More stories

  • in

    I missili balistici nordcoreani utilizzati dalla Russia in Ucraina preoccupano Bruxelles e Washington

    Bruxelles – Tra il 29 dicembre e il 2 gennaio, la Russia ha lanciato più di 500 droni e missili contro obiettivi ucraini. Come ricostruito dalle forze di intelligence americane, in quei cinque giorni Mosca avrebbe utilizzato diversi missili acquistati dalla Corea del Nord. Un patto, quello sulle armi tra Vladimir Putin e Kim Jong-un, che “preoccupa profondamente” l’Occidente.La condanna è arrivata in una dichiarazione congiunta, firmata dall’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell, in nome dei 27 Paesi membri e dal segretario di Stato degli Stati Uniti, Antony Blinken, insieme ad Albania, Andorra, Argentina, Australia, Canada, Georgia, Guatemala, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Moldavia, Monaco, Nuova Zelanda, Macedonia del Nord, Norvegia, Palau, Repubblica di Corea, San Marino, Ucraina e Regno Unito.Zona residenziale nel centro di Kharkiv colpita da un missile lanciato dalla Russia il 2 gennaio 2024 (Photo by SERGEY BOBOK / AFP)“Il trasferimento di queste armi aumenta la sofferenza del popolo ucraino, sostiene la guerra di aggressione della Russia e mina il regime globale di non proliferazione“, denunciano i ministri degli Esteri dei 49 Paesi uniti in una “risoluta opposizione” alla compravendita tra Mosca e Pyongyang. È una “palese violazione” di molteplici risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – la risoluzione 1718 nel 2006, la risoluzione 1874 nel 2009 e la risoluzione 2270 nel 2016 – che imponevano alla Repubblica Popolare Democratica di Corea (Rpdc) un percorso di demilitarizzazione. Risoluzioni “che la stessa Russia ha sostenuto”, sottolineano nella dichiarazione congiunta.Perché a preoccupare l’Occidente non è solo l’effetto che il supporto militare di Pyongyang può avere sulla guerra di aggressione russa in Ucraina, ma anche le possibili azioni unilaterali di un leader inaffidabile come Kim Jong-un. “Stiamo monitorando da vicino ciò che la Russia fornisce alla Corea del Nord in cambio di queste esportazioni di armi”, assicurano Borrell e Blinken. Il patto stretto tra Mosca e Pyongyang in occasione della visita di Kim Jong-Un in Russia lo scorso settembre prevederebbe infatti uno scambio reciproco di armamenti. A Putin i missili balistici, al leader supremo della Corea del Nord aerei, veicoli blindati, attrezzature per la produzione degli stessi missili e altre tecnologie avanzate.Inoltre “l’uso da parte della Russia di missili balistici della Rpdc in Ucraina fornisce anche preziose informazioni tecniche e militari” alla Corea del Nord. Nel momento più basso delle relazioni con i vicini della Corea del Sud degli ultimi decenni, con Kim Jong-Un che proprio oggi ha dichiarato che “se la Corea del Sud userà le sue forze armate contro la Corea del Nord o ne minaccerà la sovranità e sicurezza, non esiteremo ad annientarla”, la comunità internazionale teme il rischio che questo rafforzamento dell’arsenale militare possa deflagrare in un conflitto vero e proprio.“Siamo profondamente preoccupati per le implicazioni sulla sicurezza che questa cooperazione ha in Europa, nella penisola coreana, nella regione dell’Indo-Pacifico e in tutto il mondo“, avvertono i leader occidentali. Che concludono la dichiarazione congiunta esortando “tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, compresi tutti i membri del Consiglio di sicurezza, a unirsi a noi nel condannare le flagranti violazioni delle risoluzioni Onu da parte della Russia e della Rpdc”.

  • in

    La missione di Borrell in Libano per capire come allentare le tensioni in Medio Oriente

    Bruxelles – Inizia oggi (5 gennaio) la missione di tre giorni di Josep Borrell in Libano, dove incontrerà il presidente del Parlamento Nabih Berri, il primo ministro Najib Mikati, il ministro degli Affari esteri, Abdallah Bou Habib, e il comandante delle Forze armate libanesi, il generale Joseph Aoun.La visita – che durerà fino a domenica – vedrà inoltre l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza impegnato a colloquio con il capo della missione e il comandante della forza delle Nazioni Unite in Libano (Unifil), il generale Aroldo Lazaro.Secondo una nota del Servizio europeo per l’azione esterna, la missione sarà un’occasione per “discutere tutti gli aspetti della situazione a Gaza e dintorni, compreso il suo impatto sulla regione, in particolare la situazione al confine israelo-libanese, nonché l’importanza di evitare un’escalation regionale e di sostenere il flusso di assistenza umanitaria ai civili, che l’Unione Europea ha quadruplicato portandola a 100 milioni di euro”. Borrell – si legge ancora – sottolineerà nuovamente la necessità di portare avanti gli sforzi diplomatici con i leader regionali al fine di creare le condizioni per raggiungere “una pace giusta e duratura tra Israele, Palestina e nella regione”.Allentare le tensioni. La missione del capo della diplomazia europea arriva in un momento particolarmente delicato delle tensioni in Medio Oriente tra Israele e Hamas, dopo che nel pomeriggio di martedì in una grossa esplosione a Beirut, la capitale del Libano, attribuita a un bombardamento israeliano mirato contro un ufficio del gruppo armato palestinese Hamas, è rimasto ucciso Saleh al-Arouri, vice capo di Hamas. L’uccisione di Arouri ha acuito le tensioni tra Hezbollah, stretto alleato di Hamas in Libano, e Israele. La guerra tra Israele e Hamas e l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza vanno avanti dallo scorso 7 ottobre, dopo un attacco di Hamas considerato da molti senza precedenti in territorio israeliano in cui hanno perso la vita oltre mille civili e oltre 200 sono stati rapiti, in risposta al quale Israele ha lanciato bombardamenti e assedio via terra della Striscia di Gaza, in cui si contano oltre 20 mila persone uccise.

  • in

    Borrell condanna il presunto piano di Israele per il trasferimento forzato dei Palestinesi da Gaza

    Bruxelles – La comunità internazionale contro i presunti colloqui che lo Stato di Israele starebbe conducendo con il Congo e altri Paesi per sondare la possibilità di trasferirvi migliaia di palestinesi, legittimi abitanti della Striscia di Gaza.Sono in particolare le solite “dichiarazioni provocatorie e irresponsabili” dei ministri israeliani di estrema destra Ben Gvir e Smotrich, come le ha definite l’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell, a destare preoccupazione. Perché Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, ha ribadito nella giornata di ieri (3 gennaio) che “incoraggiare l’emigrazione di massa da Gaza consentirà agli israeliani che vivono al confine di tornare a casa in sicurezza”. A cui ha fatto eco il ministro della Finanze, Bezalel Smotrich: il leader del partito Sionismo religioso ha dichiarato che “più del 70 per cento dell’opinione pubblica israeliana” sostiene la necessità di incoraggiare il trasferimento dei palestinesi dall’enclave di Gaza.I ministri di estrema destra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich (Photo by AMIR COHEN / POOL / AFP)Immediate le critiche: “Gli spostamenti forzati sono severamente vietati in quanto grave violazione del diritto internazionale umanitario“, ha commentato Borrell, aggiungendo un laconico “e le parole contano”. Anche il dipartimento di Stato americano ha bollato le dichiarazioni dei due ministri di Tel Aviv come “retorica infiammatoria e irresponsabile“. Ma Smotrich, rigettando le critiche dell’alleato a stelle e strisce, avrebbe insistito che una politica di reinsediamento è necessaria, perché “a quattro minuti dalle nostre comunità c’è un focolaio di odio e terrorismo, dove due milioni di persone si svegliano ogni mattina con l’aspirazione alla distruzione di dello Stato di Israele e con il desiderio di massacrare, violentare e uccidere gli ebrei ovunque si trovino”.D’altronde – come riportato dal Times of Israel – lo stesso Benjamin Netanyahu, durante una riunione del Likud, il suo partito, avrebbe ammesso di essere al lavoro per facilitare la migrazione volontaria dei palestinesi. “Il nostro problema è solo trovare chi sia disposto ad assorbirli”, avrebbe confidato al suo partito. Ma questa mattina un altro autorevole quotidiano israeliano, Haaretz, ha smentito le voci di contatti segreti tra Netanyahu e il governo del Congo, oltre ad altre nazioni, per l’accoglienza di migliaia di immigrati da Gaza. Una fonte di Tel Aviv avrebbe definito “illusioni infondate” gli appelli dei ministri di estrema destra, perché “non sappiamo come trasportare persone da qua al Congo e nessun Paese accetterebbe di accogliere abitanti di Gaza, non un milione e nemmeno 5.000″.Una zona residenziale di Gaza devastata dai bombardamenti israeliani(credits: Yahya Hassouna / Afp)Al di là del camuffamento dei piani della destra più estremista israeliana sotto il nome di “reinsediamenti volontari”, è chiaro che quanto sta avvenendo nella Striscia di Gaza lascia numerosi dubbi sul futuro che Israele immagina per quella terra. Secondo gli ultimi bollettini diffusi da Ocha-Opt, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari nei territori palestinesi occupati, le forze di difesa israeliane hanno distrutto – almeno parzialmente – più del 60 per cento delle unità abitative della Striscia. E reso l’85 per cento dei suoi abitanti, quasi 2 milioni di persone, sfollati interni.

  • in

    A Gaza lo spettro della fame. L’Ue chiede un “accesso umanitario continuo”, ma senza nominare Israele

    Bruxelles – “Profondamente scioccati” dai risultati della valutazione dell’Integrated Food Security Phase Classification (Ipc) sulla crisi alimentare a Gaza. L’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell, e il commissario per la Gestione delle crisi, Janez Lenarčič, parlano di un “campanello d’allarme per il mondo intero affinché agisca ora per prevenire una catastrofe umana mortale“. Ma non chiamano mai in causa Israele.Secondo il sistema di  classificazione sviluppato nel 2004 dalla Fao, l’Agenzia dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, tra l’8 dicembre 2023 e il 7 febbraio 2024, l’intera popolazione della Striscia di Gaza – circa 2,2 milioni di persone – si trova almeno nella Fase 3 dell’Ipc, quella che viene chiamata fase di crisi. “Si tratta della percentuale più alta di persone che affrontano livelli elevati di insicurezza alimentare acuta che l’Ipc abbia mai classificato per una determinata area o paese”, viene sottolineato nella valutazione.La scala del rischio alimentare utilizzata nelle valutazioni dell’IpcMa lo scenario è ancora più drammatico. Perché circa il 50 per cento della popolazione (1,17 milioni di persone) è già nella Fase 4, in una situazione di emergenza e almeno una famiglia su quattro – più di mezzo milione di persone – è al gradino finale della scala: chi è nella fase 5 si trova ad affrontare “condizioni catastrofiche” e  “un’estrema mancanza di cibo”.Non è frutto di un disastro naturale, di un’estrema siccità o di un impressionante alluvione: “Le ostilità, i bombardamenti, le operazioni di terra e l’assedio dell’intera popolazione, la riduzione dell’accesso al cibo, ai servizi di base e all’assistenza salvavita, e l’estrema concentrazione o isolamento delle persone in rifugi inadeguati o in aree prive di servizi di base sono i principali fattori” che contribuiscono a raggiungere questi livelli catastrofici di insicurezza alimentare acuta in tutta la Striscia di Gaza, con un rischio sempre più palpabile di carestia.(Photo by MOHAMMED ABED / AFP)È dunque la strategia militare messa in campo da Israele che ha ridotto gli abitanti di Gaza alla fame, denuncia l’IPC. Eppure, nonostante ciò, l’Unione europea sceglie di non chiamare direttamente in causa Israele.  La dichiarazione congiunta di Borrell e Lenarčič, che nel gabinetto di Ursula von der Leyen sono comunque le voci più critiche sul trattamento che Israele sta riservando alla popolazione palestinese, lo dimostra un’altra volta.“Abbiamo urgentemente bisogno di un accesso umanitario continuo, rapido, sicuro e senza ostacoli per evitare un ulteriore peggioramento di una situazione già catastrofica – avvertono Borrell e Lenarčič –. Ribadiamo l’urgente appello al rispetto del diritto internazionale umanitario. Gli aiuti devono raggiungere coloro che ne hanno bisogno attraverso tutti i mezzi necessari, compresi corridoi e pause umanitarie“. Non una volta la responsabilità è attribuita a Israele.I due passano poi in rassegna i numeri della mobilitazione europea: 100 milioni di euro di aiuti umanitari a Gaza, di cui 46 milioni “specificamente destinati all’assistenza alimentare e alla copertura sanitaria e di altri bisogni primari”. E 125 milioni già stanziati per il 2024. Risorse mobilitate per la sopravvivenza di un popolo che forse avrebbe altrettanto bisogno di parole più dure nei confronti di Israele.

  • in

    Borrell alza le mani sulla mancanza di unità europea su Gaza: “Non c’è una posizione comune”

    Bruxelles – Sui bombardamenti israeliani a Gaza non c’è una posizione comune. Dopo due mesi di sforzi per cercare di ridurre a unità le diverse sensibilità dei Paesi Ue, l’Alto rappresentante per gli Affari esteri, Josep Borrell, getta la spugna. “Io dovrei rappresentare una posizione comune, ma non c’è. Ci sono approcci diversi”, ha dovuto ammettere all’ingresso al vertice dei capi di stato e di governo dei 27.Dopo il Consiglio europeo di ottobre, in cui i leader Ue avevano trovato la quadra chiedendo “la liberazione immediata di tutti gli ostaggi” e “pause umanitarie” per consentire l’accesso e la distribuzione degli aiuti internazionali, dal vertice in corso oggi e domani a Bruxelles ci si aspetta un passo oltre. Perché, come dimostrato dal voto del 12 dicembre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la posizione di diversi Stati Ue si è evoluta di fronte alla quasi 20 mila vittime palestinesi e al protrarsi della strategia militare israeliana, che si sta dimostrando incapace di salvaguardare le vite della popolazione civile.La risoluzione con cui le Nazioni Unite hanno lanciato l’appello per un “cessate il fuoco umanitario immediato” è stata approvata a larghissima maggioranza con 153 voti a favori, 10 contrari e 23 astenuti. Tra i Paesi del blocco Ue, solo Austria e Repubblica Ceca si sono opposte. Bulgaria, Germania, Ungheria, Italia, Lituania, Olanda, Romania e Slovacchia hanno scelto di astenersi, ma i restanti 17 hanno supportato il testo presentato dagli Emirati Arabi. Più del doppio rispetto agli 8 che avevano approvato la richiesta per il cessate il fuoco a fine ottobre.L’esito del voto sulla risoluzione del 12 dicembre all’Assemblea generale dell’Onu“Questo è un fatto – ha sottolineato Borrell -. Molte, molte più persone propendono per la richiesta del cessate il fuoco. Ma i leader dovranno parlarne”. Chi ha promesso che spingerà per un “linguaggio più deciso” su Gaza nelle conclusioni del Consiglio europeo è stato il primo ministro irlandese, Leo Varadkar, secondo cui “l’Europa ha perso credibilità verso il sud globale, che è la maggior parte del mondo, non mostrandosi forte e unita” e prestando il fianco all’accusa di “doppi standard” sulle violazioni del diritto internazionale umanitario in Ucraina e a Gaza.Per il cessate il fuoco insisterà anche Alexandre De Croo, primo ministro belga, e Pedro Sanchez, che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue: “Dopo la votazione all’Onu, dove un’ampia maggioranza di Paesi Ue si sono espressi a favore di un cessate il fuoco umanitario, è importante che l’Ue parli in modo chiaro, forte e unico“, ha avvertito il primo ministro spagnolo all’ingresso al vertice. Della stessa opinione il capannello di funzionari della Commissione europea – qualche centinaio – che hanno organizzato un sit-in davanti alla sede del Consiglio europeo per chiedere il cessate il fuoco. Gli stessi che, già il 20 ottobre scorso, avevano indirizzato una lettera a Ursula von der Leyen criticando fortemente il suo supporto incondizionato a Israele.Sit-in di funzionari della Commissione per chiedere il cessate il fuoco a Gaza. pic.twitter.com/hZPHhK53DL— David Carretta (@davcarretta) December 14, 2023

  • in

    Sul cessate il fuoco a Gaza Borrell sta con il segretario generale dell’Onu. Silenzio dai leader Ue

    Bruxelles – A due mesi dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre e dall’inizio della furiosa risposta israeliana, il segretario generale dell’Onu gioca un’altra carta dal suo mazzo e rilancia l’appello per un cessate il fuoco umanitario. Un appello condiviso immediatamente dall’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell.António Guterres si è aggrappato alla Carta delle Nazioni Unite e all’articolo 99, che prevede che il Segretario generale possa richiamare l’attenzione del Consiglio di Sicurezza su qualunque questione che a suo avviso costituisca una minaccia per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. In una lettera al presidente di turno dell’organo di governo dell’Onu, l’ecuadoregno José Javier de la Gasca Lopez Dominguez, Guterres ha condannato ancora il “ripugnante atto di terrore di Hamas”, prima di elencare i numeri che descrivono il dramma della Striscia di Gaza. Più di 15 mila morti, di cui il 40 per cento minori. Oltre metà della case distrutte. L’80 per cento dei 2.2 milioni di palestinesi di Gaza sfollati. E solo 14 ospedali su 36 ancora parzialmente funzionanti. “Non c’è nessun posto sicuro a Gaza”, ha commentato Guterres.Una foto di Gaza dal confine con Israele, 6/12/23 (Photo by JACK GUEZ / AFP)Una situazione che “sta rapidamente deteriorando in una catastrofe” e che secondo il diplomatico portoghese è ormai sull’orlo del “collasso umanitario“. Quanto basta per poter invocare – per la prima volta da quando è alla guida delle Nazioni Unite – l’articolo 99. “Mi aspetto che presto l’ordine pubblico crolli definitivamente a causa della condizioni disperate. Potrebbe presentarsi una situazione ancora peggiore, con malattie epidemiche e un aumento di pressione nei paesi vicini per uno sfollamento di massa”, ha spiegato Guterres lanciando il disperato appello ai membri del Consiglio di Sicurezza perché chiedano alle parti in conflitto un cessate il fuoco umanitario.Perché la richiesta di Guterres sarà oggetto di una risoluzione e di un voto dei 15 membri – permanenti e non – del Consiglio di Sicurezza. “Chiedo ai Paesi membri dell’Ue e ai like-minded partners (partner con la stessa visione, ndr) di sostenere l’appello”, ha rilanciato immediatamente l’Alto rappresentante Ue. Oltre ai membri permanenti -Stati Uniti, Cina, Francia, Russia e Regno Unito-, siedono attualmente al Consiglio di Sicurezza Onu Albania, Brasile, Ecuador, Gabon, Ghana, Giappone, Malta, Mozambico, Svizzera e Emirati Arabi Uniti. A loro la responsabilità di modificare l’appello per “pause umanitarie urgenti ed estese” contenuto nella risoluzione del 15 novembre in una formula più decisa. Quella del “cessate il fuoco”.I ministri degli Esteri dei 27 “preoccupati” per le violenze dei coloni in CisgiordaniaPiù o meno lo stesso dibattito lo avranno i ministri degli Esteri dell’Ue e Josep Borrell il prossimo 11 dicembre, quando si riuniranno a Bruxelles per il Consiglio Affari Esteri. Come ribadito dal portavoce del Servizio europeo di Azione Esterna, Peter Stano, sarà lì che i 27 decideranno se sia venuto il momento di chiedere anche dall’Ue la fine delle ostilità, visto l’immane numero di vittime civili del conflitto. In agenda ci sarà anche un altro punto importante: la possibilità di introdurre un regime di sanzioni per i coloni israeliani implicati in atti di violenza nella West Bank. Come già annunciato dagli Stati Uniti e dal primo ministro del Belgio, Alexander De Croo.La corda potrebbe essersi spezzata con la demolizione da parte di gruppi di coloni della scuola del villaggio di Zamuta, che era stata costruita grazie a fondi comunitari. Una distruzione “intollerabile”, ha commentato il commissario Ue per la Gestione delle Crisi, Janez Lenarcic. “La violenza dei coloni contro le comunità palestinesi deve fermarsi”, è il commento di Borrell. Dopo centinaia di demolizioni di strutture finanziate dall’Ue in Cisgiordania, quella di Zamuta è forse il punto di non ritorno.

  • in

    L’Ue “deplora profondamente” la revoca della ratifica del Trattato sul divieto dei test nucleari da parte della Russia

    Bruxelles – Con la firma apposta oggi (2 novembre) da Vladimir Putin, la Russia ha adottato definitivamente la legge che revoca la ratifica del Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari (Ctbt). Una decisione resa nota dal Cremlino già da tempo e approvata all’unanimità dalle due camere del Parlamento russo in ottobre. Una decisione che l’Unione europea “deplora profondamente”, arrivata “dopo mesi di retorica e minacce nucleari irresponsabili”.La risposta del blocco Ue a Mosca è affidata all’Alto rappresentante per gli Affari Esteri, Josep Borrell, che ha definito la scelta di Putin “un grave passo indietro, aggravato dallo status della Russia come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. La revoca della ratifica del Ctbt non significa automaticamente che la Russia riprenderà i test nucleari: il Cremlino ha fatto sapere che questo non succederà, a meno che non li riprendano prima gli Stati Uniti.L’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep BorrellCon la nuova legge, la Russia rimane comunque firmatario del trattato, ma potrà smettere di rispettarne i vincoli. Che è la stessa posizione proprio di Washington e di diversi altri Paesi che non hanno mai ratificato il Ctbt. Adottato dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1996, il Trattato sulla messa al bando dei test nucleari non è mai entrato in vigore a livello globale a causa del non raggiungimento del numero minimo di firme: Paesi che dispongono già di testate nucleari come Pakistan, India e Corea del Nord non lo hanno mai firmato, mentre Stati Uniti, Iran, Cina, Egitto non hanno mai autorizzato la sua ratifica.Ma rimane “uno strumento di cruciale importanza per il disarmo nucleare e la non proliferazione”, ha sottolineato Borrell. E in effetti dal 1996 a oggi solo India, Pakistan e Corea del Nord hanno condotto esperimenti nucleari. Nel vecchio continente tutti gli Stati membri dell’Ue hanno ratificato il Ctbt e “lavorano da molti anni per il suo rafforzamento e la sua entrata in vigore”. Oggi sono 178 i Paesi che aderiscono al trattato, ma la sua entrata in vigore è vincolata alla ratifica da parte dei 44 Paesi che parteciparono formalmente alla Conferenza sul Disarmo nel 1996 e che possedevano a quella data tecnologia nucleare. In quella lista di Paesi, “l’ingiustificabile intenzione della Russia di revocare la ratifica del Ctbt costituisce una grave battuta d’arresto nell’impegno della Russia nei confronti dell’architettura di sicurezza internazionale”
    Vladimir Putin ha firmato la legge che sospende gli impegni previsti dal Ctbt, mai ratificato nemmeno da Cina e Stati Uniti. Per l’Alto rappresentante Josep Borrell “un grave passo indietro, aggravato dallo status della Russia come membro permanente del Consiglio di sicurezza Onu”

  • in

    Dai leader Ue probabile appello per una “pausa umanitaria” a Gaza. Borrell: “Obiettivo meno ambizioso di un cessate il fuoco”

    Bruxelles – La richiesta di un cessate il fuoco tra Israele e Hamas è troppo divisiva. Ma i 27 sono d’accordo “con l’idea di una pausa umanitaria, come qualcosa che permetta agli aiuti internazionali di entrare” a Gaza e di essere distribuiti alla popolazione ormai allo stremo. L’ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell, al termine del vertice a Lussemburgo con i ministri degli Esteri dei Paesi membri. La palla passa ai capi di stato e di governo, che si incontreranno a Bruxelles tra pochi giorni, giovedì 26 ottobre.Le parole di Borrell trovano conferma nella bozza delle conclusioni del vertice dei leader, visionata da Eunews: “Il Consiglio europeo sostiene l’appello del segretario generale delle Nazioni Unite Guterres per una pausa umanitaria al fine di consentire un accesso umanitario sicuro e l’arrivo degli aiuti a chi ne ha bisogno”. Il documento sarà nuovamente discusso dai rappresentanti permanenti dei 27 al Coreper prima del Consiglio europeo, ma il capo della diplomazia europea non prevede intoppi su un punto che è già un compromesso. Perché qualche Paese, in prima linea la Spagna, in mattinata aveva invocato un obiettivo più ambizioso. “Questo è il momento di un cessate il fuoco. Questo è il momento di fermare la violenza a Gaza e in Israele e di guardare avanti”, ha dichiarato il ministro di Madrid, José Manuel Albares, prima di incontrare i suoi omologhi.Ma per la maggior parte dei 27 vale un’altra linea, sintetizzata dal ministro degli esteri italiano, Antonio Tajani. Una linea per cui il cessate il fuoco equivale a negare il diritto di Israele a difendersi, ma “non possiamo dire a Israele di non difendersi mentre Hamas continua a lanciare missili contro le città”. Quello che si può fare, è insistere per una pausa umanitaria. Anche se per il ministro degli Esteri dell’Irlanda, Micheal Martin, “Pausa umanitaria o cessate il fuoco sono intercambiabili”, in realtà il loro significato politico e i risvolti pratici sono differenti. “Al vertice de il Cairo il segretario dell’Onu ha parlato di cessate il fuoco, che è certamente molto di più di una pausa. Una pausa è una pausa: un’interruzione che più avanti riprenderà, è un obiettivo meno ambizioso“, ha ammesso Borrell.Il capo della diplomazia europea ha però messo in chiaro che gli aiuti umanitari che Israele ha lasciato entrare finora a Gaza dal varco di Rafah non sono sufficienti. “Prima della guerra entravano cento camion al giorno, ora si parla di venti – ha commentato -, e i bisogni sono molto maggiori”. Ma non è solo una questione di “velocità e quantità”: i ministri dei 27 sono d’accordo sul fatto che “gli aiuti debbano includere il combustibile necessario per far funzionare gli impianti di desalinizzazione dell’acqua e la produzione di energia elettrica”. Cosa che Israele sta vietando. Duro anche il commissario Ue per la Gestione delle crisi, Janez Lenarčič, secondo cui “la quantità non deve essere decisa in modo arbitrario, ma dai bisogni” e “deve poter andare in tutti i posti in cui c’è gente che ha bisogno”. Perché Tel Aviv sta cercando di limitare la distribuzione degli aiuti al sud della Striscia, in modo da forzare chi ancora non si è spostato dal nord a mettersi in marcia. “Non c’è necessità solo di cibo, acqua e medicine, ma particolarmente di carburante, perché senza gli ospedali non possono funzionare”, ha sottolineato Lenarčič.Nelle conclusioni del Consiglio europeo su cui stanno lavorando i diplomatici dei 27, nel capitolo relativo al Medio Oriente si dice anche che l’Ue “ribadisce il bisogno di evitare un escalation regionale impegnandosi con i partner, inclusa l’Autorità Palestinese”, per “ridare vigore ad un processo politico sulla base della soluzione a due stati“. Un obiettivo indicato anche da Borrell, che ha fatto mea culpa: “Sono trent’anni che ne parliamo e ogni volta sembra che ci si allontani, nella misura in cui il numero dei coloni israeliani nei territori della Cisgiordania si è triplicato dalla firma degli accordi di Oslo”. È ora di rilanciare il processo politico e le aspirazioni legittime del popolo palestinese. A due settimane dai terribili attacchi di Hamas a Israele, anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ritenuto opportuno riallacciare i contatti con l’Autorità Nazionale palestinese: in una telefonata al presidente Mahmoud Abbas ha espresso le proprie condoglianze per i civili vittime dei raid israeliani e gli ha assicurato il supporto per una soluzione che preveda la creazione di uno stato legittimo palestinese.
    Nella bozza del Consiglio europeo il “sostegno all’appello del segretario generale delle Nazioni Unite Guterres” per l’accesso sicuro e la distribuzione degli aiuti umanitari. Von der Leyen chiama il presidente palestinese Abbas per rilanciare il processo politico verso la soluzione a due stati