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    L’Ue punta sul gas algerino, ma Algeri lo sta già usando come arma politica

    Bruxelles – L’Algeria è la nuova Russia, con risorse energetiche pronte da essere usate come arma politica contro l’Unione europea? Il rischio, in Europa, c’è chi lo vede e non può fare a meno di porre la questione ad una Commissione che però tira dritto e rinnova la fiducia ad un partner diventato ancor più strategico alla luce della guerra in Ucraina e la necessità di affrancarsi dalle forniture di Gazprom. Susana Solís Pérez, europarlamentare liberale (Re) vede però sullo sfondo un nuovo problema di indipendenza geopolitica per l’Unione, per effetto di questioni tutte regionali.
    C’è la questione del Sahara occidentale a dividere Algeria e Marocco. Rabat rivendica come propri i territori che invece la repubblica araba democratica di Saharawi (Rads) considera come parte integrante del Paese. Algeri sostiene la Rads e il suo movimento politico di riferimento, il Fronte polisario. Divergenze di vedute che hanno portato all‘interruzione delle relazioni diplomatiche nel 2021, e le tensioni in nord Africa hanno già avuto ripercussioni per l’Europa.
    Nella sua interrogazione, Susana Solís Pérez, ricorda che il gasdotto Maghreb-Europa (Mge) rifornisce la penisola iberica di gas algerino attraverso il Marocco. Una conduttura lunga 1.400 chilometri che dal 1996 trasporta oltre 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno nell’Europa occidentale. “A seguito della rottura delle relazioni diplomatiche tra Algeria e Marocco nell’agosto 2021, l’Algeria ha deciso di non rinnovare il contratto di 25 anni di Mge”, rileva l’europarlamentare. Preoccupata non a torto, visto che l‘Algeria ha sospeso l’accordo di amicizia con la Spagna per il sostegno dato a Madrid alle rivendicazioni marocchine sul Sahara occidentale.
    “L’Algeria ha aumentato il prezzo delle forniture di gas alla Spagna attraverso il gasdotto Medgaz“, denuncia ancora la parlamentare liberale. Medgaz è un’infrastruttura sottomarina lunga circa 757 chilometri, con una capacità massima annuale di 10,5 miliardi di metri cubi di gas. Una scelta, quella di rivedere i listini nei confronti di Madrid, che mostra “l‘uso dell’approvvigionamento energetico da parte dell’Algeria come arma politica“.
    La Commissione europea lascia all’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, il compito di rassicurare sulla questione. “L’Ue ha costantemente lavorato per rafforzare il suo partenariato con l’Algeria, concentrandosi sulle priorità indicate nell’accordo di associazione”, ricorda il membro del collegio dei commissari. Inoltre, “a seguito della decisione dell’Ue di tagliare le sue importazioni di gas dalla Russia, l’Algeria si è impegnata ad aumentare le sue forniture di gas all’Europa nel 2022 e negli anni successivi”. Tradotto: Algeri è un partner affidabile, non è una nuova Russia, “l‘Unione europea apprezza molto la cooperazione energetica con l’Algeria ed è pronta ad approfondirla ed espanderla ulteriormente”.
    La strategia Ue ha una sua logica. L‘Algeria resta comunque parte dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec). E’ vero che l’Unione ha scelto la strada della sostenibilità e del superamento dei combustibili fossili, ma nella transizione avere interlocutori privilegiati all’interno del gruppo che fissa i prezzi del barile di greggio può rappresentare un punto di forza. Un orientamento che suona però da scommessa.
    La questione è sul tavolo anche da prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Antonio Tajani, ora ministro degli Esteri ma allora in veste europarlamentare, sollevò la stessa questione sempre via interrogazione scritta. La decisione di Sonatrach di interrompere ogni tipo di attività in Marocco e con il Marocco “pone quesiti importanti sulla dipendenza energetica dell’Unione”. Scrisse così Tajani, a riprova del fatto che già prima di un riposizionamento sul mercato l’opzione algerina non sembra delle migliori.
    Borrell ha provato a rassicurare anche in quel frangente: “Per quanto riguarda le attuali tensioni diplomatiche tra Algeria e Marocco, l’Ue è pronta a fornire tutto il sostegno necessario al processo guidato dalle Nazioni Unite per trovare una soluzione politica giusta e reciprocamente accettabile al caso del Sahara occidentale”. Ma fino ad oggi l’Ue ha sempre privilegiato la parte marocchina nel confronto con i Saharawi, il che la potrebbe esporre alle ripicche energetiche algerine. 

    La questione del Sahara occidentale è motivo di scontro tra Algeria e Marocco, e le posizioni spagnole a sostegno di Rabat ridisegnano i contratti di Sonatrach. La questione già nota prima dello scoppio delle guerra in Ucraina

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    Dall’Algeria Meloni lancia il Piano Mattei: Sarà utile a tutta l’Europa

    Roma – L’Algeria, tra i leader in Africa per l’energia, e l’Italia porta di approvvigionamento in Europa. Giorgia Meloni, ad Algeri per la sua quinta missione all’estero, pone le basi per il ‘Piano Mattei’ che, assicura, sarà “utile all’Unione intera”. Un modello di cooperazione con l’Africa nuovo e “non predatorio”, rivendica la premier. Lancia la sfida a Bruxelles, sarà utile che sostenga il piano: “Lo vediamo tutti, si chiudono opportunità, come i flussi energetici, per questo si deve guardare a Sud, e penso che andava fatto anche prima”.
    Stringe, accompagnata dall’ad di Eni Claudio Descalzi, dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi e dall’ambasciatore italiano Giovanni Pugliese, cinque accordi  e sigilla un percorso iniziato da Mario Draghi. La cooperazione però ora si estenderà anche alla transizione e alle fonti rinnovabili.
    Le intese firmate da Eni e Sonatrach, la sua omologa algerina, sono infatti due: una per ridurre le emissioni di gas serra, l’altra per incrementare le esportazioni di gas e realizzare un nuovo gasdotto per l’idrogeno. L’exit strategy dalla crisi passa quindi per il mix energetico.
    Per Descalzi Roma potrà azzerare le forniture da gas russo nell’inverno 2024-25, quando cioè entrambi i rigassificatori di Piombino e Ravenna saranno in funzione. “Bisogna pensare che solo 2 anni fa l’Algeria dava all’Italia circa 21 miliardi di metri cubi di gas – ricorda l’ad -, arriveremo a più di 28 miliardi l’anno prossimo e nel 2024-25 supereremo ancora, è veramente un partner strategico”.
    L’Italia punta tutto sul Paese nordafricano: “Non è un caso che la prima missione bilaterale nel Nord Africa del nuovo Governo” si stia svolgendo in Algeria, “a dimostrazione di quanto sia per l’Italia un partner affidabile e di assoluto rilievo strategico”, sottolinea la premier dopo l’incontro con il presidente Abdelmadjid Tebboune. Promette di non fermarsi qui. Sperimenterà, annuncia, nuovi campi di collaborazione, per costruire un partenariato che possa consentire di “alimentare le prospettive di crescita e sviluppo”, guardando a tutto il Mediterraneo.
    “Speriamo con i nostri amici italiani di raggiungere altri scopi e andare al di là degli scambi energetici, delle forniture di gas, idrogeno e ammoniaca”, le fa eco Tebboune. Il Paese, garantisce, vuole “rafforzare lo status di partner strategico dell’Italia in campo energetico, confermandosi come fornitore affidabile”, ma lo sarà anche “per gli investimenti industriali in Algeria”.
    Quello con l’Algeria è uno dei “tanti rapporti bilaterali” con il Nordafrica allo studio di Palazzo Chigi: “In futuro ce ne saranno altri – parola di premier -, li stiamo già programmando”.

    La premier italiana stringe, accompagnata dall’ad di Eni Claudio Descalzi, dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi e dall’ambasciatore italiano Giovanni Pugliese, cinque accordi. La cooperazione si estenderà anche alla transizione e alle fonti rinnovabili.

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    Von der Leyen promette altri 250 milioni di euro per la sicurezza energetica della Moldova

    Bruxelles – Cento milioni in sovvenzioni e altri cento in prestiti. L’Unione europea ha assicurato oggi (10 novembre) che mobiliterà a partire da gennaio un pacchetto di altri 200 milioni di euro alla Moldova per far fronte alla “”grave crisi energetica” che il Paese vive dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, legata sia “alla fornitura di gas ed elettricità, sia all’accessibilità economica di gas ed elettricità”. E’ la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ad annunciarlo al fianco della presidente moldava, Maia Sandu, in un punto stampa organizzato a sugellare l’incontro a Chișinău, dove si è recata insieme alla commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson. 

    Dear @sandumaiamd, the EU’s solidarity with Moldova is unshakeable.
    Today we increase our support in the face of the acute energy crisis caused by Russia.
    🇪🇺🇲🇩https://t.co/TG9ZPw2F4G
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) November 10, 2022

    La presidente tedesca ha spiegato che il pacchetto sarà disponibile a partire da gennaio: i 200 milioni tra prestiti e sovvenzioni andranno al Paese per garantire che abbia abbastanza gas durante l’inverno che si avvicina. La vicinanza geografica della Moldova all’Ucraina e il sostegno dimostrato a Kiev dall’inizio dell’invasione, hanno reso anche la Moldova un bersaglio delle ritorsioni energetiche di Mosca. A partire dalla fine di marzo, l’Unione europea ha consentito l’allaccio della rete elettrica di Moldova e Ucraina con la rete dell’Europa continentale per aiutare i due Paesi a mantenere stabile il proprio sistema elettrico, le case calde e le luci accese anche durante la guerra della Russia in Ucraina. Ma l’inverno è alle porte e i tagli alle forniture di gas da parte della Russia rischiano di mettere in crisi il sistema energetico moldavo.
    Altri 50 milioni di euro, ha annunciato von der Leyen, andranno per il sostegno di bilancio alla Moldova, con cui il Paese potrà fornire sostegno diretto alle persone più vulnerabili colpito dalla crisi dei prezzi energetici. Bruxelles sta collaborando con il segretariato della Comunità dell’energia per mettere in atto un programma di salvataggio energetico per la Moldova per consentire ai donatori di sostenere gli acquisti di energia. “Spero che queste misure combinate forniscano alla Moldova il tanto necessario sostegno durante l’inverno”, ha aggiunto von der Leyen. Dallo scorso giugno, Bruxelles ha assicurato un prestito del valore di 300 milioni di euro attraverso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, con cui la Moldova potrà acquistare dall’Ue il gas per scopi di emergenza e stoccaggio prima dell’inverno. Come misura di prevenzione in caso di tagli alle forniture da parte della Russia. Da quando i leader europei all’ultimo Vertice Ue di giugno hanno sostenuto per Moldova e Ucraina lo status di paese candidato all’adesione all’UE, le nostre relazioni con i due Paesi hanno assunto una nuova dimensione.

    Da Chișinău la presidente della Commissione europea annuncia un nuovo pacchetto di sostegno energetico al Paese, per garantire che abbia abbastanza gas per superare l’inverno. Bruxelles lavora a uno schema di salvataggio per gli acquisti di energia

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    Supporto contro il caro-prezzi, gasdotti e infrastrutture transfrontaliere. L’energia tra Ue e Balcani Occidentali

    Bruxelles – Un viaggio che è andato ben oltre le solite promesse di supporto per il cammino di avvicinamento dei sei Paesi dei Balcani Occidentali all’Unione Europea. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha portato a casa dai quattro giorni nella regione (anche se l’ultima tappa di sabato 29 ottobre in Montenegro è stata annullata per “maltempo”) la consapevolezza di poter stringere il rapporto con i partner più vicini dell’Unione puntando tutto sulla questione energetica, in un momento di crisi e di prezzi alle stelle che sta colpendo tutto il continente, anche quei Paesi che ancora faticano ad allentare i rapporti con la Russia di Vladimir Putin.
    La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il primo ministro dell’Albania, Edi Rama, presso il cantiere della ferrovia Tirana-Durrës (27 ottobre 2022)
    In tutte le tappe la presidente von der Leyen ha ribadito tre concetti: unità, solidarietà e “Unione dell’Energia”. Il tutto si inserisce nel quadro della risposta dell’Ue alla crisi energetica scatenata dalla guerra russa in Ucraina e dalla manipolazione dei mercati da parte del Cremlino. Un tema che non riguarda solo i Ventisette, ma anche i Sei dei Balcani Occidentali (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia) che Bruxelles non può permettersi di lasciare soli nella tempesta: il rischio è enorme, perché potrebbe costringerli – o spingerli – a rendersi ancora più dipendenti dalle fonti fossili di Mosca. Ecco perché la numero uno della Commissione ha annunciato come prima cosa un sostegno diretto al bilancio per affrontare l’impatto degli alti prezzi dell’energia in ciascuno dei sei Paesi dei Balcani Occidentali: 80 milioni per la Macedonia del Nord, altrettanti per l’Albania, 75 per il Kosovo, 70 per la Bosnia ed Erzegovina, 165 per la Serbia (per il Montenegro sarà comunicato al momento della nuova visita di von der Leyen, rendono noto fonti Ue). Complessivamente oltre 470 milioni di euro di supporto immediato per famiglie e imprese vulnerabili, con le procedure che si concluderanno “entro la fine dell’anno” e i finanziamenti sborsati “a partire da gennaio”, ha assicurato von der Leyen.
    “Unione dell’Energia” significa anche interdipendenza nelle decisioni da prendere per uscire dal ricatto del gas di Putin. A livello indiretto i Paesi dei Balcani Occidentali potrebbero beneficiare delle possibili misure comunitarie sui massimali dei prezzi del gas e sullo sganciamento dei prezzi dell’elettricità da quelli del gas. Ma sarà cruciale l’impegno diretto, che può già essere messo in  pratica con la partecipazione alla piattaforma per l’approvvigionamento congiunto di gas, Gnl (gas naturale liquefatto) e idrogeno. La leader dell’esecutivo comunitario ha esteso l’invito ai sei partner, ponendo l’accento sull’importanza di “usare il nostro potere di mercato per ottenere risultati migliori dove c’è molta concorrenza, soprattutto sui prezzi”.
    I progetti energetici nei Balcani Occidentali
    Le misure immediate sono solo il primo tassello di un disegno più grande, che dovrebbe portare i Ventisette e i Balcani Occidentali (senza dimenticare la prospettiva della loro adesione all’Ue) a essere completamente indipendenti dalle fonti russe e sempre più orientati verso risorse rinnovabili e infrastrutture transfrontaliere. Ecco perché per Bruxelles non bastano gli oltre 470 milioni di euro in sostegno al bilancio, ma la Commissione ha elaborato anche un piano di sovvenzioni da 500 milioni per tutta la regione che avrà un impatto sul medio/lungo periodo. La seconda parte del sostegno energetico – “importante almeno quanto la prima parte”, ha sottolineato von der Leyen – sarà veicolata attraverso il Piano economico e di investimenti dell’Ue per i Balcani Occidentali, e avrà come pilastri le connessioni transfrontaliere, l’efficienza energetica e lo sviluppo di fonti rinnovabili, secondo le particolarità e i punti di forza di ciascun Paese.
    La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, in visita all’Università di Pristina, Kosovo (27 ottobre 2022)
    Per esempio, in Albania gli investimenti saranno indirizzati alla centrale solare galleggiante di Vau i Dejës (presso Scutari) e alla centrale idroelettrica di Fierza – che già oggi produce un quarto dell’intera produzione elettrica nazionale – in Bosnia ed Erzegovina allo sviluppo di centrali solari, eoliche e a biomassa, in Kosovo ai piani in atto di installazione di pannelli fotovoltaici e di teleriscaldamento con energia pulita. Visitando i progetti di ristrutturazione energetica delle Università di Tirana e Pristina, la stessa von der Leyen ha posto l’accento sul fatto che “l’investimento più importante per noi è quello nelle energie rinnovabili, perché non fanno solo bene al clima, ma sono di origine nazionale e creano posti di lavoro”. Per questo motivo i 500 milioni prossimamente sbloccati andranno anche a sostenere piani di più piccola portata, che avranno un impatto tangibile sulle comunità locali.
    Ma anche l’aspetto transfrontialiero è chiave nel Piano economico e di investimenti. Da un punto di vista pratico, i Balcani Occidentali sono centrali per gli interessi dell’Unione, semplicemente per una questione geografica. Non a caso la visita in Serbia della presidente von der Leyen si è svolta a Jelašnica (presso Niš, nel sud del Paese), dove “entro il prossimo anno” vedrà la luce l’interconnettore del gas Serbia-Bulgaria: il progetto – finanziato all’80 per cento da Commissione e Banca europea per gli investimenti (Bei) – prevede un collegamento di 171 chilometri tra Niš e Sofia e un flusso di 1,8 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, aumentando la sicurezza degli approvvigionamenti energetici in arrivo dai Paesi membri Ue della regione (Bulgaria e Grecia). Guardando verso sud, si dovrà sviluppare con i finanziamenti Ue anche l’interconnettore del gas Serbia-Macedonia del Nord, per completare il collegamento della regione con un’infrastruttura di 23 chilometri che si innesterà a quello Macedonia del Nord-Bulgaria presso la città di Kumanovo.
    La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il presidente della Serbia, Aleksandar Vučič, a Jelašnica (28 ottobre 2022)
    A questo si aggiungono due progetti “affascinanti” – come li ha definiti von der Leyen – che hanno un respiro ancora più europeo. Il primo è il Corridoio Elettrico Trans-Balcanico, una rete di trasmissione elettrica a 400 Kilovolt che legherà l’Italia alla Bulgaria, passando da Montenegro, Bosnia ed Erzegovina e Serbia, e che risponderà a una delle priorità della politica energetica europea, ovvero integrare il mercato dell’elettricità dei diversi Paesi del continente. Il progetto di interconnessione prevede un cavo sottomarino tra Villanova e Lastva (Montenegro) e tre sezioni attualmente in fase di progettazione e costruzione sul territorio nazionale dei tre Paesi balcanici. E poi c’è il gasdotto Ionico-Adriatico (Iap), infrastruttura in cui è l’Albania a rivestire un ruolo centrale. Gasdotto bi-direzionale lungo 516 chilometri, con una capacità di 5 miliardi di metri cubi all’anno, si innesterà sul gasdotto Trans-Adriatico (Tap) che trasporta il gas dall’Azerbaigian all’Italia. Si svilupperà in Albania, Montenegro e Bosnia ed Erzegovina, fino ad arrivare a Spalato (Croazia), dove sarà collegato al sistema di trasporto nazionale ed europeo e alle nuove infrastrutture, come il terminale di Gnl di Krk.

    Al centro del viaggio nella regione della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, lo sviluppo dei progetti di interconnessione del gas e del Corridoio Elettrico Trans-Balcanico. Ma anche l’annuncio di oltre 470 milioni di euro contro la crisi energetica e un piano da altri 500

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    L’Ue cerca di avvicinare la Serbia mettendola al centro dei progetti balcanici (e con il più alto supporto contro la crisi)

    Bruxelles – L’Unione Europea cambia strategia e cerca di convincere la Serbia ad allinearsi alle richieste di Bruxelles mettendola al centro dei progetti infrastrutturali, energetici e di connettività di tutta la regione balcanica, per un collegamento ulteriore al resto d’Europa. Non può passare inosservato il fatto che la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, non ha scelto la capitale Belgrado come tappa serba del suo viaggio di quattro giorni nei Balcani Occidentali (come ha invece fatto per Macedonia del Nord, Kosovo, Albania e Bosnia ed Erzegovina), ma Jelašnica, presso Niš, nel sud del Paese.
    Proprio qui sorgerà “entro il prossimo anno” l’interconnettore di gas che collegherà la Serbia alla Bulgaria, un progetto finanziato all’80 per cento da Commissione e Banca europea per gli investimenti (Bei). Lo scopo è duplice: non solo “aprirà il mercato serbo del gas alla diversificazione e migliorerà la sicurezza energetica” del Paese (che pochi mesi fa ha siglato un nuovo contratto con Gazprom), ma soprattutto “vi avvicinerà all’Ue”, ha promesso la numero uno della Commissione al presidente della Serbia, Aleksandar Vučić. L’esortazione è quasi latina – “bisogna essere in due per ballare il tango” – ma l’obiettivo è senza dubbio pragmatico: “È necessario, una dipendenza troppo incentrata sul gas russo non è positiva“. La presenza di von der Leyen sul sito dei lavori in Serbia è una dimostrazione che “siamo già insieme in un’Unione dell’energia“, perché “qualsiasi cosa faccia l’Unione Europea, i Balcani Occidentali sono inclusi” e viceversa: “Un miglioramento dell’interconnettore del gas qui ha un’influenza positiva per l’intera Unione Europea”.
    La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il presidente della Serbia, Aleksandar Vučič (Jelašnica, 28 ottobre 2022)
    L’Unione dell’energia coinvolge anche l’approvvigionamento energetico da “fornitori affidabili” attraverso la piattaforma di acquisto congiunto del gas, a cui “anche la Serbia è invitata a unirsi”. Per i Ventisette è cruciale “usare il nostro potere di mercato per ottenere risultati migliori dove c’è molta concorrenza, soprattutto sui prezzi”, ha spiegato la numero uno dell’esecutivo comunitario. Ed è qui che si inserisce la questione del supporto energetico dell’Ue a tutti i partner dei Balcani Occidentali, il vero filo rosso della visita di von der Leyen nelle sei capitali. Dopo gli 80 milioni per la Macedonia del Nord, altrettanti per l’Albania, i 75 milioni per il Kosovo e i 70 milioni per la Bosnia ed Erzegovina, la presidente della Commissione ha annunciato “165 milioni di euro in sovvenzioni per il sostegno immediato al bilancio della Serbia, per aiutare famiglie e imprese vulnerabili” ad affrontare i prezzi dell’energia alle stelle. Si tratta di gran lunga dell’importo più alto tra tutti i partner balcanici, tanto che il leader serbo non ha potuto nascondere un moto di sincera ammirazione: “È una cifra enorme per noi, dobbiamo ringraziare i contribuenti dell’Unione, soprattutto quando qualcuno ci offre un supporto economico senza chiedere nulla in cambio”.
    Ma è la seconda parte del sostegno di Bruxelles a interessare con ancora più forza, almeno sul medio/lungo periodo. L’Ue finanzierà con un pacchetto da 500 milioni di euro in sovvenzioni progetti nazionali e congiunti su energie rinnovabili e infrastrutture transfrontaliere, come quella tra Serbia e Bulgaria visitata dai due leader. Nel taccuino di von der Leyen c’è l’interconnettore del gas tra Serbia e Macedonia del Nord, progetto che “completerà il collegamento della regione”, ma anche un grande esempio di quella “interdipendenza” tra i Balcani Occidentali e il resto dell’Europa: “Il Corridoio Elettrico Trans-Balcanico è affascinante, tutto sarà connesso dall’Italia alla Bulgaria passando per la Serbia, il Montenegro e la Bosnia ed Erzegovina”. In questo modo “ci aiuteremo a vicenda, per non trovarci mai più in un collo di bottiglia come quello di oggi”.

    The 🇷🇸🇧🇬 gas interconnector will improve Serbia’s energy security – and bring you one step closer to the EU.
    We also invite 🇷🇸 to take part in our EU joint procurement of energy.
    We will be happy to have Serbia with us. https://t.co/vGFNe1HBcN
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) October 28, 2022

    La Serbia tra Ue, Russia e Kosovo
    Oltre alle interconnessioni e all’energia c’è di più, in particolare sul fronte della politica internazionale. La prima questione è legata strettamente all’invasione russa dell’Ucraina e allo stretto legame della Serbia con Mosca. Da quando è scoppiata la guerra Bruxelles chiede insistentemente a Belgrado di rendere coerente la propria politica sulle sanzioni contro la Russia a quella dell’Ue, ma a oggi non si vedono spiragli per uno scostamento dall’ormai insostenibile posizione di neutralità tra i partner occidentali e l’alleato storico. La presidente von der Leyen ha utilizzato molta cautela nel sottolineare la necessità di un allineamento alla politica estera e di sicurezza dell’Unione – “questa guerra sta ridefinendo il panorama della sicurezza dell’intero continente, permettetemi di assicurarvi che l’Ue è e rimarrà il più importante partner politico ed economico della Serbia” – proprio per non compromettere la nuova strategia improntata più sullo stretto coinvolgimento sul campo e la persuasione economica del partner balcanico.
    La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il presidente della Serbia, Aleksandar Vučič (Jelašnica, 28 ottobre 2022)
    Il secondo capitolo più urgente riguarda le tensioni tra la Serbia e il Kosovo, a tre giorni dalla scadenza fissata dal governo di Pristina per la re-immatricolazione dei veicoli nel Paese (dopo due rinvii consecutivi, per un totale di tre mesi). Da lunedì 31 ottobre tutti i mezzi di trasporto dovranno presentare targhe kosovare e potrebbero essere sequestrati quelli che circolano ancora con targhe serbe, molto diffuse tra la minoranza serba nel nord del Paese. Per Belgrado tutto ciò rappresenta una provocazione (nonostante la misura sia identica a quella applicata dalla Serbia): “Sono molto preoccupato per i rapporti con Pristina, ma facciamo il possibile per mantenere la pace e la stabilità”, ha affondato il presidente Vučić, rispondendo a distanza alle parole di ieri dell’omologa kosovara, Vjosa Osmani. Lo stesso leader serbo ha convocato il Consiglio per la sicurezza nazionale, per valutare come rispondere a eventuali tensioni violente al confine, come quelle scoppiate a fine luglio nord del Kosovo
    “Sappiamo tutti per esperienza che solo con il dialogo siamo in grado di risolvere i conflitti, c’è ancora tempo“, ha assicurato la presidente von der Leyen. Ma dopo un anno di soluzione provvisoria (la numero uno della Commissione si trovava proprio in Serbia il 30 settembre 2021, quando era stata firmata) e tre mesi di confronto tra Pristina e Belgrado, i due Paesi balcanici non sono riusciti a raggiungere un’intesa definitiva, come invece hanno fatto sul riconoscimento dei documenti d’identità nazionali lo scorso 27 agosto. Bruxelles e Washington spingono per un ultimo rinvio di 10 mesi della scadenza, per avere maggiori prospettive di compromesso, ma il governo kosovaro non sembra voler fare ulteriori concessioni. Servirà un colpo di coda diplomatico della leader dell’esecutivo comunitario per imprimere una svolta.

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    Obbligo di acquisti congiunti e price cap dinamico sulla borsa di Amsterdam, la proposta Ue contro il caro gas

    Bruxelles – Un limite di prezzo dinamico a tutte le transazioni nel Dutch Title Transfer Facility (Ttf), il mercato olandese di riferimento per gli scambi del gas in Europa. Poi ancora un nuovo parametro di riferimento per il gas naturale liquefatto (GNL) complementare e alternativo al Ttf da rendere operativo entro la fine del 2022 e acquisti congiunti di gas obbligatori per il riempimento di almeno il 15 per cento delle riserve europee. Sono alcuni dei punti principali del nuovo pacchetto contro il caro energia, visto e anticipato da Bloomberg, che la Commissione europea proporrà domani (18 ottobre) agli Stati membri per affrontare i rincari energetici. La bozza, ancora suscettibile a modifiche prima del via libera del collegio domani a Strasburgo, sarà sul tavolo dei capi di stato e governo riuniti giovedì e venerdì (20-21 ottobre) a Bruxelles al Consiglio europeo. L’ultimo di Mario Draghi alla guida dell’esecutivo italiano.
    La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha riunito nel fine settimana il collegio dei commissari per “fare buoni progressi nell’attuazione della tabella di marcia per affrontare i prezzi elevati dell’energia presentata ai leader al vertice informale di Praga”, ha scritto in un tweet, con l’idea di “approvare un altro pacchetto di proposte legali alla nostra prossima riunione del collegio, martedì”. Nelle scorse settimane l’esecutivo comunitario ha subito forti le pressioni di un gruppo di Paesi, tra cui Italia, Grecia, Polonia e Belgio, che hanno chiesto a più riprese l’introduzione di un corridoio dinamico ai prezzi del gas.

    Good VTC discussion on energy with College members.
    Made good progress on implementing the roadmap to tackle high energy prices presented to Leaders at the informal summit in Prague.
    We will approve another package of legal proposals at our next college meeting, Tuesday. pic.twitter.com/e8r08gtyRn
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) October 16, 2022

    Alla fine, la Commissione dovrebbe spianare la strada a un meccanismo di controllo dei prezzi dinamico, che sia temporaneo e da mettere in atto mentre lavora al nuovo parametro di riferimento complementare per il prezzo del gas liquefatto. Dopo aver constatato, e ammesso più volte, che il Ttf non è più rappresentativo del mercato, sempre più dominato dagli scambi di gas naturale liquefatto. Il nuovo indice non sarà avviato prima della fine del 2022, in tempo per renderlo operativo prima della prossima stagione di riempimento delle riserve di gas nella primavera 2023.
    Assente nella bozza vista da Bloomberg la proposta (su cui Bruxelles spingeva fino a poche settimane fa) di estendere a tutti i Paesi dell’Ue il modello iberico di ‘price-cap’, ovvero un tetto sul prezzo del gas usato per la produzione di elettricità, come introdotto in primavera da Spagna e Portogallo e che nei fatti ha contribuito ad abbassare i prezzi nei due Paesi. Sul cap per la generazione di elettricità è mancato però il sostegno da buona parte dei governi dell’Ue, dal momento che nei fatti andrebbe finanziato con risorse nazionali e non tutti hanno spazio fiscale per farlo. L’Italia ad esempio si è detta contraria, insieme a Polonia, Belgio, Grecia in un non paper trasmesso alla Commissione nelle scorse settimane. Bruxelles presenterà invece misure per aumentare la liquidità nei mercati energetici e la proposta di rendere obbligatorio per i governi partecipare all’acquisto congiunto di gas per il riempimento di almeno il 15 per cento degli stoccaggi dei Paesi, rendendo di fatto operativa finalmente la piattaforma per gli acquisti congiunti.
    Gli acquisti congiunti di gas sono considerati fondamentali per riprendere a riempire gli stoccaggi appena finirà l’inverno e soprattutto per evitare concorrenza tra i governi nell’acquisto delle forniture. Sulla scia dell’acquisto comune dei vaccini durante la pandemia COVID-19, di fronte alla crisi energetica connessa alla guerra in Ucraina Bruxelles ha lanciato lo scorso 7 aprile una piattaforma energetica a cui gli Stati membri possono aderire su base volontaria per negoziare e cercare approvvigionamenti di gas (e in futuro anche idrogeno e gas naturale liquefatto), principalmente per mantenere anche i prezzi più contenuti potendo gestire la domanda a livello comunitario e non nazionale. Nella sostanza si cerca di evitare che ci sia concorrenza tra i Paesi membri dell’Ue nell’acquisto di forniture, data la necessità di accelerare con la diversificazione dei fornitori e riempire le riserve. Secondo le indiscrezioni, le forniture russe saranno escluse da questo sistema di appalti congiunti, che come spiegavamo, ha avuto difficoltà a decollare soprattutto perché sarà affidato agli operatori commerciali e non direttamente ai governi.
    Le proposte dovrebbero assumere la forma legislativa di una proposta di Regolamento del Consiglio, da far adottare agli Stati quindi a maggioranza qualificata (senza unanimità e dunque senza possibilità di veti) e senza passaggio all’Europarlamento.

    L’esecutivo comunitario presenterà domani a Strasburgo un nuovo pacchetto di misure per ridurre i prezzi del gas, tra cui un nuovo indice di riferimento complementare al Ttf di Amsterdam per il gas naturale liquefatto. Le proposte saranno sul tavolo dei capi di stato e governo Ue riuniti a Bruxelles il 20-21 ottobre al Consiglio europeo, l’ultimo di Mario Draghi alla guida dell’Italia

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    Riusciremo a passare l’inverno senza razionamenti del gas?

    C’è veramente il rischio di incorrere quest’inverno in razionamenti del gas?
    La situazione negli ultimi giorni si è ulteriormente complicata.
    Anche l’Italia, che dal Tarvisio riusciva a importare ancora un po’ di gas dalla Russia (circa il 40% di ciò che storicamente entrava, 55 milioni di mc/giorno contro i 155-160 di prima della guerra) si è ritrovata a secco.
    Le ragioni apparentemente sembrano commerciali e non geopolitiche.
    Vi è stato un cambio dell’operatore austriaco dei tubi e il nuovo operatore ha modificato le regole di prenotazione e pagamento del servizio rendendole più rigide e conformi alle sanzioni europee, e sembra che Gazprom, l’operatore russo che il gas lo vende, non riesca più a rilasciare le fideiussioni e a fare i pagamenti dovuti. Eni e altri operatori hanno provato a trovare soluzioni pratiche tipo comprare il gas in Slovacchia da Gazprom e poi importare in Austria regolando direttamente, tra europei, i rapporti con l’operatore logistico austriaco, ma dopo un primo consenso dei tecnici russi sulla soluzione proposta questa è stata bloccata dall’alto delle gerarchie russe. E qui la geopolitica sembra di nuovo fare capolino anche se nelle ultime ore forse la questione si sta sbloccando.
    È evidente che il permanere di una fornitura di gas dalla Russia, sia pure ridotta rispetto ai contratti, è fondamentale ai fini degli equilibri complessivi dell’approvvigionamento italiano del prossimo inverno.
    La preoccupazione, nonostante l’annunciato sblocco del Tarvisio, però rimane.
    Ogni volta che c’è la possibilità di utilizzare un ostacolo o un pretesto per non rispettare gli obblighi di fornitura contenuti nei contratti stipulati da Gazprom con controparti europee, il gigante russo del gas se ne avvale. È stato così per la storia dei pagamenti in rubli, poi c’è stata la vicenda delle manutenzioni, poi quella delle turbine che non funzionavano, e ora le nuove regole dell’operatore logistico austriaco.
    Ogni scusa è buona per non rispettare gli impegni contrattuali e mettere in difficoltà l’Europa e la sua economia. Gazprom però non dichiara mai apertamente che così si comporta perché si è in guerra, forse per evitare gigantesche richieste di danni.
    Fino ad oggi, sia pure con uno sforzo economico notevole, gli stoccaggi sono stati riempiti oltre il 90%, e con la minima fornitura proveniente dal Tarvisio e con l’aumento di forniture dall’Algeria si contava di passare indenni l’inverno con l’adozione di semplici misure di risparmio energetico (il grado in meno della temperatura dei riscaldamenti domestici e degli uffici pubblici, la riduzione dell’illuminazione pubblica e poco altro).
    Se lo scenario cambia, e se vi fosse un blocco totale degli arrivi dalla Russia contemporaneamente a condizioni meteo e climatiche avverse, in particolare temperature dell’inverno molto basse, il rischio di razionamento c’è e sarebbe giusto incominciare a parlarne e preparare l’opinione pubblica.
    Con un approccio prudente, che si addice a momenti così incerti, i settori industriali hanno lavorato tutto il mese di agosto con Snam per fornire tutti i dati di quantità e di modalità di consumo del gas utili alla predisposizione di un piano di emergenza ma a tutt’oggi non è dato sapere:

    se ci saranno misure di riduzione dei consumi volontarie e incentivate sia con riferimento ai volumi sia con riferimento al servizio di interrompibilità, così come d’altro canto previsto dalla direttiva europea ‘Save winter gas’;
    in caso di riduzione forzata quali settori saranno chiamati, e in che termini, a ridurre i consumi.

    Un quadro chiaro dei piani di emergenza è fondamentale per consentire alle imprese industriali di programmare i prossimi mesi e per far ripartire il mercato del gas che per molti operatori industriali, specie quelli di piccole e medie dimensioni, è bloccato a causa delle ingenti garanzie richieste per la stipula dei contratti annuali da parte dei fornitori di gas.
    In assenza di una risposta unitaria europea che sembra tardare per le divergenze di interessi che dividono gli stati membri e per la solita resistenza a fare debito comune, così come fu all’inizio nel caso del Covid, la riduzione dei consumi è l’unica arma possibile per cercare di mitigare gli effetti del ricatto russo e della speculazione finanziaria che su di esso si è innestata.
    Una riduzione programmata delle attività industriali con l’attribuzione di un minimo di indennizzo, così da ridurre il consumo di gas e proteggere dal razionamento i servizi essenziali e il minimo standard di confort per le famiglie (magari mettersi un maglione in più ma continuare a fare la doccia calda), potrebbe essere coerente con un quadro macroeconomico in rallentamento e quindi con una domanda calante in molti settori manifatturieri.
    Il momento delle scelte e delle decisioni è arrivato e vedremo come si comporterà il nuovo governo.
    Un’inquietudine ulteriore colpisce tutti noi. La vicenda dei sabotaggi ai tubi del North Stream si staglia inquietante sullo sfondo. Chi ha fatto saltare le condutture?
    I servizi tedeschi sembrano avere pochi dubbi sul fatto che si tratti di un avvertimento russo alla Germania. Pochi giorni prima delle esplosioni l’ambasciatore russo a Berlino Sergey Razov aveva detto: “Nel sostegno militare all’Ucraina la Germania sta oltrepassando la linea rossa”. Una rivendicazione preventiva? Forse qualcosa di più di una coincidenza.
    Se la strategia di Putin è quella di ostacolare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento che renderebbero l’Europa libera dal ricatto russo, allora i gasdotti alternativi Transmed, che porta il gas dall’Algeria, Blue Stream che lo porta dalla Libia, TAP che lo porta dall’Azerbaigian devono essere monitorati continuamente e protetti da misteriosi sabotaggi che potrebbero verificarsi. Non è così assurdo che il Cremlino pensi di colpire le infrastrutture che quella diversificazione e quella indipendenza consentono.
    Quanto sia strategico il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e quanto importante sia il ruolo della Marina Militare Italiana per la difesa dei nostri interessi e della nostra indipendenza è evidente a tutti.
    Navi e sommergibili italiani sono impiegati in questo momento per monitorare senza sosta passaggi e manovre di mezzi militari non dell’Alleanza atlantica. Così come fanno anche altri mezzi, droni e aerei, della nostra Aeronautica militare.
    Da quando la Russia ha riattivato la base di Tartus in Siria, l’unica base militare russa fuori dai confini dell’ex Unione Sovietica, molte navi della Marina russa sono tornate ad operare con continuità nel Mediterraneo. Oggi se ne contano almeno 11 senza considerare i sommergibili che, numerosi, solcano le profondità del nostro mare.

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    Gas, il Cremlino: le forniture riprenderanno “solo con lo stop alle sanzioni” occidentali

    Bruxelles – L’Unione europea tira dritto sul tetto al prezzo del gas russo, mentre la Russia torna a incolpare Bruxelles e le sanzioni occidentali per l’interruzione dei flussi di gas dal Nord Stream e per aver innescato la peggiore crisi europea dell’approvvigionamento di gas. I problemi con le forniture di gas tramite il gasdotto che collega i giacimenti siberiani direttamente alla Germania “persisteranno fino alla revoca delle sanzioni”, perché impediscono la “manutenzione delle unità dei gasdotti”, ha dichiarato in serata il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, spiegando che il funzionamento del gasdotto “si basa su un’unità che necessita di una seria manutenzione” e le sanzioni ne impediscono la riuscita.
    Il gigante russo del gas Gazprom venerdì ha annunciato che il gasdotto Nord Stream 1, la principale rotta di approvvigionamento in Europa, rimarrà chiuso a data da destinarsi dopo aver riscontrato una perdita di olio in una turbina di una stazione di compressione, facendo salire alle stelle i prezzi del gas. Il messaggio del Cremlino è chiaro: finché ci saranno sanzioni, i flussi del gas non ripartiranno e i prezzi (presumibilmente) continueranno a salire. “Problemi con la fornitura di gas sono sorti a causa delle sanzioni imposte al nostro Paese dagli stati occidentali, tra cui Germania e Gran Bretagna”, ha riferito ai giornalisti Peskov, come riporta Reuters. “Vediamo tentativi incessanti di trasferire responsabilità e incolpare su di noi. Lo rifiutiamo categoricamente e insistiamo sul fatto che l’Occidente collettivo – in questo caso, l’UE, il Canada, il Regno Unito – è responsabile del fatto che la situazione è arrivata al punto in cui è adesso”, ovvero con i prezzi alle stelle e difficoltà con l’approvvigionamento. Alla domanda se il Nord Stream tornerà a pompare gas con un allentamento delle sanzioni, Peskov ha risposto in maniera affermativa.
    Questo significa che le sanzioni occidentali contro Mosca “funzionano”? Fatto è che il Cremlino strumentalizza le sanzioni per incolpare l’Occidente della crisi energetica in corso. Le dichiarazioni del Cremlino arrivano in una Italia in piena campagna elettorale in cui il dibattito politico si è concentrato nel fine settimana sul reale funzionamento delle sanzioni e soprattutto se sia necessario portarle avanti anche di fronte a evidenti ricadute sui consumatori europei e sulle loro bollette. La diatriba è tutta interna alla coalizione di centrodestra, con il leader della Lega Matteo Salvini che insiste sul fatto che le sanzioni avrebbero provocato più danni alle economie europee rispetto a quella russa, e per questo dovrebbero essere ripensate. La posizione di Fratelli d’Italia è più moderata e allineata a quella dei principali partner dell’Ue sull’importanza delle sanzioni contro Mosca per l’invasione dell’Ucraina.
    Gli effetti delle sanzioni occidentali sull’economia del Cremlino si vedranno sul lungo termine ed è proprio di oggi lo scoop di Bloomberg che ha preso visione di un rapporto interno preparato per il governo russo, secondo cui la Russia potrebbe andare incontro alla “recessione più lunga e più profonda man mano che l’impatto delle sanzioni statunitensi ed europee si diffonde”. Il documento, precisa Bloomberg, è frutto di mesi di lavoro da parte di funzionari ed esperti che cercano di valutare il vero impatto dell’isolamento economico della Russia dovuto all’invasione dell’Ucraina voluta da Putin.
    Poco prima delle dichiarazioni del Cremlino, la Commissione ha confermato che una proposta per porre un tetto sul gas russo ci sarà. “Putin usa l’energia come arma, tagliando le forniture e manipolando i nostri mercati energetici. Ma Fallirà e l’Europa prevarrà”, ha avvertito la presidente Ursula von der Leyen, assicurando che la Commissione europea sta preparando proposte per aiutare le famiglie e le imprese vulnerabili a far fronte ai prezzi elevati dell’energia”.

    The @EU_Commission proposal will aim to:
    • Reduce electricity demand (peaks)• Price cap on 🇷🇺 pipeline gas• Help vulnerable consumers & businesses with revenue from the energy sector• Enable support to electricity producers facing liquidity challenges linked to volatility
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) September 5, 2022

    La leader dell’esecutivo si spinge oltre e conferma che le proposte a cui sta lavorando Bruxelles mireranno “a ridurre la domanda di elettricità (picchi)” ma anche “a imporre un tetto al prezzo del gas russo importato da gasdotto, aiutare i consumatori e le imprese vulnerabili con le entrate del settore energetico e consentire il sostegno ai produttori di energia elettrica che devono affrontare problemi di liquidità legati alla volatilità” dei prezzi. Il price-cap sul gas importato dalla Russia e proveniente da gasdotto è una misura richiesta a livello europeo a più riprese dal governo di Mario Draghi, principalmente per ottenere un doppio effetto: affrontare il rincaro sulle bollette elettriche e far valere il potere dell’Unione Europea come principale acquirente dei combustibili fossili importati da Mosca; ma anche imporre una sorta di sanzione indiretta nei confronti della Russia, vista l’impossibilità di stabilire un embargo sul gas russo (che ormai non è neanche tra le ipotesi).
    Dopo mesi di cautela (e, a parere di molti, di ritardo) da parte dell’Esecutivo europeo, un’apertura in questo senso è arrivata alla fine della scorsa settimana dalla stessa von der Leyen, a margine di un evento in Germania. La Commissione europea sta finalizzando il lavoro su un cosiddetto ‘non paper’, un documento interno fatto circolare con le proposte mirate contro il caro-bollette e per una riforma del mercato energetico per presentarlo quanto prima ai governi. L’occasione sarà il Consiglio straordinario per l’energia convocato con urgenza dalla presidenza dell’Ue della Repubblica ceca il prossimo venerdì 9 settembre. Ma a detta del portavoce capo dell’esecutivo europeo, Eric Mamer, il documento sarà “nelle mani” delle Capitali prima di venerdì, in modo da dare un contributo concreto al dibattito in seno alla riunione dei ministri dell’energia.
    Mamer ha annunciato proprio oggi che la presidente von der Leyen parteciperà mercoledì alla riunione degli ambasciatori dell’Ue (nel Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti presso l’Ue), è quindi probabile che le proposte verranno presentate in prima battuta in questa occasione. Nei giorni scorsi è circolata a Bruxelles una prima bozza di proposta che la Commissione avrebbe dovuto presentare, ma senza riferimenti al tetto al prezzo del gas russo. Bruxelles aveva pensato a un’altra misura, ovvero fissare un massimale sul prezzo dell’energia elettrica prodotta da fonti diverse dal gas (ad esempio le rinnovabili) per fornire ai governi risorse con cui ammortizzare i costi delle bollette. La scelta di spingersi oltre e aprire ufficialmente al tetto sul gas probabilmente è da ricondurre in parte all’ennesima dimostrazione di inaffidabilità del colosso russo Gazprom e della Russia come partner energetico per l’Ue, dopo l’annuncio che avrebbe tenuto il gasdotto Nord Stream chiuso “per manutenzione” ben oltre i tre giorni programmati la scorsa settimana (dal 31 agosto al 2 settembre). In parte, è da ricondurre anche alla pressione politica che le Capitali stanno esercitando sulla Commissione europea, accusata nuovamente di risposta lenta e inadeguata alla crisi dei prezzi dell’Energia. Von der Leyen sperava di poter fare gli annunci su come rivedere il mercato energetico dell’Ue al prossimo discorso sullo Stato dell’Unione, che la leader dell’Esecutivo comunitario pronuncerà il prossimo 14 settembre di fronte all’Aula del Parlamento di Strasburgo. Sarà probabilmente costretta ad anticipare i tempi.

    La Russia torna a incolpare l’Occidente per il malfunzionamento del gasdotto Nord Stream e avverte che non ripartiranno i flussi finché ci saranno le sanzioni (che iniziano a far male al Paese)