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    Afghanistan, l’UE vuole accelerare i rimpatri nel Paese dei talebani

    Bruxelles – In nome di garanzia di ordine pubblico e contrasto all’immigrazione illegale ora i governi nazionali dell’UE pensano ad una stretta delle politiche di accoglienza senza distinzioni, con ritorni coatti anche in Siria e Afghanistan. A premere sono soprattutto Austria e Svezia, capofila di un ragionamento che sembra stridere con il concetto di sicurezza della persona, in Paesi – Siria e Afghanistan, appunto – dove rispetto per la persona e i suoi diritti sono tutti da verificare.Per Gerhard Karner, ministro degli Interni austriaco, “è ormai chiaro a tutti che l’Europa deve diventare più robusta e dura nella lotta contro la migrazione illegale”, il che “significa anche procedere con rimpatri coerenti di criminali e irregolari, anche verso Paesi come Siria e Afghanistan“, scandisce al suo arrivo a Lussemburgo per i lavori del consiglio Affari interni.La linea dell’Austria mostra lo spostamento a destra non solo di uno Stato membro dell’UE, ma dell’UE nel suo complesso, pronta a sacrificare quei valori tanto sbandierati al governo dei talebani al potere in Afghanistan nei confronti del quale c’è peraltro non poco imbarazzo. L’UE dice di non riconoscere i talebani, eppure allo stesso tempo starebbe già lavorando per rispedire nel Paese dell’Asia meridionale uomini e donne altrimenti in rotta verso l’UE e già presenti su suolo comunitario.La necessità di contrastare i flussi migratori irregolari e di garantire sicurezza per le strade spinge gli Stati ad accelerare su un percorso fino a poco tempo fa impensabile. “Dobbiamo rimpatriare gli immigrati che hanno commesso crimini gravi qui in Svezia” e in Europa, sintetizza Johan Forssell, ministro degli Interni svedese, anch’egli convinto che “dopo aver registrato progressi sulla Siria è tempo di accelerare anche sull’Afghanistan“. Poco importa quello che potrà accadere dopo, una volta rientrati all’interno di un Paese dove non ci sono garanzie di sicurezza personale e dove il rischio di persecuzioni non può essere escluso.Del resto la presidenza danese del Consiglio dell’UE ha impresso un cambio di rotta che va incontro alle preoccupazioni e alle richieste dei governi nazionali, aprendo la strada per rimpatri più facili verso Paesi terzi non propriamente sicuri. La scelta danese si inserisce tuttavia in una decisione politica delle istituzioni UE, che hanno scommesso sulla nuova leadership siriana, rappresentata da un’organizzazione riconosciuta dalla stessa UE come terroristica.

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    Allargamento, von der Leyen in Albania per spingere gli investimenti. Tirana “è sulla strada giusta verso l’Ue”

    Bruxelles – Doppia apparizione pubblica a Tirana oggi (13 ottobre) per Ursula von der Leyen. In mattinata la presidente della Commissione ha avuto un bilaterale col primo ministro albanese Edi Rama, elogiandolo per i progressi compiuti dal Paese balcanico verso l’adesione all’Ue. Nel pomeriggio, ha poi incontrato operatori economici regionali ed europei per incentivare gli investimenti nella regione, sempre più integrata nel mercato unico a dodici stelle.“Il mio primo messaggio è molto chiaro”, ha dichiarato la numero uno del Berlaymont al termine del faccia a faccia col premier socialdemocratico: “L’Albania è sulla strada giusta verso l’Unione europea“, ha scandito, complimentandosi per la “accelerazione straordinaria ed eccezionale” registrata negli ultimi “tre o quattro anni” a livello di riforme pre-adesione.Glad to begin my annual tour of the Western Balkans in Tirana.Albania is on the right track towards the EU.With record-speed acceleration in the past three years.We are ready to support you every step of the way. pic.twitter.com/tLX6Ndh369— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) October 13, 2025Tirana sta correndo spedita verso l’ingresso nel club europeo, e finora sono stati aperti cinque cluster di capitoli negoziali su un totale di sei. “Prevediamo di aprire l’ultimo questo autunno“, dice von der Leyen, accogliendo positivamente l’impegno di Rama e del suo governo a “chiudere i negoziati entro il 2027“. Si tratta di “un obiettivo ambizioso”, riconosce, ma fattibile. Del resto, ricorda, l’Albania è già pienamente allineata con la politica estera comunitaria, a differenza ad esempio della Serbia di Aleksandar Vućič.Lo stesso Rama, rispondendo alle domande dei cronisti, ha difeso questo ambizioso obiettivo. “Abbiamo attraversato alcuni momenti difficili” negli anni scorsi a causa dell’ostruzionismo di alcuni Stati membri, ha detto il premier, ma ora “stiamo vivendo una nuova realtà nelle relazioni” tra Tirana e Bruxelles, addirittura un “allineamento totale“.“Da parte nostra, dobbiamo completare tutti i nostri compiti per avere successo”, spiega: “Ogni compito che viene portato a termine con successo”, ragiona, “rende l’Albania più forte e molto più funzionale“. Al punto che, sostiene, l’intero processo negoziale “è per noi un processo di costruzione di uno Stato democratico“.Il primo ministro albanese Edi Rama (foto: Dati Bendo/Commissione europea)Ma non finisce qui. “Avvicinarsi (all’Ue, ndr) non è solo una questione di geopolitica”, ha ragionato ancora von der Leyen, ma “è anche una mossa commerciale intelligente“. Bruxelles ha messo a disposizione della regione 6 miliardi di euro nel quadro del Piano di crescita per i Balcani occidentali, uno strumento dedicato specificamente a trainare lo sviluppo economico dei Paesi dell’area come contropartita per la realizzazione delle riforme pre-adesione.“Le porte del nostro mercato unico sono aperte alle vostre imprese e le nostre imprese ottengono un mercato comune più ampio“, spiega von der Leyen. E annuncia che sta per venire staccato un nuovo assegno da “quasi 100 milioni di euro” per Tirana. “Ora si tratta di passare alla fase di attuazione“, nota: per implementare tutte le riforme e accedere all’esborso dei restanti fondi del Piano, per un valore complessivo di “quasi un miliardo”. I cittadini albanesi stanno già beneficiando dell’inclusione del Paese nell’area unica dei pagamenti in euro (Sepa) e beneficeranno presto del roaming europeo per la navigazione su internet da cellulare.Di economia, nello specifico, von der Leyen ha parlato nella sua seconda apparizione odierna. “Tutti i Paesi che hanno aderito alla nostra Unione hanno registrato un’incredibile crescita economica“, ha detto rivolgendosi alla platea di imprenditori e investitori provenienti dai Paesi della regione e dai Ventisette, riunita per il primo Forum degli investimenti Ue-Balcani occidentali. E succederà anche agli Stati dell’area, promette: “Non sto parlando di un futuro lontano”, assicura, ma del “prossimo decennio”.Il meccanismo è chiaro: “Insieme alle riforme arrivano gli investimenti“, spiega, dal momento che le imprese sapranno di poter operare in condizioni di parità e di libera concorrenza. Gli accordi commerciali stipulati oggi (una decina) e quelli in discussione domani (altri 24), certifica von der Leyen, “potrebbero portare oltre 4 miliardi di euro di nuovi investimenti nella regione”, agendo da volano per raddoppiare il Pil regionale da qui al 2035.Soprattutto, prosegue, “con questi progetti stiamo inserendo i Balcani occidentali nella politica industriale della nostra Unione“. Ad esempio per quanto riguarda l’intelligenza artificiale (Bruxelles vuole costruire delle “factory dell’Ia” in Macedonia del Nord e in Serbia) e l’energia pulita (i Balcani occidentali dovranno diventare hub di produzione, stoccaggio e trasporto, una “nuova dorsale energetica” per il Vecchio continente). “Se scegliete i Balcani occidentali, scegliete l’Europa“, conclude von der Leyen. Il prossimo futuro ci dirà se il suo appello verrà ascoltato.

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    I leader dei Paesi occidentali e arabi in vetrina a Sharm el-Sheikh per celebrare l’accordo a Gaza

    Bruxelles – Gli occhi del mondo puntati su Gaza. E poi in Egitto, a Sharm el-Sheikh. Passando per la Knesset, a Gerusalemme. Sono le tappe principali di una giornata storica, cominciata con il rilascio da parte di Hamas dei 20 ostaggi israeliani ancora in vita, proseguita con il discorso del presidente USA, Donald Trump, al Parlamento israeliano e che si chiuderà con il summit per la pace nella famosa località turistica sul mar Rosso. Al vertice, oltre ai leader di 27 Paesi arabi e occidentali che sgomitano per avere un ruolo nel futuro della Striscia, parteciperà il presidente dell’Autorità palestinese Mahmūd Abbās. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, non si recherà in Egitto.Questa mattina, in due tranche – a distanza di circa due ore l’una dall’altra – Hamas ha riconsegnato all’esercito israeliano i 20 ostaggi ancora detenuti, punto cruciale dell’accordo siglato la scorsa settimana. Nel pomeriggio, è prevista la restituzione delle salme dei 28 ostaggi deceduti. In cambio, Israele ha rilasciato nella giornata di oggi circa 250 prigionieri palestinesi e 1.700 detenuti di Gaza, incarcerati dopo il 7 ottobre. Nel frattempo, gli aiuti umanitari dovrebbero finalmente raggiungere la popolazione in quantità massiccia: già nella giornata di ieri, secondo il ministero della Sanità di Gaza sono entrati nella Striscia 173 camion carichi di aiuti.Donald Trump alla Knesset, il Parlamento di Israele, 13/10/25. (Photo by SAUL LOEB / POOL / AFP)Il protagonista assoluto non può che essere Trump, osannato da tutti i leader occidentali ed arabi come il fautore di una pace che sembrava irraggiungibile. Il tycoon ha pianificato una coreografia perfetta: atterrato in mattinata a Tel Aviv, ha incontrato le famiglie degli ostaggi liberati prima di ricevere l’ovazione del Parlamento di Israele. Alla Knesset, il presidente ha affermato che Israele “ha vinto tutto ciò che si poteva vincere con la forza delle armi” e che è ora il tempo di tradurre le “vittorie contro i terroristi” in pace e prosperità per tutta la regione.Al summit di Sharm el-Sheikh, dove verrà celebrato l’accordo sulla prima fase del piano in 20 punti per Gaza, Trump e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi hanno invitato 27 leader di Paesi arabi ed occidentali. Dal vecchio continente, sono atterrati in Egitto il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, la premier italiana Giorgia Meloni. Hanno confermato la propria presenza anche lo spagnolo Pedro Sanchez, il greco Kyriakos Mitsotakis, l’ungherese Viktor Orban e il cipriota Nikos Christodoulides. A Bruxelles, l’invito è stato recapitato al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa.Prima di partire per il summit, Costa ha ribadito la volontà dell’Ue a contribuire ai processi di governance transitoria, ripresa e ricostruzione per garantire il successo del “giorno dopo”. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha scritto in un post su X che il ritorno degli ostaggi israeliani “significa che si può voltare pagina” e ha sottolineato che “l’Europa sostiene pienamente il piano di pace mediato da Stati Uniti, Qatar, Egitto e Turchia”.Emmanuel Macron, Mahmud Abbas e Keir Starmer a Sharm el-Sheikh, 13/10/25  (Photo by Suzanne Plunkett / POOL / AFP)Per la Commissione europea, “voltare pagina” potrebbe significare rimettere nel cassetto le proposte di sospensione di alcuni benefici commerciali a Israele e di sanzioni politiche contro due ministri del governo di Netanyahu. “Se cambia il contesto, questo potrebbe eventualmente portare ad una modifica delle proposte“, ha ammesso la portavoce capo dell’esecutivo Ue, Paula Pinho. “Ma non siamo ancora arrivati a quel punto”, ha specificato, rimandando un primo confronto al Consiglio Ue Affari esteri della prossima settimana.L’Alta rappresentante per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha pagato il suo tributo a Trump, che “ha reso possibile questa svolta”. Kallas ha annunciato che il 15 ottobre riprenderà la missione civile EUBAM Rafah, che faciliterà il passaggio in entrata e in uscita al valico di frontiera di Rafah, tra Gaza e l’Egitto. L’Ue sta inoltre lavorando ad una possibile espansione del mandato della missione EUPOL COPPS, attraverso cui aiuta nella formazione del personale di polizia dell’Autorità Palestinese.Bruxelles è finora rimasta ai margini del piano ideato da Trump e dall’ex premier britannico Tony Blair. Eppure, i suoi leader lo hanno sostenuto dal primo momento, rivendicando immediatamente il diritto di avere voce in capitolo visti gli sforzi profusi a sostegno dell’Autorità palestinese – l’Ue ha messo a bilancio 1,6 miliardi per il periodo 2025-2027 – e per portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. Anouar El Anouni, portavoce dell’esecutivo Ue per gli Affari esteri, ha ammesso oggi che forse nei 20 punti stilati da Washington “ci piacerebbe vedere un ruolo maggiore affidato all’Autorità palestinese e un calendario più chiaro verso l’orizzonte politico dello Stato palestinese”.Nella seconda fase del piano che verrà firmato e celebrato oggi nel summit di Sharm el-Sheikh, le perplessità non mancano. In primis la questione di chi formerà le International Stabilisation Forces, la presenza militare internazionale prevista in un primo tempo nella Striscia. In secondo luogo, il futuro di Hamas, che non sembra disposta ad accettare una completa smilitarizzazione. Infine, la spinosa questione della governance temporanea della Striscia, sul cui Consiglio direttivo guidato da Trump si stanno convogliando le mire di tutti i governi occidentali.Per non parlare di quello che manca, per esempio qualsiasi accenno alle responsabilità del governo israeliano, la cui guerra contro Hamas ha ucciso almeno 67 mila palestinesi e raso al suolo la quasi totalità della Striscia di Gaza, comprese le sue infrastrutture critiche. Se l’Unione europea sta escogitando da mesi un piano per finanziare la ricostruzione dell’Ucraina con le risorse immobilizzate della Banca Centrale Russa, nessuno ha finora messo sul tavolo l’idea che Tel Aviv sostenga i costi mastodontici per restituire un futuro alla Striscia. “È sicuramente una domanda interessante sulla quale non ho alcun commento da fare in questa fase“, ha glissato la capo-portavoce della Commissione europea.

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    L’Ue sgomita per non rimanere tagliata fuori dal piano di pace per Gaza

    Bruxelles – La grande esclusa dai negoziati, fin dall’inizio. Da un lato gli Stati Uniti, dall’altro Turchia, Qatar, Egitto. L’Unione europea ha assistito inerme per due anni all’atroce conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, limitandosi a lanciare vani appelli al rispetto del diritto internazionale e cercando di facilitare l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia. Ora che prende piede il piano in 20 punti stilato da Donald Trump, Bruxelles sgomita per poter fare la sua parte.L’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, non ha dubbi: “Siamo i maggiori donatori alla Palestina in termini di aiuti umanitari, ma anche all’Autorità palestinese. Pertanto, ritengo che, dato il nostro contributo, dovremmo essere presenti al tavolo delle trattative per discutere”, ha affermato ieri (9 ottobre) a Parigi, dove il presidente Emmanuel Macron ha riunito i ministri degli Esteri di alcuni Paesi europei e arabi per discutere dell’implementazione del piano di Trump. Al tavolo, oltre alla Commissione europea rappresentata da Kallas, c’erano gli ‘E4’ (Francia, Germania, Regno Unito, Italia) e 5 della Lega Araba (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Giordania, Egitto). E poi Spagna, Canada, Turchia e Indonesia.Il vertice, pianificato dopo la presentazione del piano da parte di Trump e Netanyahu, ha assunto un nuovo senso d’urgenza dopo l’ok di Hamas e del gabinetto di sicurezza israeliano al cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi e il ritiro delle truppe israeliane a una linea concordata. “La prima fase dell’accordo di Gaza rappresenta un passo importante verso la pace. Ovviamente, dobbiamo pianificare il futuro e questo è il motivo per cui siamo qui. Qualsiasi piano, per funzionare, necessita anche del sostegno internazionale”, ha dichiarato il capo della diplomazia europea.Il primo messaggio, è di unità nel sostenere il piano trumpiano. Ma sulla sua implementazione, i dubbi rimangono. Così come i timori di rimanerne tagliati fuori. “L’UE ha un ruolo importante da svolgere in termini di attuazione”, è la linea ribadita oggi dalla Commissione europea.L’Eliseo insiste perché il futuro della Striscia non sia lasciato nelle sole mani di Donald Trump: “Abbiamo tutti un ruolo da svolgere nella Forza di stabilizzazione” che avrà il compito di garantire la pace e nella governance dell’autorità di transizione, ha rivendicato Macron. Secondo l’Eliseo, il processo va inquadrato nell’ambito delle Nazioni Unite. Francia e Regno Unito spingono perché sia l’Onu a garantire i tempi e le regole di ingaggio di una presenza militare internazionale a Gaza. Dopodiché, bisognerà dipanare i dubbi sul ‘Consiglio di Pace’  immaginato da Trump e da Tony Blair, che amministrerà temporaneamente la Striscia e includerebbe altri capi di stato “da annunciare”.Anche dal punto di vista militare, l’Unione europea “è pronta a fare la sua parte”, dispiegando nuovamente la missione EUBAM Rafah al valico di frontiera di Rafah e rinnovando il mandato della missione EUPOL COPPS, che ha l’obiettivo di formare e supportare le forze di polizia palestinesi, perché possa “aiutare anche la forza di stabilizzazione”.

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    Il Parlamento europeo chiede a gran voce una “risposta unitaria” contro le interferenze russe

    Dall’inviato a Strasburgo – Il Parlamento europeo, sulle interferenze russe, non ha dubbi. L’Aula di Strasburgo. in seduta plenaria, adotta con 469 voti favorevoli, 97 contrari e 38 astensioni una risoluzione “per una risposta unitaria contro le violazioni russe”. Risultato che mostra la compattezza dell’emiciclo quando si parla di difesa comune.Tra le file della minoranza, gli unici titubanti sono ai margini del Parlamento, con The Left, Europa delle Nazioni Sovrane (ESN) e un manipolo dei Patrioti – la delegazione della Lega – a votare contro il testo.Il voto dell’aula sulla risoluzioneL’abbattimento di minacce aereeIl contenuto della risoluzione è piuttosto preciso. L’impegno è per “un’azione coordinata, unitaria e proporzionata contro tutte le violazioni del loro spazio aereo, compreso l’abbattimento di minacce aeree”, aprendo la strada a nuovi pacchetti di sanzioni contro la Russia. Il Parlamento, inoltre, considera le incursioni “atti di sabotaggio contro l’UE equivalenti a terrorismo di Stato”, invitando la Commissione Europea a riconoscere lo Stato più grande del mondo “come paese terzo ad alto rischio di riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo”. Il processo che l’Eurocamera vuole stimolare “dovrebbe riguardare non solo la gestione delle crisi, ma anche la difesa collettiva, includendo tutte le capacità necessarie previste a livello nazionale e internazionale”.Gli attacchi hanno colpito la sensibilità di molti parlamentari e una risoluzione con un consenso così compatto mostra la risposta decisa che l’Europa vuole dare. In prima fila ci si mette Lucia Annunziata, eurodeputata italiana del Partito Democratico: “Serve un’Europa capace di difendersi al suo esterno, ed è possibile con una nuova difesa che sta a noi definire. Una difesa che non sia strumento di offesa alla libertà dei popoli – articolo 11 della Costituzione italiana – ma che sia in grado di esercitare deterrenza, a difesa della pace e della sicurezza dei cittadini”.L’europarlamentare Lucia Annunziata, durante un intervento a Strasburgo. Credit: Multimedia Centre of European ParliamentI patrioti italiani sono contrariNonostante un ampio consenso, l’approccio non convince 97 parlamentari, 13 dei quali italiani. Tra le file degli oppositori c’è Danilo Della Valle, eurodeputato del Movimento 5 Stelle, parte del gruppo europeo The Left: “Questo approccio riafferma la subordinazione dell’UE alla NATO e all’agenda USA, escludendo ogni spazio per la diplomazia che possa mettere fine al conflitto”. L’opposizione degli esponenti di The Left non sorprende e raccoglie il consenso di otto eurodeputati italiani: Giuseppe Antoci, Mario Furore, Mimmo Lucano, Carolina Morace, Valentina Palmisano, Gaetano Pedullà, Dario Tamburrano e appunto Della Valle. All’interno del gruppo si astiene invece Ilaria Salis, in controtendenza con i colleghi.Più marcata la rottura interna tra gli scranni dei patrioti. Gli italiani (Paolo Borchia, Roberto Vannacci, Silvia Sardone, Isabella Tovaglieri e Raffaele Stancanelli) votano contro la risoluzione, accodandosi all’ultradestra di ESN. Ieri, 8 ottobre, l’eurodeputato del PfE  Pierre-Romain Thionnet e del Rassemblement National aveva affermato in aula: “Sparare a ogni cosa che entra è controproducente, alimenta la propaganda russa di vittima dell’Occidente”. Ma al momento del voto, però quasi tutti i patrioti votano per l’accettazione della risoluzione. Trainati proprio dal sì della delegazione francese, composta da 29 parlamentari, e dal capogruppo, Jordan Bardella.

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    Israele e Hamas hanno raggiunto l’accordo per un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi a Gaza

    Bruxelles – Per la prima volta da gennaio 2025, la popolazione di Gaza si risveglia per festeggiare tra le macerie. Israele e Hamas hanno concordato la fase iniziale del piano proposto da Donald Trump. È proprio il presidente americano a darne l’annuncio, nella notte tra l’8 e il 9 ottobre: tutti gli ostaggi detenuti da Hamas saranno rilasciati “molto presto” e Israele ritirerà le truppe a una “linea concordata“.Hamas ha confermato di aver accettato i termini del piano negoziati negli ultimi tre giorni a Sharm el-Sheikh, sottolineando che l’accordo prevede il ritiro israeliano dalla Striscia e lo scambio di ostaggi e prigionieri. Il gabinetto di sicurezza di Tel Aviv si riunirà oggi per dare il proprio via libera: i suoi ministri più estremisti si oppongono, il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha scritto su X che “subito dopo il ritorno a casa degli ostaggi” lo Stato ebraico dovrebbe “continuare a impegnarsi con tutte le sue forza per la vera eradicazione di Hamas”. Ma sembra comunque improbabile che, con le famiglie degli ostaggi che festeggiano l’annuncio, il gabinetto respinga l’accordo.Cessate il fuoco, rilascio degli ostaggi israeliani e di prigionieri palestinesi, ritiro parziale dell’esercito israeliano da Gaza. Si tratta della prima fase del piano in 20 punti messo a punto da Trump e dall’ex primo ministro britannico Tony Blair. Sulle questione più spinose – il disarmo di Hamas, la governance della Striscia e le tempistiche per il passaggio di consegne con l’Autorità palestinese -, non è chiaro se siano stati fatti progressi.Intanto, i 20 ostaggi israeliani che si ritiene siano ancora vivi potrebbero essere riconsegnati già questo fine settimana, in cambio del rilascio di circa 1.700 prigionieri palestinesi. Trump ha indicato lunedì 13 ottobre come possibile giorno del ritorno in Israele degli ostaggi. Il premier Benjamin Netanyahu ha salutato l’accordo come “un grande giorno per Israele”. Hamas ha invitato Trump e gli Stati garanti dell’accordo – Egitto, Qatar e Turchia – ad assicurarsi che Israele attui pienamente il cessate il fuoco.Con i quattro Paesi che hanno mediato i negoziati, si è immediatamente congratulata l’Unione europea, esclusa dal tavolo delle trattative per la pace fin dall’inizio del conflitto. “Mi congratulo con gli Stati Uniti, il Qatar, l’Egitto e la Turchia per gli sforzi diplomatici compiuti al fine di raggiungere questo importante risultato”, ha dichiarato Ursula von der Leyen in una nota, a cui ha fatto eco il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa. Nemmeno una parola, ancora una volta, sul nuovo abbordaggio da parte di Israele alle imbarcazioni civili della Thousands Madleen to Gaza in acque internazionali.La leader Ue ha garantito che “l’UE continuerà a sostenere la consegna rapida e sicura degli aiuti umanitari a Gaza” e sottolineato che “quando sarà il momento, saremo pronti ad aiutare nella ripresa e nella ricostruzione“. Un altro punto del piano decisamente ambiguo, che prevede l’ingente intervento di investitori stranieri per ricostruire la Striscia sull’impronta delle “più fiorenti città moderne del Medio Oriente”. L’Alta rappresentante per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha ribadito che “l’UE farà tutto il possibile per sostenere l’attuazione” del piano di Trump. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha esortato entrambe le parti a “rispettare pienamente” i termini dell’accordo.“I am very proud to announce that Israel and Hamas have both signed off on the first Phase of our Peace Plan… BLESSED ARE THE PEACEMAKERS!” – President Donald J. Trump pic.twitter.com/lAUxi1UPYh— The White House (@WhiteHouse) October 8, 2025

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    Von der Leyen: “Global Gateway meglio delle attese, ora la piattaforma per le imprese”

    Bruxelles – Il Global Gateway funziona. La strategia lanciata nel 2021 dalla Commissione europea per una cooperazione mondiale volta a promuovere la doppia transizione energetica e digitale ha prodotto anche più di quello che ci si era prefissato. “Il nostro obiettivo iniziale era di mobilitare 300 miliardi di euro in cinque anni. Ma oggi abbiamo già raggiunto questo obiettivo“, annuncia la presidente dell’esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, aprendo i lavori dell’edizione 2025 del Global Gateway Forum. “In quattro anni, abbiamo già mobilitato oltre 306 miliardi di euro. E sono fiduciosa che supereremo i 400 miliardi di euro entro il 2027“. Buone notizie, in un mondo meno prevedibile e in cui l’Unione europea fa fatica a posizionarsi. Il Global Gateway nasce per rispondere innanzitutto alla penetrazione e all’avanzata commerciale cinese, ma torna di maggiore utilità soprattutto oggi, scandisce von der Leyen, in un momento in cui “dazi e barriere commerciali tornano a essere uno strumento di geopolitica e geoeconomia”. Ogni riferimento agli Stati Uniti di Donald Trump non è casuale, visto che l’accordo UE-USA sui dazi sembra non considerare quella green economy, mentre con il Global Gateway “stiamo cercando di rafforzare la nostra autonomia in settori strategici, dall’energia pulita all’intelligenza artificiale“. Avanti con la doppia transizione, dunque, a vele spiegate e anche di più. L’entusiasmo per i risultati ottenuti induce von der Leyen ad annunciare il Global Gateway Investment Hub, “una piattaforma unica per le aziende che vogliono proporre investimenti” alla politica. Questo ‘hub’ intende essere “un luogo in cui Stati membri, banche di sviluppo, agenzie di credito all’esportazione e aziende si incontrano per elaborare offerte coordinate”. Perché, insiste, la presidente della Commissione europea, “insieme possiamo offrire solidi rendimenti per gli investitori, valore strategico per l’Europa e benefici duraturi per i nostri partner”.João Manuel Gonçalves Lourenço, presidente dell’Angola e dell’Unione Africana, al Global Gateway Forum 2025 [Bruxelles, 9 ottobre 2025]“La cooperazione tra Unione europea e Africa attraverso il Global Gateway ha un potenziale enorme“, riconosce Joao Manual Gonçalves Lourenço, presidente dell’Angola e dell’Unione africana. “In un momento di profonde interconnessioni questioni come sicurezza energetica, inclusione sociale e resistenza ai cambiamenti climatici diventano di vitale importanza”, ammette, promettendo di “dare più valore alla materie prime che abbiamo in Africa” e che sono fondamentali per la doppia transizione.Commissione europea ed Europa degli Stati trovano il sostegno e la sponda anche del Sudafrica, membro del G20 e dei BRICS, e dunque partner strategico in quanto attore ‘amico’ di Paesi quali Cina, Russia, India, tutti competitor dell’UE sullo scenario globale. “I dazi non dovrebbero essere usati come arma, ma regolamentati secondo le regole dell’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO)”, sottolinea Cyril Ramaphosa, presidente del Sudafrica, Paese che del G20 detiene la presidenza di turno. “Siamo pronti a collaborare con l’UE”, su questo punto come su altri. “Dobbiamo usare il commercio come strumento per rafforzare economia e industrializzazione e il Global Gateway rappresenta un buon modo per farlo”.Il mondo e la situazione globale visti dal sud America appaiono in modo diverso, tanto che Gustavo Francisco  Petro Urrego, presidente della Colombia e della comunità dei Paesi dell’America latina e dei Caraibi (CELAC), invita l’UE e i partner mondiali a riconsiderare le relazioni con Mosca, al centro di una guerra contro l’Ucraina che bisognerà imparare a superare. “Se vogliamo connetterci con l’est dobbiamo includere Cina, Giappone, e magari anche la Russia“, scandisce. Questo perché “gli Stati Uniti vogliono isolarsi, oggi la realtà è questa” e bisogna farci i conti. Mentre a livello di agenda politica Urrego guarda al Global Gateway per rilanciare fibra ottica, sostenibilità e lotta ai cambiamenti climatici.

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    Groenlandia, il primo ministro Nielsen parla all’Eurocamera: “L’Unione è un’amica leale”

    Dall’inviato a Strasburgo – Dall’estremo nord al Parlamento europeo di Strasburgo. Jens-Frederik Nielsen, 34 anni, primo ministro della Groenlandia. La prima volta di un discorso alle istituzioni europee per un politico groenlandese è un successo. “La Groenlandia ha bisogno dell’Unione Europea, e l’Unione Europea ha bisogno della Groenlandia” ricorda il premier tra gli applausi dell’aula.Dallo scranno principale, Nielsen parla senza giacca né cravatta. Addosso una felpa, o meglio un anorak tipico delle popolazioni inuit. L’indumento è di colore blu sulle stesse tonalità della bandiera dell’Unione. La scelta cromatica non è solo simbolica. Davanti ai 720 europarlamentari le sue parole hanno una linea chiara: collaborazione. Un’apertura, però, solo verso chi – ricorda il primo ministro – “condivide i nostri valori”.Gli amici europeiLa Groenlandia è formalmente parte del Regno di Danimarca, ma dal 2009 gode di autonomia ampliata e non fa parte della Comunità Europea. Questo, però, non toglie nulla alle buone relazioni tra le due entità. “L’Unione è stata un’amica leale e ci è rimasta accanto nei momenti in cui ne avevamo più bisogno”, ricorda Nielsen. Il futuro non può essere da meno: “Possiamo sviluppare partenariati in settori decisivi che porteranno benefici sia a noi che a voi”, afferma il primo ministro.Al di là della fraterna amicizia che esiste tra la popolazione artica e gli europei, la sua presenza a Strasburgo ha ragioni strategiche. “Siamo molto felici che nel prossimo piano economico quinquennale presentato dalla Commissione – continua il groenlandese – siano presenti fondi per 530 milioni dedicati alla nostra terra”. La proposta è quella, per stessa ammissione di Nielsen, di “sostenere lo sviluppo delle risorse minerarie in Groenlandia, creando al contempo catene di valore per la transizione verde nell’UE”.L’accordo è possibile perché sotto il suolo inuit si trovano materie prime preziose. L’isola artica, infatti, possiede 24 delle 34 terre rare critiche individuate dall’UE. Questi minerali sono perfetti per la creazione di batterie a ioni di litio, componenti elettronici e magneti, tutti elementi fondamentali per l’economia green.Greenland has vast, untapped mineral resources, including rare earth elements and other critical minerals. pic.twitter.com/tlRmiV40Dg— Civixplorer (@Civixplorer) September 14, 2025Soldi, foche e mineraliL’occasione per l’Unione Europea è interessante. Sotto questi auspici, la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, in conferenza stampa ribadisce: “Spero che incontri come questo non avvengano soltanto durante la Presidenza (del Consiglio Europeo, ndr) danese. Vorremmo più spesso la Groenlandia ai nostri tavoli”.La partnership sembra vantaggiosa per tutti. Il primo ministro non vuole però svendere le sue terre e, per questo, tra le righe chiede qualcosa in cambio. Sicuro delle sue ragioni, suggerisce davanti ai 720 eurodeputati di modificare le norme del regolamento sulla commercializzazione di prodotti derivati da foche. “Il divieto generale di immettere sul mercato dell’UE prodotti derivati da foche – ha lamentato Nielsen – ha avuto gravi conseguenze negative, causando un forte calo nella produzione interna e nelle esportazioni delle nostre pelli di foca. Questa pesca fa parte della nostra cultura e del nostro sostentamento”.Jens-Frederik Nielsen e Roberta MetsolaL’intrigo articoIn un discorso che parla di amicizia e fratellanza rimane sullo sfondo la questione americana. Le minacce di Trump di annessione risalgono solo a pochi mesi fa. Nielsen non ne parla e liquida la questione: «Abbiamo ottime relazioni da tantissimi anni con loro».Gli interessi a stelle e strisce sull’isola non si possono però ignorare. Per fare un esempio, l’azienda Critical Metals si è insediata nel giacimento minerario di Qaqortoq nel sud del Paese, uno dei più significativi al mondo. All’epoca dell’assegnazione dell’area, il 2024, la pressione danese e statunitense è stata decisiva. La Cina, nonostante il manifesto interesse, è stata esclusa.L’intrigo artico, insomma, è solo all’inizio. Tra riscaldamento globale, che aumenta i terreni sfruttabili, e rotte artiche per navi cargo, gli occhi delle superpotenze guardano verso nord. Nielsen, con il suo anorak blu, strizza l’occhio a tutti, cercando di fare gli interessi del, sempre meno solitario, popolo inuit.