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    A due anni dal 7 ottobre l’Europa ricorda le vittime israeliane. Ma non tutti condannano il genocidio dei palestinesi

    Bruxelles – Col resto del mondo, l’Europa ricorda oggi (7 ottobre) il secondo anniversario degli attacchi di Hamas contro Israele. “Non dimenticheremo mai l’orrore” di quel giorno, scrivono in un post congiunto su X la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e quello del Consiglio europeo, António Costa, né “il dolore causato alle vittime innocenti, alle loro famiglie e all’intero popolo israeliano”. “Onoriamo la loro memoria lavorando instancabilmente per la pace“, aggiungono riferendosi ai negoziati in corso in Egitto tra gli emissari dello Stato ebraico e dell’organizzazione palestinese.Al ricordo degli attacchi di Hamas si aggiungono il ricordo delle 1.195 vittime (più 251 ostaggi), condanna degli attentati, e sostegno agli sforzi per pervenire ad una soluzione politica al conflitto che infuria da due anni nella martoriata Striscia di Gaza, mediati dagli Stati Uniti sulla base del piano in 20 punti proposto da Donald Trump.Da Strasburgo, dov’è iniziata ieri la plenaria dell’Eurocamera, la presidente dell’emiciclo Roberta Metsola ha definito il 7 ottobre 2023 “un giorno che rimarrà per sempre impresso nella storia del nostro tempo come un giorno d’infamia“. La popolare maltese deplora il “ciclo di guerra e violenza che ha causato la morte di decine di migliaia di persone” – le stime aggiornate parlano di oltre 67mila vittime tra la popolazione gazawi, in larghissima parte civili – ma non arriva a condannare fermamente la risposta militare sproporzionata di Tel Aviv, che ha avviato nell’exclave costiera, descritta dalle Nazioni Unite e dalle stesse ong israeliane come un genocidio in piena regola.La commissaria Ue al Mediterraneo, Dubravka Šuica (foto: Philippe Stirnweiss/Parlamento europeo)Intervenendo al dibattito in Aula sul tema, la commissaria al Mediterraneo Dubravka Šuica ha concesso che “la situazione a Gaza è diventata intollerabile” e che il massacro condotto da Israele nella Striscia ha “scosso le coscienze del mondo”, come evidenziato plasticamente dal moltiplicarsi delle manifestazioni oceaniche esplose a tutte le latitudini e longitudini nelle ultime settimane, anche e soprattutto in Italia.Bruxelles, continua, considera il piano di Trump “un quadro credibile per la pace” e ne condivide i punti cardine: “Nessun ruolo per Hamas (nel dopoguerra, ndr), nessuno spostamento forzato della popolazione, nessuna annessione, incluso in Cisgiordania, nessuna minaccia da Gaza verso i vicini e nessuna operazione militare” nella Striscia. L’obiettivo, conclude Šuica, è garantire “la sicurezza reale di Israele e un futuro sicuro per tutti i palestinesi“.Di “attacco terroristico brutale” ha parlato anche la capogruppo socialista in Aula, Iratxe García Pérez, che però non si nasconde e condanna anche “la reazione di Israele col genocidio a Gaza“. In merito alle partecipatissime proteste di piazza, l’eurodeputata spagnola osserva che “il nostro compito è ascoltare la voce dei milioni di cittadini” che sono scesi in strada poiché “il nostro silenzio è complice“. “Dobbiamo chiedere alla Commissione di agire per fermare la strage“, conclude.Dai Socialisti e democratici (S&D), il capodelegazione Pd Nicola Zingaretti ricorda che “la sicurezza non si costruisce con la forza ma con la pace” e che “violenza infinita chiama terrorismo infinito“. Il suo compagno di partito Sandro Ruotolo ribadisce che oggi “è il popolo palestinese a pagare il prezzo più alto“, sottolineando che per avvicinarsi alla pace è necessario interrompere le ostilità e “riprendere un processo politico vero, che riconosca finalmente ai palestinesi il diritto a uno Stato libero e sovrano accanto a Israele“. Un ragionamento che, planisfero alla mano, parrebbe condiviso da un numero sempre maggiore di governi nel mondo.La manifestazione nazionale per la Palestina a Roma, il 4 ottobre 2025 (foto: Alessandro Amoruso via Imagoeconomica)Più incisivi gli interventi di due eurodeputate italiane che si erano imbarcate con la Global Sumud Flotilla. La dem Annalisa Corrado rimarca che il “genocidio in corso” nella Striscia è “il frutto di scelte politiche criminali” prese dal gabinetto di Benjamin Netanyahu (sul cui capo, del resto, pende un mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità spiccato dalla Corte penale internazionale) e che “le responsabilità del governo israeliano non possono essere coperte da un silenzio complice” come quello che, sempre più assordante, si leva dalle cancellerie dei Ventisette.Ma, ammonisce Corrado, bisogna approcciare anche le trattative in corso con realismo ed evitare i diktat tra le parti belligeranti (e i rispettivi alleati): “La pace non si costruisce imponendo condizioni dall’alto, negando la voce e la dignità del popolo palestinese”, ragiona. E rimarca che “senza il riconoscimento della Palestina, senza un processo politico che ponga fine alle occupazioni illegali, ogni accordo resterà fragile e non si estirperanno le radici dell’odio”. “L’Europa deve smettere di oscillare tra ipocrisie e connivenze“, conclude.Dai banchi dei Verdi, anche Benedetta Scuderi (Avs) si chiede “perché dopo due anni di genocidio palestinese e pulizia etnica ancora non facciamo niente per fermare Israele“, e interroga i colleghi sul loro rifiuto di “parlare della Flotilla“, riferendosi alla bocciatura da parte dell’emiciclo di due mozioni sul tema proposte dal suo gruppo e dalla Sinistra all’inizio dei lavori dell’intera sessione plenaria. “Se non avete a cuore nemmeno i diritti degli europei che rappresentate, delle nostre colleghe, mai quest’Aula potrà supportare il popolo palestinese“, il suo j’accuse.L’eurodeputata di Avs Benedetta Scuderi (foto: Philippe Stirnweiss/Parlamento europeo)Sulle imbarcazioni della missione di solidarietà transnazionale – intercettata con metodi pirateschi da Tel Aviv tra il 2 e il 3 ottobre – c’era anche l’eurodeputata franco-palestinese Rima Hassan, della Sinistra. Gli attivisti hanno raccontato di aver subìto aggressioni e violenze fisiche e psicologiche da parte delle autorità israeliane. Scuderi sostiene che “l’Europa sta morendo nel silenzio e nella complicità delle sue istituzioni” ma nota anche che “c’è un’altra Europa, viva nelle milioni di persone che riempiono le strade gridando ‘non nel nostro nome’, un’Europa che crede nella giustizia, nel diritto e nella pace, che non vuole ripetere gli errori del passato e che si oppone davvero al genocidio”.Gli aggiornamenti che arrivano da Sharm el Sheikh, dove sono in contatto indiretto le due squadre negoziali, sono solo parzialmente incoraggianti. Si tratta senza dubbio dello slancio diplomatico più solido mai messo in campo finora, ma le posizioni rimangono distanti su diversi punti cruciali nonostante la disponibilità dichiarata in linea di principio da entrambi i belligeranti. Soprattutto, Hamas chiede la cessazione completa della campagna israeliana e il ritiro totale dell’esercito di Tel Aviv dalla Striscia, mentre lo Stato ebraico pretende il disarmo del gruppo palestinese. Un’altra questione per il momento irrisolta è quella della ricostruzione post-bellica di Gaza. In mancanza di un accordo, intanto, le operazioni militari continuano.

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    Palestina, una nuova Flotilla veleggia verso Gaza. Le piazze di tutto il mondo chiedono la fine del genocidio

    Bruxelles – C’è una nuova flotilla che veleggia verso Gaza. Mentre gli attivisti rapiti e deportati da Israele nei giorni scorsi stanno rientrando nei rispettivi Paesi, una spedizione più piccola sta navigando nel Mediterraneo orientale per raccogliere il testimone lasciato dai velieri intercettati in questa staffetta di solidarietà transnazionale. L’obiettivo rimane lo stesso: raggiungere le coste dell’exclave palestinese, rompere il blocco navale illegale imposto da Tel Aviv nel 2009 e consegnare nella Striscia gli aiuti umanitari per offrire sollievo alla popolazione stremata dallo sterminio sistematico che va avanti, nella sua versione più eclatante, da quasi due anni.Le nove imbarcazioni, che si trovano attualmente (6 ottobre) al largo dell’Egitto, sono state messe in mare dall’iniziativa Thousand Madleens, affiliata alla Global Sumud Flotilla, la missione della società civile internazionale che nelle ultime settimane ha contribuito in maniera determinante a mantenere alta l’attenzione mediatica e politica del mondo intero sul genocidio dei palestinesi perpetrato dallo Stato ebraico a Gaza (come documentato dalle Nazioni Unite e dalle stesse ong israeliane).La prima spedizione ospitava a bordo delle oltre 40 navi, fermate con metodi pirateschi da Israele in acque internazionali tra il 2 e il 3 ottobre, un buon numero di figure pubbliche (su tutti, gli attivisti Greta Thunberg e Thiago Ávila) e politici di varie nazionalità, inclusi quattro italiani: i parlamentari Marco Croatti (senatore M5s), Arturo Scotto (deputato Pd), Benedetta Scuderi (eurodeputata Avs) e Annalisa Corrado (eurodeputata Pd). Stavolta, gli equipaggi sono più ridotti e non annoverano nomi famosi. Il che non lascia ben sperare per il trattamento che verrà riservato ai naviganti, considerato quello usato dagli apparati di sicurezza israeliani fin qui.L’attivista svedese Greta Thunberg arriva all’aeroporto di Atene dopo la detenzione in Israele, il 6 ottobre 2025 (foto: Aris Messinis/Afp)Stando alle testimonianze di diversi attivisti rilasciati da Tel Aviv nelle ultime ore, incluso il giornalista italiano Saverio Tommasi, le autorità dello Stato ebraico avrebbero praticato contro di loro atti di tortura sin dall’intercettazione delle navi e fino alla fine della detenzione. I resoconti menzionano violenze fisiche, verbali e psicologiche per umiliarli, ricorrendo a trattamenti inumani e degradanti soprattutto durante la permanenza nelle strutture detentive. Thunberg, ad esempio, sarebbe stata avvolta in una bandiera israeliana e portata in trionfo dai militari di Tel Aviv come un trofeo di caccia, per poi finire in una cella infestata di cimici da letto. Lo stesso Tommasi ha dichiarato di essere stato percosso ripetutamente ed esposto al pubblico ludibrio dei soldati.La Farnesina ha annunciato nel pomeriggio il ritorno in patria degli ultimi 15 italiani ancora detenuti in Israele. Secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani sono tutti “in ottime condizioni fisiche”. Tel Aviv ha detto di aver espulso oggi 171 cittadini europei (tra cui Thunberg e i nostri connazionali) verso la Grecia e la Slovacchia, mentre almeno altri 138 si troverebbero ancora in custodia. Lo scorso 3 ottobre erano già rientrati in Italia i quattro parlamentari che avevano preso parte alle missione, mentre durante il weekend è toccato ad altri 26 cittadini della Repubblica.Le azioni di Tel Aviv, del resto, hanno scatenato una risposta trasversale della società civile globale dalle proporzioni inaspettate. Negli ultimi giorni, milioni di persone si sono riversate in strada in Europa e in tutto il mondo, occupando coi propri corpi lo spazio pubblico attraverso partecipatissime proteste che portavano un doppio messaggio di solidarietà: sia verso il popolo palestinese, massacrato in diretta nell’assordante silenzio dei governi mondiali, sia verso gli attivisti della Flotilla. Da Berlino a Città del Messico, da Madrid a Montreal, da Istanbul a Melbourne, da Stoccolma a Buenos Aires, da Amsterdam a Kuala Lumpur.La manifestazione nazionale per la Palestina a Roma, il 4 ottobre 2025 (foto: Alessandro Amoruso via Imagoeconomica)In un inedito storico, l’epicentro di questo movimento transnazionale spontaneo è stato proprio il Belpaese. L’apice della mobilitazione nazionale si è registrato a Roma sabato scorso (4 ottobre), quando centinaia di migliaia di manifestanti – gli organizzatori parlano di oltre un milione di presenze – hanno letteralmente inondato le strade della capitale sfilando in un immenso corteo, colorato e plurale, per chiedere pacificamente la fine del genocidio a Gaza, il riconoscimento incondizionato della Palestina, la protezione diplomatica per gli attivisti della Flotilla e la fine della complicità del governo italiano coi crimini di guerra commessi da Tel Aviv nella più totale impunità e in sfregio assoluto del diritto internazionale.Il capodelegazione del Partito democratico all’Eurocamera, Nicola Zingaretti, ha espresso il suo sostegno per le manifestazioni del weekend definendole “un segnale straordinario di vitalità della nostra democrazia“. Al netto dei posizionamenti dei partiti, sembra proprio che la società civile stia cominciando a prendersi in carico, con una spinta intergenerazionale dal basso come non se ne vedevano dal G8 di Genova del 2001, la difesa di quel diritto internazionale considerato valido “fino a un certo punto” proprio da chi – come lo stesso Tajani – dovrebbe invece, almeno teoricamente, sostenerlo e tenerlo al riparo da violazioni e abusi, anche se questi ultimi vengono commessi da potenze alleate.Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (sinistra) e il presidente statunitense Donald Trump (foto via Imagoeconomica)Intanto a Strasburgo, dov’è appena iniziata la plenaria dell’Europarlamento, sono state bocciate due mozioni presentate da altrettanti gruppi dell’emiciclo (i Verdi e la Sinistra) per inserire nel calendario odierno un dibattito sulle sorti della Flotilla. Ad ogni modo, una discussione su Gaza (incluso sugli sforzi diplomatici per pervenire ad una soluzione negoziata del conflitto) è fissata per domani, nel giorno del secondo anniversario dall’attacco di Hamas del 2023.In queste stesse ore, in Egitto, si stanno incontrando gli emissari di Israele e di Hamas per negoziare indirettamente i termini del piano di pace in 20 punti stilato da Donald Trump con l’ausilio dell’ex premier britannico Tony Blair e reso pubblico a fine settembre dal presidente statunitense durante la visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Washington. In linea di massima entrambe le parti avrebbero accettato la bozza di accordo, ma rimane da definire una serie di dettagli cruciali come, tra gli altri, il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia, il disarmo dell’organizzazione palestinese, il rilascio degli ostaggi e la distribuzione degli aiuti umanitari nell’exclave costiera.

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    Come l’UE vuole utilizzare 175 miliardi di asset russi congelati per finanziare l’Ucraina

    Bruxelles – La questione di cosa fare degli asset statali russi congelati sul territorio europeo tiene banco da tempo a Bruxelles. È un tema decisamente politico, ma con forti implicazioni legali ed economiche. Ora però, di fronte alle ingenti necessità dell’Ucraina – si parla di 52 miliardi di euro in sostegno al bilancio e 80 miliardi di assistenza militare fino al 2027 – e al progressivo disimpegno statunitense, la Commissione europea ha deciso di rompere gli indugi.Al vertice informale di Copenaghen, ha ricevuto un primo endorsement di massima dai capi di stato e di governo dei 27 per lavorare su una proposta legislativa. L’obiettivo è utilizzare i 175 miliardi di euro di proprietà della Banca Centrale Russa, ma custoditi per la maggior parte da Euroclear a Bruxelles, senza che dal punto di vista legale si configuri alcuna confisca. Il terreno è spinoso, ma – sostiene un alto funzionario della Commissione europea – “crediamo di aver trovato il modo per farlo senza violare il diritto internazionale”.Alla base del ragionamento, Bruxelles pone le conclusioni del Consiglio europeo di un anno fa, che scrivono nero su bianco che “i beni della Russia dovrebbero rimanere bloccati fino a quando la Russia non avrà cessato la sua guerra di aggressione nei confronti dell’Ucraina e non l’avrà risarcita per i danni causati da tale guerra”. Questo principio è in sostanza la garanzia di sicurezza su cui poggia il complesso escamotage in cantiere. Insieme al fatto che – spiega un alto funzionario – l’Ue non toccherebbe il credito che Mosca detiene sulla società belga di servizi finanziari, ma il corrispettivo contante accumulatosi negli ultimi tre anni e mezzo. “Il contante appartiene a Euroclear”, sostiene Bruxelles.Ursula von der Leyen al vertice informale di Copenaghen, 1/10/2025L’idea è allora far sì che Euroclear investa tale contante in un contratto di debito dedicato all’Unione, e che quest’ultima possa prestarlo all’Ucraina a tasso zero e in diverse tranche “a seconda delle necessità”. Kiev rimborserebbe il prestito solo una volta che la guerra sarà finita e che la Russia avrà pagato le riparazioni. A quel punto, Bruxelles rimborserebbe a sua volta Euroclear. Un “prestito per le riparazioni”, come l’aveva definito Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione, lo scorso 10 dicembre.Affinché la costruzione regga, “avremo bisogno di garanzie da parte degli Stati membri”, illustra ancora un alto funzionario. Garanzie emesse bilateralmente, fino all’intero ammontare dei fondi, con una struttura simile a quella implementata con il fondo SURE da 100 miliardi attivato nel 2020 durante la pandemia di Covid-19. Secondo la Commissione il rischio di tali garanzie rimarrebbe “limitato” e “sotto il controllo degli Stati membri”. Ovvero, si materializzerebbe solo nel caso in cui i 27 decidessero di revocare le sanzioni all Russia – e dunque scongelarne gli asset statali – senza che Mosca abbia risarcito l’Ucraina.Ecco perché, insieme alla proposta per l’utilizzo degli asset, “è importante modificare il regime di sanzioni per evitarne il rilascio accidentale”. Qui sta forse il passaggio più delicato. In sostanza, per ridurre al minimo i rischi per gli Stati membri, la Commissione europea sta pensando di eliminare il voto all’unanimità per la proroga delle sanzioni che si tiene ogni sei mesi. “Non lo proporremmo se non pensassimo che sia possibile”, garantisce la fonte. La possibilità è ammessa dall’articolo 31 del Trattato sull’Unione europea, che al punto 2 prevede che il Consiglio dell’Unione europea possa deliberare a maggioranza qualificata in politica estera e dunque anche in materia di sanzioni. La valutazione dell’esecutivo Ue è che lo stesso regime di sanzioni può essere modificato aggirando l’unanimità.Tra i 27, che a Copenaghen hanno dato un timido supporto di principio alla Commissione, il scetticismo non manca. Il primo a frenare è il premier belga, Bart de Wever, preoccupato per via della parte consistente delle risorse russe ferme nel suo Paese. Anche la Francia invita alla calma. “L’Europa deve restare un posto attrattivo e affidabile”, le preoccupazioni del presidente Emmanuel Macron, che proprio al vertice informale ha sottolineato l’importanza di fare le cose per bene. “Se ci sono regole, vanno rispettate“. Danimarca e Lettonia hanno ricordato il nodo giuridico della questione, ma espresso fiducia sul fatto che la Commissione possa trovare la quadra, e attendono la proposta dall’esecutivo comunitario.Di rischi, ne esistono altri: Putin ha già firmato un decreto che gli permetterebbe di confiscare beni stranieri in Russia, e non è da sottovalutare inoltre un problema di credibilità finanziaria e di fiducia nei mercati e nell’euro. Per ora, la Commissione europea ha intenzione di procedere. I capi di stato e di governo riapriranno la questione già al prossimo Consiglio europeo, il 23-24 ottobre. Se effettivamente daranno un mandato all’esecutivo per presentare una proposta legislativa, l’obiettivo di Bruxelles è procedere spediti per azionare il prestito “all’inizio del secondo trimestre del prossimo anno“. Intorno al quarto anniversario dell’aggressione della Russia in Ucraina.

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    UE-Balcani occidentali a ‘roaming zero’, Bruxelles lavora al quadro giuridico che ancora non c’è

    Bruxelles – Integrazione telefonica e allargamento, il roaming adesso fa discutere e costringe la Commissione europea a spingere sull’acceleratore, soprattutto per creare il quadro giuridico necessario del caso. I Paesi dei Balcani occidentali – Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del nord, Montenegro, Serbia – sono indietro in un processo per cui l’impegno dell’esecutivo comunitario appare svanito, e di cui si chiede conto.Sono i sovranisti di Patriots for Europe (PfE) a chiedere che ne è di quella dichiarazione del 2022 che annunciava l’abbattimento dei sovra-costi per telefonate e utilizzo di internet entro il 2027. Denunciano con tanto di interrogazione parlamentare il rischio di “doppio standard”, visto come il team von der Leyen abbia accelerato per eliminare i costi aggiuntivi con l’Ucraina.La questione al centro della richiesta di spiegazioni non è logica delle parti, con l’opposizione che prova a mettere pressioni sulla maggioranza. La questione in realtà si pone, perché come ammette la commissaria per l’Allargamento, Marta Kos, c’è un nodo di diritto da dover risolvere.Gli accordi di associazione che l’UE ha stipulato con Ucraina e Moldavia, ricorda Kos, “includono una zona di libero scambio globale e approfondita, che fornisce il quadro giuridico necessario per consentire alle parti di aprire reciprocamente i propri mercati di roaming, consentendo a sua volta all’UE di estendere l’area UE del ‘Roam Like at Home’” (vale a dire utilizzare il proprio telefono all’estero alle stesse condizioni del proprio Paese di residenza). “Gli accordi di stabilizzazione e associazione UE-Balcani occidentali sono privi di tale quadro giuridico“, e questo produce situazioni diverse con la necessità di lavorio maggiore.E’ vero che esiste la Dichiarazione sul roaming, con l’obiettivo di ridurre gradualmente, fino all’abbattimento completo, i costi aggiuntivi per telefonare e navigare su internet quando ci si trova all’estero, ma si tratta di un documento più politico che tecnico-giuridico, da quello che spiega la commissaria europea per l’Allargamento. Per questo “i servizi della Commissione stanno lavorando a una soluzione volta a integrare gli attuali accordi di stabilizzazione e associazione” tra l’Unione europea e i Paesi del Balcani occidentali al fine di “fornire il quadro giuridico necessario per estendere l’area UE del Roam Like at Home anche ai Balcani occidentali”. Il piano di crescita per i Balcani occidentali del 2023 serve proprio a questo, assicura Kos, a integrare i partner dei Balcani occidentali nel mercato unico dell’UE, “compreso il mercato unico digitale”.

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    Orban chiude (di nuovo) all’Ucraina: “Nessuna adesione all’UE, rispettare le regole per avviare negoziati”

    Bruxelles – L’Ucraina Stato membro dell’Unione europea è qualcosa che non si può fare. L’Ungheria di Viktor Orban si oppone con rinnovata forza all’ipotesi di un ingresso nell’UE, che il primo ministro ungherese respinge in modo categorico: “Per l’Ucraina chiediamo un accordo strategico, è giusto sostenerla, ma la membership è troppo“, taglia corto al suo arrivo a Copenhagen per il vertice informale del Consiglio europeo. E’ solo la premessa, peraltro nota, a quello che ne segue subito dopo: la chiusura ad ipotesi di scorciatoie per l’avvio dei capitoli negoziali. “C’è un procedimento giuridico molto rigido e dobbiamo attenerci a quello”, sostiene ancora Orban, che sfida tutti i partner.La riunione informale dei capi di Stato e di governo vuole essere per il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, l’occasione per provare ad aprire i primi capitoli negoziali per l’adesione all’UE aggirando il vincolo dell’unanimità, questione a cui nessuno ufficialmente si oppone in linea di principio, eccezione fatta per l’Ungheria e il suo primo ministro Orban. Quando questi fa riferimento al rispetto delle regole, peraltro non proprio chiarissime, lascia intendere di essere pronto anche a ricorsi in caso di soluzioni considerate dal governo di Budapest come contro le stesse regole.Al di là degli aspetti giuridici c’è una chiusura netta da parte di Orban, che non lo nasconde né si nasconde: “L’Ucraina non ha i soldi per potersi mantenere, dobbiamo aiutarla noi. E’ un fatto finanziario”, ricorda alla stampa al suo arrivo per i lavori. Un eventuale ingresso di Kiev nell’UE “porterebbe la guerra nell’Unione europea e i soldi degli europei in Ucraina”. Niente da fare, dunque.Le posizioni di Orban si scontrano con quelle degli altri leader, riassunte dalla premier lettone, Evika Silina, convinta del fatto che “dobbiamo integrare Moldova e Ucraina, e aprire il cluster 1“, l’insieme dei capitoli che riguardano i diritti fondamentali (giustizia, magistratura, appalti, controllo finanziario, statistiche). E’ esattamente il lavoro su cui si concentra parte del vertice dei leader, chiamati a fare i conti con Orban, che con la testa è però a Praga. Il 3 e 4 ottobre si tengono le elezioni politiche, e il capo di governo ungherese attende con impazienza il voto. “Spero che i patrioti cechi vincano, spero che Babis possa tornare” al governo, dice riferendosi al leader di Ano, Andrej Babis, contrario al sostegno militare a Kiev e all’avvio accelerato dell’adesione dell’Ucraina.

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    Cargo olandese colpito da missili Houti. Salvati i marinai grazie alla missione europea Aspides

    Bruxelles – Le fregate della missione europea Aspides hanno portato in salvo i 19 membri dell’equipaggio del cargo olandese Minervagracht, colpito da missili dei miliziani Houthi. I colpi di artiglieria, provenienti dallo Yemen, sono stati lanciati dai ribelli yemeniti per ostacolare il commercio europeo, in segno di sostegno alla causa di Hamas. I proiettili hanno ferito due membri dell’equipaggio, uno dei quali gravemente, e costretto il personale di bordo a interrompere la navigazione nel Golfo di Aden, prima dell’imbocco del Mar Rosso.La nave, come confermato dal presidente del Comitato militare dell’Ue, il generale irlandese Seán Clancy, è ora “in fiamme e alla deriva al largo della costa sud-orientale dello Yemen”.UKMTO reports two incidents (29 Sept):Attack #28082034: vessel struck by unknown projectile, fire onboard.Attack #33: splash/smoke sighted 128NM SE of Aden, Yemen.Unconfirmed: vessel may be the Dutch-flagged MINERVAGRACHT (IMO 9571521).#MaritimeSecurity #Yemen pic.twitter.com/rkjRYFFKbA— NewsFromSea (@riskiomap) September 29, 2025Il salvataggio, in gergo SOLAS (Safety of Life at Sea), ha coinvolto due imbarcazioni europee (una greca e l’altra francese) e un elicottero militare transalpino. Le operazioni si sono concluse in mattinata, 30 settembre, portando in salvo tutti i passeggeri. Dalle prime indiscrezioni si è venuto a sapere che lo staff della Minervagracht era composto da marinai filippini, russi, cingalesi e ucraini. Coloro che non sono risultati feriti sono stati imbarcati sulle fregate UE, mentre il velivolo transalpino ha portato il più grave in ospedale a Gibuti.Nonostante il lieto fine, rimane ancora un punto oscuro sulla vicenda: il motivo per cui la Minervagracht non aveva scelto di farsi scortare dalle navi europee. Infatti, a quanto afferma Associated Press (AP), l’imbarcazione olandese, il 23 settembre, era già stata presa di mira da un attacco fallito da parte dei miliziani Houthi. Senza una scorta preventiva, le fregate europee hanno potuto iniziare il soccorso solo dopo l’incidente.Djibouti Ports and Free Zones Authority reports that on Tuesday, September 30, we provided assistance to survivors from the attacked vessel M/V MINERVAGRACHT, sailing under the Dutch flag.The vessel’s last port of call was Durban, before calling at the Doraleh Multipurpose Port… pic.twitter.com/yg1WwqZ5mN— Djibouti Ports & Free Zones Authority (@dpfza) September 30, 2025L’incidente mette di nuovo in luce le criticità della rotta passante per Suez. La missione Aspides, iniziata nel febbraio 2024, è stata in grado di accompagnare con successo numerose navi cargo in direzione nord. Proprio in questo contesto, il generale irlandese Seán Clancy è tornato a insistere sull’importanza dell’impegno europeo: “Aspides difende la libertà di navigazione e protegge i marinai civili, contribuendo direttamente alla sicurezza europea e globale. Il nostro messaggio è chiaro: l’Europa deve continuare a investire in capacità credibili, pronte e reattive. Le operazioni come Aspides non sono facoltative, ma una necessità strategica per proteggere le rotte commerciali, sostenere i partner e salvaguardare la nostra prosperità comune”.Da sempre la zona è contesa tra varie forze. La città-stato africana del Gibuti, che si affaccia sullo stretto di Bab el-Mandeb e dunque sullo Yemen, è diventata, negli anni, una sorta di grande campo militare. Qui hanno basi militari e artiglieria Francia, Italia, Stati Uniti, Giappone e Cina.

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    La Moldova sceglie ancora l’Ue. Il PAS della presidente Sandu conquista la maggioranza assoluta alle urne

    Bruxelles – Il cammino di Chişinău verso l’Unione europea non si interrompe. Quando mancano ormai solo due sezioni ancora da scrutinare, il Partito dell’Azione e della Solidarietà (PAS), espressione della presidente europeista Maia Sandu, ha ottenuto il 50,16 per cento dei voti alle elezioni parlamentari in Moldova. Assicurandosi così la maggioranza assoluta necessaria per proseguire spediti nel percorso di riforme verso l’adesione al blocco Ue.Scacciate le vertigini di una pronosticata caduta libera – le proiezioni della vigilia davano il PAS tra il 34 e il 48 per cento – e lo spauracchio di un avvicinamento a Mosca, il partito guidato da Igor Grosu continuerà così a detenere la maggioranza parlamentare, con 55 seggi sui 101 totali. Al voto si sono recati oltre 1 milione e mezzo di moldavi, il 52,17 per cento degli aventi diritto, l’affluenza più alta dalle elezioni parlamentari del 2014. Come per le presidenziali dello scorso anno, la diaspora ha giocato un ruolo cruciale: quasi 300 mila cittadini moldavi hanno votato dall’estero – principalmente in Italia, Germania, Romania, Francia e Regno Unito -, scegliendo nel 78,48 per cento dei casi il PAS europeista.Non è tutto oro quel che luccica. L’Ue esulta – “Moldova, ce l’hai fatta di nuovo”, ha twittato Ursula von der Leyen -, ma i risultati dell’appuntamento elettorale, che vanno ben oltre un mero referendum sull’allineamento a Bruxelles o a Mosca, rivelano un lieve calo per la maggioranza europeista e una crescente polarizzazione nella società dell’ex repubblica sovietica. Il PAS è riuscito a limitare i danni: dal 52,80 per cento del 2021 al 50,16, un calo tutto sommato fisiologico dopo quattro anni di governo caratterizzati dall’impatto economico della guerra in Ucraina. Il Blocco Patriottico (BEP), la coalizione di sinistra filo-russa guidata dall’ex presidente Igor Dodon, è secondo con il 24,20 per cento delle preferenze. Dodon ha già indetto una protesta per oggi, accusando l’Occidente di aver interferito nel processo di voto.Il leader del Psrm e del Blocco Patriottico, Igor Dodon (foto: Daniel Mihailescu/Afp)Seguono da lontano il Blocco Alternativo (BeA) di centro sinistra, con il 7,97 per cento dei voti, e il partito populista di sinistra filo-russo Il Nostro Partito (PN), guidato dall’ex sindaco di Bălți Renato Usatîi, con il 6,20 per cento dei voti. Sopra la soglia del 5 per cento per l’ingresso in Parlamento anche un’altra formazione populista, Democrazia a Casa (PPDA), guidato da Vasile Costiuc, alleato del politico rumeno di estrema destra Călin Georgescu e sostenitore della riunificazione della Moldavia con la Romania.Come riportato dalla piattaforma sull’Allargamento The New Union Post, la Commissione elettorale centrale ha ricevuto diverse segnalazioni di violazioni elettorali. Tra gli incidenti, la presenza di persone non autorizzate all’interno dei seggi elettorali, violazioni della segretezza del voto, votazioni di gruppo e il cosiddetto “voto a carosello”, in cui gli elettori vengono trasportati per esprimere più voti.Maia Sandu all’eurocamera di Strasburgo (Foto di Frederic MARVAUX/ © European Union 2025)D’altra parte, nelle ultime settimane, Sandu e i leader europei hanno lanciato l’allarme sulle massicce campagne di interferenza elettorale orchestrate dalla Federazione russa per sabotare il voto. Lo scorso 9 settembre, la presidente moldava è intervenuta al Parlamento europeo parlando apertamente di “guerra ibrida di Mosca”. Non solo compravendita dei voti, ma campagne di disinformazione attraverso siti web fasulli che imitano ad arte le testate giornalistiche reali per diffondere in rete la propaganda filorussa. Un copione già visto nella stessa Moldova – lo scorso autunno, quando fu rieletta la presidente, si stima che Mosca avesse comprato 130 mila voti -, ma anche in Romania e in Georgia.“Nonostante i massicci sforzi della Russia per diffondere disinformazione e comprare voti, nessuna forza può fermare un popolo impegnato per la libertà”, ha esultato l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas. Concetto ribadito da von der Leyen, secondo cui “nessun tentativo di seminare paura o divisione ha potuto spezzare la determinazione” del popolo moldavo. Per Siegfried Mureșan, eurodeputato del Partito popolare e presidente della delegazione del Parlamento al Comitato parlamentare di associazione UE-Moldova, “la vittoria filoeuropea della Moldavia è una lezione per tutta l’Europa su come sconfiggere l’ingerenza russa“. Mureșan ha accusato la Russia e i leader filorussi di aver mobilitato “risorse senza precedenti – superiori all’1 per cento del PIL della Moldova – per finanziare illegalmente i partiti filo-russi, diffondere disinformazione, manipolare l’opinione pubblica e corrompere gli elettori”.Moldova e Ucraina, Costa al lavoro per superare lo stallo nell’adesioneOra, anche Bruxelles dovrà dare delle risposte alla scelta del popolo moldavo. Il Paese è ufficialmente candidato all’adesione dal giugno 2022, il via libera politico all’avvio dei negoziati di adesione risale al dicembre 2023 e la prima conferenza intergovernativa coi Ventisette è stata convocata nel giugno 2024, in parallelo a quella dell’Ucraina. Al momento, si registrano progressi sostanziali soprattutto in ambito di giustizia, anticorruzione e smantellamento delle strutture oligarchiche ereditate dall’Urss. Tuttavia, dato l’accoppiamento informale con quella di Kiev (sulla quale permane il veto di Budapest), anche la pratica di Chișinău rimane bloccata, nonostante l’esecutivo comunitario ritenga entrambe le nazioni “pronte” per aprire il cluster dei Fondamentali. Von der Leyen ha assicurato: “La nostra porta è aperta, e noi saremo al vostro fianco in ogni fase del percorso”.Secondo quanto riportato da Politico, il presidente del Consiglio europeo António Costa starebbe studiando un piano B per evitare lo stallo: permettere ai 27 di votare a maggioranza qualificata per aprire i capitoli negoziali, mantenendo la regola dell’unanimità per approvare la loro chiusura. I Trattati non lo prevedono, ma la Commissione europea – guardiano dei trattati -, di fronte all’ostruzionismo ungherese che “mette a rischio la credibilità del processo di adesione”, non lo esclude più: Guillaume Mercier, portavoce dell’esecutivo Ue, ha confermato questa mattina che il piano che Costa sta sottoponendo alle capitali “potrebbe essere esplorato”.

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    Dopo dieci anni l’UE reintroduce sanzioni contro l’Iran, bocciata la corsa di Teheran al nucleare

    Bruxelles – Congelamento dei beni bancari iraniani detenuti nella banche europee, divieto di fare affari, restrizione ai viaggi e agli spostamenti per le persone, divieti alla circolazione delle merci. L’Unione europea vara sanzioni contro l’Iran, in risposta alle intenzioni del regime degli ayatollah di riprende la corsa verso l’arricchimento dell’uranio e al nucleare a fini non civili. Si tratta di un ritorno al passato, dopo un processo di normalizzazione con Teheran avviato nel 2024, con la prima parziale sospensione di misure restrittive poi estesa nel 2015 e sfociata la cancellazione completa. Ora la nuova linea dura, peraltro annunciata dopo i provvedimenti presi da Francia, Germania e Regno Unito a fine agosto.Banche, commercio e trasporti: le sanzioni UEIl Consiglio dell’UE non si limita ad allinearsi alle decisioni prese in sede ONU. Vengono adottate misure restrittive autonome e tutte europee, a partire dal congelamento dei beni della Banca centrale dell’Iran e delle principali banche commerciali iraniane. Accanto a queste sanzioni finanziarie l’UE intende ripristinare misure volte a impedire l’accesso agli aeroporti UE dei voli cargo iraniani. In materia di trasporti si vuole inoltre impedire la manutenzione e il servizio degli aeromobili da carico o delle navi da carico iraniane.La guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei [foto: imagoeconomica via Arabic.Khamne]Oltre alle restrizioni agli scambi di merci i Ventisette varano una stretta commerciale che prevede il divietodi esportazione di armi verso l’Iran e il divieto di trasferimento di qualsiasi oggetto (materiale, bene e tecnologia) che possa tornare utile per le attività di arricchimento dell’uranio. A questo si aggiungono poi divieti di importazioni e trasporto di petrolio greggio, gas naturale, prodotti petrolchimici e petroliferi e derivati, divieto di vendita o fornitura di attrezzature chiave utilizzate nel settore energetico, divieto di vendita o fornitura di oro, altri metalli preziosi e diamanti. Infine disposte limitazioni nella vendita di programmi informativi e attrezzature navali.La presidenza danese del Consiglio dell’UE fa sapere che la decisione presa non pregiudica il prosieguo del cammino pacifico e diplomatico condotto fin qui: “Le porte per negoziati restano aperte“, il messaggio per Teheran.Il nucleare iraniano, quando Trump ha affossato le speranze di stabilitàLe relazioni tra UE e Iran hanno conosciuto una stagione di avvicinamento nel 2013, quando un accordo sul nucleare iraniano era già alla portata, e ancor di più nel 2015, quando il governo di Teheran sigla con la comunità internazionale il Piano d’azione congiunto globale (noto come JCPOA – Joint Comprehensive Plan of Action), l’intesa che permette la presenza di ispettori internazionali in Iran per verificare che il Paese non si doti della bomba atomica. E’ una nuova stagione di normalizzazione delle relazioni tra la repubblica islamica e il resto del mondo, e in particolare l’occidente, che vede nella cancellazione delle sanzioni europee uno dei momenti più alti.Per l’Ue l’accordo sul nucleare iraniano “non è morto”, Borrell ancora impegnato nelle trattative con TeheranA maggio 2018 il presidente USA Donald Trump annuncia di ritirarsi dall’acordo JCPOA, sconfessando l’attività del suo predecessore, Barack Obama, e gettando le basi per nuove instabilità regionali e mondiali. L’UE tenta di sostituirsi agli Stati Uniti, salvare gli accordi JCPOA ed ergersi a garante della pace mondiale, ma nonostante gli sforzi profusi prima da Federica Mogherini e poi da Josep Borrell – Alti rappresentanti per la politica estera e di sicurezza dell’UE succedutisi nel corso del tempo – le relazioni con Teheran si disfano nuovamente, a causa di una mossa vista dal governo iraniano come un tradimento dell’occidente.L’amministrazione Biden non ha saputo ricucire strappi divenuti ormai insanabili, e che con la nuova amministrazione Trump difficilmente miglioreranno. Nel frattempo l’UE ha preso posizione in maniera chiara, per quanto discutibile: gli attacchi israeliani in Iran, ‘giustificati’ dallo Stato ebraico per l’attività degli ayatollah sull’uranio, non sono stati condannati, a dispetto di attacchi russi in Ucraina. Un doppio standard che non è piaciuto a Teheran, finito comunque nella lista nera dell’UE per il suo ruolo giocato nella guerra in Ucraina.