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    Al vertice in Arabia Saudita 42 Paesi sostengono l’integrità territoriale dell’Ucraina. E c’è anche la Cina

    Bruxelles – Tra tutti i Paesi partecipanti al vertice per la pace in Ucraina ospitato dall’Arabia Saudita, i riflettori erano puntati sulla Cina, che aveva disertato il primo round di colloqui a Copenaghen, lo scorso giugno. E il rappresentante speciale di Pechino per gli Affari euroasiatici, Li Hui, riferiscono fonti europee, “ha partecipato attivamente ed è stato favorevole all’idea di un terzo incontro a questo livello”.
    Al summit tenutosi sabato e domenica 5-6 agosto a Jeddah, sul mar Rosso, erano presenti 40 delegazioni nazionali, più rappresentanti dell’Unione europea e delle Nazioni Unite. L’obiettivo era trovare un fronte comune a sostegno della pace in Ucraina soprattutto con i Brics, o meglio i Bics (Brasile, India, Cina e Sud Africa), vista l’assenza di Mosca. E nonostante dal vertice non sia uscita alcuna dichiarazione congiunta, da Bruxelles raccontano di un “accordo secondo cui qualsiasi processo di pace debba avere al centro il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Ucraina e il ripristino del primato della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”.
    I partecipanti al summit di Jeddah [Ph Account Twitter Andriy Yermak]Lettura confermata dal Andriy Yermak, capo dell’Ufficio di Zelensky, che in una nota ha evidenziato le “consultazioni molto produttive sui principi chiave su cui dovrebbe essere costruita una pace giusta e duratura”. Secondo Kiev, pur con “punti di vista diversi, tutti i partecipanti hanno dimostrato l’impegno dei loro Paesi nei confronti della Formula di pace” in dieci punti proposta a settembre 2022 all’Assemblea generale dell’Onu dal presidente Zelensky. I consiglieri per la sicurezza nazionale presenti a Jeddah si sarebbero accordati per la “formazione di gruppi di lavoro sui temi chiave” del piano di pace di Kiev, come “la sicurezza alimentare globale, la sicurezza nucleare, la sicurezza ambientale, il rilascio di aiuti umanitari, dei prigionieri di guerra e dei bambini ucraini” deportati in Russia.
    Secondo fonti Ue, è “plausibile” un vertice a livello dei capi di stato e di governo “prima della fine dell’anno”. Un summit di tale tenore rappresenterebbe un importante segnale politico e una vittoria dello sforzo diplomatico saudita. Duramente criticata per l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018 e per le atrocità commesse in Yemen, Riyad sta cercando di cogliere l’opportunità di ripulire la propria immagine a livello diplomatico presentandosi come importante mediatrice nel conflitto in Ucraina.
    Nella due giorni di Jeddah, la delegazione ucraina ha poi condotto una serie di incontri bilaterali: con Simon Mordue, consigliere capo per la politica estera del presidente del Consiglio europeo, Yermak si sarebbe soffermato in particolare sul processo di adesione di Kiev al blocco dei 27.

    A Jeddah il secondo round dei colloqui di pace dopo il meeting di Copenaghen di inizio giugno. Assente la Russia, importante la partecipazione di Pechino. Per l’Ucraina un “passo importante” verso l’attuazione del piano di pace in dieci punti proposto da Zelensky

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    Putin e “le nuove dipendenze” con i prezzi bassi del grano. Borrell avverte le potenze G20 e chiede una risposta unitaria

    Bruxelles – Un appello ai ministri degli Esteri delle 20 più importanti economie al mondo per convincere Putin a riaprire i negoziati con l’Ucraina sull’esportazione di cereali attraverso il Mar Nero. E’ in una lettera datata lunedì (31 agosto) che l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borell, ha invitato i suoi omologhi dei Paesi in via di sviluppo e del G20 a fare pressione sul Cremlino per riprendere l’Iniziativa del Mar Nero per i cereali – scaduta il 17 luglio e non rinnovata da Mosca – e ad astenersi dal prendere di mira le infrastrutture agricole dell’Ucraina.
    “Il principale beneficiario del blocco dell’iniziativa del grano sul Mar Nero è la Russia e il suo settore agricolo, che beneficerà ulteriormente dell’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e aumenterà la propria quota di mercato nel mercato globale dei cereali, limitando fortemente la capacità di esportazione del suo principale concorrente”, mette in guardia il capo della diplomazia europea nella lettera vista da Eunews, in cui ricorda che, secondo i dati disponibili, “dal primo luglio 2022 al 30 giugno 2023, le esportazioni di grano della Russia dovrebbero raggiungere circa 45 milioni di tonnellate, oltre il 10 per cento in più rispetto alla media degli anni precedenti”. Lo stesso aumento dei ricavi si stima sulle esportazioni russe di fertilizzanti, che “sono aumentati del 150 per cento nel 2022, grazie all’aumento dei prezzi”.
    Questa lettera, spiega a Eunews un portavoce dell’esecutivo comunitario, si inscrive nel tentativo di sensibilizzazione che l’Ue sta cercando di fare nei confronti dei Paesi terzi, a sostegno degli sforzi condotti dalle Nazioni Unite e dalla Turchia per riprendere l’attuazione dell’Iniziativa del Mar Nero per i cereali e per “contrastare la disinformazione russa sulla sicurezza alimentare globale” e sull’impatto delle sanzioni dell’UE, soprattutto in vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si terrà a settembre. Borrell ricorda nel documento ancora che mentre “il mondo affronta l’interruzione delle forniture e l’aumento dei prezzi, la Russia si rivolge ora ai Paesi vulnerabili con offerte bilaterali di spedizioni di grano a prezzi scontati, fingendo di risolvere un problema che ha creato lei stessa”.
    Il riferimento dell’alto rappresentante è al fatto che il presidente russo Vladimir Putin la scorsa settimana ha proposto ai leader africani di sostituire le esportazioni di grano ucraino verso l’Africa. Per Borrell si “tratta di una politica cinica che usa deliberatamente il cibo come arma per creare nuove dipendenze, esacerbando le vulnerabilità economiche e l’insicurezza alimentare globale”. L’appello alla comunità internazionale è quello a parlare con una voce “chiara e unitaria”, che potrebbe portare il Cremlino a riconsiderare di “riprendere la sua partecipazione a questa iniziativa vitale”. Borrell chiude la lettera invitando gli omologhi a sollecitare la Russia a tornare ai negoziati e ad astenersi dal prendere di mira le infrastrutture agricole dell’Ucraina.

    Il capo della diplomazia europea scrive una lettera agli omologhi dei Paesi G20 e avverte che offrendo grano a buon mercato Mosca vuole “creare nuove dipendenze esacerbando le vulnerabilità economiche e l’insicurezza alimentare globale”. L’appello a coordinarsi e convincere Putin a rientrare nell’Iniziativa del grano sul Mar Nero

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    La Polonia contro Zelensky: “Ucraina ingrata”. Kiev richiama l’ambasciatore

    Bruxelles – Guerra in Ucraina e guerra del grano, tra Kiev e il blocco dei Ventisette si consuma lo strappo politico e diplomatico probabilmente più forte da quando l’Ue ha deciso di sostenere l’ex repubblica sovietica. La decisione di Varsavia di chiedere un’estensione fino a fine anno allo stop delle importazioni di quattro prodotti agricoli ucraini ha incrinato i rapporti bilaterali. Di fronte ai malumori ucraini il segretario di Stato presso la cancelleria del presidente della Polonia, Marcin Przydacz, non ha saputo tenere a freno la lingua. “L’Ucraina dovrebbe iniziare ad apprezzare ciò che la Polonia sta facendo per essa“, la dichiarazione ‘scappata’ nel corso dell‘intervista concessa al quotidiano Wprost.
    Parole “inaccettabili” per il governo ucraino, che ha immediatamente convocato l’ambasciatore polacco. A parole considerate forti si è risposto con un atto forte, il più forte, nelle dinamiche Ue-Ucraina, dall’avvio delle operazioni militari russe. Inoltre il presidente ucraino, Volodymir Zelensky, ha affidato a uno dei portavoce di governo, Andrii Sybiha, il compito di rispondere. “Respingiamo categoricamente i tentativi di alcuni politici polacchi di imporre alla società polacca l’idea infondata che l’Ucraina non apprezzi l’aiuto della Polonia“.
    Rapporti e relazioni dunque si incrinano. Scambi verbali e convocazioni di diplomatici che fanno il giro del mondo, assecondando il Cremlino. Anche in Russia si vedono segnali di cedimento nel sostegno europeo fin qui deciso all’Ucraina. Un prolungamento della guerra rischia di ledere la capacità di resistenza di un’unità a Ventisette fin qui poco scalfita. Anche se a ben vedere fin qui la politica adottata dall’Ungheria è stata meno risoluta di quella degli altri partner a dodici stelle. I segnali che arrivano dalla Polonia si aggiungono a quelli già registrati, sempre all’interno del blocco di Vysegrad.

    Uscita tutt’altro che felice quella del segretario di Stato presso la cancelleria del presidente della Polonia. Replica piccata dall’esecutivo ucraino. Il grano tra i motivi alla base delle tensioni

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    Ucraina, danni ambientali per 52,4 miliardi e difficili da risarcire

    Bruxelles – Laghi, fiumi, boschi, aria, e soprattutto suolo, suolo agricolo. Tra le vittime del conflitto in corso in Ucraina ci sono anche loro, natura e ambiente. Danni quantificati fin qui in oltre 50 miliardi di euro, non tutti riparabili nel giro di poco tempo, e che pongono non pochi problemi, non solo per l’Ucraina. Il Parlamento europeo inizia a fare calcoli e considerazioni fin qui passate in secondo in piano, accendendo i riflettori sugli ‘eco-contraccolpi’ del conflitto, in un documento di lavoro dal titolo inequivocabile: ‘La guerra della Russia in Ucraina: l’alto pegno ambientale’.
    Al 18 luglio 2023 in Ucraina si registrano “2.317 segnalazioni verificate di azioni militari con un effetto ambientale diretto” sulla natura, anche se le denuncia sono di più (2.450). Le stime basate sulle ispezioni ambientali dell’Ucraina mostrano che l’invasione della Russia fin qui “ha causato danni ambientali per circa 52,4 miliardi di euro” tra impatti negativi sull’aria (27 miliardi), per l’acqua (1,5 miliardi), al suolo (0,3 miliardi), e inquinamento da rifiuti (23,6 miliardi).
    Numeri che confermano come e quanto la guerra ancora in corso non abbia prodotto solo morte e distruzione, ma “ha avuto anche un impatto negativo sulla ricca biodiversità dell’Ucraina”. Incendi boschivi e atti di deforestazione, esplosioni, costruzione di fortificazioni e avvelenamento del suolo e dell’acqua “hanno tutti un impatto sulla fauna selvatica e distruggono gli habitat naturali, compresi quelli protetti nelle riserve della biosfera e nei parchi nazionali, molti dei quali fanno anche parte della Rete Smeraldo paneuropea”.
    Ma è soprattutto la questione del suolo a preoccupare a Bruxelles, per le implicazioni sulla produzione agricola. Quanto accaduto finora “ha compromesso” il settore primario ucraino, “vitale per l’economia del Paese e per la sicurezza alimentare globale”, entrambe a rischio perché “la contaminazione causata dalle armi pone un problema a lungo termine”, che si aggiunge alla questione del grano. Bonificare e rendere nuovamente coltivabili e produttivi i campi del Paese “richiede risorse significative, richiede tempi lunghi e comporta rischi”. Ad ogni modo, si precisa, prima che la situazione torni alla normalità “una parte significativa dei seminativi sarebbe inutilizzabile per anni”. Tre i tipi principali di danni per il settore primario ucraino: degrado fisico, inquinamento chimico diffuso da miniere e industrie colpite, e munizioni esplose. Tutte tipologie di danni che “hanno colpito gravemente milioni di ettari di terreni agricoli ucraini”, e il cui rimborso da parte dell’aggressore non è scontato.
    La strada per esigere eventuali riparazioni dei danni ambientali causati dalla guerra in Ucraina “non è priva di sfide”, si riconosce nel documento di lavoro. Innanzitutto perché “raccogliere prove e quantificare i danni è problematico”. E poi perché “mentre potrebbero esserci alcune possibili procedure legali per ottenere un risarcimento per il danno ambientale causato, il processo è complicato e tutt’altro che semplice, con pochissimi precedenti esistenti di tali risarcimenti”.

    Dal Parlamento Ue focus sulle ricadute del conflitto per la natura. Rischi per l’agricoltura. “Raccogliere prove e quantificare i danni è problematico”

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    L’Ue propone un piano da 20 miliardi di euro per il sostegno militare a lungo termine all’Ucraina fino al 2027

    Bruxelles – Cinque miliardi all’anno, per quattro anni per garantire un sostegno continuo alla difesa dell’Ucraina. Non si tratterà di un nuovo fondo da parte dell’Ue, ma di una specifica sezione dell’attuale strumento europeo per la pace (European Peace Facility), lo strumento finanziario fuori dal bilancio comunitario isitituito nel 2021 per migliorare la capacità dell’Ue di prevenire i conflitti e di finanziare azioni operative che hanno implicazioni militari o di difesa nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune.
    Dopo le indiscrezioni degli ultimi giorni, l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, ha messo oggi (20 luglio) la proposta di nuovi finanziamenti a Kiev sul tavolo dei ventisette ministri degli Esteri, riuniti a Bruxelles nell’ultimo Consiglio dell’Ue prima dell’estate. Si tratterà “sempre dello stesso strumento, l’European Peace Facility, che ha funzionato molto bene e continueremo a usarlo ma con un capitolo dedicato al suo interno, con un finanziamento specifico che può essere stimato sulle cifre che ho citato”, ha spiegato il capo della diplomazia europea in una breve conferenza stampa dopo la riunione.
    Venti miliardi di risorse extra da mobilitare fino al 2027. “Questa è la valutazione dei bisogni e delle necessità per garantire il sostegno dell’Ucraina”, ha aggiunto. A detta dell’alto rappresentante Ue i ministri dei Ventisette hanno avuto un primo scambio di idee sulla proposta, ma ne discuteranno in maniera approfondita a fine agosto, alla riunione informale dei ministri degli affari esteri nel tradizionale formato Gymnich che si terrà il 30 e 31 agosto. La proposta di Borrell fa parte di un più ampio sforzo per porre il sostegno europeo a Kiev su una base a più lungo termine, dopo più di un anno di tentativi per rispondere ai bisogni immediati dell’Ucraina a seguito dell’invasione della Russia.
    Solo di recente i due colegislatori dell’Ue, Parlamento e Consiglio, hanno trovato un accordo politico sull’Asap, il piano Ue per aumentare la consegna di munizioni e missili all’Ucraina e imprimere un cambio di passo sulla capacità di produzione bellica nei 27 Stati membri. Acronimo di ‘Act in support of ammunition production’ e di ‘As soon as possible’, il regolamento presentato dalla Commissione Ue lo scorso 3 maggio è stato in effetti finalizzato in tempo di record. Il piano prevede di mobilitare in via d’urgenza cinquecento milioni di euro dal bilancio comunitario fino a giugno 2025 per aumentare la capacità dell’industria europea di produrre munizioni, con l’obiettivo di produrre almeno un milione di pezzi all’anno, tra munizioni terra-terra, artiglieria e missili.
    Ultimo di tre pilastri di un più ampio e complesso ‘Piano per la difesa’ proposto ai Ventisette dal commissario al Mercato interno, Thierry Breton, e dall’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, per rispondere all’emergenza della fornitura di munizioni all’Ucraina, ma anche per costruire una visione di lungo termine per la difesa europea. Oltre all’Asap, il Piano per la difesa comprende un miliardo di euro mobilitato attraverso lo strumento europeo per la pace (strumento fuori bilancio comunitario) per la consegna immediata di munizioni a Kiev attraverso le scorte degli Stati membri e un altro miliardo di euro per gli acquisti congiunti di armi.

    La proposta dell’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Josep Borrell, ai ministri degli Esteri dei 27 Stati membri, che ne discuteranno in maniera approfondita all’informale di Toledo del 30 e 31 agosto

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    Il tango tra Ue e America latina riparte da clima e transizione verde. Ma il vertice inciampa sulla guerra in Ucraina

    Bruxelles – “Un nuovo inizio per vecchi amici”. Così l’ha definito la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Otto anni dopo l’ultima volta, si sono riuniti i leader dei 60 Paesi dell’Unione europea, dell’America Latina e dei Caraibi. E alla fine, dopo un secondo pomeriggio di empasse sul tema più delicato, quello della responsabilità russa della guerra in Ucraina, è arrivato l’accordo su una dichiarazione congiunta siglata da tutti. Meno uno.
    La soluzione trovata per raggiungere il risultato politico più ambizioso è stata inserire a margine del documento la seguente nota: “Questa dichiarazione è stata approvata da tutti i Paesi tranne uno, a causa del suo disaccordo con un paragrafo”. Il paragrafo è quello dedicato all’Ucraina, il Paese in questione è Nicaragua, che nel luglio 2022 aveva autorizzato l’ingresso nel Paese a truppe, aerei e navi russe per scopi di addestramento e pubblica sicurezza, rafforzando così la storica vicinanza politica, che esiste dai tempi del supporto dell’Unione Sovietica alla rivoluzione sandinista del 1979.
    Il rischio di inciampare sul sostegno all’Ucraina era noto a tutti: nell’ultima risoluzione Onu di condanna al Cremlino, adottata in occasione del primo anniversario dell’invasione russa, oltre al voto contrario del Nicaragua si erano astenute Cuba, El Salvador e Bolivia. E già ieri il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, aveva usato parole forti contro il sostegno militare a oltranza fornito dall’Ue a Kiev. Alla fine però, solo la repubblica centro-americana ha rifiutato un testo comunque rimaneggiato, dove a “condanniamo” è stato preferito “esprimiamo profonda preoccupazione per la guerra in corso contro l’Ucraina”.
    Alberto Fernandez, Ralph Gonsalves, Charles Michel e Ursula von der Leyen
    I due padroni di casa, Charles Michel e Ursula von der Leyen, in conferenza stampa hanno posto l’accento sul bicchiere mezzo pieno, cioè la “forte determinazione” condivisa da tutti “per difendere il multilateralismo e l’importanza della Carta delle Nazioni Unite“. Incassando la però la puntuale frecciata di Ralph Gonsalves, primo ministro di Saint Vincent e Grenadine e presidente attuale del Celac: il piccolo arcipelago caraibico fa parte di quel “cortile di casa” in cui gli Stati Uniti hanno messo le mani troppe volte. “Quando si parla di principio di non interferenza negli affari interni e del divieto dell’uso della forza, alcuni dei Paesi che sollevano questi principi in Ucraina sono gli stessi che storicamente li hanno violati nei Caraibi e in America Latina”. Palese il riferimento a Washington, ma la critica è anche per l’alleato europeo: “Bisogna porre fine a questa ipocrisia e applicare i principi della Carta delle Nazioni Unite in maniera chiara e obiettiva ovunque”, ha avvertito Gonsalves.
    Mercosur, approvvigionamento energetico e di materie prime, clima. Gli altri punti dell’Ue-Celac
    Qualche attrito viene a galla anche sull’accordo commerciale con il blocco dei Paesi del Mercosur, nonostante l’ottimismo di Bruxelles, con von der Leyen che si è detta convinta di “finalizzare l’intesa entro la fine dell’anno”. Più cauto il presidente argentino, Alberto Fernandez, che ha sì riconosciuto che “l’Europa ha colto molte preoccupazioni” sollevate dai governi dell’America latina, ma ha ricordato ai leader Ue che “un accordo necessita che vincano entrambe le parti”. Sembrano più vicine le firme degli accordi di associazione aggiornati con Cile e Messico, che nella dichiarazione congiunta sono previsti “nei prossimi mesi”.
    È su queste partnership commerciali, e dai memorandum d’intesa firmati durante il summit con Cile, Uruguay e Argentina sull’approvvigionamento di energia e materie prime critiche, che possono riprendere slancio le relazioni Ue-Celac. E sul forte impegno, ribadito in questa due giorni a Bruxelles, ad “affrontare con ambizione il cambiamento climatico”. Ma senza dimenticare gli impegni finanziari presi dai Paesi più sviluppati, che dovranno “adempiere all’impegno di mobilitare tempestivamente 100 miliardi di dollari all’anno per i finanziamenti per il clima a sostegno dei paesi in via di sviluppo e di raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2025″. Nele azioni di contrasto e mitigazione del cambiamento climatico, i 60 leader hanno anche affermato la necessità di “esplorare criteri al di là del Pil, come la vulnerabilità climatica, per determinare l’idoneità dei paesi ad accedere a finanziamenti agevolati e cercare di fornire uno stimolo finanziario in modo che nessun paese debba scegliere tra combattere la povertà e proteggere il pianeta”.

    Al summit Ue-Celac intense trattative sul paragrafo delle conclusioni relativo alla condanna dell’invasione russa: i leader esprimono “profonda preoccupazione”, ma Nicaragua si defila e non firma la dichiarazione finale. E il presidente Celac parla di “ipocrisia” nell’applicazione della Carte delle Nazioni Unite

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    Niente invito all’adesione, ma garanzie di sicurezza G7 e un Consiglio ad hoc. I risultati del vertice Nato sull’Ucraina

    Bruxelles – È andato tutto come previsto, nonostante le forti pressioni del presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Al vertice di Vilnius dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) non è arrivato un invito a Kiev per l’adesione, né sotto forma di una tabella di marcia né di tempistiche definite. Perché sono pochi gli alleati che si vogliono sbilanciare sull’ingresso del Paese mentre continua la guerra con la Russia, anche se nessuno rinnega il processo considerato ormai praticamente irreversibile di avvicinamento dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica. Eppure c’è stato qualcosa di più, proprio per rendere manifesto al leader ucraino che il futuro ingresso è a portata, ma serve tempo. Parallelamente al comunicato del secondo giorno di vertice Nato, i leader del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti) hanno pubblicato una dichiarazione in cui si impegnano a fornire “garanzie di sicurezza a lungo termine” a Kiev, anche nel caso si ripeta un’aggressione al Paese.
    La foto di famiglia del vertice Nato di Vilnius (12 luglio 2023)
    “Oggi l’Ucraina è più vicina che mai alla Nato“, ha messo in chiaro oggi (12 luglio) il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, in conferenza stampa congiunta con il presidente Zelensky, ribandendo però che il processo di adesione dell’Ucraina potrà iniziare solo “quando tutti gli alleati decideranno che le condizioni sono state soddisfatte”. Da Vilnius arriva comunque “il messaggio di unità più forte possibile” e anche le garanzie di sicurezza del G7 “vanno in questa direzione”, ha assicurato Stoltenberg.
    Proprio nella dichiarazione del Gruppo dei Sette si legge che sarà garantita la “fornitura continua” di equipaggiamento militare moderno, con “priorità alla difesa aerea, all’artiglieria e al fuoco a lungo raggio, ai veicoli blindati e ad altre capacità chiave, come l’aviazione da combattimento”. Sarà sostenuto lo sviluppo della base industriale ucraina e l’addestramento delle forze militare, oltre alla cooperazione in materia di intelligence. Nel caso di un nuovo futuro attacco armato russo, “intendiamo consultarci immediatamente con l’Ucraina per determinare i passi successivi più appropriati”, mettono in chiaro i sette leader. Da parte di Kiev, invece, è richiesta la prosecuzione dell’attuazione delle riforme delle forze dell’ordine, del sistema giudiziario, della lotta alla corruzione, della governance aziendale, dell’economia, del settore della sicurezza e della gestione dello Stato, ma anche la modernizzazione del settore della difesa “rafforzando il controllo civile democratico delle forze armate”. Questo sforzo “sarà portato avanti mentre l’Ucraina persegue un percorso verso la futura adesione alla comunità euro-atlantica“, è l’ulteriore rassicurazione fornita al presidente Zelensky dopo le dure critiche per l’assenza di un riferimento netto all’ingresso Nato del Paese nelle conclusioni del vertice di Vilnius.
    Da sinistra: il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il primo ministro del Giappone e presidente di turno del G7, Fumio Kishida, e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky (credits: Andrew Caballero-Reynolds / Afp)
    “Questa dichiarazione è aperta a tutti i Paesi che vogliono supportare l’Ucraina“, ha messo in chiaro il primo ministro giapponese e presidente di turno del G7, Fumio Kishida, annunciando la dichiarazione dei leader dei sette Paesi più industrializzati al mondo. Parole confermate dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che ha precisato come “non possiamo aspettare per impegnarci sul lungo termine per rendere sicura l’Ucraina contro qualsiasi aggressione”. Per l’inquilino della Casa Bianca “il futuro dell’Ucraina è nella Nato, non è una sorpresa per nessuno, ma serve un percorso per l’adesione mentre intraprende il percorso riforme”. Nonostante non abbia raggiunto il risultato dichiarato di vedere l’invito ad aderire all’Alleanza Atlantica, il presidente ucraino Zelensky è sembrato piuttosto rassicurato dall’impegno del Gruppo dei Sette: “È un pacchetto importante di garanzie di sicurezza sul lungo termine, ora ci coordineremo con il G7 per estendere l’accordo con altri partner-chiave”, ha rimarcato il numero uno di Kiev davanti ai sette leader e ai rappresentanti delle istituzioni Ue.
    “L’Unione Europea sarà un partner fondamentale in questo sforzo”, è la rassicurazione della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, commentando la dichiarazione dei leader del G7: “Abbiamo fornito al coraggioso popolo ucraino sostegno umanitario, assistenza finanziaria sostanziale, armi e addestramento, oggi ci impegniamo per la sicurezza a lungo termine e la prosperità economica dell’Ucraina all’interno della comunità euro-atlantica”. Da parte di Bruxelles ci sarà il continuo rafforzamento delle sanzioni contro la Russia e il sostegno degli “ammirevoli sforzi di riforma” che sbloccheranno anche l’adesione di Kiev all’Ue. “La nuova realtà geopolitica sfida l’ordine internazionale basato sulle regole, l’Ue e la Nato stanno rafforzando la loro cooperazione e sono unite a sostegno dell’Ucraina”, ha twittato il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel.
    Il nuovo Consiglio Nato-Ucraina
    La prima riunione del Consiglio Nato-Ucraina a Vilnius, 12 luglio 2023 (credits: Ludovic Marin / Afp)
    “Buon pomeriggio, benvenuti a questa prima riunione del Consiglio Nato-Ucraina“, sono le prime parole pronunciate dal segretario generale Stoltenberg nel corso dell’inaugurazione del nuovo format che porterà i 31 alleati e Kiev a stringere sempre di più i rapporti nell’ottica del futuro allargamento dell’Alleanza Atlantica: “Questo è davvero un momento storico, siamo seduti fianco a fianco come pari per affrontare la nostra visione comune della sicurezza euro-atlantica“. Alla sessione inaugurale del Consiglio hanno partecipato tutti i leader dell’Alleanza e il presidente ucraino Zelensky, che ha voluto rimarcare come il nuovo format “non è uno strumento di partecipazione, ma di integrazione” del Paese nell’Alleanza.
    Perché un organismo di collegamento tra l’Alleanza Atlantica e Kiev già esisteva – la commissione Nato-Ucraina – ma da mesi non era più considerato sufficiente per gli obiettivi comuni. Secondo quanto si legge nel comunicato finale del vertice di Vilnius, il Consiglio è “un nuovo organismo congiunto in cui gli alleati e l’Ucraina siedono come membri paritari per promuovere il dialogo politico, l’impegno, la cooperazione e le aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina all’adesione Nato. Le stesse parole sono state utilizzate dal segretario generale Nato nel corso della prima riunione di oggi: “Ci incontriamo da pari a pari, attendo con ansia il giorno in cui ci incontreremo come alleati“, perché durante il vertice nella capitale lituana “abbiamo riaffermato che l’Ucraina diventerà un membro dell’Alleanza”.

    Nonostante le insistenze del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, al summit dell’Alleanza Atlantica di Vilnius non sono state definite tempistiche per l’ingresso. Ma l’avvicinamento di Kiev è dato dal nuovo format “da pari” e dal sostegno militare “a lungo termine” del Gruppo dei Sette

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    I temporeggiamenti della Nato sull’invito all’Ucraina per aderire all’Alleanza stanno irritando Zelensky

    Bruxelles – L’invito dei 31 alleati per l’adesione Nato non c’è e nemmeno una tabella di marcia con le tempistiche di un eventuale ingresso. E questo temporeggiamento ha portato a una reazione dura – come mai prima d’ora – del presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky: “Ho intrapreso un viaggio qui con la fiducia nelle decisioni, con la fiducia nei partner, con la fiducia in una Nato forte, che non esita, non perde tempo e non si volta indietro di fronte a nessun aggressore… è aspettarsi troppo?“, ha attaccato su Twitter nella serata di ieri (11 luglio) al termine della prima giornata di lavori del vertice dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord a Vilnius.
    Da sinistra: il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky
    Le parole al vetriolo del presidente dell’Ucraina sono arrivate in risposta alla prima dichiarazione del summit di Vilnius, in cui sono stati elencati gli impegni dei 31 alleati a sostegno di Kiev, ma senza stabilire alcuna tabella di marcia né tempistiche per il possibile futuro ingresso del Paese sotto attacco russo dal 24 febbraio 2022. “Per sostenere l’ulteriore integrazione dell’Ucraina nella Nato, abbiamo concordato un pacchetto sostanziale di sostegno politico e pratico ampliato“, si legge nel testo, che anticipa l’istituzione del Consiglio Nato-Ucraina che si riunirà per la prima volta oggi (12 luglio). Si tratta di “un nuovo organismo congiunto in cui gli alleati e l’Ucraina siedono come membri paritari per promuovere il dialogo politico, l’impegno, la cooperazione e le aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina all’adesione Nato”. Tuttavia, per Zelensky l’obiettivo dichiarato dal settembre dello scorso anno e l’unica conquista desiderata è un’adesione Nato “accelerata”, anche se nessuno – Kiev nemmeno – parla di un ingresso nell’Alleanza Atlantica mentre è ancora in corso la guerra con la Russia. “Vorrei che questa fede diventasse fiducia – fiducia nelle decisioni che meritiamo – che tutti noi meritiamo”, ha aggiunto nel suo tweet il numero uno ucraino, rilanciando le discussioni di oggi anche sul tema della tabella di marcia e delle condizioni per diventare il 33esimo Paese membro (la Svezia è sempre più vicina a diventare il 32esimo).
    “Sosteniamo pienamente il diritto dell’Ucraina di scegliere i propri accordi di sicurezza, il futuro dell’Ucraina è nella Nato”, è il mantra ripetuto dagli alleati, che nel testo hanno riaffermato “l’impegno assunto al vertice di Bucarest del 2008, secondo cui l’Ucraina diventerà membro della Nato“. Nonostante l’insoddisfazione del presidente ucraino per le tempistiche non chiare, non c’è comunque discrepanza tra gli obiettivi euro-atlantici di Kiev e le dichiarazioni d’intenti di Vilnius: “Riconosciamo che il percorso dell’Ucraina verso la piena integrazione euro-atlantica è andato oltre la necessità del Piano d’azione per l’adesione”, dal momento in cui il Paese dell’Europa orientale è diventato “sempre più interoperabile e politicamente integrato con l’Alleanza e ha compiuto progressi sostanziali nel suo percorso di riforme“. In questo contesto l’Alleanza Atlantica “sosterrà l’Ucraina nel realizzare le riforme nel suo percorso verso la futura adesione”, considerato il fatto che sarà possibile estendere a Kiev l’invito per l’adesione Nato “quando gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte“, conclude il testo.
    Quali sono le tappe del processo di adesione Nato
    Per diventare membro della Nato, un Paese deve inviare una richiesta formale, precedentemente approvata dal proprio Parlamento nazionale. A questo punto si aprono due fasi di discussioni con l’Alleanza, che non necessariamente portano all’adesione: la prima, l’Intensified Dialogue, approfondisce le motivazioni che hanno spinto il Paese a fare richiesta, la seconda, il Membership Action Plan, prepara il potenziale candidato a soddisfare i requisiti politici, economici, militari e legali necessari (sistema democratico, economia di mercato, rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali, standard di intelligence e di contributo alle operazioni militari, attitudine alla risoluzione pacifica dei conflitti). Questa seconda fase di discussioni è stata introdotta nel 1999 dopo l’ingresso di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, per affrontare il processo con aspiranti membri con sistemi politici diversi da quelli dei Paesi fondatori dell’Alleanza, come quelli ex-sovietici.
    La procedura di adesione inizia formalmente con l’applicazione dell’articolo 10 del Trattato dell’Atlantico del Nord, che prevede che “le parti possono, con accordo unanime, invitare ad aderire ogni altro Stato europeo in grado di favorire lo sviluppo dei principi del presente Trattato e di contribuire alla sicurezza della regione dell’Atlantico settentrionale”. La risoluzione deve essere votata all’unanimità da tutti i Paesi membri. A questo punto si aprono nel quartier generale a Bruxelles gli accession talks, per confermare la volontà e la capacità del candidato di rispettare gli obblighi previsti dall’adesione: questioni politiche e militari prima, di sicurezza ed economiche poi. Dopo gli accession talks, che sono a tutti gli effetti una fase di negoziati, il ministro degli Esteri del Paese candidato invia una lettera d’intenti al segretario generale dell’Alleanza.
    Il processo di adesione si conclude con il Protocollo di adesione, che viene preparato con un emendamento del Trattato di Washington, il testo fondante dell’Alleanza. Questo Protocollo deve essere ratificato da tutti i membri, con procedure che variano a seconda del Paese: in Italia è richiesto il voto del Parlamento riunito in seduta comune, per autorizzare il presidente della Repubblica a ratificare il trattato internazionale. Una volta emendato il Protocollo di adesione, il segretario generale della Nato invita formalmente il Paese candidato a entrare nell’Alleanza e l’accordo viene depositato alla sede del dipartimento di Stato americano a Washington. Al termine di questo processo, il candidato è ufficialmente membro dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord.

    Nella dichiarazione del primo giorno del vertice dell’Alleanza Atlantica a Vilnius non compare nessuna tempistica per l’ingresso, nonostante venga ribadito l’impegno preso a Bucarest nel 2008. Il presidente ucraino chiede una Nato “che non perde tempo e non si volta indietro”