More stories

  • in

    Israele e Hamas di fronte al piano di pace Usa a Gaza. L’estrema destra sionista pronta a far crollare il governo Netanyahu

    Bruxelles – A 48 ore dall’inaspettato annuncio del piano di pace in tre fasi a Gaza, la proposta della Casa Bianca ha incassato il sostegno dei maggiori partner internazionali: l’Onu, l’Unione europea, il Regno Unito, i principali attori della regione mediorientale. Tutto dipende dalle due parti in conflitto: mentre l’Egitto ha dichiarato che Hamas “ha accolto positivamente la proposta”, il piano di pace di Biden ha messo a nudo la fragilità della coalizione di governo di Benjamin Netanyahu, ostaggio dell’estrema destra sionista.Il piano si architetta in tre fasi: sei settimane di cessate il fuoco completo, in cui Hamas rilascerebbe “un certo numero di ostaggi” in cambio del ritiro delle truppe israeliane dalle zone popolate della Striscia di Gaza. In questa prima fase è previsto un aumento sostanziale dell’ingresso di aiuti umanitari e la possibilità per la popolazione civile palestinese di tornare alle proprie case (secondo le stime delle Nazioni Unite, più del 60 per cento delle abitazioni dell’enclave sono però inagibili a causa dei bombardamenti israeliani).La seconda fase – sempre di sei settimane – prevede una cessazione permanente delle ostilità, il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani ancora in vita in cambio della liberazione di centinaia di prigionieri politici palestinesi dalle carceri di Israele e il ritiro completo dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza. Nella terza fase, si darebbe il via al piano per la ricostruzione di Gaza.Nel dare l’annuncio in diretta, Biden ha affermato che la proposta gli era stata presentata proprio da Israele. Ma i membri di estrema destra della coalizione di governo di Netanyahu – il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, e il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir – hanno descritto immediatamente la proposta come una “resa totale” e hanno minacciato di far crollare l’esecutivo se Israele dovesse approvare il piano. Come riferiscono i media israeliani, il premier avrebbe già tenuto un incontro con Ben Gvir, allo scopo di illustrargli nei dettagli la proposta di tregua e convincerlo che non si tratterebbe di una sconfitta per Israele.I ministri di estrema destra Itamar Ben-Gvir (L) e Bezalel Smotrich (Photo by AMIR COHEN / POOL / AFP)Nel frattempo Benny Gantz, membro del gabinetto di guerra di Netanyahu e fortemente critico nei confronti del primo ministro per la gestione del conflitto, ha chiarito in una telefonata con il segretario di Stato americano, Antony Blinken, che la restituzione degli ostaggi israeliani è una “priorità nella timeline della guerra”. Soffocato tra la pressione dell’alleato americano da un lato e dal radicale rifiuto di qualsiasi accordo che non preveda “l’israelizzazione” di Gaza dei suoi ministri, Netanyahu potrebbe trovarsi di fronte alla scelta tra l’accettazione della tregua e la sopravvivenza del suo governo.Ue e Onu rilanciano il piano di pace per GazaNon solo gli Stati Uniti, il piano di pace è stato rilanciato anche dai leader dell’Unione europea – che di recente ha cominciato a mettere in discussione l’Accordo di associazione con Israele – e dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Per la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, l’approccio in tre fasi proposto da Biden è “equilibrato e realistico”, mentre il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si dice “grato per gli sforzi degli Stati Uniti, in collaborazione con partner chiave, in particolare Qatar ed Egitto”. Per l’Alto rappresentante Ue per gli Affari Esteri, Josep Borrell, “la guerra deve finire adesso”.Il segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha “incoraggiato tutte le parti a cogliere questa opportunità per un cessate il fuoco, il rilascio di tutti gli ostaggi, la garanzia di un accesso umanitario senza ostacoli e, in definitiva, una pace duratura in Medio Oriente”.Nel bel mezzo di questo slancio diplomatico, Israele sta continuando le proprie operazioni militari nell’enclave palestinese: secondo i dati pubblicati dall’Ufficio Onu per gli Affari Umanitari (Ocha-Opt), tra il 29 e il 31 maggio sono stati uccisi 113 palestinesi e 637 sono stati feriti. L’esercito israeliano ha reso noto di aver colpito circa 50 obiettivi militari nelle ultime 24 ore, mentre Al Jazeera riporta nuove 22 vittime dei raid israeliani su abitazioni e campi profughi. Dal 7 ottobre, a Gaza sono morte almeno 36.284 persone e 82.057 sono rimaste ferite.

  • in

    Von der Leyen strappa a Biden un impegno su sussidi verdi e minerali critici

    Bruxelles – Un incontro “molto positivo”, che per Ursula von der Leyen dovrebbe spianare la strada a un dialogo tra Ue e Usa sugli incentivi per le tecnologie verdi e a un più ampio accordo vincolante per consentire l’accesso al mercato statunitense delle materie prime critiche europee. Il viaggio della presidente della Commissione europea a Washington della scorsa settimana per incontrare il capo della Casa Bianca Joe Biden si è chiuso venerdì così, con una dichiarazione congiunta e un impegno a lavorare per una distensione delle tensioni sull’Inflaction Reduction Act (Ira), il piano di sussidi verdi da 370 miliardi di dollari varato dall’amministrazione Biden per l’industria e la tecnologia pulita, che Bruxelles teme possa svantaggiare le imprese europee o costringerle alla delocalizzazione della produzione.
    Il dialogo sugli incentivi per l’energia pulita – si legge nella dichiarazione comune – servirà a coordinare “i rispettivi programmi di incentivi in ​​modo che si rafforzino a vicenda”, ovvero da una parte il Piano Ue per l’industria verde annunciato da von der Leyen e dall’altra l’Inflation Reduction Act di Biden. L’obiettivo si legge tra le righe ed è quello di evitare per quanto possibile la competizione industriale tra i due lati dell’Atlantico, soprattutto in chiave anti-Cina e alla sua corsa ai sussidi verdi. La presidente dell’Esecutivo comunitario ammette (e non è la prima volta) che l’IRA americana è un piano positivo per la transizione energetica globale perché consente un massiccio investimento verso l’energia verde che per Washington è inedito. Ma mentre l’Unione Europea fa da apripista livello mondiale in termini di strategia per ridurre le emissioni di carbonio, deve anche riuscire a evitare che l’impegno per la transizione verde di penalizzare l’industria o peggio, portare le industrie Ue a delocalizzare la produzione dove gli obiettivi climatici sono meno stringenti o i sussidi maggiori.

    On #IRA, two new major steps:
    → Starting on a critical raw materials agreement
    To secure strong supply chains for batteries in 🇪🇺 & ensure access to the 🇺🇸 market
    → Launching a dialogue on Clean Energy Incentives
    So our incentives reinforce each other rather than compete pic.twitter.com/xh6zWxGAMf
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) March 10, 2023

    Da quando l’amministrazione Biden ha presentato l’IRA in agosto, è stata istituita una task force Usa-Ue con cui Bruxelles sta cercando di ottenere agevolazioni per le imprese dell’Ue, un trattamento di favore come quello di cui godono Canada e Messico. Passi avanti nelle scorse settimane si sono registrati nell’ottenere l’accesso ai privilegi fiscali negli Stati Uniti per l’industria automobilistica europea, in particolare sulle auto elettriche aziendali in leasing. Rimane l’altra questione dei minerali per la produzione di batterie elettriche. L’Ira prevede fino a un massimo di 7.500 dollari di incentivi per le batterie elettriche, di cui 3.750 riguardano i minerali e 3.750 il resto della componentistica. Per la quota relativa ai minerali – quindi il 50 per cento – Bruxelles vuole che anche le batterie prodotte in Europa possano avvalersi degli incentivi fiscali americani.
    Venerdì si parlava della possibilità di raggiungere un accordo già durante il confronto tra i due leader, ma la strada sembra ancora lunga. Nella dichiarazione c’è l’impegno di Bruxelles e Washington a lavorare sulle materie prime critiche che sono state acquistate o lavorate nell’Unione europea e per dare loro l’accesso al mercato americano e ai suoi incentivi. “Lavoreremo su un accordo in merito”, ha annunciato von der Leyen in conferenza stampa al fianco di Biden. Saranno avviati “i negoziati su un accordo mirato sui minerali critici allo scopo di consentire ai minerali critici pertinenti estratti o lavorati nell’Unione europea di essere conteggiati ai fini dei requisiti per i veicoli puliti del credito d’imposta sui veicoli puliti” dell’IRA, spiega la dichiarazione comune.
    L’approvvigionamento di minerali critici per la transizione verde dipende quasi esclusivamente dalla Cina che lavora quasi il 90 per cento di terre rare e il 60 per cento di litio, indispensabile per la produzione di batterie. La Commissione presenterà questa settimana i dettagli legislativi del suo Piano industriale per il Green Deal, una strategia di lungo termine per la competitività dell’industria: il ‘Net-Zero Industry Act’, la proposta di regolamento per l’industria a emissioni zero, il ‘Critical Raw Material Act’ per non perdere la corsa all’approvvigionamento di materie prime critiche per la transizione e la riforma del mercato elettrico dell’Ue. I tre pilastri normativi del Piano per l’industria green saranno accompagnati da una più ampia comunicazione (non vincolante) sulla strategia Ue a lungo termine per la competitività. Le proposte finiranno sul tavolo dei capi di stato e governo al Vertice Ue del 23 e 24 marzo a Bruxelles.

    Il viaggio della presidente della Commissione a Washington si è chiuso venerdì l’idea di approfondire il dialogo sugli incentivi per le tecnologie verdi e spianare la strada a un più ampio accordo vincolante per consentire l’accesso al mercato statunitense delle materie prime critiche europee

  • in

    Prove d’intesa sul piano Usa di sussidi verdi. Von der Leyen vola da Biden e cerca l’accordo sui minerali critici

    Bruxelles – Unione europea e Stati Uniti, prove di distensione sui sussidi verdi. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è atterrata ieri sera (9 marzo) a Washington, dove oggi incontrerà il presidente statunitense Joe Biden. Al centro dei colloqui le preoccupazioni di Bruxelles sull’Inflaction Reduction Act (Ira), il piano di sussidi verdi da 370 miliardi di dollari varato dall’amministrazione Biden per l’industria e la tecnologia pulita, che Bruxelles teme possa svantaggiare le imprese europee o costringerle alla delocalizzazione della produzione. Bruxelles ha annunciato di voler rispondere al piano varato dalla Casa Bianca in agosto con un Piano industriale per il Green Deal, una spinta allo sviluppo e alla produzione di tecnologia pulita sul territorio europeo.
    Mentre lavora al suo piano industriale (di cui le tre proposte legislative saranno presentate la prossima settimana), la Commissione sta lavorando in bilaterale con Washington per ottenere agevolazioni per le imprese dell’Ue, un trattamento di favore come quello di cui godono Canada e Messico. Attraverso la task force Usa-Ue passi avanti si sono registrati nell’ottenere l’accesso ai privilegi fiscali negli Stati Uniti per l’industria automobilistica europea, in particolare sulle auto elettriche aziendali in leasing. Ma Bruxelles sta cercando di strappare anche un accordo sui minerali lavorati nell’Unione europea per la produzione di batterie elettriche.
    L’Ira prevede fino a un massimo di 7.500 dollari di incentivi per le batterie elettriche, di cui 3.750 riguardano i minerali e 3.750 il resto della componentistica. Per la quota relativa ai minerali – quindi il 50 per cento – anche le batterie prodotte in Europa potranno avvalersi degli incentivi fiscali americani. Von der Leyen e Biden dovrebbero annunciare un accordo Usa-Ue sui ‘minerali critici’, secondo quanto riporta il New York Times, citando un alto funzionario dell’amministrazione Usa, i due dovrebbero discutere infatti di un possibile accordo sui cosiddetti minerali critici, indispensabili per la transazione verso l’energia pulita, per ridurre la dipendenza dalla Cina da cui oggi l’Ue importa per il 98 per cento.
    I piani di von der Leyen per l’industria green
    Sul piano interno, la Commissione europea sta lavorando per presentare la prossima settimana i dettagli legislativi del suo Piano industriale per il Green Deal. Il nucleo duro del Piano sarà il ‘Net-Zero Industry Act’, la proposta di regolamento per l’industria a emissioni zero che sarà presentato il 14 marzo insieme al ‘Critical Raw Material Act’, mentre la riforma del mercato elettrico dell’Ue è in calendario per il 16 marzo: sono questi i tre pilastri normativi del Piano per l’industria green, che saranno accompagnati (sempre in data 16 marzo) da una più ampia comunicazione (non vincolante) sulla strategia Ue a lungo termine per la competitività. Le proposte finiranno sul tavolo dei capi di stato e governo al Vertice Ue del 23 e 24 marzo a Bruxelles.
    Le prime indiscrezioni sul Net-Zero – di cui Eunews ha letto la bozza – si pone l’obiettivo di introdurre un quadro normativo prevedibile e semplificato per lo sviluppo di tecnologia pulita, sulla scia del ‘Chips Act’ varato per i semiconduttori. L’atto normativo fissa l’obiettivo che entro il 2030 la capacità dell’Unione europea di produrre tecnologia net-zero dovrà soddisfare almeno il 40 per cento del fabbisogno annuo di tecnologia necessaria per raggiungere gli obiettivi del piano per l’indipendenza energetica ‘REPowerEU’ e del Green Deal. Introduce poi una categoria di cosiddetti “progetti di resilienza Net-Zero”, ovvero progetti considerati di importanza strategica dal punto di vista del contributo che possono dare alla transizione energetica. E che, secondo la Commissione Ue, devono poter godere di procedure accelerate per le autorizzazioni e di vedersi mobilitare fondi in via di priorità.
    Von der Leyen è a Washington anche per ultimare i lavori sul Critical Raw Material Act, la Legge per le materie critiche per la transizione. Litio, cobalto, tungsteno, gallio, silicio metallico per i semiconduttori e platino per le celle a idrogeno e le celle elettrolitiche: sono tutte materie prime che l’Ue considera critiche e strategiche per la produzione di tecnologie pulite necessarie alla transizione, ma su cui è quasi completamente dipendente da Paesi terzi, come la Cina. E’ nell’ottica del Raw Material Act che Bruxelles sta portando avanti il lavoro per un ‘Club delle materie prime critiche’, a cui cerca di far partecipare anche gli Stati Uniti. Un club di partner affidabili sulle materie prime critiche per garantire un approvvigionamento globale e sostenibile e conveniente di materie prime essenziali per la doppia transizione verde e digitale.

    Il nodo di tutte queste iniziative rimangono i finanziamenti. In attesa della proposta di un Fondo per la sovranità che arriverà non prima dell’estate, la Commissione ha proposto agli Stati di utilizzare tre leve finanziarie attingendo a risorse già esistenti: REPowerEu’, InvestEU e Fondo innovazione. Non solo. Dopo aver aperto una consultazione nelle scorse settimane, ieri la Commissione ha adottato le nuove norme sugli aiuti di Stato per la tecnologia verde, proprio nell’ottica di contrastare la minaccia per l’industria europea rappresentata dai sussidi statunitensi e cinesi. Le regole si applicheranno fino alla fine del 2025 e consente ai governi nazionali di sovvenzionare “la produzione di apparecchiature strategiche” come pannelli solari, batterie, pompe di calore ed elettrolizzatori per la produzione di idrogeno, nonché la produzione di componenti chiave e relative materie prime critiche. “Il quadro che abbiamo adottato oggi offre agli Stati membri la possibilità di concedere aiuti di Stato in modo rapido, chiaro e prevedibile”, ha affermato Margrethe Vestager, vicepresidente della Commissione europea responsabile della politica di concorrenza.

    La presidente della Commissione europea von der leyen a Washington per discutere con il capo della Casa Bianca delle conseguenze dell’Inflation Reduction Act. Sul tavolo un accordo commerciale sulle materie prime critiche necessarie alla transizione. La prossima settimana il piano per l’industria green

  • in

    L’Ue saluta con favore la visita a sorpresa di Joe Biden a Kiev: “Chiara dimostrazione di unità transatlantica”

    Bruxelles – La visita non annunciata del presidente statunitense, Joe Biden, a Kiev ha colto di sorpresa anche i leader delle istituzioni comunitarie. Ma la reazione è completamente positiva: “È una chiara dimostrazione della nostra unità transatlantica e della nostra determinazione a continuare a sostenere l’Ucraina insieme“. La conferma arriva dall’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, in conferenza stampa al termine del Consiglio Affari Esteri di oggi (20 febbraio).
    L’abbraccio tra il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, e il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, a Kiev il 20 febbraio 2023 (credits: Dimitar Dilkoff / Afp)
    Una visita a sorpresa che arriva a poco più di due settimane di distanza rispetto a quella del Collegio dei commissari e del vertice Ue-Ucraina con la trasferta congiunta della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e del Consiglio Ue, Charles Michel. Quanto fatto da Biden oggi – nel completo silenzio e con l’avvertimento solo a Mosca per evitare qualsiasi rischio di incidente diplomatico e non solo – è stato definito dal leader ucraino, Volodymyr Zelensky, come “storico, tempestivo e coraggioso”, che ha portato i due presidenti a dialogare nuovamente (dopo la visita di Zelensky a Washington a fine dicembre) sul sostegno Usa per affrontare i prossimi mesi di guerra e sulla “pace giusta e durevole”. Come già successo a von der Leyen nel settembre dello scorso anno, anche il nome del presidente statunitense è stato inciso nella ‘Walk of the Brave’, la strada con i nomi dei valorosi che hanno combattuto al fianco di Kiev contro la Russia.
    Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, a Kiev (20 febbraio 2023)
    Come reso noto dallo stesso Biden in conferenza stampa post-incontro con Zelensky, gli Stati Uniti sono pronti a fornire mezzo miliardo di dollari di assistenza aggiuntiva al Paese invaso dal 24 febbraio dello scorso anno dall’esercito russo, e nel corso del colloquio è stata discussa la possibilità di inviare “armi a lungo raggio” a Kiev, oltre alle “attrezzature critiche, tra cui munizioni di artiglieria, sistemi anti-corazza e radar di sorveglianza aerea” già promesse. Nel corso di questa settimana – che marca il primo anniversario dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina – anche la Casa Bianca annuncerà un nuovo pacchetto di sanzioni contro il Cremlino, come si apprestano a fare anche le istituzioni Ue.
    “Putin ha lanciato la sua invasione quasi un anno fa, e pensava che l’Ucraina fosse debole e che l’Occidente fosse diviso, ma si sbagliava di grosso”, ha sottolineato Biden, con parole simili a quelle dell’alto rappresentante Borrell: “Quando Putin ha dichiarato guerra non si immaginava che un anno dopo lui e il suo esercito si sarebbero trovati in questa situazione“. Un riferimento non solo al fatto che “la Russia non ha alcuna chance di vincere la guerra” – come ribadito con forza dal presidente Zelensky a Kiev – ma anche perché “abbiamo costruito un’alleanza e unito le democrazie in tutto il mondo, circa 50 Paesi hanno aiutato l’Ucraina a difendersi”, ha messo in chiaro il leader statunitense.
    L’attesa per il decimo pacchetto di sanzioni Ue
    L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell (20 febbraio 2023)
    Intanto a Bruxelles si attende solo il via libera dal Consiglio al decimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. L’ok non è arrivato oggi dai 27 ministri degli Esteri, perché non c’è ancora l’unanimità, ha precisato l’alto rappresentante Borrell: “Siamo sulla strada dell’approvazione del decimo pacchetto di sanzioni e penso che arriverà nelle prossime ore o giorni, ma in ogni caso prima del 24 febbraio”, attraverso “procedura scritta”. Vanno limati ancora gli ultimi dettagli, dal momento in cui “c’è forte supporto per il pacchetto”, ma si devono “superare gli ostacoli che rimangono” entro il primo anniversario dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina: “È l’impegno dei 27 ministri” degli Esteri, ha puntualizzato Borrell.
    Come già rimarcato presentando la proposta di sanzioni con la presidente von der Leyen mercoledì scorso (15 febbraio), l’alto rappresentante Ue ha messo in chiaro che “ci sono tre parametri per monitorare le conseguenze delle sanzioni Ue sull’economia russa e sulla capacità di finanziare la guerra in Ucraina”, ovvero deficit pubblico, deficit commerciale ed entrate derivanti dai combustibili fossili, che “a gennaio 2023 erano la metà rispetto a gennaio 2022”. In un anno di guerra l’Ue “si è liberata dalla dipendenza dagli idrocarburi russi e i prezzi dell’energia stanno scendendo”, con Mosca che “sta vendendo il suo petrolio a 40 dollari al barile”, circa la metà del prezzo di mercato.

    L’alto rappresentante Ue, Josep Borrell, ha commentato la trasferta segreta del presidente statunitense nella capitale per confrontare con il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, rimarcando la “nostra determinazione a continuare a sostenere l’Ucraina insieme”

  • in

    Prove di distensione tra Bruxelles e Washington sul piano di sovvenzioni verdi degli Usa

    Roma – Prove distensione tra Unione europea e Stati Uniti sul controverso piano contro l’inflazione varato da Washington, che rischia di incrinarne i rapporti. In una nota pubblicata ieri (29 dicembre) in tarda serata, la Commissione europea ha accolto le linee guida adottate dagli Usa in cui viene assicurato che le aziende europee potranno beneficiare del regime di credito solo (per ora) per i veicoli commerciali puliti previsti dell’Inflation Reduction Act statunitense, “senza richiedere modifiche ai modelli di business consolidati o previsti dei produttori dell’Ue”.
    Per Bruxelles si tratta “di un vantaggio per entrambe le parti” e anche un tentativo di ricucire lo strappo, anche se ancora restano elementi da chiarire e il resto del piano di Biden contiene ancora misure “discriminatorie” nei confronti delle aziende europee. L’Inflation Reduction Act (IRA) è il massiccio piano di investimenti da 369 miliardi varato dall’amministrazione Usa di Joe Biden per le tecnologie verdi, che ha fatto preoccupare l’Ue perché potrebbe svantaggiare le imprese europee dal momento che prevede sgravi fiscali per acquistare prodotti Made in Usa tra cui automobili, batterie ed energie rinnovabili.
    L’amministrazione statunitense ha esteso alle aziende dell’Ue la possibilità di beneficiare di uno (quello per gli operatori commerciali) dei due programmi di credito di imposta previsti per i veicoli puliti, l’altro riguarda i consumatori privati. Così – commenta Bruxelles nella nota – “i contribuenti statunitensi potranno trarre vantaggio da veicoli e componenti elettrici altamente efficienti prodotti nell’Ue, mentre le aziende europee che forniscono ai propri clienti tramite leasing veicoli puliti all’avanguardia possono beneficiare degli incentivi previsti dall’IRA”. Restano però molte preoccupazioni da parte di Bruxelles sul piano, che andranno approfondite nel quadro della task force istituita tra Bruxelles e Washington. “Ulteriori lavori sono in corso nell’ambito della task force UE-USA – assicura la nota – sulla riduzione dell’inflazione per trovare soluzioni alle preoccupazioni europee, ad esempio trattando l’UE allo stesso modo di tutti i partner degli accordi di libero scambio degli Stati Uniti”.
    Questo regime “continua a destare preoccupazione per l’UE, in quanto contiene disposizioni discriminatorie che di fatto escludono dal beneficio le imprese dell’UE” e “discriminare i veicoli puliti prodotti nell’UE viola il diritto commerciale internazionale”. Di fronte al piano statunitense di incentivi per la transizione Made in Usa l’Ue non vuole farsi trovare impreparata. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha già delineato al Consiglio europeo del 15 dicembre le 4 linee programmatiche su cui verterà la risposta europea all’Ira statunitense, di cui proposte concrete arriveranno nel 2023. Il piano von der Leyen è quello di lavorare con l’amministrazione Biden sui punti più critici del suo piano contro l’inflazione; adeguare le norme europee per gli aiuti di stato; potenziare gli investimenti europei per accelerare la transizione verde, nel breve periodo attraverso ‘RepowerEu’ e, nel lungo, attraverso un nuovo fondo europeo per la sovranità (ancora da chiarire come dovrà essere finanziato); e accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili.
    Già a gennaio arriverà la revisione del quadro di norme sugli aiuti di stato, per renderli più semplici e veloci. L’equivalente europeo delle agevolazioni fiscali sono gli aiuti di Stato e dunque Bruxelles interverrà lì. Oltre a modificare le regole sui sussidi, von der Leyen punta a potenziare gli investimenti nelle tecnologie verdi: nel breve termine, attraverso il piano ‘RepowerEu’ presentato a maggio scorso per affrancare l’Ue dai combustibili fossili russi, e a medio termine, con la prospettiva di dare vita a un fondo di sovranità per l’industria, da finanziare con risorse comuni europee, e su cui si prevedono scontri tra i governi. Secondo la Commissione europea, l’occasione di presentare una proposta in tal senso sarà la revisione di metà termine del bilancio a lungo termine (il Qfp – 2021-2027) che arriverà in estate. La ‘ricetta’ prevede quindi da una parte il potenziamento dei sussidi statali alle imprese, dall’altra dar vita a un Fondo di sovranità europeo con cui finanziare un politica industriale dell’Ue e affrontare così il problema dell’asimmetria tra Paesi Ue che hanno o non hanno spazio fiscale per approvare aiuti di stato a pioggia (come nel caso italiano).

    In risposta ai timori di Bruxelles di vedersi svantaggiare l’industria auto, Washington estende alle aziende europee la possibilità di beneficiare del regime di credito per i veicoli commerciali puliti previsti dell’Inflation Reduction Act, il piano contro l’inflazione varato dall’amministrazione Biden che rischia di gelare i rapporti con l’Ue

  • in

    La prima mossa di Liz Truss: ammorbidire Bruxelles con la promessa di accordo sull’Irlanda del Nord entro aprile 2023

    Bruxelles – Dopo la tempesta, l’Unione Europea si aspetta un atteggiamento più distensivo da parte di Londra. La nuova prima ministra britannica, Liz Truss, da New York apre a un accordo con l’Ue per l’implementazione del protocollo sull’Irlanda del Nord, che potrebbe avere come data ultima il 10 aprile 2023, ovvero il 25esimo anniversario dalla firma dell’Accordo del Venerdì Santo, che nel 1998 aveva sancito la fine del conflitto nell’isola d’Irlanda. A favorire la distensione dei rapporti tra le due sponde della Manica è stato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, preoccupato ancora una volta per un conflitto diplomatico tra Unione Europea e Regno Unito di cui al momento non si vede una via d’uscita.
    Da sinistra: la prima ministra del Regno Unito, Liz Truss, e la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen (New York, 21 settembre 2022)
    “Siamo impegnati a proteggere l’accordo del Venerdì Santo”, ha confermato l’inquilino della Casa Bianca rivolgendosi alla premier britannica in carica da due settimane. L’impegno diplomatico di Washington potrebbe aprire nuovi spiragli per un ammorbidimento delle posizioni della Commissione Europea, che a metà giugno ha scongelato una procedura d’infrazione contro il Regno Unito e ne ha attivate altre due per la decisione di Londra di tentare la strada della modifica unilaterale del protocollo sull’Irlanda del Nord. In qualità di capa negoziatrice delle relazioni post-Brexit nel precedente gabinetto Johnson, è stata proprio Truss la principale artefice della crisi tra Ue e Regno Unito e dopo la sua nomina a prima ministra sono iniziate a intensificarsi le voci di un’attivazione dell’articolo 16 del Protocollo, che sospenderebbe temporaneamente buona parte dei controlli mentre le due parti negoziano la sua applicazione.
    Ecco perché è cruciale l’impegno della premier Truss per arrivare a un accordo sostenibile con Bruxelles, che risponda alle preoccupazioni della Commissione sulla possibilità che Downing Street 10 voglia cancellare con un colpo di spugna tutti i controlli sulle merci trasportate tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, mettendo di fatto fine all’integrità del Mercato Unico dell’Ue sull’isola d’Irlanda. Il nuovo calendario su cui si sta convergendo suggerisce che Truss sarebbe disposta ad adottare un approccio meno conflittuale a proposito delle relazioni post-Brexit e, a confermare l’intensificarsi del dialogo a New York a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è arrivato anche l’incontro tra la stessa Truss e la numero uno della Commissione, Ursula von der Leyen: nel condannare le recenti dichiarazioni di Vladimir Putin sulla guerra in Ucraina, la mobilitazione generale e la minaccia nucleare per difendere la Russia, le due leader hanno anche “discusso delle relazioni Ue-Regno Unito, tra cui l’energia, la sicurezza alimentare e il protocollo sull’Irlanda del Nord”, si legge nella dichiarazione congiunta.

    Good discussion with Prime Minister @trussliz on EU-UK relations and Russia’s invasion of Ukraine.
    We condemn Putin’s actions and agree that his calls to mobilise parts of the population are a sign of weakness.
    Russia’s invasion is failing. pic.twitter.com/b1Q3oZVmMn
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) September 21, 2022

    Al centro della contesa tra Bruxelles e Londra c’è in particolare la questione del periodo di grazia per il commercio nel Mare d’Irlanda, ovvero la durata della concessione temporanea ai controlli Ue sui certificati sanitari – e non – per il commercio dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord. Il tentativo di prorogare unilateralmente il periodo di grazia da parte del governo guidato da Boris Johnson aveva scatenato lo scontro diplomatico tra le due sponde della Manica, apparentemente risolto tra luglio e ottobre dello scorso anno: l’esecutivo comunitario aveva prima sospeso la procedura d’infrazione contro Londra, per cercare poi delle soluzioni di compromesso su tutti i settori più delicati, ma senza mai mettere in discussione l’integrità della parte dell’accordo di recesso tra Ue e Regno Unito siglato per garantire l’unità sull’isola d’Irlanda. La mossa unilaterale di Downing Street 10 di giugno ha però causato una dura risposta da parte della Commissione, con la riattivazione della procedura d’infrazione del marzo 2021.

    La neo-premier britannica si è confrontata con la leader della Commissione, Ursula von der Leyen, a New York. Anche il presidente statunitense, Joe Biden, in campo per un compromesso non oltre il 10 aprile, 25esimo anniversario dalla firma dell’Accordo del Venerdì Santo

  • in

    I leader del G7 si coordinano per sostenere l’Ucraina e per affrontare le crisi di insicurezza alimentare ed energetica

    Bruxelles – Unione Europea, Stati Uniti e G7, i leader delle maggiori economie mondiali scendono in campo a sostenere l’Ucraina e a cercare soluzioni coordinate alle crisi scatenate dall’invasione russa in Ucraina: alimentare ed energetica, in primis. “Continueremo a coordinare gli sforzi per soddisfare le urgenti esigenze” di Kiev “in termini di equipaggiamento militare e di difesa”, si legge nelle conclusioni del vertice dei leader G7 in Baviera, a Schloss Elmau. Il coordinamento riguarderà “la fornitura di materiale, l’addestramento e il supporto logistico, di intelligence ed economico per costruire le forze armate ucraine”, hanno messo in chiaro i leader di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti, insieme alla presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, e del Consiglio, Charles Michel.
    Il vertice dei leader del G7 a Schloss Elmau, Baviera (27 giugno 2022)
    A livello internazionale c’è l’intenzione di “rimanere fermi nel nostro impegno verso le misure di sanzioni coordinate senza precedenti” in risposta all’invasione russa, “il cui impatto si aggraverà nel tempo”. Sul regime di Putin sarà intensificata la pressione economica e politica – ma anche “sui suoi sostenitori in Bielorussia” – per privare il Cremlino dei mezzi economici per continuare la guerra in Ucraina: “Continueremo a utilizzare in modo mirato le sanzioni coordinate per tutto il tempo necessario, agendo all’unisono in ogni fase”, hanno concordato i leader del G7. L’uso delle misure restrittive contro Mosca “è in difesa dell’ordine internazionale basato sulle regole”, che il Cremlino ha violato “in modo così eclatante”.
    Sul capitolo della sicurezza alimentare, le conclusioni sottolineano “l’unione e la determinazione” nel sostenere l’Ucraina “nella produzione e nell’esportazione di grano, olio e altri prodotti agricoli”, percuotendo allo stesso tempo “iniziative coordinate che stimolino la sicurezza alimentare globale e affrontino le cause dell’evoluzione della crisi alimentare mondiale”. I leader del G7 hanno intimato al Cremlino di cessare “senza condizioni” gli attacchi alle infrastrutture agricole e di trasporto dei cereali, oltre a “consentire il libero passaggio delle spedizioni dai porti ucraini nel Mar Nero”. L’aggressione armata russa – “caratterizzata da bombardamenti, blocchi e furti” – in questi mesi ha “gravemente impedito” a Kiev di esportare prodotti agricoli “e sta ostacolando la sua capacità di produzione”, con “forti aumenti dei prezzi e l’aumento dell’insicurezza alimentare globale per milioni di persone“. Una situazione che il presidente Michel, ha definito un “missile alimentare lanciato dalla Russia contro i più vulnerabili”, dopo il confronto con il presidente del Senegal e dell’Unione Africana, Macky Sall: “Sostengo personalmente il suo appello perché l’UA diventi membro del G20”, ha spiegato in un tweet, sottolineando la necessità di “ripetere con l’Africa ciò che abbiamo fatto con i vaccini”, ovvero “sostenere la produzione locale di fertilizzanti sostenibili per migliorare la produzione”.

    Food missile launched by Russia against most vulnerable.
    Let’s repeat with Africa what we did on vaccines.
    Support local manufacturing of sustainable fertilisers and other inputs to enhance production.
    I personally back call of @Macky_Sall for #AU to become member of @g20org pic.twitter.com/9O6AQ3Rcm6
    — Charles Michel (@CharlesMichel) June 27, 2022

    Ma è l’energia a occupare il nucleo centrale delle discussioni tra i leader del G7 sulle conseguenze dell’aggressione russa in Ucraina. In un incontro aperto anche ad Argentina, India, Indonesia, Senegal e Sudafrica, è stato concordato l’obiettivo di “esplorare le opzioni per decarbonizzare il mix energetico e accelerare la transizione dalla dipendenza dai combustibili fossili“. A questo si aggiunge la “rapida espansione” delle fonti energetiche pulite e rinnovabili e l’efficienza energetica: tutti sforzi che includono la “graduale riduzione del carbone e l’aumento della quota di energie rinnovabili nel mix energetico”. Alla base dell’accordo globale c’è la collaborazione “con particolare attenzione” alle riforme delle politiche energetiche per “accelerare la decarbonizzazione delle economie verso l’azzeramento delle emissioni“, garantendo allo stesso tempo “l’accesso universale a un’energia sostenibile e a prezzi accessibili e offrendo benefici socioeconomici e opportunità di sviluppo in linea con l’Agenda 2030”.
    Discussioni che riguardano da vicino l’Unione Europea e, per questo motivo, si è rafforzata l’intesa con il maggiore tra i partner, gli Stati Uniti del presidente Joe Biden. Nella dichiarazione congiunta firmata dalla presidente von der Leyen è stato messo nero su bianco che Bruxelles e Washington intensificheranno gli sforzi per “ridurre ulteriormente le entrate della Russia derivanti dall’energia nei prossimi mesi“, ma anche per “ridurre la dipendenza dell’UE dai combustibili fossili russi, diminuendo la domanda di gas naturale, cooperando sulle tecnologie di efficienza energetica e diversificando le forniture”. Una risposta coordinata che passa dalla task force Ue-Stati Uniti sulla sicurezza energetica europea (istituita lo scorso 25 marzo), per rispondere al “continuo utilizzo del gas naturale come arma politica ed economica“, che “ha esercitato pressioni sui mercati energetici, aumentato i prezzi per i consumatori e minacciato la sicurezza energetica globale”.

    Discussion with our G7 partners on climate and health.
    Climate change affects us all. So we must maintain our ambitious climate goals. This requires close, inclusive international coordination.
    Renewables will play a key role in ensuring both ambition and security of supply. pic.twitter.com/huxchi37a8
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) June 27, 2022

    Al centro del vertice G7 a Schloss Elmau (Baviera) il proseguo degli sforzi internazionali per rispondere alle conseguenze della guerra russa contro Kiev, che si stanno ripercuotendo in particolare sul continente europeo e africano: “Rimaniamo fermi nel nostro impegno”

  • in

    La Cina dice ‘no’ ai lavori forzati in vista della visita dell’alta commissaria ONU per i diritti umani

    Bruxelles – ‘No’ ai lavori forzati. È questo il messaggio che la Cina ha inviato all’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), a meno di un mese dalla visita dell’alta commissaria per i Diritti umani, Michelle Bachelet, nella regione autonoma del Xinjiang, nel nord-ovest del Paese, e dimora della minoranza degli uiguri. Ma non solo. L’adesione del Paese a due delle Convenzioni fondamentali sul lavoro forzato punta anche all’Europa e agli Stati Uniti, dopo anni di denunce – e, dal 2021, sanzioni – da parte della comunità internazionale per lo sfruttamento degli uiguri, la minoranza etnica turcofona, di religione islamica, sottoposta a pratiche di detenzione arbitraria di massa e perfino di sterilizzazione.
    Il 20 aprile 2022 il Comitato permanente del tredicesimo Congresso nazionale del Popolo, il massimo organo legislativo cinese, ha ratificato la Convenzione sul lavoro forzato e obbligatorio (1930) e la Convenzione per l’abolizione del lavoro forzato (1957). Si tratta di due Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), l’ente con sede a Ginevra che stabilisce, a livello globale, i principi e i diritti fondamentali dei lavoratori. La Cina ne è parte dal 1985, per quanto non abbia mai aderito a diversi dei suoi trattati né garantisca piene tutele sul lavoro.
    In questo modo, il Paese si è impegnato “a eliminare l’uso del lavoro forzato o coatto in tutte le sue forme, entro il periodo più breve possibile”, come recita l’articolo 1 della Convenzione del 1930. Mentre quella del 1957, ne proibisce ogni uso “come mezzo di coercizione o di educazione politica”. “Come sanzione per aver espresso opinioni politiche o ideologiche”. “Come metodo di mobilitazione alla manodopera”. “Come misura disciplinare sul lavoro”. “Come sanzione per aver partecipato a scioperi o come misura di discriminazione”.
    Si tratta di un passo significativo per il Paese. Secondo la Risoluzione del Parlamento europeo del 17 dicembre 2020, che ha analizzato (e condannato) la situazione degli uiguri nella Repubblica Popolare, dal 2014 “sono numerose le denunce credibili” secondo cui la minoranza verrebbe impiegata per i lavori forzati. Soprattutto, “nelle catene di produzione dei settori dell’abbigliamento, della tecnologia e dell’automobile”. Nel marzo 2020 il think thank Australian Strategic Policy Institute aveva individuato che nelle filiere produttive di ben 83 brand, anche internazionali, lavoravano oltre 80mila uiguri in condizioni assimilabili a quelle del lavoro forzato.
    Non è un caso che la ratifica delle Convenzioni sia avvenuta ora. L’alta commissaria Bachelet sta lavorando da almeno tre anni al rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione degli uiguri nel Paese. L’uscita della relazione era stata annunciata lo scorso dicembre, ma non è escluso che ora venga posticipata, per quanto richiesta a gran voce, quanto prima, da attivisti e organizzazioni internazionali per i diritti umani.
    L’adesione alle Convenzioni sul lavoro forzato era anche una condizione prevista dai negoziati per l’Accordo comprensivo sugli investimenti (CAI) con l’Unione Europea. Il documento, mai finalizzato – anche per l’elezione del presidente americano Joe Biden – avrebbe garantito un unico quadro legale sugli investimenti, andando a sostituire i 26 accordi bilaterali tra gli Stati membri dell’UE e la Repubblica Popolare, con condizioni commerciali più vantaggiose. Tuttavia proprio le divergenze sui diritti umani e la questione del Xinjiang hanno contribuito a congelare i negoziati del CAI, soprattutto dopo le sanzioni cinesi a una serie di enti ed eurodeputati, in risposta a quelle europee a diversi funzionari del Paese del Dragone e all’ufficio di pubblica sicurezza del Xinjiang.
    Per quanto ferme, le trattative per il CAI potrebbero riprendere in futuro. Le nuove Convenzioni ILO sono un primo, per quanto timido, segnale di un’apertura cinese. “La Cina sta inviando un segnale cinico”, ha però detto a Eunews l’europarlamentare Reinhard Bütikofer (Verdi), a capo della Delegazione per le relazioni con la Repubblica Popolare cinese e tra i sanzionati da Pechino, “procede con la ratifica delle principali Convenzioni dell’ILO contro il lavoro forzato, mentre continua, senza vergogna, pratiche di lavoro forzato e nega i fatti”.
    Nel 2021, gli Stati Uniti avevano invece adottato la Legge sulla prevenzione del lavoro forzato uiguro che tuttora vieta l’importazione di alcuni prodotti, come cotone o pomodori, provenienti dalla regione autonoma. Anche Washington aveva fatto pressione sul Paese a riguardo, dopo il rapporto del 2022 della stessa Organizzazione internazionale del lavoro.

    Michelle Bachelet è attesa a maggio 2022, insieme al rapporto sulla situazione uigura nel Xinjiang. Bütikofer (Verdi): “Segnale cinico”. Si teme il non rispetto dei trattati all’atto pratico