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    Liz Truss è la nuova leader dei conservatori britannici e (da domani) prima ministra. Ma per l’Ue non è una buona notizia

    Bruxelles – Segretaria di Stato per gli Affari esteri, capa negoziatrice delle relazioni post-Brexit con l’Unione Europea, leader dei conservatori britannici e da domani (martedì 6 settembre) prima ministra del Regno Unito. L’ascesa di Liz Truss nell’ultimo anno sembra essere inarrestabile, suggellata dalla vittoria contro lo sfidante Rishi Sunak, l’ex-cancelliere dello Scacchiere (l’equivalente del ministro dell’Economia), per la leadership dei Tories e del Paese. L’annuncio è arrivato oggi alle ore 12.30 locali da parte del Comitato 1922 – il gruppo parlamentare del Partito Conservatore alla Camera dei Comuni – dopo le dimissioni del leader Boris Johnson a inizio luglio. Truss ha ottenuto 81.326 voti espressi dai militanti conservatori nel corso delle ultime settimane, contro i 60.399 di Sunak.
    La nuova leader dei conservatori britannici e dal 6 settembre 2022 prima ministra del Regno Unito, Liz Truss
    La proclamazione di Truss a numero uno dei Tories fa scattare automaticamente la sua ‘promozione’ a prima ministra del Paese, considerato il fatto che in conservatori possono contare sulla maggioranza a Westminster, e domani è attesa al Castello di Balmoral in Scozia per essere formalmente confermata dalla regina Elisabetta II (non a Buckingham Palace, a causa di problemi di mobilità della sovrana). Sulla carta il programma del governo guidato da Liz Truss spingerà sui tagli delle tasse, in particolare per le classi più abbienti, sul congelamento temporaneo delle bollette energetiche per rispondere al caro-prezzi, sul prosieguo della linea dura di Johnson contro la Russia di Putin, ma anche sul piano della sfida a Bruxelles a proposito del Protocollo sull’Irlanda del Nord. Ecco perché la nomina di Truss a Downing Street 10 per molti aspetti non è una buona notizia per l’Ue, nonostante da Bruxelles il portavoce della Commissione, Eric Mamer, auspichi “un nuovo inizio” nei rapporti tra le due sponde della Manica e nella “piena implementazione di tutti gli accordi siglati“.
    Proprio Truss, in qualità di capa negoziatrice delle relazioni post-Brexit nel gabinetto Johnson, è stata la principale artefice della crisi tra Ue e Regno Unito che dura ormai da metà giugno, quando l’esecutivo comunitario ha scongelato una procedura d’infrazione contro il Regno Unito e ne ha attivate altre due per la decisione di Londra di tentare la strada della modifica unilaterale del protocollo sull’Irlanda del Nord. La proposta di legge è stata presentata proprio dall’allora segretaria di Stato per gli Affari esteri, animata dalla volontà di stralciare quanto concordato nel momento della firma dell’accordo di recesso tra Ue e Regno Unito. Ora a Bruxelles si teme che la nuova premier segua la linea dura dei conservatori intransigenti che hanno sostenuto la sua leadership: un colpo di spugna a tutti i controlli sulle merci trasportate tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, mettendo di fatto fine all’integrità del Mercato Unico dell’Ue sull’isola d’Irlanda.
    Il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali e le prospettive strategiche, Maroš Šefčovič, e la futura premier britannica, Liz Truss
    A indicare la possibilità che venga seguita questa strada, il Financial Times ha riportato che Liz Truss, come prima mossa di politica estera, sarebbe pronta ad attivare l’articolo 16 del Protocollo, che sospenderebbe temporaneamente buona parte dei controlli mentre le due parti negoziano la sua applicazione. Già a metà estate Londra aveva annunciato che esistevano tutte le condizioni previste dall’articolo a cui può ricorrere una parte che ritenga che il Protocollo abbia determinato “gravi difficoltà economiche, sociali o ambientali“. Una volta attivato, iniziano “consultazioni immediate” nel comitato congiunto che regola l’accordo, ma possono anche essere adottate unilateralmente “misure di riequilibrio proporzionate”, se non è possibile raggiungere un’intesa. Ad appesantire la situazione è arrivata la notifica dell’l’HM Revenue & Customs (il dipartimento governativo non ministeriale del Regno Unito responsabile per la riscossione delle imposte) di una tariffa del 25 per cento ai produttori di acciaio britannici che vogliono vendere prodotti da costruzione in Irlanda del Nord, proprio per le “conseguenze negative” del Protocollo.
    Al centro della contesa tra Bruxelles e Londra c’è in particolare la questione del periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda, ovvero la durata della concessione temporanea ai controlli Ue sui certificati sanitari – e non – per il commercio dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord. Il tentativo di prorogare unilateralmente il periodo di grazia da parte del governo guidato da Boris Johnson aveva scatenato lo scontro diplomatico tra le due sponde della Manica, apparentemente risolto tra luglio e ottobre dello scorso anno: l’esecutivo comunitario aveva prima sospeso la procedura d’infrazione contro Londra, per cercare poi delle soluzioni di compromesso su tutti i settori più delicati, ma senza mai mettere in discussione l’integrità della parte dell’accordo di recesso tra Ue e Regno Unito siglato per garantire l’unità sull’isola d’Irlanda. La mossa unilaterale di Downing Street 10 di giugno ha però causato una dura risposta da parte della Commissione, con la riattivazione della procedura d’infrazione del marzo 2021: Londra ha tempo per rispondere entro il 15 settembre (grazie a un mese di proroga concesso da Bruxelles) ma, se non lo farà, l’esecutivo comunitario potrà valutare di deferire il Regno Unito alla Corte di Giustizia dell’Ue, così come previsto dall’accordo di recesso. La strategia di Truss a questo punto potrebbe essere attivare l’articolo 16 del Protocollo nei prossimi 10 giorni, aprendo un capitolo tutto nuovo – e sicuramente non più sereno – nei rapporti tra Londra e l’Unione.
    A cercare di rasserenare l’ambiente, iniziano ad arrivare da Bruxelles messaggi di congratulazioni alla nuova leader dei conservatori per il prossimo incarico a premier del Paese: “L’Ue e il Regno Unito sono amici e alleati naturali, con gli stessi interessi fondamentali, le democrazie devono rimanere unite contro l’autocrazia e l’aggressione”, ha commentato su Twitter la presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, mettendo in risalto i punti di accordo tra le due sponde della Manica e ricordando che l’Eurocamera “sarà sempre un partner del popolo britannico”. La numero uno della Commissione, Ursula von der Leyen, ha esortato a “instaurare un rapporto costruttivo, nel pieno rispetto dei nostri accordi“, dal momento in cui le due parti affrontano “insieme molte sfide, dal cambiamento climatico all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”. Anche il premier ceco e presidente di turno del Consiglio dell’Ue, Petr Fiala, ha sottolineato che “la Gran Bretagna continuerà a essere un prezioso alleato della Repubblica Ceca e dell’Unione Europea”, mentre il numero uno del Consiglio, Charles Michel, si è richiamato ai Beatles per ricordare che “all we need is… friends“.

    Congratulations to @trussliz, the next Prime Minister of the UK.
    The EU & UK are natural friends & allies, with same core interests at heart.
    Democracies must remain united, in standing against autocracy and aggression.@Europarl_EN will always be a partner to the 🇬🇧 people.
    — Roberta Metsola (@EP_President) September 5, 2022

    La segretaria di Stato per gli Esteri nel gabinetto Johnson è la prima responsabile della lacerazione dei rapporti con Bruxelles per la decisione di modificare unilateralmente il Protocollo sull’Irlanda del Nord. E avrà tempo fino al 15 settembre per rispondere alle azioni legali dell’Ue

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    L’UE dà l’addio al “regno” di Boris Johnson: “Il suo populismo non ci mancherà, finalmente si dovrà fare da parte”

    Bruxelles – “Il regno di Boris Johnson finisce in disgrazia, proprio come il suo amico Donald Trump“. È un commento caustico quello di Guy Verhofstadt, membro del Parlamento UE ed ex-premier belga, a proposito della notizia di giornata: il premier britannico Johnson è pronto a rassegnare le dimissioni da leader del Partito Conservatore dopo l’ondata di dimissioni dei suoi ministri a causa di una serie di scandali che hanno travolto il suo governo. Un preambolo per il passo indietro anche da primo ministro del Regno Unito, atteso al più tardi entro l’autunno.
    Il tweet dell’eurodeputato liberale è un po’ la sintesi degli umori a Bruxelles rispetto al destino del premier che ha guidato il Regno Unito durante la separazione di Londra dall’Unione. Facendo un parallelismo con la sconfitta elettorale di Trump negli Stati Uniti nell’autunno 2019, Verhofstadt si è augurato “la fine di un’era di populismo transatlantico“. Le responsabilità dell’ormai quasi ex-primo ministro britannico riguardano anche i rapporti tra Londra e Bruxelles, che “hanno sofferto enormemente con la scelta della Brexit di Johnson”, ha attaccato Verhofstadt: “Le cose possono solo migliorare”. Anche il capogruppo del Partito Democratico al Parlamento UE, Brando Benifei, ha commentato in modo laconico le attese dimissioni di Johnson: “Il suo populismo non ci mancherà“, ha sottolineato in un tweet l’eurodeputato S&D, precisando che “dopo il Partygate, i gravi scandali che hanno colpito i conservatori, il tentativo di sfiducia da parte dei suoi deputati e le sconfitte elettorali nelle suppletive, finalmente dovrà farsi da parte“.

    #BorisJohnson si dimetterà. Dopo il “party gate”, i gravi scandali che hanno colpito i Conservatori, il tentativo di sfiducia da parte dei suoi deputati e le sconfitte elettorali nelle suppletive, finalmente dovrà farsi da parte. Il suo populismo non ci mancherà.
    — Brando Benifei (@brandobenifei) July 7, 2022

    Buona parte dei membri del Parlamento UE guardano con speranza alle dimissioni del premier britannico Johnson proprio per una distensione dei rapporti tra l’Unione e il Regno Unito. “Solo il popolo britannico può chiedere conto a Johnson”, ha ricordato il presidente del gruppo del PPE all’Eurocamera, Manfred Weber, mettendo però in chiaro che “qualunque sia la prossima mossa, l’UE deve insistere sulla piena attuazione del Protocollo sull’Irlanda del Nord“. Dal momento in cui “non ci sono opportunità per la Brexit, ma solo costi”, il rispetto del Protocollo – messo in discussione proprio dal governo Johnson – “esiste per minimizzare i danni”, ha avvertito Weber.
    “Il mandato di Johnson ha portato le relazioni tra UE e Regno Unito ai minimi storici”, ha attaccato la presidente del gruppo degli S&D al Parlamento UE, Iratxe García Pérez, ribadendo che “le sue dimissioni, attese da tempo, devono segnare una svolta”. L’appello a chi verrà dopo di BoJo è di “smettere di bruciare i ponti con noi e iniziare a costruirli“. Sulla stessa linea è anche Nathalie Loiseau (Renew Europe), presidente della delegazione all’Assemblea parlamentare di partenariato UE-Regno Unito: “Oggi è un giorno di speranza per il miglioramento delle relazioni” tra Bruxelles e Londra, “costruite sulla fiducia e sulla piena attuazione, in buona fede e buona volontà, degli accordi negoziati, firmati e ratificati congiuntamente”. L’eurodeputata francese ha invitato la controparte a “unirci, invece di essere divisi” e di “ricordare il significato dell’amicizia”.

    Today is a day of hope for improved EU-UK relations built on trust and on the full implementation, in good faith and good will, of agreements negotiated, signed and ratified jointly. We are ready. Let’s unite instead of being divided. Let’s remember the meaning of friendship.🇪🇺🇬🇧
    — Nathalie Loiseau (@NathalieLoiseau) July 7, 2022

    Più cauta la Commissione Europea, che, per voce del suo portavoce Johannes Bahrke, non si è smossa dal “no comment sui processi democratici nei Paesi terzi“. Incalzato dalle domande della stampa europea durante il punto quotidiano, il portavoce dell’esecutivo comunitario per l’accordo UE-Regno Unito, Daniel Ferrie, ha spiegato che “gli sviluppi politici a Londra non cambiano la nostra posizione” in merito al “lavoro con le autorità britanniche per l’attuazione del Protocollo sull’Irlanda del Nord”. Un altro “no comment” è arrivato sulla possibilità che le dimissioni di Johnson possano cambiare l’atteggiamento della Commissione UE rispetto alla procedura d’infrazione riattivata contro Londra lo scorso 15 giugno: “Al momento non abbiamo novità, rimane in corso”, ha precisato il portavoce.

    Al centro della questione tra Londra e Bruxelles c’è la decisione del governo Johnson di non ritirare il progetto di legge che andrebbe a riscrivere – solo da parte britannica – le condizioni del commercio tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord, violando il protocollo che è parte dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito. Dopo la decisione della Commissione di riattivare la procedura d’infrazione, dall’altra sponda della Manica è arrivata una risposta di totale chiusura: non solo la proposta non è stata ritirata, ma martedì scorso (28 giugno) la Camera dei Comuni l’ha approvata, dando il primo via libera al progetto di modifica del Protocollo sull’Irlanda del Nord.

    Si tratta in particolare della questione del periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda, ovvero la durata della concessione temporanea ai controlli UE sui certificati sanitari per il commercio dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord (che nel contesto post-Brexit sono necessari per mantenere integro il Mercato Unico sull’isola d’Irlanda). Il problema maggiore riguarda le carni refrigerate e per questa ragione si è spesso parlato di ‘guerra delle salsicce’ con Bruxelles. Il tentativo di prorogare unilateralmente il periodo di grazia da parte del governo Johnson aveva scatenato lo scontro diplomatico tra le due sponde della Manica, apparentemente risolto tra luglio e ottobre dello scorso anno: l’esecutivo comunitario aveva prima sospeso la procedura d’infrazione contro Londra, per cercare poi delle soluzioni di compromesso su tutti i settori più delicati, ma senza mai mettere in discussione l’integrità della parte dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito siglato per garantire l’unità sull’isola irlandese.

    I membri del Parlamento UE sperano in una distensione dei rapporti con Londra dopo le dimissioni di BoJo da leader dei conservatori (e presto da primo ministro britannico). Più cauta la Commissione: “No comment sui processi democratici nei Paesi terzi”

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    Boris Johnson al capolinea. Rassegnate le dimissioni da leader conservatore, massimo entro l’autunno da premier

    Bruxelles – The end. Uno dei governi più brevi della storia recente del Regno Unito – 2 anni e 349 giorni – si chiuderà informalmente oggi (giovedì 7 luglio), con le dimissioni del primo ministro britannico, Boris Johnson, da leader del Partito Conservatore. Succede nel modo più traumatico possibile, travolto un’ondata di dimissioni da parte dei membri del suo gabinetto, a ogni livello, che ha reso inutile anche l’ultima resistenza disperata di un premier che fino all’ultimo ha cercato di negare la realtà attorno a lui. Tutti – o quasi – lo hanno scaricato, dopo aver superato “il punto di non ritorno” per la credibilità politica dell’inquilino di Downing Street 10 (come ha scritto nella sua lettera di dimissioni Brandon Lewis, segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, lo stesso responsabile per il progetto di legge condannato da Bruxelles).
    L’annuncio delle dimissioni da parte del premier britannico, Boris Johnson (7 luglio 2022)
    Alle 13.30 Johnson ha annunciato pubblicamente di fronte alla porta di Downing Street 10 le proprie dimissioni da numero uno dei Tories: “È ormai chiaro che la volontà del Partito Conservatore è quella di avere un nuovo leader e quindi un nuovo primo ministro”, ha spiegato BoJo dal podio, mettendo in chiaro che “la scelta del nuovo leader deve iniziare ora, il calendario sarà annunciato la prossima settimana“. Tuttavia, come già anticipato in mattinata da fonti della BBC, Johnson ha precisato che continuerà a ricoprire la carica di primo ministro fino all’autunno: “Rimarrò fino a quando non ci sarà nuovo leader”. La corsa alla leadership dei Tories è in programma per quest’estate e il vincitore o la vincitrice prenderà il testimone dalle mani di BoJo – o da un traghettatore – prima della conferenza del Partito Conservatore in programma a Birmingham tra il 2 e il 5 ottobre.
    Fonti di The Guardian mettono però in dubbio che l’attuale premier sia in grado di rimanere in carica ancora per mesi, indicando la necessità di un cambio al vertice già nelle prossime ore, con la successione provvisoria del vice, Dominic Raab. “In politica nessuno è strettamente indispensabile”, ha voluto sottolineare Johnson nel suo annuncio di dimissioni dal leader dei conservatori: “Il nostro sistema brillante e darwiniano produrrà un altro leader“, a cui quello che ormai a breve diventerà l’ex-premier darà “tutto il sostegno possibile”. Le resistenze delle ultime ore sono state giustificate da BoJo come un tentativo di “rispettare il mio dovere e i miei obblighi” verso l’elettorato britannico “su quanto promesso nel 2019”. Oltre alla gestione della pandemia COVID-19 e dell’opposizione alla Russia di Putin nell’aggressione all’Ucraina, Johnson si è detto anche “estremamente soddisfatto per aver realizzato la Brexit“.
    A innescare la crisi di governo sono stati alcuni scandali che hanno colpito il gabinetto Johnson. Il primo è stato il cosiddetto Partygate, che ha rivelato una serie di feste private organizzate nella residenza riservata al premier britannico durante il lockdown per la pandemia COVID-19. Negli ultimi giorni è seguita poi la scoperta che Johnson aveva nominato Chris Pincher a deputy chief whip (vice del responsabile per il controllo della disciplina del gruppo di maggioranza alla Camera dei Comuni) nonostante sapesse che era stato accusato di molestie sessuali. L’ondata di dimissioni dal gabinetto – siamo ora a oltre 50 – sono arrivate proprio dopo quest’ultimo scandalo: nella lettera di dimissioni del segretario di Stato per la Salute, Sajid Javid, si legge che “il popolo britannico si aspetta integrità dal suo governo”.
    (in aggiornamento)

    Inutile la resistenza delle ultime ore di fronte all’ondata di dimissioni dei membri del suo gabinetto per gli scandali che hanno travolto Downing Street 10. BoJo lascia la guida del Partito Conservatore, ma rimarrà primo ministro fino al passaggio di testimone con il nuovo leader Tory

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    L’UE striglia il gabinetto Johnson (in crisi) sull’Irlanda del Nord: “Non è tempo per violare il diritto internazionale”

    Bruxelles – È bersagliato su tutti i fronti il premier britannico, Boris Johnson. Quello interno è senza dubbio il più urgente – con il rischio di una crisi di governo imminente dopo le dimissioni in massa anche tra i suoi ministri più fedeli – ma anche per i rapporti con i partner internazionali dell’Europa continentale la situazione non è molto più rosea. Durante un confronto con gli eurodeputati alla sessione plenaria del Parlamento UE, il vicepresidente della Commissione per le Relazioni interisituzionali, Maroš Šefčovič, è tornato ad attaccare BoJo per il progetto di modifiche unilaterali del Protocollo sull’Irlanda del Nord: “Dobbiamo affrontare una grande sfida sulla frontiera orientale [la guerra russa in Ucraina, ndr], non è il momento per violare il diritto internazionale“.
    Il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interisituzionali, Maroš Šefčovič
    Al centro della questione tra Londra e Bruxelles c’è la decisione del governo Johnson di non ritirare il progetto di legge che andrebbe a riscrivere – solo da parte britannica – le condizioni del commercio tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord, violando il protocollo che è parte dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito. Lo scorso 15 giugno la Commissione Europea aveva deciso di riattivare una procedura d’infrazione e di attivarne altre due proprio per questo motivo, ma la risposta dall’altra sponda della Manica è stata di totale chiusura: non solo la proposta non è stata ritirata, ma martedì scorso (28 giugno) la Camera dei Comuni l’ha approvata, dando il primo via libera al progetto di modifica del Protocollo sull’Irlanda del Nord. “Qualsiasi azione unilaterale eroderà la base di fiducia tra i partner”, ha avvertito Šefčovič, che ha definito l’azione politica britannica “inaccettabile”, anche perché “intacca gravemente i nostri interessi” nel Mercato interno.

    Si tratta in particolare della questione del periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda, ovvero la durata della concessione temporanea ai controlli UE sui certificati sanitari per il commercio dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord (che nel contesto post-Brexit sono necessari per mantenere integro il Mercato Unico sull’isola d’Irlanda). Il problema maggiore riguarda le carni refrigerate e per questa ragione si è spesso parlato di ‘guerra delle salsicce’ con Bruxelles. Il tentativo di prorogare unilateralmente il periodo di grazia da parte del governo Johnson aveva scatenato lo scontro diplomatico tra le due sponde della Manica, apparentemente risolto tra luglio e ottobre dello scorso anno: l’esecutivo comunitario aveva prima sospeso la procedura d’infrazione contro Londra, per cercare poi delle soluzioni di compromesso su tutti i settori più delicati, ma senza mai mettere in discussione l’integrità della parte dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito siglato per garantire l’unità sull’isola irlandese.
    La nuova offensiva politica di Downing Street 10 ha rimescolato le carte e ora la tensione tra le due sponde della Manica ha toccato i livelli più alti da quando il Regno Unito ha abbandonato il progetto UE. “Serve una collaborazione minima dei partner, con controlli sulla base del rischio per il Mercato interno”, è l’esortazione del vicepresidente Šefčovič: “Può funzionare, è il contenuto del Protocollo sull’Irlanda del Nord, non vogliamo soluzioni di facciata ma un risultato sulla base di una legge che è già predisposta”. Il lavoro per “garantire l’accesso Mercato interno dell’UE e anche a quello del Regno Unito” si dovrà basare su “soluzioni operative”, che potranno contare anche sulla “unità nell’Unione e il sostegno del Parlamento Europeo”.

    Ouch pic.twitter.com/HMDGuVwyZ7
    — Tim Durrant (@timd_IFG) July 6, 2022

    La crisi di governo
    A Londra però non è tanto la questione delle modifiche del Protocollo sull’Irlanda del Nord a tenere con il fiato sospeso una nazione intera, quanto la situazione ben più che traballante del governo Johnson. Se ancora di governo si può parlare, considerato il fatto che ormai sono salite a 34 le dimissioni di membri del gabinetto (oltre 150 se si considerano anche i sottosegretari), compresi tre pezzi grossi: il cancelliere dello Scacchiere (l’equivalente del ministro dell’Economia), Rishi Sunak, il segretario di Stato per la Salute, Sajid Javid, e il segretario di Stato per il Livellamento delle disuguaglianze territoriali, Michael Gove. Secondo quanto riferiscono le fonti di tutti i maggiori organi d’informazione britannici, una delegazione di ministri che ancora non hanno rassegnato le dimissioni – guidata dal segretario di Stato per le imprese, l’energia e la strategia industriale, Kwasi Kwarteng – si recherà a breve a Downing Street per chiedere a Johnson di fare un passo indietro. Anche se BoJo ha risposto con un “certamente” alla domanda in audizione alla Camera dei Comuni se crede che domani sarà ancora il primo ministro britannico.
    A innescare un’ormai inevitabile crisi di governo – che si indirizza sempre più verso il binario delle dimissioni del primo ministro – sono alcuni scandali che hanno colpito il gabinetto guidato da Johnson. Il primo è stato il cosiddetto Partygate, che ha rivelato una serie di feste private organizzate a Downing Street 10 (la residenza riservata ai premier britannici) durante il lockdown per la pandemia COVID-19, seguito poi dalla scoperta che Johnson aveva nominato Chris Pincher a deputy chief whip (vice del responsabile per il controllo della disciplina del gruppo di maggioranza alla Camera dei Comuni) nonostante sapesse che era stato accusato di molestie sessuali. L’ondata di dimissioni dal gabinetto sono arrivate proprio dopo quest’ultimo scandalo: nella lettera di dimissioni di Javid si legge che “il popolo britannico si aspetta integrità dal suo governo”.

    I have spoken to the Prime Minister to tender my resignation as Secretary of State for Health & Social Care.
    It has been an enormous privilege to serve in this role, but I regret that I can no longer continue in good conscience. pic.twitter.com/d5RBFGPqXp
    — Sajid Javid (@sajidjavid) July 5, 2022

    Mentre Londra è sull’orlo della crisi di governo che si sta consumando in queste ore, il vicepresidente della Commissione, Maroš Šefčovič, ha incalzato sul rispetto del Protocollo che garantisce la pace e il funzionamento del Mercato interno sull’isola

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    Il Regno Unito vuole modificare unilateralmente il Protocollo sull’Irlanda del Nord. L’UE risponde con procedure d’infrazione

    Bruxelles – Una violazione degli obblighi internazionali, una decisione “illegale” che non poggia su “nessuna motivazione accettabile, né giuridica né politica”. Sono passate poco più di 24 ore dalla condanna del vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali e le prospettive strategiche, Maroš Šefčovič, a proposito della proposta di legge britannica che modificherebbe unilateralmente il protocollo sull’Irlanda del Nord, e alle ore 11 di mercoledì 15 giugno la decisione è stata presa: Bruxelles ha scongelato una procedura d’infrazione contro il Regno Unito e ne ha attivate altre due.
    Come spiegato dal vicepresidente della Commissione, l’obiettivo della procedura d’infrazione – avviata nel marzo dello scorso anno e sospesa dopo sei mesi per cercare soluzioni comuni – è quello di “ripristinare la conformità del Protocollo in una serie di settori chiave” in cui Londra “non lo ha attuato correttamente”. Si tratta in particolare della questione del periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda, ovvero la durata della concessione temporanea ai controlli UE sui certificati sanitari per il commercio dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord (che nel contesto post-Brexit sono necessari per mantenere integro il Mercato Unico sull’isola d’Irlanda). Il problema maggiore riguarda le carni refrigerate e per questa ragione si è spesso parlato di ‘guerra delle salsicce’ con Bruxelles. Il tentativo di prorogare unilateralmente il periodo di grazia da parte del governo guidato da Boris Johnson aveva scatenato lo scontro diplomatico tra le due sponde della Manica, apparentemente risolto tra luglio e ottobre dello scorso anno: l’esecutivo comunitario aveva prima sospeso la procedura d’infrazione contro Londra, per cercare poi delle soluzioni di compromesso su tutti i settori più delicati, ma senza mai mettere in discussione l’integrità della parte dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito siglato per garantire l’unità sull’isola d’Irlanda.
    Il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali e le prospettive strategiche, Maroš Šefčovič (15 giugno 2022)
    Dopo mesi alla ricerca di un’intesa mai veramente decollata, il progetto di legge al vaglio del Parlamento britannico che concederebbe a Downing Street 10 il potere di modificare unilateralmente Protocollo sull’Irlanda del Nord ha squarciato il velo del rapporto fragilissimo tra Londra e Bruxelles. “In ottobre abbiamo mostrato una flessibilità senza precedenti, con un’offerta solida che farebbe la differenza sul campo”, ha attaccato il vicepresidente Šefčovič, mostrando alla stampa tre fogli pre-compilati: “Le aziende dovrebbero compilare e firmare solo 3 pagine per ogni spedizione o solo una volta al mese, se ricorrenti. Non 300, ma solo tre”. Una dimostrazione di “come è facile lavorare insieme per semplificare la burocrazia”, che si scontra con “l’inaccettabile volontà del gabinetto britannico di decidere unilateralmente con quali merci entrare nel nostro Mercato Interno”.
    Rimangono intatte le proposte di compromesso dell’ottobre dello scorso anno sulle norme doganali, sanitarie e fitosanitarie, per cui la controparte è stata invitata nuovamente a impegnarsi in un dialogo che è fermo da febbraio. Ma nel frattempo passa la linea dura, che l’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen aveva deciso da mesi di tenere come ultima opzione. La procedura d’infrazione del marzo 2021 è stata scongelata e passa ora alla seconda fase, quella del parere motivato: se Londra non risponderà entro due mesi, la Commissione potrà valutare di deferire il Regno Unito alla Corte di Giustizia dell’UE, così come previsto dall’accordo di recesso.
    Parallelamente, Bruxelles ha inviato altre due lettere di costituzione in mora (il primo passo per per aprire una procedura d’infrazione). La prima per non aver adempiuto agli obblighi previsti dalle norme sanitarie e fitosanitarie dell’UE: “Il Regno Unito non sta effettuando i controlli necessari e non sta garantendo personale e infrastrutture adeguate ai posti di controllo di frontiera in Irlanda del Nord”. La seconda per non aver fornito dati statistici commerciali relativi all’Irlanda del Nord, come previsto dal Protocollo. Il gabinetto Johnson dovrà rispondere entro il 15 agosto, adottando “misure correttive per ripristinare la conformità con i termini del Protocollo”, ha messo in chiaro la Commissione.

    La decisione è stata annunciata dal vicepresidente della Commissione Maroš Šefčovič. Si riapre il dossier avviato nel marzo 2021 (e ne vengono attivate altre due)

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    Dopo 9 mesi la Commissione UE sta considerando di riattivare la procedura d’infrazione contro il Regno Unito

    Bruxelles – Sembra una storia senza fine quella del divorzio tra UE e Regno Unito. A un anno e mezzo dall’uscita formale di Londra dall’Unione, la Brexit continua a essere causa di grosse tensioni tra le due sponde della Manica. Per voce del suo vicepresidente per le Relazioni interistituzionali e le prospettive strategiche, Maroš Šefčovič, la Commissione Europea si è detta “pronta a considerare” la riattivazione della procedura d’infrazione avviata nel marzo dello scorso anno e sospesa dopo sei mesi con l’obiettivo di cercare soluzioni comuni. “L’azione unilaterale del Regno Unito va direttamente contro questo spirito”, ha commentato senza giri di parole Šefčovič, nel corso di una breve conferenza stampa in cui non sono nemmeno state ammesse domande. A questo si aggiungono “nuove procedure d’infrazione” al vaglio dell’esecutivo comunitario, per “proteggere il Mercato Unico dai rischi che la violazione del Protocollo crea per le imprese dell’UE e per la salute e la sicurezza dei cittadini dell’Unione”.
    La dura reazione del gabinetto guidato da Ursula von der Leyen è arrivata nel giorno dell’inizio dell’iter legislativo della proposta del primo ministro britannico, Boris Johnson, che – se approvata – attribuirà a Downing Street 10 il potere di modificare unilateralmente Protocollo sull’Irlanda del Nord dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito (siglato per garantire l’unità sull’isola). Già lo scorso anno il Protocollo era stato al centro dello scontro diplomatico tra Bruxelles e Londra, quando il governo Johnson aveva cercato di prorogare unilateralmente il periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda, ovvero la durata della concessione temporanea ai controlli dei certificati sanitari per il commercio di generi alimentari refrigerati dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord da parte delle autorità UE (che nel contesto post-Brexit sono necessari per mantenere integro il Mercato Unico sull’isola d’Irlanda). Dopo aver avviato la lettera di messa in mora a inizio marzo, Bruxelles aveva cercato un difficile compromesso, prima concedendo una proroga al periodo di grazia e successivamente sospendendo la procedura d’infrazione. Ma non era mai stata messa in discussione la possibilità di rinegoziare un’intesa siglata tra le due parti solo pochi mesi prima.
    A quasi un anno di distanza, BoJo ha deciso però di riprovarci e ora sta passando da Westminster. È per questa ragione che – al netto del danneggiamento della fiducia reciproca causato da un’azione unilaterale – la Commissione “valuterà il progetto di legge britannico” e il vicepresidente Šefčovič si rivolgerà al Parlamento Europeo e ai governi dei 27 Stati membri. “Rinegoziare il Protocollo non è realistico”, ha attaccato il membro dell’esecutivo comunitario: “Non è stata trovata alcuna soluzione alternativa praticabile a questo delicato equilibrio negoziato da tempo”, perciò “qualsiasi rinegoziazione comporterebbe semplicemente un’ulteriore incertezza giuridica per i cittadini e le imprese dell’Irlanda del Nord”.
    La risposta di Bruxelles si chiama “flessibilità”, già mostrata lo scorso anno con accordi di “ampia portata e su misura”, in particolare per facilitare la circolazione delle merci tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord. Nonostante tutto, la volontà di trovare soluzioni comuni rimane nelle intenzioni della Commissione. Ma se dall’altra parte della Manica non ci sarà un riscontro “la nostra reazione alle azioni unilaterali del Regno Unito sarà proporzionata“, ha minacciato Šefčovič, prima di anticipare che “presto” l’esecutivo comunitario presenterà “in modo più dettagliato il nostro modello per un’attuazione flessibile del Protocollo, basato su soluzioni durature”.

    Al centro della nuova disputa tra Londra e Bruxelles c’è la volontà del governo di Boris Johnson di modificare unilateralmente il Procollo sull’Irlanda del Nord. L’iter parlamentare è stato definito dal vicepresidente, Maroš Šefčovič, “un’azione unilaterale danneggia la fiducia reciproca”

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    UK: David Frost si dimette da negoziatore post Brexit con l’UE. Al suo posto la ministra degli Esteri Liz Truss

    Bruxelles – Un nuovo colpo di scena nel romanzo senza fine intitolato ‘Brexit’: David Frost, capo negoziatore per il Regno Unito nelle trattative con l’UE per l’implementazione dell’accordo di recesso entrato in vigore il primo gennaio 2021, si è dimesso tra le polemiche dal governo britannico guidato da Boris Johnson. Al suo posto nell’Ufficio di gabinetto la segretaria di Stato per gli Affari esteri, Liz Truss, da ieri (domenica 19 dicembre) incaricata anche di prendere le redini dei negoziati con Bruxelles sul protocollo sull’Irlanda del Nord.
    Frost ha fatto un passo indietro dal ruolo di primo negoziatore per le relazioni con l’UE post-Brexit, dicendosi “disilluso” sulla direzione che sta prendendo il governo conservatore sul fronte della lotta alla pandemia COVID-19, in particolare sulla decisione di reintrodurre le restrizioni sui viaggi (obbligo di doppio tampone, uno 48 ore prima del viaggio e uno dopo l’ingresso, con isolamento in attesa del secondo risultato). A questo si aggiunge la batosta politica nel North Shropshire, nell’Inghilterra centro-occidentale, seggio conservatore da oltre 200 anni e finito giovedì scorso (16 dicembre) nelle mani dei liberal-democratici, dopo uno scandalo di corruzione che ha portato a elezioni suppletive.
    La segretaria di Stato per gli Affari esteri del Regno Unito e capo negoziatrice delle relazioni post-Brexit con l’Unione Europea, Liz Truss
    La perdita di Frost – consigliere di Johnson quando era ministro degli Esteri nel governo di Theresa May e successivamente capo negoziatore Brexit – allunga le ombre di un possibile voto di sfiducia nei confronti di BoJo da parte del suo stesso partito. La nomina di Truss appare una mossa tattica del primo ministro nel tentativo di disinnescare una delle personalità più popolari nel suo gabinetto, che sta emergendo sempre più come potenziale candidata ad assumere la leadership in caso di cambio di guida del governo. “Liz Truss assumerà la responsabilità ministeriale per le relazioni del Regno Unito con l’Unione Europea con effetto immediato e guiderà i negoziati in corso per risolvere i problemi derivanti dall’attuale funzionamento del protocollo sull’Irlanda del Nord”, ha comunicato l’ufficio di Johnson.
    Ma l’uscita di scena di Frost e la comparsa di Truss al tavolo dei negoziati post-Brexit per Bruxelles potrebbe non essere un male. Al contrario, l’ex-capo negoziatore è stato spesso indicato come l’artefice principale della caotica strategia di Downing Street di uscita dall’Unione Europea, nonché responsabile delle continue tensioni sul commercio nel Mare d’Irlanda tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord. “Penso che Frost abbia sempre sottovalutato l’unità degli europei, il nostro attaccamento al Mercato Unico e il mandato che avevo dai leader dell’Unione”, ha commentato l’ex-negoziatore Brexit per l’UE, Michel Barnier. Va ricordato che l’attuale segretaria di Stato per gli Affari esteri e nuova capo negoziatrice per il Regno Unito era stata una sostenitrice del Remain nella campagna referendaria del 2016 sulla Brexit: nonostante ora sostenga la politica del governo Johnson, potrebbe presentarsi con posizioni più concilianti al primo incontro con la controparte comunitaria.
    Dopo l’annuncio del passaggio di testimone a Londra, il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali e le prospettive strategiche, Maroš Šefčovič, ha ribadito su Twitter che “la mia squadra e io continueremo a cooperare con il Regno Unito con lo stesso spirito costruttivo su tutti gli importanti compiti futuri, compreso il protocollo sull’Irlanda del Nord”. Dopo la proposta dello scorso venerdì (17 dicembre) da parte della Commissione UE per garantire la continuità della fornitura a lungo termine di medicinali dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord, le due parti dovrebbero riprendere i negoziati a gennaio su tutta una serie di questioni sulle verifiche doganali e i controlli dei prodotti agroalimentari che si spostano nel Mare d’Irlanda, che nel contesto post-Brexit sono essenziali per mantenere integro il Mercato Unico sull’isola d’Irlanda.

    I take note of the appointment of @trussliz as co-chair of the 🇪🇺🇬🇧 Joint Committee and Partnership Council. My team and I will continue to cooperate with the UK in the same constructive spirit on all important tasks ahead, including the Protocol on Ireland/Northern Ireland.
    — Maroš Šefčovič🇪🇺 (@MarosSefcovic) December 19, 2021

    Passaggio di testimone a Downing Street alla guida dei negoziati con Bruxelles sull’accordo di recesso e il protocollo sull’Irlanda del Nord. Il vicepresidente della Commissione UE Šefčovič: “Continueremo a cooperare con lo stesso spirito costruttivo”

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    Brexit, l’UE cerca un compromesso sul protocollo sull’Irlanda del Nord e propone un taglio dei controlli doganali

    Bruxelles – È passato ormai quasi un anno dall’entrata in vigore dell’accordo di divorzio tra l’Unione Europea e il Regno Unito, ma la questione Brexit continua a creare frizioni nei rapporti tra le due sponde della Manica. Ci prova ora la Commissione UE a gettare acqua sul fuoco, con la proposta di una serie di accordi per risolvere le difficoltà che stanno vivendo i cittadini dell’Irlanda del Nord sul fronte del commercio con la Gran Bretagna.
    A seguito di diversi confronti nelle ultime settimane con la controparte britannica e con le istituzioni nord-irlandesi, il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali e le prospettive strategiche, Maroš Šefčovič, ha presentato oggi (mercoledì 13 ottobre) “la nostra autentica risposta alle preoccupazioni dei cittadini e delle imprese dell’Irlanda del Nord“, con l’obiettivo di trovare una “soluzione permanente concordata congiuntamente” insieme al governo britannico. “Tutto questo sarà fatto in stretta collaborazione e in costante dialogo con il Parlamento e il Consiglio Europeo”, ha assicurato Šefčovič in conferenza stampa. La proposta è contenuta in quattro testi non legislativi (non paper), che saranno discussi con la controparte britannica da venerdì (15 ottobre), quando il vicepresidente della Commissione farà visita a Londra.
    Il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali, Maroš Šefčovič (13 ottobre 2021)
    Nel primo testo si parla di un abbattimento dell’80 per cento dei controlli dei certificati sanitari e fitosanitari degli alimenti, delle piante e degli animali, attraverso una serie di condizioni e salvaguardie per gli standard del Mercato Unico Europeo: la costruzione di posti permanenti di controllo alle frontiere, imballaggi specifici, un’etichettatura che indichi che le merci sono in vendita solo nel Regno Unito e un monitoraggio rafforzato delle catene di approvvigionamento. Nel caso in cui si verifichino problemi o violazioni da parte dei commercianti o delle autorità britanniche, si attiverebbero un meccanismo di reazione rapida e misure unilaterali UE. Segue poi la proposta di una riduzione del 50 per cento delle pratiche doganali (grazie alle condizioni poste dal primo testo), a patto che Londra si impegni a fornire un accesso “completo e in tempo reale” ai sistemi IT (tecnologia dell’informazione): “Si creerà una sorta di Express Lane per la circolazione delle merci dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord”, si legge nel testo, “fornendo allo stesso tempo un solido meccanismo di monitoraggio e protezione dell’integrità del Mercato Unico”.
    Il terzo testo tratteggia un legame più forte tra l’Assemblea dell’Irlanda del Nord e l’Assemblea di partenariato parlamentare UE-Regno Unito, per rendere “più trasparente” l’applicazione del protocollo sull’Irlanda del Nord dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito e rafforzare la partecipazione dei partner nordirlandesi nelle riunioni dei comitati specializzati. E infine il quarto testo si concentra sulla “sicurezza ininterrotta” della fornitura di medicinali dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord. Vale a dire che Londra “può continuare a fungere da hub per la fornitura di farmaci generici” per Belfast e che le aziende farmaceutiche britanniche “possono mantenere tutte le loro funzioni normative”, nonostante questo implichi il fatto che “l’UE cambi le proprie regole sui medicinali“.
    Secondo l’esecutivo comunitario “questo pacchetto di misure farà una reale differenza” per quanto riguarda la circolazione delle merci, ha commentato il vicepresidente Šefčovič. L’attenzione è stata posta sulle “flessibilità in materia di alimenti, salute delle piante e degli animali, dogane, medicinali e impegno con le parti interessate nordirlandesi”, ma anche sul fatto che “propone un modello diverso per l’attuazione del protocollo” sul piano del commercio tra Londra e Belfast. “È facilitato, ma con una serie di salvaguardie e una maggiore sorveglianza del mercato”, ha concluso Šefčovič, che ha ribadito anche che la bussola che guida la Commissione rimane tarata su “prevedibilità, stabilità e certezza per le persone e le imprese”.
    Le difficoltà nel commercio post-Brexit
    Le proposte dell’esecutivo comunitario hanno come obiettivo quello di trovare un compromesso sulle difficoltà riscontrate nell’attuazione del protocollo sull’Irlanda del Nord dell’accordo di recesso tra UE e Regno Unito (che è stato redatto per preservare l’unità dell’isola, secondo l’accordo del Venerdì Santo del 1998). La questione ruota attorno al periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda, ovvero la concessione temporanea da parte delle autorità UE ai controlli dei certificati sanitari ai supermercati e fornitori britannici per il commercio di generi alimentari. Nel contesto post-Brexit i controlli servono per mantenere integro il Mercato Unico sull’isola).
    Il vicepresidente della Commissione UE per le Relazioni interistituzionali, Maroš Šefčovič (13 ottobre 2021)
    Questa concessione – entrata in vigore provvisoriamente dall’inizio del 2021 con la firma dell’accordo di commercio e di cooperazione – sarebbe dovuta scadere lo scorso primo aprile. Ma con la decisione unilaterale di Downing Street dello scorso 3 marzo di estendere il periodo di grazia fino alla fine di ottobre, si era aperta la cosiddetta ‘guerra delle salsicce’ (diventate il simbolo dei prodotti refrigerati a rischio per la tratta commerciale dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord). Dopo aver lanciato una procedura di infrazione contro il Regno Unito per presunte violazioni del protocollo, lo scorso 30 giugno Bruxelles aveva deciso di concedere una proroga di tre mesi.
    Offerto il dito, Londra si è presa tutto il braccio. A inizio settembre il governo guidato da Boris Johnson ha iniziato un pressing non solo per ridefinire la durata del periodo di grazia sui controlli dei certificati sanitari, ma anche per rinegoziare l’intero protocollo sull’Irlanda del Nord. Richiesta respinta al mittente dalla Commissione Europea per due volte: la prima a fine luglio dal vicepresidente Šefčovič – “non accetteremo nessuna revisione”, aveva tagliato corto – la seconda proprio in occasione della ripresa delle polemiche oltremanica un mese fa.
    Le bordate da Londra
    Già prima della presentazione della proposta della Commissione UE di oggi, da Londra erano piovute critiche rispetto a un altro punto del protocollo sull’Irlanda del Nord: il potere di arbitrato da parte della Corte di Giustizia dell’UE. “Il ruolo della Corte di giustizia e delle istituzioni dell’UE in Irlanda del Nord crea una situazione in cui non sembra esserci alcuna discrezione su come le disposizioni del protocollo vengono attuate”, ha attaccato il consigliere britannico per la Sicurezza nazionale, David Frost, ieri (martedì 12 ottobre) in un intervento a Lisbona. “La Commissione è stata troppo veloce a liquidare la governance come una questione secondaria”, ha aggiunto, portando come esempio la procedura di infrazione: “È arrivata al primo disaccordo, è evidente che questi accordi non funzioneranno nella pratica“.
    Il braccio destro del premier Johnson ha cercato di smarcarsi dalle critiche per aver firmato lui stesso l’accordo (fino all’anno scorso era ex-capo negoziatore Brexit per il Regno Unito), sostenendo che “il protocollo è stato redatto in estrema fretta in un periodo di grande incertezza“. Ma non solo: “Dire che non può essere migliorato sarebbe un errore di valutazione storico”, ha incalzato Frost, prima di insinuare che per Bruxelles “turbolenze, distorsione del commercio e sconvolgimento della società” in Irlanda del Nord sono “forse persino un prezzo accettabile” da pagare per dimostrare che “la Brexit non ha funzionato”. Su tutte le altre proposte dell’esecutivo UE, Frost si è detto “disponibile a negoziare intensamente”.
    Ma dalla Commissione Europea la porta rimane chiusa. “Entrambe le parti si sono impegnate con una firma”, ha ribadito il funzionario UE. Cancellare con un colpo di spugna il ruolo affidato alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea significherebbe non solo “compromettere il mantenimento dell’Irlanda del Nord nel Mercato Unico“, ma anche “aumentare l’instabilità, esattamente l’opposto di quello che vogliamo”. La Corte UE rimane “al centro del protocollo” ed è evidente che, nonostante il passo avanti di oggi da parte dell’esecutivo comunitario, la partita tra Londra e Bruxelles sul commercio in Irlanda del Nord è tutt’altro che chiusa.

    Il vicepresidente della Commissione UE Šefčovič ha presentato le quattro proposte per risolvere le difficoltà di commercio tra Belfast e Londra. Previsto l’abbattimento dell’80 per cento dei controlli, purché si rispettino le salvaguardie del Mercato Unico