscono anche un punto di passaggio verso il Pakistan. Così, coloro contro i quali venne lanciata l’operazione in Afghanistan, si garantiscono il controllo delle merci e introiti annui stimati attorno ai due e i due miliardi e mezzo l’anno.
    L’avanzata dei talebani e il loro controllo del territorio al 10 agosto 2021
    “L’obiettivo è la pace”, ripetono a Bruxelles, consapevoli che è difficile da ottenere. “Si può ottenere solo se tutte le parti lavorano per questo. Ma sulle trattative i nuovi padroni del Paese frenano.  “I talebani non hanno mai detto di non volere un accordo, ma vogliono delle precondizioni: liberazione di 700 prigionieri e cancellazione delle liste di sanzioni”. Questa è la situazione per un’Unione europea che in Afghanistan vede ridimensionata la sua vocazione geopolitica.
    La Cina ha già riconosciuto i talebani, mentre l’UE e i suoi Stati membri hanno sempre puntato su altri attori e interlocutori. Il ritorno degli ‘esclusi’ e il loro riconoscimento sullo scacchiere internazionale è una sconfitta. Ora le domande che si pongono “hanno bisogno di una risposta nazionale degli Stati”. Spetta a loro decidere se riconoscere la nuova autorità, e se richiamare i loro connazionali in patria. Ci sono ancora 9 Stati membri con personale diplomatico nel Paese.
    A Bruxelles si cerca di utilizzare a proprio vantaggio una situazione anche se vantaggiosa non è. “In questi ultimi anni solo tre Paesi – Arabia Saudita, Emirati arabi e Pakistan – riconoscevano i talebani. Adesso questi ultimi hanno bisogno di noi, per il commercio, per gli aiuti umanitari…” Questo il ragionamento con cui ci si cerca di convincere che gli stranieri in Afghanistan si trovino in una situazione di forza.
    La Commissione lavora per una soluzione che porti la sicurezza, dialogando con il governo di Kabul che perde forza. Dall’altra parte “nessuna mediazione è stata accettata”, riconoscono gli addetti ai lavori. “La situazione si risolve da sola, tra afghani” Il rischio è che si risolva nel sangue e in un modo che non giovi all’occidente e all’Europa.
    Ci sono 3,5 milioni di rifugiati e sfollati in Pakistan, altri 3 milioni sono ammassati in Iran, circa 500mila sono in Turchia. L’UE si trova costretta a fare in modo che queste persone non si mettano in marcia. “Bisogna lavorare con questi Paesi per prevenire nuove rotte illegali”. In questo il ruolo della Turchia, e l’UE rischia di diventare ancor più dipendente da Recep Tayipp Erdogan e di esporsi ancora di più ai capricci del sultano.
    Alcuni Stati guardano con preoccupazione all’aspetto migratorio della questione, ma a Bruxelles si guarda ad altro. Si considera una crisi di richiedenti asilo non imminente, perché i numeri non forniscono indicazioni in tal senso. L’aumento degli afghani che bussano alle porte dell’Europa si teme, ma non c’è. L’UE lavorerà con gli Stati confinanti dell’Afghanistan per fare in modo che la situazione resti così. Vuol dire pagare per non avere richiedenti asilo e fare in modo che resti dove sono.
    In Commissione come in Consiglio si guarda ad altri aspetti. “Ci preoccupa che i talebani possano riprendere in mano il commercio della droga e fare del Paese una base per il terrorismo islamico”. Questo è interesse della Cina

    Controllo delle merci, ripristino del business della droga, terrorismo islamico, peso geopolitico: il ritorno dei talebani apre nuovi scenari difficili da gestire

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    Bielorussia, tutti contro Lukashenko: UE e Stati Uniti tengono alta l’attenzione su repressioni interne e flussi migratori

    Bruxelles – Prosegue su due binari, quello della repressione dell’opposizione interna e quello della facilitazione del flussi migratori, la strategia del presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, per rafforzare la sua posizione nel Paese e sullo scacchiere internazionale. Nonostante le sanzioni economiche imposte a Minsk dall’Unione Europea e le condanne internazionali per la violenze nei confronti di attivisti e giornalisti indipendenti, l’ultimo dittatore d’Europa cerca di non mollare la presa, giocandosi le ultime carte per mettere a tacere le voci critiche.
    Da mesi si sta stringendo sempre più il cappio al collo dei media, come dimostrato anche dallo scandalo internazionale del dirottamento dell’aereo Ryanair Atene-Vilnius su Minsk per arrestare il giornalista Roman Protasevich, e la compagna, Sofia Sapega. Ieri (mercoledì 28 luglio) un tribunale della Bielorussia ha dichiarato “estremista” Belsat TV, televisione indipendente con sede in Polonia, dopo la minaccia del ministero dell’Interno di multare e incarcerare chiunque condivida informazioni provenienti da questo canale d’informazione.
    L’ingiunzione del Tribunale, che ha bloccato il sito web Belsat e tutti i suoi account social in Bielorussia, è l’ultimo atto di un’intensa azione di repressione dei media e della società civile: lo stesso Lukashenko ha affermato di voler “ripulire” il Paese da attivisti e media indipendenti, che a suo avviso hanno l’unico obiettivo di sovvertire l’ordine pubblico. Il vicedirettore della testata, Aleksy Dzikawicki, ha annunciato che il canale continuerà il suo lavoro in ogni caso: “Continueremo a portare informazioni indipendenti in bielorusso e senza censura”. Con un affondo al regime: “Chi detiene il potere in Bielorussia chiama ‘estremisti’ tutti coloro che si oppongono alla violenza e al terrore imposto dopo le elezioni truccate, cioè la stragrande maggioranza dei propri cittadini”.
    La situazione tragica del giornalismo bielorusso è stata recentemente descritta alla commissione Affari esteri (AFET) del Parlamento Europeo da Stanislav Ivashkevich, reporter di Belsat TV, ma risale già a cinque mesi fa la condanna a due anni di carcere per due colleghe della stessa emittente, Katsiaryna Andreyeva e Darya Chultsova, per aver ripreso la manifestazione in memoria dell’attivista Raman Bandarenka nel novembre dello scorso anno. Senza dimenticare il blocco di Tut.by, uno dei più importanti siti di informazione bielorussi, e l’arresto dei giornalisti della redazione lo scorso 18 maggio.
    Da Bruxelles è arrivata la ferma condanna della decisione del tribunale bielorusso: “È un altro esempio della repressione della libertà di espressione e di informazione sotto il regime di Lukashenko, che mira a mettere a tacere tutte le voci indipendenti”, ha accusato la portavoce della Commissione UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Nabila Massrali. Da Washington invece è arrivata la reazione della leader dell’opposizione bielorussa e presidente legittima riconosciuta dall’UE, Sviatlana Tsikhanouskaya: “I giornalisti sanno che stanno facendo la cosa giusta e stanno combattendo per la libertà del nostro Paese”.

    Belarus: EU deplores recent court decision declaring Belsat TV channel “extremist”. Another example of the crackdown on freedom of expression and freedom of information under the Lukashenko regime, aiming to silence all independent voices.
    — Nabila Massrali (@NabilaEUspox) July 28, 2021

    La dichiarazione di Tsikhanouskaya è arrivata durante il suo viaggio negli Stati Uniti, che l’ha portata a incontrare il presidente democratico, Joe Biden, il segretario di Stato, Antony Blinken, e il consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan. L’obiettivo è quello di raccogliere sostegno per un’azione più decisa contro il presidente Lukashenko, oltre a quello attuato – le sanzioni economiche – e promesso – il pacchetto di investimenti da 3 miliardi di euro per il futuro democratico del Paese – dall’Unione Europea. La leader dell’opposizione bielorussa ha esortato Washington a imporre misure restrittive alle aziende petrolifere, di potassio, dell’acciaio e del legno legate al regime. “Lukashenko capisce solo il linguaggio della forza. Ecco perché le sanzioni devono essere estremamente dure”.
    Il presidente Biden ha ribadito il suo sostegno alla società civile in Bielorussia nel corso del colloquio di ieri con Tsikhanouskaya alla Casa Bianca, definendosi “onorato” dell’incontro con la leader dell’opposizione: “Gli Stati Uniti sono al fianco del popolo bielorusso nella sua ricerca della democrazia e dei diritti umani universali”, ha fatto sapere via Twitter. Da parte sua, Tsikhanouskaya ha ringraziato Biden per il “potente segno di solidarietà con milioni di impavidi bielorussi” che stanno combattendo “pacificamente per la libertà”. Il Paese dell’Est Europa in questo momento “è in prima linea nella battaglia tra democrazia e autocrazia”, ha aggiunto su Twitter: “Il mondo è con noi, la Bielorussia sarà una storia di successo”.

    I was honored to meet with @Tsihanouskaya at the White House this morning. The United States stands with the people of Belarus in their quest for democracy and universal human rights. pic.twitter.com/SdR6w4IBNZ
    — President Biden (@POTUS) July 28, 2021

    Ma intanto a Bruxelles c’è apprensione anche su un altro fronte, quello del ricatto di Lukashenko all’Unione attraverso l’apertura della rotta bielorussa alle persone migranti verso la Lituania. La Commissione UE ha attivato il meccanismo europeo di protezione civile per aiutate il Paese membro ad affrontare un flusso che dall’inizio dell’anno conta oltre 2.100 migranti e richiedenti asilo, quasi tre volte in più di tutto lo scorso anno. I Paesi di provenienza sono soprattutto africani (Repubblica del Congo, Gambia, Guinea, Mali e Senegal) e mediorientali (Iraq, Iran e Siria).
    Non a caso l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, si è messo in contatto con il ministro degli Esteri iracheno, Fuad Hussein. “Ho avuto una buona conversazione su come affrontare l’aumento del numero di cittadini iracheni che attraversano irregolarmente la Bielorussia verso la Lituania”, ha fatto sapere su Twitter. “Questo è motivo di preoccupazione per l’intera UE. Contiamo sul sostegno dell’Iraq“. In aggiunta, la commissaria per gli Affari interni, Ylva Johansson, ha comunicato che sarà in visita in Lituania il primo e il 2 agosto, per ribadire l’opposizione del gabinetto von der Leyen “all’ondata di aggressione” di Minsk.
    Durante il punto quotidiano con la stampa il portavoce per gli Affari interni, la migrazione e la sicurezza interna, Adalbert Jahnz, ha confermato il supporto dell’esecutivo UE alla Lituania, negando qualsiasi tentativo di pushback alla frontiera con la Bielorussia (respingimenti illegali di persone con diritto alla protezione internazionale ai confini dell’Unione Europea). “Dalla composizione dei gruppi di migranti arrivati è evidente che non si tratta di aventi il diritto di richiedere l’asilo e perciò diventa centrale il tema del rimpatrio di queste persone“. Desta però particolare perplessità tra i giornalisti a Bruxelles la decisione del governo lituano – non ostacolato nemmeno a parole dall’esecutivo comunitario – di costruire un muro lungo i 678,8 chilometri di confine tra la Lituania e la Bielorussia, per una spesa pari a circa 48 milioni di euro.

    Good conversation w/ Iraqi Foreign Minister @Fuad_Hussein1 yesterday on how to tackle increased number of Iraqi citizens irregularly crossing from Belarus into Lithuania.
    This is an issue of concern not only for one Member State but for the entire EU. We count on Iraq’s support.
    — Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) July 28, 2021

    Mentre il sito di informazione indipendente Belsat è stato dichiarato “estremista” da Minsk, la leader dell’opposizione Tsikhanouskaya ha incontrato il presidente Biden a Washington. Bruxelles preoccupata per l’aumento dei migranti iracheni verso la Lituania

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    L’ONU: “In Afghanistan imminente crisi umanitaria”. Per l’UE il rischio di nuove emergenze migranti

    Bruxelles – L’Afghanistan sta producendo nuovi sfollati che rischiano di mettersi in marcia verso l’Europa, a causa del ritorno dei talebani e dei signori della guerra, nuove forme di povertà e insicurezza. L’allarme di “imminente crisi umanitaria” nel Paese asiatico che lancia l’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu (UNHCR) fa paura all’Europa, che vede riaprirsi una crisi migratoria che si considerata e sperava circoscritta.
    Gli afghani sono una delle principali nazionalità tra quelle che percorrono la rotta dei Balcani occidentali. Frontex, l’agenzia di guardia costiera e di frontiera europea, lo riporta costantemente nei suoi monitoraggi periodici. Ora l’Europa di pagare a caro prezzo il disimpegno degli Stati Uniti e le incertezze che già ne stanno derivando.
    Tanto più che la Bielorussia sta aprendo un nuovo canale di immigrazione. Il leader Alexander Lukashenko è intenzionato a inviare richiedenti asilo, soprattutto iracheni, alla frontiera con la Bielorussia.
    L’organismo delle Nazioni Unite rileva che da gennaio sarebbero circa 260mila i nuovi sfollati all’interno del paese, “principalmente a causa dell’insicurezza e della violenza”, e la situazione potrebbe precipitare ulteriormente. “Il fallimento nel raggiungere un accordo di pace in Afghanistan e arginare l’attuale violenza porterebbe anche a ulteriori spostamenti all’interno del paese, oltre che attraverso i confini internazionali verso i paesi vicini e oltre”, il monito dell’UNHCR, che esorta la comunità internazionale “a rafforzare il sostegno al governo e al popolo afghano in questo momento critico”. Critico soprattutto per l’Ue, dato il contesto e le prospettive.

    L’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite denuncia il deterioramento nel Paese. Gli afghani sono una delle principali nazionalità tra quelle che percorrono la rotta dei Balcani occidentali

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    Migranti, è sempre più l’Europa dei muri: la Lituania pronta a spendere 41 milioni lungo il confine con la Bielorussia

    Bruxelles – L’annuncio era nell’aria da una settimana, dal giorno della visita del presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, al valico di frontiera di Padvaronys, in Lituania. Si attendeva solo la conferma. Vilnius costruirà un muro al confine con la Bielorussia per contenere la nuova ondata migratoria favorita dal regime del presidente Alexander Lukashenko, come ricatto nei confronti delle sanzioni economiche imposte al Paese dall’Unione Europea.
    È un nuovo, pressoché inevitabile, mattoncino della fortezza Europa. Un’Unione che non sa come affrontare la gestione delle migrazioni sul Vecchio Continente, se non militarizzando ed ergendo barriere alle frontiere (dall’Ungheria alla Bulgaria, fino alle enclave spagnole di Ceuta e Melilla), stringendo accordi con regimi quantomeno discutibili per il rispetto dei diritti umani (vedi Turchia e Libia) e litigando per anni in seno al Consiglio Europeo sull’impostazione di una politica comune sull’asilo.
    In questo quadro non può stupire la decisione del governo lituano di innalzare una barriera di filo spinato e una recinzione parallela per evitare l’ingresso irregolare di centinaia di persone in transito dal territorio bielorusso. L’annuncio è arrivato dalla ministra degli Interni, Agnė Bilotaitė, che ha poi precisato che “saranno spesi circa 41 milioni di euro” per questa doppia recinzione da costruire “nel più breve tempo possibile”. In totale sono 678,8 i chilometri di confine con la Bielorussia da coprire, per un piano articolato in due fasi: prima la barriera di filo spinato costruita dall’esercito, poi il muro vero e proprio.
    Tutto questo per impedire l’accesso al territorio lituano – e di rimando a quello dell’Unione – se non dai valichi regolari  di frontiera. I numeri non lasciano spazio a dubbi: se solo 10 giorni fa la guardia di frontiera della Lituania riportava l’arrivo di 672 migranti nei primi sei mesi del 2021 (più del doppio rispetto ai quattro anni precedenti messi insieme), nella prima settimana di luglio sono stati registrati più di 800 attraversamenti illegali. Nella prima metà dell’anno la maggior parte delle persone extra-comunitarie arrivate alla frontiera lituana provenivano da Iraq, Iran e Siria, mentre più di recente sembra essere cambiata la composizione dei flussi migratori: a luglio la maggioranza degli arrivi era di cittadini della Repubblica del Congo, del Gambia, della Guinea, del Mali e del Senegal.
    La commissaria europea per gli Affari interni, Ylva Johansson, durante l’audizione in commissione LIBE (12 luglio 2021)
    Nel corso di un’audizione alla commissione per le Libertà civili (LIBE) del Parlamento Europeo, in cui sono stati ascoltati anche la ministra lituana Bilotaitė e il direttore esecutivo dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), Fabrice Leggeri, la commissaria europea per gli Affari interni, Ylva Johansson, ha avvertito che “la situazione peggiora di settimana in settimana”. Ma per l’Unione Europea l’unica cosa che importa adesso è bloccare il flusso e denunciare la complicità di Minsk. Dura l’accusa nei confronti delle autorità bielorusse, che “sembrano facilitare la migrazione irregolare come rappresaglia alle nostre misure”. Nonostante non sia ancora chiaro il modo in cui opererebbero, “sembra ci siano dei voli commerciali che arrivano da Istanbul e da Baghdad ogni giorno” e in un secondo momento “i migranti vengono portati alla frontiera, dopo aver pagato circa 15 mila euro”, ha spiegato Johansson. Il tentativo di attraversamento avviene poi a piedi, “ma ci sono stati casi in cui è stato utilizzato addirittura il servizio Uber” per arrivare a Vilnius.
    È pronto il supporto da parte di Bruxelles al Paese baltico che sabato scorso (10 luglio) ha richiesto l’attivazione del meccanismo d’emergenza per la creazione di squadre Frontex di intervento rapido. Il direttore esecutivo Leggeri ha confermato che “sarà sostenuta la crescente pressione migratoria e rafforzato il confine esterno dell’UE”. Questo tipo di intervento di Frontex è progettato per fornire assistenza immediata a uno Stato membro sottoposto a pressioni urgenti ed eccezionali alle sue frontiere esterne. “Nei prossimi giorni dispiegheremo le nostre guardie di frontiera, insieme a funzionari degli Stati membri”, ha garantito Leggeri. Ma non è tutto. La commissaria Johansson ha anticipato che “supporteremo la sfida sproporzionata per il governo lituano con 10 milioni di euro già ad agosto“, che dovrebbero essere resi disponibili dal Fondo asilo migrazione e integrazione.

    The Executive Director of #Frontex has agreed to launch a rapid border intervention at Lithuania’s border with Belarus to assist with the growing migration pressure https://t.co/Aw0l30TV4i pic.twitter.com/MVW9dSSYdn
    — Frontex (@Frontex) July 12, 2021

    Lo ha annunciato la ministra degli Interni, Agnė Bilotaitė. Frontex ha accettato di attivare squadre di intervento rapido sulla nuova frontiera calda dell’UE, mentre la commissaria Johansson garantisce supporto economico al Paese “entro agosto”

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    Bielorussia, alta tensione sul confine della Lituania. Michel: “Questa è la frontiera dell’Unione Europea”

    Bruxelles – È entrata nel vivo la sfida diplomatica tra Unione Europea e Bielorussia e per la prima volta Bruxelles si trova a dover rispondere ad azioni di ritorsione da parte del regime del presidente Alexander Lukashenko. Dopo l’imposizione delle sanzioni nei confronti dell’economia bielorussa, Minsk ha deciso di giocare la carta della migrazione irregolare verso la Lituania per far pressione sui Ventisette e spingerli a ritirare le misure restrittive. Ma proprio da Vilnius è arrivata la secca risposta del presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel: “I confini lituani sono i confini europei“. Tradotto: ogni tentativo di “strumentalizzare la migrazione illegale per esercitare pressione” sugli Stati membri UE sono un attacco all’Unione nel suo insieme. E come tali saranno affrontati dalle istituzioni europee.
    Il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, al valico di frontiera di Padvaronys, Lituania (6 luglio 2021)
    “Sono impegnato in prima persona per garantire la solidarietà degli Stati membri verso la Lituania“, ha confermato Michel durante la sua visita nel Paese (in programma tra ieri e oggi). “È questo il senso della reazione rapida di Frontex”, che da giovedì scorso (primo luglio) ha iniziato a mobilitare personale e mezzi “a sostegno delle autorità lituane e lettoni per prevenire il rischio di un aumento della pressione migratoria” sui due Paesi. Solo nel mese di giugno le autorità di Vilnius hanno registrato 412 ingressi irregolari sul territorio nazionale dalla Bielorussia, più di cinque volte il numero totale del 2020. Durante la conferenza stampa congiunta con il presidente lituano, Gitanas Nauseda, Michel ha ribadito che “l’Unione Europea ha attuato sanzioni contro la Bielorussia e continua a lottare per promuovere i nostri valori”.
    Proprio in merito alle sanzioni europee, non si è fatta attendere la risposta del presidente bielorusso Lukashenko, che ha incaricato il governo di limitare il transito delle merci in risposta alle sanzioni occidentali. “Sappiamo chi negli Stati Uniti, in Germania e in altri Paesi europei non vuole fornire componenti e materiali base alle nostre imprese”, tra cui “Skoda e Nivea“, ha attaccato, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa russa Interfax. “Prima di tutto, sono esclusi dal mercato bielorusso e, in secondo luogo, è vietato il transito attraverso la Bielorussia”.

    Lithuanian borders are European borders.
    The EU implemented sanctions against #Belarus and keeps fighting to promote our values.
    You can count on the EU to bring more support to #Lithuania and its people. @IngridaSimonyte pic.twitter.com/N0gwT72U7D
    — Charles Michel (@eucopresident) July 6, 2021

    Ma rimane caldo anche il fronte interno. Oggi la Corte suprema della Bielorussia ha condannato a 14 anni di prigione Viktor Babariko, ex-capo della banca Belgazprombank ed ex-candidato alle elezioni presidenziali del 2020, arrestato poche settimane prima del voto (insieme al figlio). È il primo avversario politico di Lukashenko ad essere condannato, con l’accusa di riciclare fondi ottenuti in modo criminale e di aver ricevuto una mega-tangente da 30,5 milioni di rubli bielorussi (più di 10 milioni di euro) quando era a capo di Belgazprombank.
    La difesa del banchiere ha bollato la sentenza come “politicamente motivata”, considerati anche l’arresto e la detenzione in un centro del KGB per impedirgli la corsa alla poltrona di presidente della Bielorussia. Anche l’Unione Europea ha chiesto il “rilascio immediato e incondizionato” di Babariko, “nonché di tutti i prigionieri politici, i giornalisti detenuti e le persone che si trovano dietro le sbarre per aver esercitato i loro diritti fondamentali”, ha reso noto il portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna, Peter Stano. Viktor Babariko “voleva vedere la Bielorussia come un Paese giusto, equo e aperto. Il regime si vendica di lui in modo orribile”, ha commentato la leader dell’opposizione e presidente legittima riconosciuta dall’UE, Sviatlana Tsikhanouskaya.
    Proprio la legittimazione di Tsikhanouskaya da parte dell’Unione Europea sta diventando un elemento sempre più significativo nell’approccio dell’Occidente verso la Bielorussia. Ieri (5 luglio) il ministro degli Affari esteri lituano, Gabrielius Landsbergis, ha conferito lo status diplomatico all’ufficio di rappresentanza della democrazia bielorussa guidato da Tsikhanouskaya: “Sono profondamente grata per l’enorme sostegno e per essere stati i primi ad accoglierci. Insieme, dimostriamo che la Bielorussia non è Lukashenko”, ha rivendicato durante la cerimonia ufficiale. Nel corso della sua visita a Vilnius, anche il presidente del Consiglio UE Michel ha incontrato la leader dell’opposizione, per ribadire che i Ventisette sono “fermamente con il popolo della Bielorussia” e che “il legittimo appello a un futuro democratico e al rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani deve essere finalmente ascoltato”.

    The #EU stands firmly with the people of #Belarus and will continue to do so.
    The legitimate call for a democratic future and respect for fundamental freedoms and human rights must finally be heeded. pic.twitter.com/DyTB6iBfUw
    — Charles Michel (@eucopresident) July 6, 2021

    Visita del presidente del Consiglio UE a Vilnius per denunciare la strumentalizzazione della migrazione illegale da parte del regime di Lukashenko. Intanto è stato condannato a 14 anni di prigione l’ex-candidato alle elezioni presidenziali 2020, Viktor Babariko

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    Bielorussia sospende il Partenariato orientale con l’UE, e gioca la carta del ricatto attraverso l’immigrazione irregolare

    Bruxelles – Sembra aver assunto ormai i tratti di un gioco al rialzo il confronto diplomatico tra Unione Europea e Bielorussia dopo le vicende dello scorso 23 maggio, tra dirottamenti di aerei di linea e imposizioni di sanzioni economiche. Il regime del presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, ha deciso oggi di sospendere la propria partecipazione all’iniziativa del partenariato orientale dell’UE, in risposta alle “azioni che minacciano la sicurezza nazionale e causano danni diretti alla sua economia e ai cittadini”, si legge in una nota del ministero degli Affari Esteri di Minsk (non ancora tradotta in inglese). In altre parole, una rappresaglia contro le sanzioni economiche imposte giovedì scorso dal Consiglio dell’UE, che hanno colpito il settore dei prodotti petroliferi, del cloruro di potassio, del tabacco e delle tecnologie civili e militari.
    La decisione è stata comunicata al capo della delegazione UE nella Repubblica di Bielorussia, Dirk Schuebel, al quale è stata riportata la “ferma posizione” del governo di Minsk riguardo “l’assoluta inaccettabilità dell’uso delle sanzioni come strumento di pressione su uno Stato sovrano e indipendente”. In questo quadro, è stata confermata anche l’attuazione della procedura di sospensione dell’Accordo di riammissione con l’UE (firmato il 27 maggio dello scorso anno), che stabilisce obblighi e procedure per i Ventisette e la Bielorussia in materia di riammissione di cittadini il cui soggiorno sul territorio dell’altra parte è irregolare.
    A conferma dei timori dei Paesi baltici, il regime Lukashenko è pronto a giocare la carta della migrazione irregolare per ricattare l’UE e costringerla a ritirare le sanzioni economiche imposte contro il Paese. “Non possiamo adempiere ai nostri obblighi, secondo le condizioni delle restrizioni imposte dall’Unione Europea”, mette in guardia il ministero degli Esteri bielorusso. “Affermiamo con profondo rammarico che la sospensione forzata dell’Accordo avrà un impatto negativo sull’interazione nel campo della lotta all’immigrazione illegale e alla criminalità organizzata“. La posizione di Minsk sarà riportata a Bruxelles da Schuebel, mentre il rappresentante permanente della Repubblica di Bielorussia presso l’UE, Aleksandr Mikhnevich, è stato richiamato nella capitale bielorussa “per consultazioni”.
    È stato inoltre comunicato il divieto di ingresso in Bielorussia “ai rappresentanti delle strutture europee e alle persone dei Paesi UE che hanno contribuito all’introduzione di misure restrittive”. Una promessa di sanzioni individuali nei confronti di politici di spicco europei – sulla falsariga di quelle imposte dalla Russia lo scorso 30 aprile, anche se non sono ancora trapelati possibili nomi di questo elenco. “Continuiamo a sviluppare misure di risposta, comprese quelle di natura economica”, ha minacciato ancora il governo bielorusso: “Ci auguriamo che i funzionari dell’UE e dei suoi Stati membri siano consapevoli dell’inutilità delle decisioni sull’uso di un approccio energico“.

    Belarus has taken another step backwards today by suspending its participation in the Eastern Partnership.
    This will escalate tensions further and have a clear negative impact on the people of Belarus by depriving them of opportunities provided by our cooperation.
    — Charles Michel (@eucopresident) June 28, 2021

    Immediata la risposta del presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel: “Oggi la Bielorussia ha fatto un altro passo indietro, sospendendo la sua partecipazione al Partenariato orientale”, ha commentato su Twitter. Questa decisione “aumenterà ulteriormente le tensioni“, ma soprattutto “avrà un chiaro impatto negativo sulla popolazione della Bielorussia, privandola delle opportunità fornite dalla nostra cooperazione”.

    In risposta alle sanzioni economiche di Bruxelles, il regime di Lukashenko ha attuato la procedura di sospensione dell’Accordo di riammissione di migranti irregolari. Annunciato anche il divieto di ingresso nel Paese per responsabili delle misure restrittive europee

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    L’allarme dei baltici: “Bielorussia pronta a inondare l’UE di migranti”

    Bruxelles – C’è un nuovo fronte migratorio che minaccia l’Europa, quello bielorusso. Alexander Lukashenko e il suo governo starebbero lavorando per inviare nell’UE richiedenti asilo, con il preciso scopo di far ripiombare i 27 in nuova crisi politica, prima ancora che umanitaria. E’ il presidente della Lituania, Gitanas Nauseda, a rivelare le intenzioni di Minsk. “Secondo le informazioni in mio possesso da Minsk ci sono almeno 1.500 iracheni pronti a varcare i confini dell’Unione europea”, dice il leader della repubblica baltica arrivando a Bruxelles per il vertice del Consiglio europeo, dove i capi di Stato e di governo dovranno discutere proprio di Bielorussia e immigrazione.
    Anche alla luce degli ultimi avvenimento “l’immigrazione è diventato un problema per tutti, con la Bielorussia disposta ad avere un ruolo in questo“, denuncia ancora Nauseda, che non è il solo ad affrontare il dossier bielorusso con rinnovate tensioni. “Ho parlato con il presidente lituano, e sono preoccupato”, ammette il primo ministro lettone, Krisjanis Karins.

    I baltici temono che Minsk stia diventando il centro di smistamento di fuoriusciti iracheni e iraniani, e che si stiano adoperando per aprire un nuovo corridoio migratorio, quello di nord-est. La Bielorussia confina proprio con Lituania e Lettonia, oltre che con la Polonia. Un problema da gestire a livello nazionale, ma sopratutto a livello europeo. Il fronte di quanti rifiutano l’idea di meccanismi di redistribuzione obbligatori di richiedenti asilo nei Paesi UE di primo arrivo continua a essere forte. Uno degli strenui oppositori è il primo ministro ungherese, Viktor Orban, che al momento è in conflitto con tutti gli Stati membri per le leggi in materia di omosessualità.
    La Bielorussia rischia di tenere in scacco l’Unione su un tema che ha già spaccato l’Unione stessa. I leader dovranno trovare il modo di tenere il punto, e non sarà facile.

    I leader di Lettonia e Lituania a Bruxelles per il summit dei capi di Stato e di governo avvertono i partner. Ora si complica il negoziato sui due dossier, che si intrecciano pericolosamente.

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    Libia, nuova visita della commissaria Johansson: migliorare le condizioni nei centri di detenzione

    Roma -“Migliorare le condizioni nei centri di detenzione nel pieno rispetto dei diritti umani”. La commissaria europea per gli affari interni Ylva Johansson è stata oggi (7 giugno) nuovamente in visita a Tripoli in Libia dove ha incontrato il premier del governo di unità nazionale, Adbul Hamid Dbeiba.

    1/3 An open and encouraging discussion with 🇱🇾 Prime Minister Dbeiba and his Government in Tripoli today. We stand ready to support the political process and step up our support to the Government of National Unity on state building, stabilisation, reconstruction…
    — Ylva Johansson (@YlvaJohansson) June 7, 2021

    Johansson ha confermato il sostegno dell’Unione europea al nuovo processo politico in corso: “È meglio intraprendere insieme misure concrete e pratiche per gestire la migrazione e le frontiere in modo completo e siamo ansiosi di intensificare i nostri sforzi congiunti” ha detto al termine della giornata di incontri con il capo del governo, il ministro dell’Interno Khaled al Tijani Mazen e il ministro responsabile per la migrazione Maatouk Jadeed.
    “Resta essenziale migliorare le condizioni nei centri di detenzione nel pieno rispetto dei diritti umani” ha sottolineato la Commissaria, aggiungendo che L’Unione ha “a disposizione diversi strumenti in un’ampia gamma di settori, che possiamo mobilitare dietro richiesta del governo libico”.
    La visita a Tripoli riveste una particolare importanza perché cade alla vigilia del Consiglio dell’Ue dei ministri degli affari interni a Lussemburgo, che tra gli altri temi dovrà riprendere la discussione sul nuovo ‘Patto Migrazione e asilo’.

    L’incontro con il premier Dbeiba: “L’UE sostiene il nuovo corso libico”. Lussemburgo, al Consiglio interni riparte il confronto sul nuovo patto di asilo