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    L’Ue attende l’esito delle elezioni a Taiwan, con il rischio di escalation con la Cina all’orizzonte

    Bruxelles – Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica europea è tutta per le candidature e gli sviluppi elettorali di giugno sul continente e di novembre negli Stati Uniti, a Taiwan domani (13 gennaio) andranno in scena quelle che si riveleranno le elezioni più cruciali per i futuri equilibri di una regione delicatissima a livello globale, politicamente ed economicamente. Le presidenziali nell’isola vedono due candidati di punta (con un terzo indipendente più staccato) su posizioni opposte nei confronti dell’ingombrante vicino cinese, che – a seconda dell’esito delle urne – potrebbe assumere un atteggiamento ostile verso Taiwan e stravolgere quei delicati equilibri su cui al momento si regge il commercio globale.Il vicepresidente di Taiwan e candidato alle elezioni presidenziali per il Partito Progressista Democratico (Dpp), Lai Ching-te(credits: I-Hwa Cheng / Afp)È per questo motivo che l’Unione Europea osserva con attenzione l’esito delle elezioni presidenziali, ma soprattutto la reazione della Cina. Il favorito secondo i sondaggi è l’attuale vicepresidente ed esponente di spicco del Partito Progressista Democratico (Dpp), Lai Ching-te. Progressista di centro-sinistra, Lai è uno dei fautori di una politica di maggiore allontanamento da Pechino e in passato si è apertamente detto a favore dell’indipendenza di Taiwan dalla Cina. Proprio per la sua posizione pro-occidentale, funzionari Ue riferiscono che per Bruxelles il vicepresidente in carica potrebbe essere il candidato preferibile, anche se le stesse fonti non nascondono “serie preoccupazioni” per il rischio di un possibile stravolgimento dell’equilibrio tra Taipei e Pechino.Preoccupazioni condivise dall’eurodeputato liberale Nicola Danti (Italia Viva): “L’imperialismo cinese, che ogni giorno di più getta ombre sull’indipendenza di Taipei, fa paura”. A Eunews l’europarlamentare italiano spiega che la speranza è quella che “le elezioni di sabato possano svolgersi liberamente”, ma soprattutto che “la Cina ne rispetti il risultato democratico, anche se a vincere dovesse essere un candidato che vede nell’Occidente un’opportunità e non una minaccia”. Il rapporto tra Taiwan e Cina è particolarmente complicato per il fatto che Pechino considera l’isola una sua provincia (dopo la sconfitta dei nazionalisti nella guerra civile con il Partito Comunista Cinese, nel 1949 è stata fondata sull’isola una Repubblica semi-presidenziale) e il presidente Xi Jinping sta diventando sempre più minaccioso sulla futura riunificazione. Allo stesso tempo Taipei ha trovato protezione negli Stati Uniti, che sarebbero pronti a difendere l’isola in caso di invasione da parte dell’esercito cinese.In questo quadro di precaria stabilità, l’impatto delle elezioni presidenziali a turno unico di domani e dell’eventuale reazione cinese sarà diretto anche per l’Unione Europea. Non solo dal punto di vista politico, ma soprattutto sul piano commerciale: “Taiwan è un partner fondamentale per l’Europa, in particolare per la fornitura dei semiconduttori necessari per la transizione digitale”, ha ricordato con forza Danti. Parole confermate dalla collega all’Eurocamera, Patrizia Toia (Partito Democratico): “Le elezioni a Taiwan hanno indubbiamente una rilevanza planetaria, a seconda dell’esito anche le relazioni con l’Ue ne risentiranno, in primis a livello commerciale”. Nonostante Taiwan sia un Paese di soli 23 milioni di abitanti, la sua posizione strategica e la sua industria altamente specializzata rendono l’isola di enorme importanza strategica a livello internazionale. Taipei è il leader nella produzione di semiconduttori avanzati – con oltre il 90 per cento della produzione globale – e queste esportazioni sono “una delle poche leve diplomatiche a disposizione nel rapporto con Pechino”, sottolinea l’eurodeputata parlando con Eunews. Al contrario l’Unione Europea detiene una quota inferiore al 9 per cento del mercato globale e solo con il nuovo Chips Act è iniziato il tentativo di smarcamento dalla “forte dipendenza da fornitori di Paesi terzi, in particolare cinesi e taiwanesi”.Per queste ragioni “economia e geopolitica in questo caso sono intimamente collegate“, conclude Toia. Anche se Lai è considerato il favorito alle urne, tutti gli scenari sono aperti alla vigilia del voto. A sfidarlo è in particolare il candidato del partito conservatore Kuomintang (Kmt), Hou Yu-ih, favorevole a un progressivo riavvicinamento con la Cina, mentre l’ex-sindaco della capitale Taipei, Ko Wen-je, si è posizionato come terzo indipendente. Il tema più urgente in campagna elettorale è stato proprio la relazione con la Cina e il posizionamento (presente e passato) dell’attuale vicepresidente dell’isola. Lai è considerato da Pechino un politico separatista – in altre parole un pericolo per la futura riunificazione del Paese secondo le mire del presidente cinese – nonostante negli ultimi anni abbia moderato la sua posizione: in questi mesi ha esplicitamente assicurato che, se eletto, non spingerà per l’indipendenza del Paese. Tuttavia, Bruxelles e Washington osservano con attenzione se un’eventuale elezione di Lai a presidente di Taiwan sarà un pretesto sufficiente per la Cina per stravolgere gli equilibri nella regione e nel mondo.L’Ue tra Cina e Taiwan“Dobbiamo preservare lo status quo a Taiwan, che non può essere cambiato con la forza, è fondamentale per il mantenimento della pace e del commercio globale e nella regione”, ha recentemente affermato il vicepresidente della Commissione Ue responsabile per l’Economia, Valdis Dombrovskis, in un dibattito alla sessione plenaria del Parlamento Ue sulle minacce cinesi nello Stretto di Taiwan. Pochi giorni prima la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e del Consiglio Europeo, Charles Michel, avevano partecipato a Pechino al 24esimo vertice Ue-Cina in cui sono state ribadite le linee per il riorientamento dei rapporti Ue-Cina – considerato lo squilibrio commerciale con il partner/competitor – e le questioni delle tensioni in Ucraina e a Taiwan con il leader cinese, Xi Jinping, proprio come fatto a inizio aprile dalla presidente von der Leyen e il presidente francese, Emmanuel Macron.Proprio il tema del rapporto dei Ventisette con Taipei – nel caso dell’escalation della tensione con Pechino – era stato al centro di un teso dibattito interno all’Unione nella primavera dello scorso anno, a causa delle parole del presidente francese Macron di ritorno dal viaggio a Pechino: “La cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei dovremmo essere dei seguaci su questo tema e adattarci al ritmo americano e a una reazione eccessiva della Cina“, era stato il commento dell’inquilino dell’Eliseo, tratteggiando la necessità di una vera autonomia strategica europea (ma non un’equidistanza tra Washington e Pechino). La presidente della Commissione e l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, avevano gettato acqua sul fuoco, sostenendo la necessità di unità contro la “politica di divisione e conquista” cinese e di “ferma opposizione” a qualsiasi cambiamento unilaterale dello status quo, “in particolare attraverso l’uso della forza”. A confermare questa posizione, in un’intervista a Le Journal du Dimanche lo stesso alto rappresentante Ue aveva esortato le marine europee a “pattugliare lo Stretto di Taiwan, per dimostrare l’impegno dell’Europa a favore della libertà di navigazione in quest’area assolutamente cruciale” per il commercio globale.

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    Gli ostacoli alle relazioni commerciali tra Ue e Taiwan su agroalimentare ed eolico off-shore

    Bruxelles – Unione Europea e Taiwan rimangono partner commerciali stretti, ma non si possono nascondere i problemi a lungo termine. “Taiwan deve mostrare disponibilità ad affrontare le nostre preoccupazioni e migliorare i rapporti“, è l’esortazione arrivata oggi (12 dicembre) alla sessione plenaria dell’Eurocamera a Strasburgo da parte del vicepresidente della Commissione Ue responsabile per l’Economia, Valdis Dombrovskis, intervenendo al dibattito sulle relazioni tra l’Unione e Taipei. “Siamo economie di mercato, libere e indipendenti, le barriere agli investimenti e al commercio sono praticamente zero”, ma in alcuni settori “le aziende europee hanno notato che ci sono notevoli ostacoli“.(credits: Jameson Wu / Afp)Sono in particolare due i crucci del vicepresidente dell’esecutivo comunitario: energia e agroalimentare. In primis nel settore dell’eolico off-shore, “dove abbiamo preoccupazioni sui requisiti che impone Taiwan”. È per questa ragione che a Taipei è stato chiesto di invertire la rotta e “porre fine agli ostacoli”, a partire dai dialoghi sulle regole del settore intensificatisi da aprile 2023: “Continueremo la cooperazione”, ha promesso Dombrovskis. L’altro punto di difficoltà è “l’accesso al mercato per i prodotti agricoli, soprattutto la carne”. Il vero problema riguarda il fatto che “le nostre regole sulla regionalizzazione non vengono riconosciute da Taiwan” e parallelamente “vengono imposti in modo non giustificato dei blocchi ai nostri prodotti“. Di fronte a “diverse richieste” alla Commissione da parte dei 27 Paesi membri Ue, “Taiwan ha accettato di affrontare la cosa in modo globale”, ha voluto specificare il responsabile per il Commercio nel gabinetto von der Leyen.Rispondendo alle domande incalzanti degli eurodeputati, Dombrovskis ha annunciato che “a breve faremo il punto dei progressi ottenuti in entrambi i settori” e il Berlaymont si aspetta “maggiori contatti per porre fine a queste barriere”. Ma non tutto è un ostacolo tra Bruxelles e Taipei, come dimostrano i passi in avanti fatti nel settore digitale. “Dal 2021 abbiamo aumentato il dialogo commerciale, comprese le esportazioni a duplice uso, la ricerca e sviluppo e i semiconduttori”, ha ricordato il vicepresidente della Commissione. E proprio il settore dei semiconduttori rivestirà un ruolo cruciale nei rapporti tra l’Unione e l’isola. Dopo l’incontro dello scorso 28 aprile, “abbiamo messo a punto diverse iniziative” con il coinvolgimento di diversi direzioni generali della Commissione, con “un workstream apposito e avvieremo un dialogo sulle misure di agevolazione per lo scambio di semiconduttori“, è la promessa di Dombrovskis.L’Ue tra Cina e TaiwanDa sinistra: il vicepresidente della Commissione Europea responsabile per l’Economia, Valdis Dombrovskis, e il vice-premier della Cina, He Lifeng (credits: Pedro Pardo / Afp)Nel momento in cui i rappresentanti delle istituzioni comunitarie si riferiscono a Taiwan, è inevitabile il riferimento alla Cina. “Dobbiamo preservare lo status quo a Taiwan, che non può essere cambiato con la forza, è fondamentale per il mantenimento della pace e del commercio globale e nella regione”, ha sottolineato con forza il vicepresidente della Commissione Ue Dombrovskis, rispondendo alle domande degli eurodeputati sulla posizione nei confronti delle minacce cinesi nello Stretto di Taiwan. Solo una settimana fa la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e del Consiglio Europeo, Charles Michel, hanno partecipato a Pechino al 24esimo vertice Ue-Cina in cui sono state ribadite le linee per il riorientamento dei rapporti Ue-Cina – considerato lo squilibrio commerciale con il partner/competitor – e le questioni delle tensioni in Ucraina e a Taiwan con il leader cinese, Xi Jinping, proprio come fatto a inizio aprile dalla presidente von der Leyen e il presidente francese, Emmanuel Macron.Proprio il tema del rapporto dei Ventisette con Taiwan – nel caso dell’escalation della tensione con Pechino – era stato al centro di un teso dibattito interno all’Unione in primavera. A scatenare il vespaio erano state le parole del presidente francese Macron di ritorno dal viaggio a Pechino. “La cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei dovremmo essere dei seguaci su questo tema e adattarci al ritmo americano e a una reazione eccessiva della Cina“, era stato il commento dell’inquilino dell’Eliseo, tratteggiando la necessità di una vera autonomia strategica europea (ma non un’equidistanza tra Washington e Pechino).Nel pieno della bagarre tra i gruppi politici alla sessione plenaria dell’Eurocamera di metà aprile a Strasburgo, la presidente von der Leyen e l’alto rappresentante Borrell avevano messo in chiaro che serve unità contro la “politica di divisione e conquista” cinese e che le istituzioni europee si oppongono “fermamente” a qualsiasi cambiamento unilaterale dello status quo, “in particolare attraverso l’uso della forza”. A confermare questa posizione, in un’intervista a Le Journal du Dimanche lo stesso alto rappresentante Ue aveva esortato le marine europee a “pattugliare lo Stretto di Taiwan, per dimostrare l’impegno dell’Europa a favore della libertà di navigazione in quest’area assolutamente cruciale” per il commercio globale.

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    Il vertice dei leader Ue dà il via libera alla nuova strategia dell’Unione sulla Cina: de-risking e relazioni equilibrate

    Bruxelles – In un Consiglio Europeo dominato dalla questione migrazione, il capitolo sulla Cina rimane quasi ai margini, almeno se confrontato con le attese fino a un mese fa. Eppure il contenuto è un orientamento strategico dell’Unione non di poco conto, che costituirà per il prossimo futuro la base di partenza su cui impostare qualsiasi discorso e confronto con Pechino: “Nonostante i diversi sistemi politici ed economici, l’Unione Europea e la Cina hanno un interesse comune a perseguire relazioni costruttive e stabili, ancorate al rispetto dell’ordine internazionale basato sulle regole, all’impegno equilibrato e alla reciprocità”, si legge nelle conclusioni del vertice dei leader Ue.
    La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen (29 giugno 2023)
    Come affermato per la prima volta nel discorso programmatico della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, sulle direttrici strategiche per il riorientamento dei rapporti Ue-Cina lo scorso 30 marzo, i Ventisette confermano che l’Unione “continuerà a impegnarsi con la Cina per affrontare le sfide globali”, ma soprattutto incoraggia Pechino a “intraprendere azioni più ambiziose in materia di cambiamenti climatici e biodiversità, salute e preparazione alle pandemie, sicurezza alimentare, riduzione delle catastrofi, riduzione del debito e assistenza umanitaria”. La discussione strategica tra i 27 capi di Stato e di governo si è dimostrata un lavoro “rapido” sia nel lavoro per avere “una posizione unica”, ma anche per concordare conclusioni che mettessero in chiaro come Pechino sia “contemporaneamente partner, concorrente e rivale sistemico” e che gli Stati membri devono tenere un “approccio politico multiforme”.
    Questo discorso riguarda prima di tutto l’aspetto economico e commerciale: “L’Unione Europea cercherà di garantire condizioni di parità, in modo che le relazioni commerciali ed economiche siano equilibrate, reciproche e reciprocamente vantaggiose”. L’obiettivo dichiarato è quello di “ridurre le dipendenze e le vulnerabilità critiche, anche nelle catene di approvvigionamento”, così come “diversificare dove necessario e appropriato”. La stella polare – discussa anche nel confronto del 6 aprile a Pechino tra la presidente della Commissione Ue von der Leyen, quello francese, Emmanuel Macron, e quello cinese, Xi Jinping – rimane il fatto che “l’Unione Europea non intende disaccoppiarsi o ripiegarsi su se stessa“. O, come ripete la numero uno dell’esecutivo comunitario, “de-risking, non disaccoppiamento”, che significa “ridurre le vulnerabilità dal punto di vista delle nostre relazioni economiche” come sulle materie prime critiche necessarie per la produzione di tecnologia pulita. Un tema su cui “c’è ampio consenso sia tra i governi Ue sia con i nostri partner G7”, ha messo in chiaro von der Leyen.

    Ue e Cina su politica estera e interna (cinese)
    Ma nelle conclusioni del vertice rientrano anche tematiche di natura puramente politica. In primis quella del controverso rapporto tra Pechino e Mosca, che Bruxelles sta cercando di spezzare per assicurarsi un alleato di peso per spingere la Russia a cessare la sua invasione dell’Ucraina: “In qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Cina ha una responsabilità speciale nel sostenere l’ordine internazionale basato sulle regole”, ricordano i leader Ue, facendo riferimento alla “pressione” che Xi Jinping dovrebbe esercitare su Vladimir Putin perché “cessi la sua guerra di aggressione e ritiri immediatamente, completamente e incondizionatamente le sue truppe dall’Ucraina”. Sempre sul piano delle relazioni esterne viene messo nero su bianco il fatto che “i mari della Cina orientale e meridionale sono di importanza strategica per la prosperità e la sicurezza regionale e globale” e che l’Unione “è preoccupata per le crescenti tensioni nello Stretto di Taiwan“. In questo senso il Consiglio “si oppone a qualsiasi tentativo unilaterale di cambiare lo status quo con la forza o la coercizione” e “riconferma la coerente politica di una sola Cina”.
    In ultima istanza non manca il riferimento al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, con un riferimento alla ripresa del dialogo sui diritti umani con la Cina. In ogni caso i Ventisette ribadiscono le preoccupazioni per “il lavoro forzato, il trattamento dei difensori dei diritti umani e delle persone appartenenti a minoranze e la situazione in Tibet e nello Xinjiang“, ma anche il rispetto dei “precedenti impegni della Cina in materia di impegni assunti dalla Cina in relazione a Hong Kong”.

    Nelle conclusioni del Consiglio Europeo trova spazio anche il capitolo sulle relazioni con Pechino, sulla base dei risultati del viaggio Macron-von der Leyen del 6 aprile: “È contemporaneamente partner, concorrente e rivale sistemico, serve un approccio politico multiforme”

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    A Bruxelles filtra ottimismo per la telefonata tra Xi Jinping e Zelensky dopo il viaggio di von der Leyen e Macron in Cina

    Bruxelles – Con pazienza, dopo qualche settimana dal viaggio dei presidenti della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e della Francia, Emmanuel Macron, l’Unione Europea inizia a cogliere i frutti del proprio impegno diplomatico. Il presidente cinese, Xi Jinping, ha telefonato ieri (26 aprile) al leader ucraino, Volodymyr Zelensky, aprendo ufficialmente i canali di comunicazione tra Pechino e Kiev. Potrebbe sembrare semplicemente un caso, ma i fatti sono fatti: in oltre un anno di guerra russa l’assenza di un contatto diplomatico tra Cina e Ucraina è sempre stata il grande elefante nella stanza, mentre dopo sole tre settimane dalle pressioni Ue a Pechino si è concretizzata la tanto attesa conversazione di alto livello tra i due leader.
    Da sinistra: il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, e il presidente della Cina, Xi Jinping (credits: Afp)
    “È un primo passo importante, atteso da tempo, della Cina nell’esercizio delle sue responsabilità di membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”, è quanto rendono noto i portavoce della Commissione Europea, commentando la notizia della telefonata tra Xi Jinping e Zelensky, in linea con le richieste di von der Leyen e Macron. Questo passo in avanti da parte del presidente cinese viene considerato come un segnale incoraggiante per mettere pressioni sul Cremlino, dopo i timori suscitati dalla visita all’autocrate russo, Vladimir Putin, a Mosca il mese scorso: “Deve usare la sua influenza per indurre la Russia a porre fine alla guerra di aggressione, a ripristinare l’integrità territoriale dell’Ucraina e a rispettare la sua sovranità, come base per una pace giusta”.
    Funzionari Ue parlano esplicitamente di momento “positivo”, perché ora “i canali di comunicazione sono aperti”. Per Bruxelles il dovere morale di Pechino nel fare pressione su Mosca per mettere fine all’invasione russa deriva sempre dal fatto che la Cina è uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e “condivide la responsabilità globale di difendere e sostenere la Carta delle Nazioni Unite e i principi del diritto internazionale”. Ecco perché si guarda con ottimismo all’annuncio di Xi Jinping di voler inviare a Kiev un rappresentante speciale per gli affari eurasiatici, che avrà il compito di analizzare come il testo in 12 punti sui principi politici di Pechino possa convergere con il piano di pace di Zelensky per la pace. A questo proposito le fonti ribadiscono che l’Unione continua a sostenere l’iniziativa del presidente ucraino “per una pace giusta basata sul rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale” del Paese invaso dal 24 febbraio dello scorso anno: “Spetta all’Ucraina decidere i parametri futuri di ogni potenziale negoziato“.
    C’è poi la questione nucleare, su cui Pechino è particolarmente sensibile: “Non ci sono vincitori in una guerra nucleare“, ha ribadito Xi Jinping nella telefonata di ieri. Un messaggio chiaramente indirizzato a Putin (e all’Occidente), dal momento in cui l’Ucraina non dispone di armamenti di questo tipo dal 1994. Anche nelle istituzioni comunitarie si guarda a questo aspetto della guerra con grande attenzione e le parole del leader cinese non sono passate inosservate: “L’appello ha avuto luogo nel giorno dell’anniversario del disastro di Chernobyl [l’incidente del 26 aprile 1986 alla centrale nucleare ucraina, allora parte dell’Unione Sovietica, ndr], che sottolinea l’importanza della sicurezza nucleare”, fanno notare i funzionari europei. Una questione che è tornata di stretta attualità non solo per le minacce dell’uso dell’arma nucleare da parte di Mosca, ma soprattutto per le continue “attività militari attorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia”.
    Prima e dopo il confronto von der Leyen-Macron-Xi Jinping
    A Bruxelles il dossier Cina è caldissimo, anche ma non solo per la questione della guerra russa in Ucraina. Per le istituzioni comunitarie è diventato cruciale trovare una via per mantenere aperto il dialogo con Pechino, senza però rendersi dipendenti da un partner/competitor con cui esistono evidenti divergenze sul piano del rispetto della democrazia, dei diritti umani e delle relazioni internazionali. Ecco perché lo scorso 30 marzo la presidente della Commissione Ue von der Leyen ha tenuto un discorso programmatico sulle direttrici strategiche per il riorientamento dei rapporti Ue-Cina, considerato soprattutto lo squilibrio commerciale. Una strategia che si baserà sul de-risking nelle aree in cui non è possibile trovare un’intesa di cooperazione – ma che in ogni caso non implica uno sganciamento di Bruxelles da Pechino – e che è stata ribadita il 6 aprile a Pechino su diversi temi: relazioni economiche, guerra russa in Ucraina e tensioni sullo Stretto di Taiwan.
    Proprio il rischio di un’escalation della tensione tra Cina e Taiwan – che rischierebbe di diventare un nuovo scenario di guerra globale dopo quello nell’Europa orientale – è diventato centrale nel dibattito interno all’Unione Europea, dopo le parole del presidente francese Macron di ritorno dal viaggio a Pechino. “La cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei dovremmo essere dei seguaci su questo tema e adattarci al ritmo americano e a una reazione eccessiva della Cina“. Il contesto era quello della necessità di raggiungere una vera autonomia strategica europea (non un’equidistanza tra Washington e Pechino), ma anche nel dibattito al Parlamento Ue della settimana scorsa è emerso più uno scontro tra i gruppi politici sulle parole di Macron che un effettivo ragionamento sulla gestione dei rapporti con la Cina sia sul tema della guerra in Ucraina sia nel caso di uno scivolamento delle tensioni diplomatiche tra Pechino e Taipei verso uno scontro armato.
    A tentare di mettere una pezza sono stati la presidente von der Leyen e l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, che hanno ribadito la necessità di unità contro la “politica di divisione e conquista” cinese e la “ferma opposizione” a qualsiasi cambiamento unilaterale dello status quo nello Stretto di Taiwan, “in particolare attraverso l’uso della forza”. Lo stesso alto rappresentante Ue ha esortato le marine europee a “pattugliare lo Stretto, per dimostrare l’impegno dell’Europa a favore della libertà di navigazione in quest’area assolutamente cruciale per il commercio globale”. Ad agitare nuovamente i rapporti tra Pechino e Bruxelles è stato però l’ambasciatore cinese in Francia, Lu Shaye, che ha messo in discussione la sovranità dei Paesi dell’ex-Unione Sovietica, inclusi quelli oggi parte dell’Ue (Estonia, Lettonia e Lituania). Ecco perché a Bruxelles si stanno iniziando a preparare le discussioni tra i 27 capi di Stato e di governo al Consiglio di giugno, quando si dovrà “rivalutare e ricalibrare la nostra strategia verso Pechino“, ha anticipato il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel.

    Fonti Ue precisano che si tratta di “un primo passo importante, atteso da tempo” e che è stato al centro delle discussioni dei due leader europei con il presidente cinese a Pechino: “Deve usare la sua influenza per indurre la Russia a porre fine alla sua guerra di aggressione in Ucraina”

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    Von der Leyen e Borrell cercano di serrare le fila Ue tra Cina e Taiwan. Ma all’Eurocamera scoppia la polemica su Macron

    Bruxelles – Divide et impera. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, sono certi che la Cina stia giocando una partita diplomatica sottile, sfruttando le crepe nell’unità degli Stati membri e delle famiglie politiche europee per quanto riguarda i rapporti dell’Unione con Pechino, la posizione su Taiwan e la strategia per arrivare all’ormai inflazionato concetto della ‘autonomia strategica’. Una tattica che si starebbe sviluppando sull’onda lunga delle polemiche scatenate dalle parole del presidente francese, Emmanuel Macron, di ritorno dal viaggio a Pechino proprio con la numero uno della Commissione Ue lo scorso 6 aprile.
    La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, alla sessione plenaria del Parlamento Europeo (18 aprile 2023)
    “Negli ultimi giorni e settimane abbiamo già visto queste tattiche in azione“, è stato l’avvertimento lasciato tra le righe dalla presidente von der Leyen nel corso del suo intervento di oggi (18 aprile) alla sessione plenaria del Parlamento Ue a Strasburgo nel dibattito sulla strategia per le relazioni Ue-Cina. Il riferimento è alla necessità di “una forte politica europea sulla Cina, che si basa su un coordinamento tra gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue” – come affermato nel discorso programmatico del 30 marzo – e alla “volontà di evitare le tattiche di divisione e conquista che sappiamo di dover affrontare“. Divide et impera, appunto. “È ora che anche l’Europa passi all’azione, è il momento di dimostrare la nostra volontà collettiva e mostrare l’unità che ci rende forti”, ha provato a esortare l’emiciclo dell’Eurocamera la leader dell’esecutivo comunitario.
    La posizione di von der Leyen sulle sfide portate dalla Cina è netta, nel tentativo di compattare i gruppi politici e mettersi alla testa di un’Unione che non parli con diverse voci contrastanti. “Il punto di partenza è la necessità di avere un quadro condiviso e chiaro dei rischi e delle opportunità“, ha messo in chiaro agli eurodeputati la presidente della Commissione: “Questo significa riconoscere e dire chiaramente che le azioni del Partito Comunista Cinese sono ormai al passo con l’indurimento della postura strategica complessiva negli ultimi anni”. Non solo le “dimostrazioni di forza militare” nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, o al confine con l’India, ma anche la questione di Taiwan. “La politica dell’Ue di ‘una sola Cina’ [il principio secondo cui esiste un solo Stato-nazione nel mondo sotto il nome di Cina, ndr] è di lunga data”, ha ricordato von der Leyen, ma questo non cambia il fatto che “abbiamo sempre chiesto pace e stabilità nello Stretto di Taiwan e ci opponiamo fermamente a qualsiasi cambiamento unilaterale dello status quo, in particolare attraverso l’uso della forza“.
    L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, alla sessione plenaria del Parlamento Europeo (18 aprile 2023)
    Sulla stessa linea d’onda l’alto rappresentante Borrell, riferendosi proprio alla questione delle tensioni tra Cina e Taiwan. “Stiamo parlando dello Stretto più strategico al mondo, dobbiamo essere presenti per difendere la libertà di commercio”, ha sottolineato con forza intervenendo di fronte agli eurodeputati. Non si tratta solo di “una questione morale nell’essere contrari all’uso della forza”, ma anche di una fredda valutazione sul fronte economico: “Sarebbe gravissimo per la produzione dei semiconduttori a Taiwan“. E poi c’è il tema del ruolo dell’Unione Europea come “potenza geopolitica”, che per Borrell implica il fatto di “essere presenti in tutte le regioni del mondo, per difendere i nostri interessi”. Ecco perché è necessario fare un “appello alla calma” tra Pechino e Taipei, ha concluso Borrell: “Bisogna tornare a uno status quo nel perimetro strategico dell’Ue e non gettare benzina sul fuoco, sono sicuro che tutti i Paesi Ue saranno d’accordo“.
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    La bagarre al Parlamento Ue sulle parole di Macron su Cina e Taiwan
    Ma quel senso di unità auspicato da von der Leyen e Borrell non si è manifestato nemmeno a pochi minuti dalla fine dei due interventi, quando i presidenti dei gruppi politici al Parlamento Ue si sono succeduti di fronte all’emiciclo per esprimere il proprio punto di vista sulle relazioni tra Bruxelles e Pechino. A scatenare le polemiche tra gli eurodeputati sono state le accuse contro Macron da parte del presidente del Partito Popolare Europeo (Ppe), Manfred Weber (dopo aver tentato invano di far passare un titolo per la discussione sulle relazioni Ue-Cina incentrato proprio sui “danni” provocati dal presidente francese). “È ingenuo dire che Taiwan non è una nostra questione“, è stato l’attacco di Weber, facendo esplicito riferimento alle affermazioni “sciocche” dell’inquilino dell’Eliseo a proposito della possibilità per l’Ue di non essere coinvolta in un conflitto tra Pechino e Taipei. “Per l’economia europea Taiwan è essenziale, e chi la attacca vuole distruggere l’essenza democratica” su cui si basa l’Unione: “Chi non è chiaro da questo punto di vista tradisce gli interessi e i valori europei” e Macron “ha intaccato l’unità dell’Ue”.
    Durissima la risposta del presidente del gruppo di Renew Europe, Stephan Séjourné: “Weber non si è accorto che il titolo della discussione è diverso, ma in ogni caso non ricorda che con i governi di partiti affiliati al Ppe sono aumentate le dipendenze strategiche dalla Cina“. Anche la leader del gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D), Iratxe García Pérez, si è scagliata contro il collega popolare: “In questo nuovo ruolo di leader dell’opposizione, per Weber è indifferente criticare tutti i leader europei, da Macron a Scholz, ma mai quelli dell’estrema destra, attenzione che magari un giorno criticherà anche von der Leyen”. Il presidente del gruppo dei Verdi/Ale, Philippe Lamberts, ha invece preso di mira “l’ingenuità mercantilistica che abbia avuto nei confronti della Cina, come se un commercio senza limiti avrebbe potuto portare la democrazia a Pechino”, mentre l’omologo del gruppo di Identità e Democrazia (ID), Marco Zanni, ha definito Macron “il più grande sovranista e nazionalista d’Europa, che è andato in Cina e ha portato a casa ricchi contratti e accordi per le aziende francesi”.
    A tentare di smorzare le polemiche su Macron e riprendere le fila di un’unità difficile sulla questione cinese è stato l’alto rappresentante Borrell, in chiusura del dibattito durato tre ore. “Ho letto con molta attenzione il discorso dove ha sviluppato il concetto di autonomia strategica, ci ho trovato molte idee europeiste che condivido“, ha puntualizzato di fronte agli eurodeputati, esortandoli a “evitare ulteriori cacofonie” e “lavorare insieme sulla politica di sicurezza, perché il Parlamento Europeo svolge un ruolo importante”. La strategia dell’Unione “non si contraddice con la Nato e non cerca alternative agli Stati Uniti”, ha ribadito con forza Borrell: “Si tratta di rendere la comunità transatlantica più forte, se lo saremo anche noi, perché Stati Uniti e Nato non possono risolvere tutte le nostre crisi“.

    Nei rispettivi interventi alla plenaria del Parlamento Ue è stata ribadita la necessità di unità tra i Ventisette nell’affrontare la tattica di Pechino di “divisione e conquista”. Le accuse del presidente del Ppe, Manfred Weber, al leader francese riaccendono però la bagarre tra eurodeputati

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    Le tensioni Cina-Taiwan preoccupano Ue e Germania. E il Ppe vuole un dibattito al Parlamento Ue sulle parole di Macron

    Bruxelles – Il passo falso del presidente francese, Emmanuel Macron, nella sua lunga disamina dei rapporti tra Ue, Cina e Stati Uniti è arrivato su una questione spinosa, che difficilmente l’inquilino dell’Eliseo poteva sperare passasse inosservata: quella che ha al centro Taiwan e la crescente aggressività cinese nello Stretto che separa la piccola isola dalla superpotenza geopolitica. E se lo stesso Macron auspica che l’Europa non segua “il ritmo scelto da altri”, la reazione sul continente è invece di irrigidimento di fronte al rischio di disinteresse verso una nuova violazione dell’integrità territoriale di uno Stato sovrano. Anche a quasi 10 mila chilometri di distanza da Bruxelles.
    Taipei, Taiwan (credits: Jameson Wu / Afp)
    “La cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei dovremmo essere dei seguaci su questo tema e adattarci al ritmo americano e a una reazione eccessiva della Cina”, è stato il commento di Macron sulla questione relativa a Taiwan, di ritorno dal viaggio di Stato in Cina della scorsa settimana insieme alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Parole piuttosto divisive, che arrivano in corrispondenza del doppio annuncio di Pechino dell’interdizione per domenica (16 aprile) alla navigazione e dell’istituzione di una no-fly zone per circa 30 minuti – a causa della “caduta di detriti di razzi” – in un’area a nord di Taiwan che costituisce un punto di snodo importante per le tratte verso Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud.
    “Gli europei vogliono un’Unione Europea forte e autonoma e gli Stati Uniti l’hanno sempre sostenuta. L’Ue sostiene una Taiwan libera e sovrana come un’Ucraina libera e sovrana? Assolutamente sì“, è il commento dell’ex-premier belga ed eurodeputato di Renew Europe, Guy Verhofstadt. Più duro il presidente del Partito Popolare Europeo, Manfred Weber, che ha definito quanto affermato dal leader francese “una falsa partenza per un dibattito urgente sulle relazioni dell’Europa con la Cina”, proprio per aver “diviso l’Occidente e rafforzato i nostri concorrenti autocratici”. Per questo motivo il Ppe ha chiesto un dibattito in sessione plenaria del Parlamento Ue “per valutare i danni e trovare un modo più costruttivo di procedere”. La sponda arriva anche dal gruppo Identità e Democrazia: “Ben venga la richiesta di un dibattito in Aula sulle sciagurate parole di Macron su Cina e Taiwan”, ha attaccato la leghista Anna Bonfrisco. Un dibattito sulla Cina comunque è già previsto dall’agenda della plenaria per martedì mattina (18 aprile) e la presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) al Parlamento Ue, Iratxe García Pérez, ha ricordato che “è più importante che mai affrontare le politiche interne e internazionali della Cina con una strategia europea coerente, efficace e olistica”. Questione di Taiwan inclusa.

    Il viaggio in Cina con l’occhio a Taiwan
    Chi è già impegnata invece a tentare di mettere una pezza e ribadire la posizione europea sui rapporti tra Cina e Taiwan è la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, in visita oggi (13 aprile) a Pechino. Un viaggio a cui si sarebbe dovuto aggregare anche l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ma lo stop è arrivato all’ultimo dopo il test Covid-19 positivo dello stesso Borrell. “Partner, concorrente, rivale sistemico: questa è la bussola della politica europea sulla Cina“, ha messo in chiaro la ministra tedesca in una nota. “La direzione in cui si sposterà il quadrante in futuro dipende anche dalla strada scelta dalla Cina”, con particolare attenzione rispetto “all’equilibrio tra controllo politico e apertura economica”.
    A proposito del nodo Taiwan, Baerbock si farà portavoce della “comune convinzione europea che un cambiamento unilaterale dello status quo nello Stretto di Taiwan, e soprattutto un’escalation militare, sarebbe inaccettabile“. Parole nette e diverse – anche se non in contraddizione – rispetto a quelle del presidente francese Macron. Il tema sarà affrontato nell’ambito dell’esame dei “rischi delle dipendenze unilaterali” per una loro riduzione, “nel senso del de-risking” già esposto da von der Leyen prima del viaggio a Pechino: “Ciò è particolarmente vero alla luce del terrificante scenario di un’escalation militare nello Stretto di Taiwan, attraverso il quale transita ogni giorno il 50 per cento del commercio mondiale“. Non a caso la ministra tedesca nella sua dichiarazione fa esplicito riferimento alla Corea del Sud come “stretto alleato che sta saldamente al nostro fianco”, nonostante la distanza geografica. Ecco perché con Pechino dovrà essere affrontata la più grande questione del “comune interesse per la stabilità regionale nell’Indo-Pacifico, che di recente è stata seriamente minacciata dai test missilistici della Corea del Nord in violazione del diritto internazionale”.

    La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, a Pechino per ribadire la necessità di preservare lo status quo nello Stretto che separa l’isola da Pechino. La maggioranza dei gruppi politici al Parlamento Ue contraria a rivedere i rapporti con Taipei