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    Bruxelles alza la voce contro la destabilizzazione russa nei Balcani: “Tutta la Bosnia allineata o a rischio i fondi UE”

    Bruxelles – Cresce la preoccupazione nelle istituzioni europee sull’azione di destabilizzazione che la Russia di Putin può esercitare nei Balcani Occidentali, in particolare in Bosnia ed Erzegovina. L’avvertimento è arrivato a più riprese nelle ultime due settimane – cioè da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina – dall’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e la questione è stata portata anche davanti all’Aula del Parlamento Europeo di Strasburgo.
    “Trent’anni dopo la divisione violenta della Jugoslavia, la guerra è tornata in Europa e parlare di Balcani è necessario”, ha sottolineato il commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, nel corso del dibattito in plenaria dell’Eurocamera. Ancora prima della destabilizzazione della Russia, “il 2021 è stato un anno perso per la Bosnia, anche sull’applicazione delle 14 priorità-chiave”. Proprio il commissario al centro delle polemiche per la sua (presunta) ambiguità sulla questione del separatismo della Republika Srpska dalle istituzioni centrali si è mostrato durissimo nel condannare il mancato riconoscimento dell’alto rappresentante per la Bosnia e il boicottaggio del governo federale: “Ha un impatto devastante su imprese e cittadini e mette a rischio i fondi UE del Piano economico e di investimenti“.
    Várhelyi ha spiegato che sono necessari “passi urgenti” da parte del membro serbo della presidenza tripartita, Milorad Dodik, per “ridurre la tensione“. A rischio, nel breve periodo, ci sono i 600 milioni di euro in finanziamenti messi a disposizione dalla Commissione UE per la Bosnia (all’interno di un pacchetto complessivo per la regione da 3,2 miliardi) “per sostenere la connettività digitale e le infrastrutture”. Tra queste anche il corridoio paneuropeo 5C, che passa dal territorio della Republika Srpska: “Solo il ritorno pieno nelle istituzioni statali e lo svolgimento libero ed equo delle elezioni di ottobre potrà permettere di concentrarsi su un’agenda positiva europea”, è stato il monito del commissario.
    Nel corso del dibattito in Aula sul rischio di destabilizzazione dei Balcani da parte della Russia, anche l’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Fabio Massimo Castaldo ha ricordato che “a un mese dal trentesimo anniversario della sua dichiarazione di indipendenza, la Bosnia ed Erzegovina sta attraversando la sua peggior crisi politica dalla fine delle guerre”. Per l’europarlamentare italiano “non basta minacciare dure sanzioni e inviare 500 soldati per scongiurare la spirale di tensione inter-etnica, mentre già partono tanti volontari filo-russi verso l’Ucraina”. È necessario piuttosto “un nostro coinvolgimento diretto sempre più forte”, sia con investimenti economici, sia con la “rivalutazione profonda dell’architettura dello Stato bosniaco, superando i limiti emersi da 30 di crisi perenne e instabilità”. In caso contrario, “sarà sin troppo facile per la Russia continuare con la sua opera di destabilizzazione della Bosnia e aprire un secondo fronte nel cuore dell’Europa”, ha avvertito Castaldo.
    Trovi un ulteriore approfondimento nella newsletter BarBalcani, curata da Federico Baccini

    Il commissario UE per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, ha avvertito che sono a rischio i 600 milioni di investimenti dai fondi europei, anche a causa del separatismo filo-russo della Republika Srpska

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    Il Parlamento UE invoca sanzioni economiche contro Milorad Dodik e chi sobilla il secessionismo in Bosnia ed Erzegovina

    Bruxelles – La crisi in Bosnia ed Erzegovina è approdata nell’emiciclo del Parlamento UE e da parte degli eurodeputati la denuncia delle spinte secessioniste nel Paese è dura come mai prima d’ora. La parola-chiave che è stata pronunciata dai rappresentanti dei cittadini europei è “sanzioni” contro i responsabili di una situazione che rievoca lo spettro dei conflitti etnici degli anni Novanta.
    Il membro serbo-bosniaco della Presidenza tripartita, Milorad Dodik
    Già al Consiglio Affari Esteri dello scorso 15 novembre l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, si era detto “preoccupato” per la “retorica divisiva di alcuni leader politici nazionali” in Bosnia e aveva puntato il dito contro il membro serbo-bosniaco della Presidenza tripartita, Milorad Dodik, che a ottobre aveva minacciato di portare la Republika Srpska (l’entità serba) fuori dal controllo delle autorità centrali. Ma nel corso del dibattito al Parlamento UE di ieri sera (martedì 23 novembre), l’asticella è stata sposta più in alto, con gli eurodeputati che ora chiedono un intervento più deciso da parte delle istituzioni comunitarie a difesa della stabilità del Paese e della sua prospettiva europea.
    “Da Dodik e dalla Republika Srpska arrivano segnali preoccupanti, che potrebbero portare a un nuovo conflitto e a violenze etniche”, ha lanciato l’allarme il vicepresidente del gruppo del PPE, Andrey Kovatchev. L’eurodeputato bulgaro ha insistito sul fatto che “dobbiamo mandare un segnale unico e coeso“, in modo da “ribadire l’impegno dell’UE alla pace e alla stabilità della Bosnia, attraverso una riforma della legge elettorale e l’equa rappresentanza delle tre comunità costituenti” (ovvero serbi, croati e musulmani). Più duro Pedro Marques (S&D): “L’UE deve avere ruolo più forte e usare tutti gli strumenti a sua disposizione, comprese le sanzioni economiche” per rispondere alle minacce dell’ex-presidente della Republika Srpska (dal 2010 al 2018). Con un affondo ai primi ministri di Slovenia e Ungheria, che nelle ultime settimane si sono incontrati con Dodik: “Janez Janša e Viktor Orbán giocano con il fuoco, non sono di aiuto per la politica estera dell’UE“.
    Il vicepresidente del Parlamento UE, Fabio Massimo Castaldo (Movimento 5 Stelle)
    Secondo il vicepresidente del Parlamento UE Fabio Massimo Castaldo (Movimento 5 Stelle), “c’è un pericolo reale di divisione in Bosnia, per colpa di chi soffia sul fuoco del nazionalismo, anche tra gli Stati membri dell’UE”. È per questo motivo che “l‘Unione deve agire in maniera risoluta e univoca, anche con sanzioni contro Dodik e chi lo fiancheggia, tenendo in considerazione gli interessi della popolazione”, ha aggiunto Castaldo. Di sanzioni ha parlato anche Klemen Grošelj (Renew), “contro chi vuole mettere in discussione l’integrità territoriale e smembrare la Bosnia”. Tineke Strik (Verdi/ALE) ha chiesto inoltre di “non scendere a compromessi sulle riforme democratiche di cui c’è bisogno nel Paese” e di “imporre misure restrittive contro Dodik e chi lo aiuta”.
    Da sottolineare lo scontro tra i due gruppi delle destre sull’approccio ai fiancheggiatori di Dodik, ovvero Serbia e Russia. Angel Dzhambazki (ECR) ha esortato con veemenza le istituzioni comunitarie a “smettere di essere politicamente corretti e riconoscere che i problemi arrivano da Belgrado e il Cremlino, che non sono nostri amici”. Al contrario Thierry Mariani (ID) si è scagliato contro “i fallimenti diplomatici dell’UE nei Balcani Occidentali, che hanno dimostrato la nostra inefficacia in Bosnia” e ha invocato una “relazione equilibrata con la Serbia e la Russia“.
    Da parte della Commissione Europea, il vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis è intervenuto in Aula per ribadire “l’impegno e le prospettive UE della Bosnia ed Erzegovina come Paese sovrano e unito”. I veri problemi che i leader politici dovranno affrontare sono “la corruzione, la debolezza della magistratura, i servizi sanitari pessimi e la disoccupazione”, oltre a “seguire le 14 priorità-chiave per avvicinarsi all’Unione Europea e superare lo stallo anche grazie al dialogo che cerchiamo di facilitare”. Così come evidenziato da parte della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, nel corso del suo viaggio nei Balcani a settembre, “la prospettiva europea del Paese può essere stimolata solo a condizione che vengano portate avanti le riforme essenziali e uno spirito di unità”, ha sottolineato Dombrovskis. Questo messaggio sarà ribadito dal commissario UE per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, durante gli incontri con i tre leader della Presidenza tripartita in programma tra oggi e domani in Bosnia ed Erzegovina.
    Trovi un ulteriore approfondimento nella newsletter BarBalcani, curata da Federico Baccini

    Gli eurodeputati vogliono un intervento deciso delle istituzioni UE contro il membro serbo-bosniaco della Presidenza tripartita, Milorad Dodik, per le minacce di portare la Republika Srpska fuori dal controllo delle autorità centrali

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    Afghanistan, Borrell: “Serve una presenza UE a Kabul. Non c’è altra possibilità se non impegnarci con i talebani”

    Bruxelles – È passato un mese dall’ingresso dei talebani a Kabul e l’Unione Europea sta iniziando a fare i conti con il nuovo assetto politico e sociale in Afghanistan. “Non abbiamo altra possibilità se non impegnarci con i talebani, parlare, discutere e accordarci qualora possibile”: le parole dell’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, durante il dibattito di oggi (martedì 14 settembre) alla plenaria del Parlamento Europeo spazzano via ogni dubbio sulle intenzioni dell’Unione.
    L’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell
    Bruxelles sta considerando “come impostare una presenza UE a Kabul coordinata dal Servizio europeo per l’azione esterna“, ha specificato Borrell, dal momento in cui “la sede non è mai stata chiusa e la nostra delegazione potrebbe essere sfruttata se le condizioni di sicurezza saranno garantite”. Per i Ventisette sarà cruciale stare sul campo per valutare la natura delle azioni del nuovo governo, “da cui dipenderà il tipo di impegno con i talebani, anche se non significa che li riconosceremo”. Un rapporto che comunque non potrà prescindere dal rispetto di cinque criteri: non diventare terreno di proliferazione del terrorismo, rispetto dei diritti umani, costituzione di un governo inclusivo e rappresentativo, libertà di azione per l’aiuto umanitario e facilitazione dell’uscita dal Paese per chi vuole farlo.
    “Abbiamo visto che il nuovo governo non è inclusivo né partecipativo, ora sappiamo cosa possiamo aspettarci”, ha sottolineato l’alto rappresentante Borrell, e “parlare di diritti umani con i talebani sembra un ossimoro”. Tuttavia, l’Unione dovrà cercare un compromesso per “aiutare gli afghani che non sono riusciti a fuggire e sostenere chi rimarrà nel Paese“. All’orizzonte c’è una situazione umanitaria “drammatica”, un sistema finanziario “in caduta libera” e “un’ondata migratoria che dipenderà dalle evoluzioni nel Paese”.
    È proprio la questione migratoria a scaldare gli animi nelle capitali europee, dove “si teme che la questione del favorire l’uscita dal Paese per chi rischia di essere perseguitato diventi un appello al confluire in massa in Europa”. L’alto rappresentante ha concluso il suo intervento ricordando che “le persone si muoveranno solo quando i talebani lo permetteranno, ma non sarà un’ondata come quella del 2015”. Intanto l’UE dovrà cercare di parlare “con una sola voce, non con 27 diverse” e per questo motivo è stato indicato il Servizio europeo per l’azione esterna come lo strumento per un “impegno coordinato”.
    Il dibattito in Aula
    È stato particolarmente acceso il confronto tra gli eurodeputati, in particolare sul tema della possibile ondata migratoria dall’Afghanistan. L’asse S&D-Verdi ha insistito sulla necessità di garantire la protezione internazionale e di raggiungere un accordo tra i Paesi membri sull’accoglienza per chi fuggirà dal Paese, mentre le destre si sono scagliate contro chi vuole replicare scenari simili a quelli della crisi migratoria del 2015.
    “Tutte le parole di sostegno al popolo afghano non hanno valore se non le traduciamo in fatti e se tutti i Paesi europei non accettano di creare corridoi umanitari, mostrando umanità e solidarietà“, è stato il monito della presidente del gruppo S&D, Iratxe García Pérez. Le ha fatto eco l’eurodeputata olandese Tineke Strik (Verdi/ALE): “Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità con visti umanitari, ricongiungimenti familiari e la piena applicazione della direttiva sulla protezione temporanea“. Spazio anche per lo sviluppo di “una politica estera comune che garantisca sovranità e forza operativa internazionale”, mentre García Pérez ha proposto simbolicamente di “riconoscere la resistenza delle donne afghane con l’assegnazione del Premio Sakharov 2021“.
    L’europarlamentare del Partito Democratico, Simona Bonafè (S&D)
    Anche l’europarlamentare in quota PD Simona Bonafè (S&D) ha ricordato il ruolo delle donne, “a cui abbiamo promesso un futuro migliore” e che ora “non possono essere lasciate sole”. Di qui la necessità di una “strategia per l’accoglienza”, che sia diversa dalle conclusioni “deludenti” dell’ultimo Consiglio Affari Esteri. Il vicepresidente del Parlamento UE Fabio Massimo Castaldo (Movimento 5 Stelle) ha portato in Aula la lettera firmata da 76 eurodeputati per chiedere alla Commissione Europea per chiedere l’apertura di corridoi umanitari con l’Afghanistan, applicando la direttiva del 2001 sulla protezione temporanea. “Serve coerenza, serve coraggio e serve ora, perché il tempo scorre veloce e contro di noi“, ha incalzato Castaldo.
    Il francese Jérôme Rivière (ID) si è invece scagliato contro “le sinistre aperturiste”, ha denunciato il fatto che “ad approfittare della nostra mancanza di coesione saranno Russia e Cina”, mentre “noi come sempre dovremo proteggerci da un’ondata di migrazioni”. Massimiliano Salini (PPE) ha insistito sulla prospettiva di “sviluppare una strategia geopolitica per fare dell’Europa una grande potenza”, mentre il collega tedesco Michael Gahler ha avvertito che “sarà necessario piuttosto appoggiare i Paesi vicini all’Afghanistan per garantire un’accoglienza dignitosa nella regione”.

    L’alto rappresentante UE è intervenuto durante la plenaria del Parlamento Europeo per spiegare l’approccio dell’Unione al nuovo governo afghano. Scontro tra S&D-Verdi e le destre sulla politica di accoglienza dei rifugiati

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    Afghanistan, eurodeputati invocano corridoi umanitari. Ma Grecia, Bulgaria e Polonia militarizzano le frontiere

    Bruxelles – A quattro giorni dalla scadenza per le operazioni di evacuazione straniere in Afghanistan – in ore di concitazione dopo gli attacchi suicidi di ieri (26 agosto) all’aeroporto internazionale di Kabul – e con i Paesi occidentali che stanno chiudendo in tutta fretta i ponti aerei, una domanda è rimasta in sospeso: che ne sarà dei cittadini afghani che non riusciranno a imbarcarsi e di quelli che cercheranno di fuggire dal regime dei talebani?
    I Paesi occidentali avevano promesso a tutti coloro che negli ultimi 20 anni avevano collaborato col le forze statunitensi, europee e della NATO che sarebbero stati evacuati con le rispettive famiglie dal Paese. Promessa estesa poi anche ai gruppi che potrebbero diventare un bersaglio del nuovo regime, come donne, studenti universitari e membri di associazioni internazionali (come quelli di Friday’s For Future, per la cui evacuazione l’attivista Greta Thunberg ha lanciato un appello urgente).
    Sembra però quasi impossibile rispettare l’impegno, anche a causa della volontà del presidente statunitense, Joe Biden, di rispettare tassativamente la scadenza del 31 agosto per il ritiro completo delle truppe. Ma come riporta The New York Times, sarebbero ancora almeno 250 mila gli afghani che hanno lavorato con gli Stati Uniti che devono ancora essere evacuati, mentre i Paesi europei si stanno ritirando uno dopo l’altro ben prima del termine ultimo fissato dai talebani per lasciare l’aeroporto di Kabul.
    Evacuazione all’aeroporto internazionale di Kabul
    Una soluzione per chi non ce la farà, potrebbero essere i corridoi umanitari. A Bruxelles se ne sta parlando da giorni, nonostante l’opposizione di diversi Stati membri UE e della presidenza di turno slovena del Consiglio dell’UE. A chiederlo con forza in una lettera indirizzata alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e all’alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, sono stati 76 membri del Parlamento UE. Tra loro, 22 eurodeputati italiani: 9 del Partito Democratico (Brando Benifei, Pierfrancesco Majorino, Massimiliano Smeriglio, Patrizia Toia, Pina Picierno, Elisabetta Gualmini, Alessandra Moretti, Giuliano Pisapia e Pietro Bartolo), 8 del Movimento 5 Stelle (i promotori Fabio Massimo Castaldo e Laura Ferrara, Tiziana Beghin, Chiara Gemma, Daniela Rondinelli, Mario Furore, Dino Giarrusso e Sabrina Pignedoli) e 3 di Europa Verde (Eleonora Evi, Rosa D’Amato e Ignazio Corrao) oltre alle firme di Salvatore De Meo (Forza Italia) e Anna Bonfrisco (Lega).
    “È fondamentale attivare immediatamente i corridoi umanitari”, si legge nella lettera, che fa riferimento all’applicazione della Direttiva europea sulla protezione temporanea del 2001: “Abbiamo già una base legislativa e normativa, ma non l’abbiamo mai usata”. La direttiva “stabilisce uno status di protezione di gruppo, che può essere applicato in situazioni di crisi derivanti da un afflusso massiccio di persone in fuga da una situazione di grande pericolo, come quella attualmente in corso in Afghanistan”. In questo caso viene stabilito un meccanismo di emergenza “per fornire protezione immediata e temporanea a sfollati che sono impossibilitati a tornare nel proprio Paese d’origine”. Tutti criteri “perfettamente applicabili” nel caso dei cittadini afghani in fuga.
    Nonostante la direttiva non sia mai stata sfruttata da quando è entrata in vigore, “è arrivato il momento di mettere fine a questa inazione e l’Afghanistan rappresenterebbe l’occasione perfetta per farlo“. La Commissione UE dovrebbe svolgere un ruolo di “mediatore umanitario”, cercando di “incoraggiare i Paesi membri ad attuare programmi vasti ed efficaci per proteggere i rifugiati afghani”, spiegano i firmatari. “Non possiamo voltare loro le spalle nel momento in cui hanno più bisogno di noi“, anche considerate le responsabilità “non trascurabili” dell’Occidente nell’aver determinato la situazione attuale nel Paese, ma anche il supporto “sostanziale” offerto dagli afghani negli ultimi 20 anni. Insieme ai “partner storici” di Washington e Londra, è necessario “aprire discussioni diplomatiche per implementare misure a garanzia della loro protezione”.
    Secondo il vicepresidente dell’Eurocamera, Fabio Massimo Castaldo (Movimento 5 Stelle), “al Parlamento è possibile arrivare a una chiara e forte maggioranza in favore dei corridoi umanitari europei”, già a partire dalla plenaria di settembre: “Siamo pronti a fare la nostra parte, mettendo al centro solidarietà e responsabilità”. Una risposta all’atteggiamento “di chiusura” di alcuni Paesi membri UE (tra cui Austria, Slovenia e Ungheria), che “non rappresenta la posizione ufficiale delle istituzioni europee e siamo certi essere in minoranza anche in Consiglio”, attacca Castaldo. Nella lettera dei 76 eurodeputati viene sottolineato che “è in gioco la nostra credibilità come attore coinvolto nella protezione e nella promozione dei diritti umani” e per questo motivo “è essenziale utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione per alleviare il più possibile le sofferenze del popolo afghano”.

    The EU must not overlook what is happening in Kabul & Afghanistan and stand up for #HumanRights! 🇦🇫
    With ~80 MEPs, we call on @vonderleyen, @JosepBorrellF & @YlvaJohansson to act & to activate humanitarian corridors immediately by using the #TemporaryProtectionDirective. pic.twitter.com/IwcqT4b5ih
    — Tilly Metz MEP (@MetzTilly) August 26, 2021

    Filo spinato e soldati alla frontiera
    La situazione alle frontiere esterne dell’UE dice però tutt’altro. Nelle ultime 48 ore Grecia, Bulgaria e Polonia hanno iniziato a militarizzare i propri confini, anticipando una possibile crisi migratoria. Da Sofia è arrivato l’annuncio che saranno inviati tra i 400 e i 700 soldati lungo le frontiere con Grecia e Turchia, punto d’ingresso via terra della rotta balcanica. “La pressione sul confine bulgaro sta aumentando e questo richiede al governo di agire”, ha spiegato Georgi Panayotov, ministro della Difesa. “I soldati aiuteranno la polizia per la sorveglianza e la costruzione di barriere“.
    Da Atene sono invece arrivate le dichiarazioni del ministro dell’Immigrazione, Notis Mitarachi, e del capo della protezione civile, Michalis Chrisochoidis, che hanno ribadito “l’inviolabilità dei confini della Grecia, perché non possiamo aspettare passivamente l’impatto di un flusso simile a quello del 2015”. Il governo ha già terminato i lavori di estensione di 40 chilometri del muro di confine con la Turchia, mentre nuove pattuglie sono state attivate per le operazioni di controllo. L’arsenale della polizia di frontiera è stato ulteriormente rafforzato con gas lacrimogeni, granate stordenti, telecamere e radar con una copertura di 15 chilometri in territorio turco.
    E poi c’è la Polonia, che ha iniziato ufficialmente i lavori di costruzione della recinzione di filo spinato al confine con la Bielorussia. In questo caso la questione migratoria si intreccia con il deterioramento dei rapporti dell’Unione Europea con la Bielorussia di Alexander Lukashenko e l’aumento esponenziale degli ingressi irregolari di persone migranti, provenienti dal Medioriente e dall’Africa lungo rotta bielorussa. L’ultimo dittatore d’Europa sta agevolando il flusso come ritorsione alle sanzioni economiche imposte da Bruxelles al Paese e la Lituania è stato il primo Paese membro UE a iniziare la costruzione di una barriera per bloccarlo.
    Dopo aver annunciato l’intenzione di fare lo stesso, il governo di Varsavia ha dato il via alle operazioni di installazione di una rete di filo spinato lungo i 399 chilometri di confine tra Polonia e Bielorussia: “Da mercoledì sono stati eretti quasi tre chilometri di recinzione”, ha scritto su Twitter il ministro della Difesa, Mariusz Błaszczak, aggiungendo che sono stati mobilitati oltre 1.800 soldati per dare aiuto alla polizia di frontiera.

    Wzmacniamy granice! Żołnierze rozpoczęli budowę ogrodzenia na granicy polsko-białoruskiej. Płot zwiększy jej szczelność i znacznie utrudni próby nielegalnego przekraczania. pic.twitter.com/QRZMzK2CZI
    — Mariusz Błaszczak (@mblaszczak) August 25, 2021

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    Turchia: per il Parlamento europeo i rapporti con l’UE sono “al minimo storico”

    Bruxelles – Sullo stato di diritto, sui diritti fondamentali e in politica estera il governo turco “mostra chiare divergenze con le politiche e gli interessi dell’Unione Europea”. In una risoluzione adottata a fronte 480 voti a favore, 64 contrari e 150 astensioni il Parlamento europeo traccia un bilancio il più possibile oggettivo d quanto accaduto alle relazioni tra Ankara e Bruxelles negli ultimi due anni.
    Nel constatare le scelte del partner turco la relazione presentata dall’eurodeputato socialista Nacho Sánchez Amor (S&D) passa in rassegna progressi e passi indietro rispetto allo stato dei rapporti tra il Paese e l’UE. Secondo il documento il dialogo con Ankara ha raggiunto “il suo minimo storico” in virtù delle tendenze autoritarie che si registrano soprattutto sul fronte interno. Ciò che spaventa maggiormente è l’accentramento del potere nelle mani del governo di Recep Tayyip Erdogan, accusato di aver abusato dei poteri a lui affidati dalla legge in quanto presidente del Paese per restringere l’indipendenza della magistratura e reprimere l’attività di avvocati, difensori dei diritti umani, giornalisti e accademici.
    Una situazione ritenuta intollerabile dall’Eurocamera, che invita il Consiglio UE e la Commissione europea a fare leva sullo strumento della sospensione formale dei negoziati di adesione del Paese all’Unione Europea in corso dal 2005 per costringere il governo di Erdogan a rimettersi in carreggiata sul rispetto dei principi democratici. “La porta resta aperta, ma socchiusa”, ha dichiarato il relatore della relazione Sánchez Amor, che ha messo in guardia anche sul possibile progetto di potenziamento dei rapporti commerciali con Ankara. “Un aggiornamento dell’unione doganale con la Turchia è auspicabile, ma non lo appoggeremo se non ci sarà una condizionalità democratica”, ha continuato il socialista spagnolo.
    L’Europarlamento non dimentica le ultime scelte fatte da Ankara in politica estera. Partendo dalle tensioni dell’estate 2020 nel Mediterraneo orientale e ricordando le ingerenze nel conflitto del Nagorno-Karabakh, gli eurodeputati hanno definito le iniziative del governo inaccettabili per i valori dell’Unione Europea. E pur identificando nella Turchia come “un partner strategico per la stabilità nella regione”, soprattutto per gli sforzi legati all’accoglienza di 3,6 milioni di rifugiati siriani sul proprio territorio nazionale, il documento ribadisce che proprio “l’uso di migranti e rifugiati come strumento di ricatto non può essere accettato”.
    Ma la mano è tesa alla società civile. “Non dobbiamo commettere l’errore di confondere la Turchia ed il suo popolo, crogiolo di tradizioni e culture, con il governo sempre più autoritario di Erdogan che sta trascinando il Paese in un vortice pericoloso di nazionalismo e revanscismo”, ha affermato nel suo intervento durante il dibattito parlamentare l’eurodeputato 5 stelle Fabio Massimo Castaldo. “Dobbiamo rimanere al fianco della società civile turca dimostrando una buona volta determinazione, coesione e visione politica, perché sono gli unici aspetti che questa Turchia potrà comprendere”, ha continuato il vicepresidente del Parlamento europeo.
    La posizione del Parlamento è stata supportata quasi all’unanimità da popolari, socialisti, verdi e liberali, ma non dalle forze politiche poste agli estremi dell’emiciclo, più favorevoli alla continuazione del dialogo. Il Parlamento europeo si aspetta che possa influenzare la discussione della riunione del Consiglio europeo di giugno, che avrà la Turchia tra i suoi punti all’ordine del giorno. Il commissario europeo per la politica di vicinato Olivér Várhelyi ha già presentato i temi che saranno toccati relativi alle relazioni con Ankara: : commercio, immigrazione, dialoghi di alto livello sulla salute e sui cambiamenti climatici e mobilità delle persone. “Se la Turchia dovesse girarci le spalle, la Commissione utilizzerà tutti gli strumenti a sua disposizione per tutelare i suoi interessi”, ha detto Várhelyi.

    Nella plenaria gli eurodeputati approvano a larga maggioranza una relazione critica su quanto osservato da Ankara negli ultimi anni. L’Eurocamera spinge Consiglio e Commissione a usare l’arma della sospensione formale dei negoziati di adesione all’Unione Europea in corso dal 2005 per ottenere da Erdogan maggiori garanzie sui diritti

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    Borrell in Parlamento: “Dalla Russia continue intimidazioni all’Occidente, l’UE lavora su de-escalation”

    Bruxelles – Tensioni crescenti tra Russia e Occidente, mentre l’Unione Europea continua a rimanere impegnata a non voler “alimentare ulteriormente una dinamica di escalation” se anche si dice decisa “a non accettare tattiche intimidatorie” da parte di Mosca. Tattiche intimidatorie alle quali “dobbiamo rispondere se accadono”, precisa Josep Borrell.
    Il caso dell’oppositore russo Alexey Navalny, prima avvelenato e poi incarcerato; le truppe ammassate al confine con l’Ucraina (poi ritirate) o ancora la crisi diplomatica con la Repubblica Ceca dopo l’accertamento di alcune azioni spionistiche russe. Tutte tattiche intimidatorie: così le definisce l’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza in un intervento durante la sessione plenaria del Parlamento europeo di oggi (28 aprile), sostenendo che quella messa in atto dalle autorità russe è “una tendenza preoccupante” perché sceglie di alimentare il confronto o lo scontro con l’Occidente e con l’Unione Europea “attraverso continui attacchi con disinformazione e altre attività negative”.
    Queste le parole di Borrell, secondo cui Bruxelles deve invece trovare un modus vivendi, un atteggiamento costruttivo “che eviti il ​​confronto costante con un vicino che sembra invece aver deciso di comportarsi da avversario”. Mentre il capo della diplomazia europea “affrontava” l’Emiciclo, è arrivata la notizia dell’espulsione di altri 7 diplomatici europei (di Slovacchia, Lettonia, Lituania ed Estonia) presso l’ambasciata di Mosca, nel contesto della crisi diplomatica in corso tra Russia e Repubblica Ceca che ha già visto l’espulsione reciproca del personale diplomatico, con più di cento persone. Una crisi scoppiata quando Praga ha scoperto il coinvolgimento di alcune spie russe nelle esplosioni del 2014 nei depositi di munizioni presenti nella città di Vrbetice, in cui sono morti due cittadini cechi.
    Borrell lo dice chiaramente: le relazioni tra Unione europea e Russia sono ai ferri corti, i rapporti continuano a deteriorarsi e sono “al punto più basso e non si può escludere che la tendenza negativa prosegua”. L’Unione europea è però interessata a evitare ogni tipo di confronto diretto. Il presidente del Consiglio europeo ha convocato per il 25 maggio un Consiglio europeo – non previsto e in presenza per i leader – che avrà all’ordine del giorno la lotta contro il COVID, le questioni climatiche ma anche le tensioni con Mosca. L’UE pronta a impegnarsi “in aree di chiaro interesse comune” e a mantenere aperto il canale di comunicazione con Mosca e a cercare di migliorare le relazioni ma solo se la Russia mostrerà “la volontà genuina di farlo”.
    Dall’Aula di Bruxelles arriva l’esortazione a non far passare sotto silenzio le condizioni di Navalny incarcerato, che ha di recente interrotto lo sciopero della fame che aveva iniziato dopo essersi visto negare la possibilità di vedere medici di fiducia. “Ora l’attivista russo sta meglio, ma sicuramente la sua persecuzione non è finita qui: non possiamo e non dobbiamo abbandonare quest’uomo coraggioso”, ha ricordato Fabio Massimo Castaldo, europarlamentare del Movimento 5 Stelle e vicepresidente del Parlamento europeo durante il suo intervento in plenaria.

    Rapporti tesi con Mosca che saranno sul tavolo dei capi di Stato e governo al Summit del 25 maggio. Per il capo della diplomazia europea la Russia sceglie di alimentare lo scontro con i Paesi occidentali, mentre Bruxelles rimane impegnata a tenere aperto il canale del dialogo

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    Congo: l’ambasciatore italiano ed un carabiniere uccisi in un tentato rapimento

    OliverVarhelyiPleased to have had a good discussion with @Haavisto @Ulkoministerio in the margins of #FAC in Brussels today. We s… https://t.co/eo3dsnmgt1

    Antonio_TajaniCon @forza_italia al governo basta comunicazioni all’ultimo minuto. Ci vuole rispetto per chi lavora e fa impresa. https://t.co/Mm7bbtGjHM

    OliverVarhelyiGood exchange of views with #US @SecBlinken @StateDept at Foreign Affairs Council #FAC today. Strong strategic tran… https://t.co/PhHLq1WrPK

    US2EURT @SecBlinken: Pleased to join the EU Foreign Affairs Council today with @JosepBorrellF to discuss the joint U.S.- EU response to pressing…

    helenadalliIn a #UnionOfEquality all victims of crime should be able to fully rely on their rights – no matter where they are… https://t.co/XlMctfaGSx

    epc_euRT @andreas_akt: Excited to join this panel of eminent speakers tomorrow, to speak on boosting AI uptake in Europe, the @EU_Commission’s fo…

    CSpillmann”Contrer, réagir et s’engager”: avec ce triple salto en figure imposée, #UE27 cherche une riposte face à la dérive… https://t.co/BvFTndROLo

    germanyintheeuRT @GermanyDiplo: “In our discussion with @SecBlinken, we touched upon many international issues. There is a willingness on the #US side to…

    germanyintheeuRT @GermanyDiplo: “It is as necessary to continue a dialogue w/ #Russia. It is a key actor when it comes to working on solutions for Syria…

    germanyintheeuRT @GermanyDiplo: “We have decided to sanction further individuals in #Russia who are responsible for the conviction of Alexei #Navalny. We…

    OlivierBaillyEURT @Europe1: Covid-19 : Sanofi veut rebondir et lance un nouvel essai clinique du vaccin https://t.co/rcB0EWai27

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    ecrgroupThe adoption of the #EMFAF is a win for #EU fishing, particularly for the small-scale inshore sector. The €6.1bn d… https://t.co/yiH7OSnm0Y

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