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    L’Ue vuole intitolare all’oppositore russo Alexei Navalny il regime di sanzioni per i diritti umani

    Bruxelles – Intitolare il regime europeo di sanzioni per i diritti umani ad Alexei Navalny, l’oppositore russo morto venerdì (16 febbraio) in carcere ad alta sorveglianza in Russia, dove era detenuto da quasi tre anni. Questa la proposta con cui il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, ha fatto ingresso questa mattina (19 febbraio) al Consiglio Ue Affari Esteri a Bruxelles, che ha visto anche la partecipazione della vedova di Navalny, Yulia Navalnaya, a cui i ministri dell’Ue hanno inviato in una dichiarazione un forte messaggio “di sostegno ai combattenti per la libertà in Russia”.I am proposing to EU Member States to rename our Global Human Rights Sanctions Regime the “Navalny Regime”.To honour his memory, for his name to be written on the work of the EU in the defence of human rights around the world. pic.twitter.com/yIGfpcDWBE— Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) February 19, 2024Una proposta accolta oggi ‘politicamente’ dai 27 ministri dell’Ue e che ora andrà formalmente adottata a livello tecnico dagli ambasciatori degli Stati membri. “Per rendere omaggio ad Alexei Navalny lentamente assassinato dal regime di Putin e onorare la sua memoria ho proposto ai ministri di rinominare il regime di sanzioni dell’Ue per i diritti umani con il suo nome”, ha spiegato questa mattina l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza. Sarà il ‘regime Navalny per le sanzioni Ue per la tutela dei diritti umani’ affinché il suo nome sia scritto per sempre nel lavoro per la tutela dei diritti umani”, ha precisato.Il regime europeo di sanzioni dei diritti umani è stato inaugurato dall’Ue non molto tempo fa, a dicembre 2020. Una ‘legge Magnitsky europea’, ovvero un nuovo regime di sanzioni dedicato a colpire i responsabili di violazioni dei diritti umani, per rispondere a chi accusa l’Europa di essere troppo lenta o poco coraggiosa nei confronti di chi viola i diritti umani. Il nome di Navalny, 47 anni, era diventato celebre in occidente per il tentativo fallito del Cremlino di avvelenarlo ad agosto 2020.Era detenuto in Russia da gennaio 2021, arrestato appena dopo essere tornato nel suo Paese dalla Germania. A Berlino era rimasto per mesi per ricevere le cure necessarie dopo aver subito un avvelenamento attribuibile, secondo varie inchieste, ai servizi di sicurezza russi. Lo scorso agosto era stato condannato a scontare altri 19 anni di carcere.

    Yulia Navalnaya insieme al presidente del Consiglio europeo, Charles MichelPresente alla riunione dei ministri degli esteri anche Yulia Navalnaya, che nel corso della giornata ha avuto un incontro bilaterale con il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. “E’ una donna che vuole continuare a battersi per difendere la libertà nel suo Paese e ha ribadito che la Russia non è Putin e Putin non è la Russia, l’abbiamo trovata determinata. Borrell, a nome di tutti noi, le abbiamo assicurato che continueremo a sostenere il diritto di parlare in Russia, di poter condurre battaglie politiche e chiederemo la liberazione di tutti i prigionieri politici”, ha detto Tajani in un punto stampa.

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    Altri 19 anni di carcere per l’oppositore russo Navalny. Bruxelles condanna il Cremlino

    Bruxelles – Altri 19 anni di carcere per il principale oppositore del regime di Putin. Il tribunale della sezione penale dove è già incarcerato a Melekhovo, a pochi chilometri da Mosca, ha condannato oggi (4 agosto) Alexei Navalny a scontare altri 19 anni di carcere, come conseguenza a sei diverse accuse, tra cui incitamento e finanziamento di attività estremiste e creazione di un’organizzazione estremista.
    Navalny, diventato celebre in occidente per il tentativo (vano) del Cremlino di avvelenarlo ad agosto 2020, dopo aver fatto ritorno in Russia sta già scontando condanne per oltre 11 anni. Da Bruxelles è arrivata la ferma condanna alla sentenza, denunciando anche il fatto che le udienze si siano svolte in un ambiente chiuso, inaccessibile alla sua famiglia e agli osservatori, in una colonia penale a regime rigoroso fuori Mosca”, ha commentato in una dichiarazione l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, definendo Navalny “l’ennesimo esempio della continua repressione sistematica da parte delle autorità russe”.
    Nella dichiarazione il capo della diplomazia europea ribadisce il suo invito alla Russia a rilasciare Navalny “immediatamente e senza condizioni”. Dal 2020 sono state imposte sanzioni contro persone ed entità responsabili dell’avvelenamento, dell’arresto arbitrario, dell’accusa e della condanna di Navalny. Il 20 luglio scorso il Consiglio ha adottato ulteriori misure nei confronti di 11 persone e 5 entità responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in Russia, anche in relazione al caso dell’oppositore russo in prigione.
    Ha poi ribadito la “profonda preoccupazione per le segnalazioni di maltrattamenti ripetuti, misure disciplinari ingiustificate e illegali e vessazioni equivalenti a torture fisiche e psicologiche da parte delle autorità carcerarie nei confronti di Navalny. La leadership politica della Russia è responsabile della sua sicurezza e salute, di cui sarà tenuta a rendere conto”. In un tweet anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha condannato la sentenza definendola provocatoriamente “verdetto farsa” e dichiarandola “inaccettabile”. Per Michel “questa condanna arbitraria è la risposta al suo coraggio di parlare in modo critico contro il regime del Cremlino”.

    The latest verdict in yet another sham trial against Alexey @navalny is unacceptable. This arbitrary conviction is the response to his courage to speak critically against the Kremlin’s regime.
    I reiterate the EU’s call for the immediate and unconditional release of Mr. Navalny.
    — Charles Michel (@CharlesMichel) August 4, 2023

    Il tribunale della sezione penale dove è già incarcerato a Melekhovo, a pochi chilometri da Mosca, ha condannato oggi il principale oppositore di Putin, Alexei Navalny, a scontare altri 19 anni di carcere. Da Bruxelles la condanna per il Cremlino

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    Navalny condannato ad altri 9 anni di carcere in Russia. L’UE: “Repressione interna parallela ad aggressione militare”

    Bruxelles – Sono altri nove anni di carcere per l’oppositore politico russo, Alexei Navalny, secondo quanto stabilito dalla sentenza del tribunale distrettuale di Lefortovo di Mosca. Si tratta di un prolungamento della pena rispetto ai tre anni e mezzo già comminati nel febbraio dello scorso anno, stabilito dopo una serie di udienze a porte chiuse e “inaccessibili agli osservatori internazionali”, è il duro commento dell’UE alla condanna di Navalny. “È la prova più evidente che il sistema giuridico russo continua a essere strumentalizzato contro Navalny”, ha accusato in una nota l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, sottolineando come sia stato dato spazio alla “fabbricazione di accuse e al mancato esercizio dei diritti di difesa da parte dell’imputato”.
    La cerimonia del Premio Sakharov 2021 assegnato ad Alexei Navalny
    Navalny, che ha ricevuto lo scorso anno il Premio Sakharov per la libertà di pensiero dell’UE (ritirato a dicembre dalla figlia, Daria Navalnaya) è detenuto in Russia dal gennaio 2021, arrestato appena dopo essere atterrato nel Paese dalla Germania. A Berlino era rimasto per mesi per ricevere le cure necessarie dopo aver subito un avvelenamento attribuibile, secondo varie inchieste, ai servizi di sicurezza russi. Un mese dopo il ritorno in Russia, l’oppositore di Vladimir Putin era stato condannato per aver violato – proprio perché si trovava in ospedale in Germania – la libertà vigilata decisa a seguito di una precedente condanna. Nella sentenza di ieri (martedì 22 marzo) è stato invece riconosciuto colpevole di frode e appropriazione indebita, per aver rubato 4,1 milioni di euro dalle casse della FBK, la sua fondazione contro la corruzione politica (illegale in Russia dal giugno dello scorso anno). Secondo l’opinione pubblica e gli osservatori internazionali, sono entrambe due sentenze politiche contro un diretto sfidante del potere assoluto dell’autocrate russo.
    “L’Unione Europea deplora la repressione sistematica della società civile, dei media indipendenti, dei singoli giornalisti e dei difensori dei diritti umani in Russia”, ha rincarato la dose Borrell, facendo un collegamento con quanto sta accadendo in Ucraina: “Questa repressione interna sta accelerando in mezzo alla continua aggressione militare contro un Paese sovrano“. In questo modo il governo russo “continua a ignorare palesemente” tutti gli obblighi e gli impegni internazionali per il rispetto sia dei diritti umani e delle libertà fondamentali in patria, sia della sovranità e dell’indipendenza dei suoi vicini. Nel caso di Navalny esiste un “rischio per la sua vita” e per questo motivo l’UE continua a chiedere il “rilascio immediato e incondizionato”, così come richiesto anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
    Schierati contro la sentenza anche i presidenti della commissione per gli Affari esteri (AFET) del Parlamento UE, David McAllister, della sottocommissione per i Diritti umani (DROI), Maria Arena, della delegazione per i rapporti UE-Russia, Ryszard Czarnecki, e il relatore per la Russia, Andrius Kubilius. “La sentenza viola chiaramente il diritto internazionale e la Costituzione russa, è illegale, arbitraria e politicamente motivata” e “dimostra ancora una volta che il regime russo sta diffondendo la paura tra i leader dell’opposizione, gli attivisti e la società civile”. Per il Parlamento UE Navalny rappresenta “centinaia di altri cittadini russi detenuti senza motivo solo per aver avuto il coraggio di dimostrare a favore della pace o per essersi fatti avanti per i loro diritti”, hanno sottolineato gli eurodeputati. Dal momento in cui “il miglior sostegno per lui e per gli altri prigionieri politici non è la simpatia e le parole gentili, ma le azioni contro il regime di Putin”, come affermato dallo stesso oppositore russo, l’UE deve “adottare sanzioni immediate contro tutti i funzionari russi coinvolti in questo nuovo caso di ingiustizia“.

    L’oppositore di Putin e vincitore del Premio Sakharov per la libertà di pensiero 2021 è stato condannato per frode e appropriazione indebita, dopo i 3 anni e mezzo già comminati per violazione della libertà vigilata

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    Cittadini, oppositori e giornalisti: la scia di sangue che segna i vent’anni dell’era Putin. Dentro e fuori la Russia

    Bruxelles – Dalla Cecenia all’Ucraina, passando per l’eliminazione fisica delle voci critiche in Russia. In quasi 23 anni di potere ininterrotto, l’autocrate Vladimir Putin ha inanellato una lista di accuse per crimini e morti che si perde nella frammentarietà delle notizie, della negazione di coinvolgimento e delle giustificazioni di protezione del Paese dal terrorismo e dalle provocazioni esterne. Il filo rosso del sangue scorre e si dipana dall’agosto del 1999, quando l’allora neo-primo ministro Putin scatenò l’offensiva contro la Cecenia separatista, fino al marzo 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina e gli attacchi indiscriminati alla popolazione di un Paese sovrano e indipendente.
    I crimini ordinati da Putin in Cecenia
    Era il 9 agosto del 1999 quando un allora semi-sconosciuto tenente colonnello ed ex-direttore del Servizio federale per la sicurezza della Federazione russa (erede del KGB sovietico), Vladimir Putin, venne nominato primo ministro della Federazione Russa. Il primo atto del neo-premier (dopo nemmeno tre settimane dall’insediamento) fu un’offensiva militare per riottenere il controllo dei territori conquistati dai separatisti ceceni dopo la fine della prima guerra nella regione (1994-1996). A un mese dall’inizio dei bombardamenti, nel settembre del 1999 Putin dichiarò alla stampa russa che “noi perseguiteremo dappertutto i terroristi e quando li troveremo li butteremo dritti nella tazza del cesso”. Non furono perseguitati solo i terroristi jihadisti, ma anche la popolazione civile.
    Il 21 ottobre 1999 un missile colpì il mercato nel centro della città di Groznyj, provocando la morte di 140 persone, tra cui donne e bambini. Solo una settimana più tardi un aereo russo attaccò un convoglio di profughi ceceni diretti verso la Repubblica d’Inguscezia: furono uccisi in 25, tra civili, volontari della Croce Rossa e giornalisti. Dopo la conquista di Groznyj, nel gennaio del 2000 le rappresaglie russe contro i combattenti ceceni sfociarono nel massacro di Katyr-Yurt, quando 170 civili furono uccisi durante l’attacco a un convoglio protetto da bandiera bianca. Allora Putin aveva accentrato nelle sue mani sia la carica di primo ministro sia di presidente della Federazione Russa. Si stimano tra le 25 e le 50 mila morti di innocenti nei dieci anni complessivi di guerra scatenata da Putin, ma anche crimini di guerra, stupri e saccheggi da parte dell’esercito e dei mercenari assoldati da Mosca. I gruppi russi per i diritti umani e Amnesty International hanno documentato più di 5 mila sparizioni forzate dal 1999 nella Cecenia occupata, all’interno di un quadro che è stato definito “un genocidio”.
    Una situazione che è andata peggiorando con il sorgere del terrorismo ceceno di matrice islamista. Il caso più emblematico dei crimini ordinati da Putin è datato 23-26 ottobre 2002. A seguito dell’attacco da parte di 40 militanti armati del teatro Dubrovka di Mosca – dove tennero per più di due giorni in ostaggio 850 persone – il presidente russo ordinò l’irruzione delle forze speciali Spetsnaz. Non prima di aver dato il via libera alla diffusione nel teatro di un gas derivato del fentanyl (narcotico oppioide) per far perdere i sensi agli assalitori. A causa del panico generato dal gas e dell’intervento armato delle forze speciali, 33 militanti ceceni e 129 ostaggi morirono al teatro Dubrovka, molti dei quali per soffocamento: quasi tutti (almeno 700) rimasero intossicati e alcuni vivono oggi con disabilità dovute agli effetti del composto. Nel 2011 la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo condannò la Russia a pagare oltre un milione di euro di risarcimenti per violazione della Convenzione sui Diritti Umani. La giornalista russa Anna Politkovskaja, prima di essere uccisa, attaccò l’autocrate del Cremlino in questo modo: “Con Putin la Russia sta recuperando i peggiori valori sovietici, come il brutale fondamentalismo stalinista”.
    L’eliminazione fisica di oppositori e giornalisti
    È proprio l’omicidio della giornalista Anna Politkovskaja che apre il capitolo degli assassinii attribuiti al mandato dell’autocrate russo (ma per evidenti ragioni a lui mai imputati). La professionista dell’informazione a cui è oggi intitolata la sala stampa del Parlamento Europeo a Bruxelles fu freddata il 7 ottobre del 2006 nei pressi del suo appartamento a Mosca da cinque uomini. Politkovskaja aveva denunciato dalle colonne di Novaja Gazeta le brutalità commesse dal Cremlino in Cecenia e accusava Putin di aver fatto della Russia uno stato di polizia. Quasi a discolparsi, il padre-padrone della Federazione dichiarò che l’omicidio della giornalista “ha fatto più danni alla Russia e alla Cecenia della sua attività professionale”.
    Come documentato dal Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), organizzazione indipendente a tutela della libertà di stampa nel mondo, Politkovskaja è una dei 31 giornalisti uccisi in Russia tra il 27 ottobre 1999 e il 29 maggio 2017, cioè da quando Vladimir Putin ha preso le redini del Paese come primo ministro (1999-2000, 2008-2012) o come presidente (1999-2008, 2012-in corso). Tra i crimini più efferati, si ricorda quello di Pavel Klebnikov, creatore e caporedattore della versione in lingua russa della rivista Forbes: il 9 luglio del 2004, dopo la pubblicazione della lista delle persone più ricche di Russia, il giornalista fu assassinato all’uscita della redazione di Mosca e morì nell’ascensore dell’ospedale in cui fu trasportato. Il caso è tuttora irrisolto.
    Tra i crimini mai risolti – ma tutti con il minimo comune denominatore delle vittime in contrasto con Putin – è lunga la lista degli oppositori politici. Fare una stima del numero totale è quasi impossibile a causa delle circostanze misteriose dei decessi e dell’insabbiamento delle indagini, ma basta citare i casi più eclatanti per constatare che tutto il ventennio di dominio quasi assoluto dell’autocrate russo è costellato di assassinii ai danni di chi ha alzato la voce contro Putin. Il 15 aprile 2003 fu ucciso il deputato liberale Sergei Yushenkov, dopo un’inchiesta sugli attentati che quattro anni prima avevano fornito il pretesto per l’invasione della Cecenia. Il 23 novembre del 2006 l’ex-agente del KGB Alexander Litvinenko morì avvelenato con il polonio a Londra (la Corte europea dei diritti umani ha riconosciuto lo Stato russo colpevole nel settembre dello scorso anno).
    Nel 2009 furono uccisi a distanza di pochi mesi gli attivisti Stanislav Markelov e Natalia Estemirova per le investigazioni sugli abusi del Cremlino, in particolare nel Caucaso. Il 16 novembre dello stesso anno morì in carcere l’avvocato Sergei Magnitsky, arrestato per frode fiscale dopo aver studiato casi di corruzione di alcune imprese russe. Le autorità gli avevano negato le cure mediche. Il 23 marzo 2013 l’oligarca Boris Berezovsky fu trovato impiccato nella sua casa di Sunninghill (Regno Unito), ma i giudici inglesi non hanno potuto stabilire che si sia trattato realmente di suicidio. Il 27 febbraio del 2015 Boris Nemcov, ex-vicepremier e una delle principali figure di opposizione al regime di Putin fu assassinato a pochi passi dal Cremlino. L’ultimo di questa lista – se non fosse stato salvato dai medici del Charité Hospital di Berlino – è Alexei Navalny, l’oppositore di Putin avvelenato nell’agosto del 2020 e attualmente detenuto in Russia dopo essere rientrato nel Paese dalla Germania.
    I crimini dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina
    I corpi dei civili uccisi a Irpin, dopo l’attacco dell’esercito russo del 6 marzo 2022 (fonte: New York Times)
    Si inserisce nella cornice dell’invasione russa dell’Ucraina l’ultima lista di crimini ordinati da Putin. Senza dimenticare che il Cremlino sta portando guerra da 11 giorni a uno Stato sovrano, l’esercito russo non sta attaccando solo obiettivi militari, ma anche e soprattutto la popolazione ucraina. Secondo quanto riportato dall’alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCR), tra il 24 febbraio e il 6 marzo sono morti più di 360 civili, che si vanno a sommare agli oltre 4 mila dei sette anni di guerra nel Donbass. Il procuratore generale della Corte penale internazionale dell’Aja, Karim Khan, ha accolto la richiesta di 39 Paesi di aprire un’indagine per crimini di guerra contro l’establishment russo per l’occupazione dell’Ucraina: il focus sarà sulle violenze contro i civili negli otto anni tra l’occupazione della Crimea e l’invasione del territorio ucraino.
    Bombardamenti aerei contro le città – da Kiev a Kharkiv, da Mariupol a Odessa – oltre alle continue violazioni dei cessate il fuoco degli ultimi giorni per evacuare i civili intrappolati nelle zone di combattimento di Mariupol e fuori dalla capitale ucraina. Sabato (5 marzo) in un’imboscata delle forze russe fuori Kiev era caduta anche la troupe di Sky News, che ne era poi uscita incolume. Il fuoco incrociato dell’esercito di Mosca non ha però risparmiati ieri (domenica 6 marzo) una famiglia durante l’evacuazione della città di Irpin: madre, padre e due bambini sono stati colpiti dai colpi di mortaio appena dopo aver attraversato il fiume omonimo per dirigersi verso Kiev. Sono le ultime quattro morti della lista di crimini ordinati direttamente o indirettamente dall’autocrate Vladimir Putin.

    Active investigations formally commence in Ukraine situation upon receipt of referrals by 39 states parties: https://t.co/DDkDs7qHlc
    — Karim A. A. Khan QC (@KarimKhanQC) March 2, 2022

    Dai civili attaccati indiscriminatamente in Cecenia e in Ucraina, alle figure che si opponevano al regime in patria: è lunga la lista delle violenze volute o attribuite all’autocrate ininterrottamente al potere dal 1999

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    Russia al voto per il rinnovo della Duma. Mosca accusa l’UE di tentativi di interferenza nelle elezioni parlamentari

    Bruxelles – La Russia va alle urne, ma l’atmosfera che si respira è da guerra fredda. Mentre in Kamčatka, nell’estremità orientale del Paese, sono già iniziate le operazioni di voto che dureranno fino a domenica (19 settembre), Mosca e Bruxelles hanno ingaggiato una battaglia diplomatica sulla trasparenza e la democraticità delle elezioni per il rinnovo della Duma di Stato, la Camera bassa dell’Assemblea Federale.
    È stato il ministero degli Esteri russo ad attaccare direttamente l’Unione Europea, dopo l’approvazione della relazione del Parlamento UE che ha chiesto alle istituzioni comunitarie di tenersi pronte a non riconoscere l’esito delle elezioni parlamentari, se saranno riscontrate violazioni dei principi democratici e del diritto internazionale. “Condanniamo fermamente i tentativi di manipolare l’opinione pubblica e siamo convinti che questa azione porti al discredito definitivo del Parlamento Europeo”, ha affondato la portavoce Maria Zakharova. “Come in passato, ci difenderemo da interferenze inaccettabili nel processo democratico nazionale”, ha aggiunto.
    Il relatore per il Parlamento UE, Andrius Kubilius (PPE)
    La relazione presentata martedì (14 settembre) dall’eurodeputato lituano Andrius Kubilius (PPE) è passata con 494 voti a favore, 103 contrari e 72 astenuti. Valutando lo stato delle relazioni tra UE e Russia, gli eurodeoputati hanno definito il regime di Vladimir Putin una “cleptocrazia [modalità di governo deviata che rappresenta il culmine della corruzione politica, ndr] autoritaria stagnante guidata da un presidente a vita circondato da una cerchia di oligarchi”. Non esattamente parole al miele, ma con la precisazione che “bisogna distinguere questo regime dal popolo russo: un futuro democratico per il Paese è possibile“. Ecco perché vanno sì respinte le “politiche aggressive” dell’attuale governo (il cui destino dipenderà proprio dalle elezioni di questi giorni), ma allo stesso tempo è necessario “porre le basi per la cooperazione con una futura Russia democratica“. In questo senso deve essere contestualizzata la richiesta a Consiglio e Commissione UE di non riconoscere elezioni falsate da metodi non democratici.
    Repressioni e significato del voto
    La posizione dell’Eurocamera è giustificata dal contesto elettorale che ha vissuto negli ultimi mesi il regno dello zar Putin. Nonostante siano 14 i partiti che si affrontano alle urne per conquistare i 450 seggi della Duma, non si può davvero parlare di competizione elettorale: la formazione di una qualsiasi forza di opposizione significativa è stata negata o piegata con la forza, con arresti e manganellate. Basta solo citare il caso dell’oppositore Alexei Navalny – avvelenato prima e incarcerato poi – e della violenta repressione delle manifestazioni in suo sostegno a inizio dell’anno.
    Non solo. A giugno la Fondazione per la lotta alla corruzione è stata dichiarata un’organizzazione estremista dalle autorità giudiziarie russe e diversi candidati sono stati esclusi dalla corsa elettorale a causa di legami presunti o reali con Navalny. Il giro di vite si è esteso anche ai media indipendenti – come il sito Meduza – che da mesi sono stati inseriti in massa nel registro degli “agenti stranieri”, etichetta che è stata applicata a tutti quei giornalisti e aziende editoriali che ricevono sostegni o finanziamenti dall’estero.
    L’oppositore russo Alexei Navalny
    L’obiettivo principale di questa ondata di repressione sulla società civile sarebbe dimostrare che non ci sono alternative reali alla leadership di Putin. Il suo mandato presidenziale scadrà nel 2024, ma potenzialmente potrebbe durare fino al 2036, dopo l’approvazione di un apposito emendamento costituzionale nell’aprile di quest’anno. Negli ultimi giorni di campagna elettorale lo zar non è sceso direttamente nell’arena politica, dal momento in cui da martedì si è dovuto mettere in isolamento fiduciario per alcuni contatti con membri del suo entourage positivi al COVID-19. E anche se queste elezioni riguardano la formazione della Camera bassa dell’Assemblea Federale, c’è anche anche un pezzo del suo destino in ballo.
    Il partito Russia Unita – che appoggia e che viene appoggiato dal Cremlino – non dovrebbe avere problemi a mantenere la maggioranza, contando anche su “partiti cuscinetto” come il Partito Liberal-Democratico e Russia Giusta. Tuttavia, la recente impennata dei prezzi dei generi alimentari e il calo dei redditi reali hanno fatto sprofondare gli indici di gradimento del partito di governo ai minimi storici. In altre parole, questa elezione rappresenta un test-chiave per l’intero sistema di potere del Paese, a tre anni dalla scadenza del mandato presidenziale.
    L’incognita del “voto intelligente”
    È stato lo stesso inquilino del Cremlino a definire questa tornata elettorale “l’evento più importante nella vita della nostra società e del Paese intero”, scagliando ulteriori attacchi all’Occidente per “tentare di interferire nel voto nazionale”. Dopo aver messo in ginocchio l’opposizione interna, Putin ha cercato di sbarazzarsi anche dell’ultimo strumento che potrebbe veicolare il dissenso organizzato: Smart Voting, l’applicazione online per il “voto intelligente” sviluppata dai sostenitori di Navalny. Si tratta di un sito e un’app per smartphone (qui il link) che indirizza gli elettori, collegio per collegio, nella scelta del candidato da votare, tra coloro che hanno maggiori possibilità di sconfiggere i rivali di Russia Unita.
    La schermata del sito per il voto tattico dell’opposizione russa, Smart Voting
    Lo scopo di questa nuova modalità di voto tattico è soprattutto quella di spingere l’affluenza alle urne, tamponando l’evidente scoraggiamento della società civile e l’assenza di veri candidati di opposizione. È molto probabile che a incanalare il malcontento e a beneficiare dello strumento digitale sarà il Partito Comunista della Federazione Russa: delle 225 indicazioni di “voto intelligente”, più della metà sono esponenti comunisti, compresi 11 su 15 individuati nel collegio della capitale, dove il sentimento anti-Putin è più forte. Il Partito Comunista è attualmente il secondo partito per numero di membri nella Duma di Stato (43, contro i 338 di Russia Unita), anche se nella legislatura che è appena terminata non si è distinto per un’opposizione particolarmente dura.
    Se è vero che all’inizio della scorsa settimana le autorità russe hanno bloccato l’accesso al sito sul territorio nazionale, Smart Voting è ancora accessibile fuori dai confini russi, anche se Facebook e Google hanno ceduto alle pressioni del ministero degli Esteri russo di cancellarlo dai loro app store. È evidente che Russia Unita e il Cremlino vedono nelle Big Tech occidentali una minaccia alla sopravvivenza dello status quo, altrimenti non si spiegherebbe l’attacco frontale di questa ultima settimana ai “giganti digitali”, accusati di “interferire negli affari interni del nostro Paese con l’aiuto del Pentagono”. Entrati nei giorni decisivi del voto, è difficile aspettarsi da queste elezioni un ribaltone politico. Ma, come hanno sottolineato gli eurodeputati, in un’atmosfera di scoraggiamento e repressione il destino della “futura Russia democratica” passa da qui.

    Gli eurodeputati hanno chiesto alle istituzioni UE di non riconoscere il nuovo Parlamento, se ci saranno violazioni dei principi democratici. Aperte le urne fino a domenica: in un clima di repressione, l’unica incognita è il sito per il “voto intelligente” sviluppato dall’opposizione al presidente Putin

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    Nord Stream 2, la costruzione del gasdotto è finita. Per Mosca sarà in funzione “nei prossimi giorni”

    Bruxelles – Sono giunti al termine ieri (6 settembre) i lavori di costruzione del controverso gasdotto da 11 miliardi di dollari Nord Stream 2, che raddoppierà la capacità di gas naturale (metano) in arrivo dalla Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico. Ad annunciarlo è la compagnia energetica russa Gazprom, che ne controlla le attività, a cui si aggiungono le parole del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov secondo cui il gasdotto Nord Stream 2 entrerà in funzione nei prossimi giorni, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Interfax.
    Il gasdotto Nord Stream 2 collegherà la Germania alla Russia
    L’ultima sezione del gasdotto è stata saldata e ora dovrà essere calato nel collegamento sottomarino sotto al Mar Baltico. Secondo Reuters, il gasdotto deve ancora ricevere la certificazione che potrebbe richiedere fino a quattro mesi di tempo. Entro fine anno dovrebbe essere pienamente operativo.
    Il percorso di Nord Stream 2 andrà a replicare quello del gemello Nord Stream che è già in attività. Si parla di circa 55 miliardi di metri cubi all’anno di gas verso la Germania a capacità massima, da raddoppiare fino a 110 miliardi di metri cubi di gas che consentono a Mosca di trasportare il gas in Europa senza passare per via terrestre attraverso l’Ucraina, come faceva prima, indebolendone la posizione strategica.
    La costruzione del gasdotto è stata fin dall’inizio osteggiata da molti Paesi, primi tra tutti gli Stati Uniti, per i timori di una maggiore influenza di Mosca sul vecchio Continente che ne dipende energeticamente. Solo a fine luglio, Berlino e Washington hanno raggiunto un accordo di massima per ultimare i lavori del progetto, promettendo sanzioni alla Russia in caso di pressioni sull’Ucraina, come l’annessione illegale della penisola di Crimea nel 2014.
    Un’opposizione che il progetto ha trovato anche in Europa, guidata in particolare dai Paesi dell’Europa orientale. Solo la cancelliera Angela Merkel ha sposato la causa, impegnandosi a portarla a termine. Da quando a fine agosto di un anno fa l’oppositore russo Alexei Navalny è stato avvelenato su iniziativa del presidente russo Vladimir Putin sono però aumentate di molto le pressioni su Merkel per abbandonare il progetto. Pressioni che sono aumentate ancora con l’ulteriore incrinarsi dei rapporti di Bruxelles con Mosca, con i Paesi dell’Europa centrale e orientale che temono l’ulteriore dipendenza energetica dei Ventisette dal gas russo.

    Saldata l’ultima sezione del gasdotto da 11 miliardi di dollari che raddoppierà la capacità di gas naturale in arrivo dalla Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico. Per il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov sarà in funzione nei prossimi giorni

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    Un G20 straordinario per la crisi afgana. Draghi incontra il ministro russo Lavrov che chiede un vertice allargato a Iran e Pakistan

    Roma – Un G20 straordinario sulla crisi afgana. Dopo gli scarsi risultati dei sette grandi la presidenza italiana ci prova, nella speranza che con una formula più allargata si possa trovare uno spazio più condiviso. E la tappa di oggi (27 agosto) del ministro degli esteri della Federazione Russa Sergei Lavrov a Roma è stato un primo tassello, colloquio seguito da una telefonata tra il premier Mario Draghi e il primo ministro indiano Narendra Modi. Per un vertice straordinario servono certamente molti altri avvalli, tra cui quello della Cina. L’Italia sarebbe favorevole a una formula più ampia che comprenda anche alcuni inviti strategici come Iran e Pakistan, come ha rivelato il ministro russo Lavrov.
    “Il G20 rappresenta sicuramente la possibilità di intensificare la collaborazione fra i diversi Paesi e a differenza del formato G7, riflette la realtà multipolare del nostro mondo” ha detto il politico russo subito  dopo il colloquio alla Farnesina con il ministro italiano Luigi Di Maio. Conscio delle difficoltà in questa fase acuta della crisi ha detto che “le soluzioni congiunte non sono mai semplici ma la questione afgana “ci invita unire in nostri sforzi”. La preoccupazione della Russia è rivolta in modo particolare alla lotta al terrorismo e alla sicurezza dei confini, e va in questa direzione la richiesta di coinvolgimento dei Paesi alleati di Mosca, che più di altri risentiranno di una mancata stabilizzazione dell’area e del flusso dei profughi.
    Stabilizzazione tra gli obiettivi prioritari elencati anche da Mario Draghi per garantire la sicurezza del Paese e su scala regionale, “affrontare l’emergenza umanitaria e vegliare sul rispetto dei diritti umani, in particolare delle donne”.
    In questa fase è necessario uno “stretto coordinamento internazionale” ha sostenuto Di Maio, al termine del colloquio con il capo della diplomazia di Mosca, confermando che in questo contesto “il dialogo con la Russia è imprescindibile”, definendola “un attore fondamentale”.

    Durante i due distinti colloqui a Palazzo Chigi e alla Farnesina, si è discusso anche della questione libica per la quale Italia ritiene necessario “proseguire con il dialogo politico promosso a Ginevra dalle Nazioni Unite anche in vista delle elezioni di fine dicembre e della necessità di un rapido ritiro delle forze straniere dal Paese” con un chiaro riferimento anche al coinvolgimento della Russia e della Turchia.
    Restano ancora distanze profonde sulla questione Ucraina e sul caso Navalny. Lavrov ha ribadito che “è il governo di Kiev a non rispettare gli accordi di Minsk”, e ha rivendicato ancora una volta la libera scelta delle popolazioni della Crimea. Tra Mosca e l’Unione Europea resta dunque un solco profondo anche se il tema delle sanzioni è rimasto fuori dai colloqui odierni. Per quanto riguarda Alexej Navalny, Di Maio ha ricordato a Lavrov la “preoccupazione dell’Italia per l’oppositore del governo di Mosca “al quale devono essere applicate le legittime garanzie e la tutela dei “diritti fondamentali”.

    Russia disponibile a sostenere una proposta che rifletta un contesto multipolare al contrario del G7. Di Maio: Russia attore fondamentale ma con Mosca restano le distanze su Ucraina e caso Navalny

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    Nord Stream 2, arriva la sentenza tedesca: al controverso gasdotto si applicano le regole antitrust dell’UE

    Bruxelles – La Russia dovrà applicare le regole europee antitrust al gasdotto Nord Stream 2, dividendone la gestione tra i proprietari del gasdotto e fornitori del gas che vi scorre per garantire una concorrenza leale. A stabilirlo, mercoledì 25 agosto è stata l’Alta Corte Regionale di Düsseldorf, in Germania, respingendo il ricorso presentato dalla principale società che si occupa della costruzione Nord Stream 2 AG contro il regolatore di rete tedesco (BNA -Bundesnetzagentur) che ha rifiutato di concederle un’esenzione dalle regole di concorrenza dell’Unione Europea.
    Questo significa che al controverso gasdotto destinato a collegare la Russia alla Germania attraverso il mar Baltico devono applicarsi le regole di diritto comunitario, inscritte nella direttiva UE sul mercato del gas. Nulla di nuovo, perché già la Commissione europea aveva chiarito che pur essendo un progetto “soggetto al diritto nazionale” tedesco, si inscrive nel quadro di diritto europeo di cui deve rispettare la conformità. L’unica competenza che spetta a Bruxelles sul futuro gasdotto è controllare il rispetto da parte degli Stati membri, e quindi in questo caso della Germania, della direttiva Ue sul mercato interno del gas.
    Il gasdotto Nord Stream 2 collegherà la Germania alla Russia
    La sentenza può essere impugnata dalla Nord Stream 2 AG, anche se potrebbe significare, come suggerisce Reuters, un ritardo nel completamento della rete e anche un aumento dei costi. Il controverso gasdotto guidato dalla compagnia energetica russa Gazprom, raddoppierà il volume di gas naturale trasportato dalla Russia alla Germania attraverso il mar Baltico. Replicando, nei fatti, il percorso del gasdotto gemello Nord Stream che è già in attività. Si parla di circa 55 miliardi di metri cubi all’anno di gas verso la Germania a capacità massima, raddoppiati a 110.
    Dopo varie tensioni tra Unione Europea e Stati Uniti – dovuta ai timori statunitensi di una maggiore influenza di Mosca sul vecchio Continente – a fine luglio Berlino e Washington hanno raggiunto un accordo di massima per ultimare i lavori del progetto, ormai quasi completo, promettendo sanzioni alla Russia in caso di pressioni sull’Ucraina, come l’annessione illegale della penisola di Crimea nel 2014. Il progetto vale almeno undici miliardi di dollari, e ha incontrato la resistenza non solo oltreoceano ma anche in Europa.
    La cancelliera Angela Merkel ha sposato la causa, impegnandosi a portarla a termine. Da quando a fine agosto di un anno fa l’oppositore russo Alexei Navalny è stato avvelenato sono però aumentate di molto le pressioni su Merkel per abbandonare il progetto. Pressioni che sono aumentate ancora con l’ulteriore incrinarsi dei rapporti di Bruxelles con Mosca, con i Paesi dell’Europa centrale e orientale che temono l’ulteriore dipendenza energetica dei Ventisette dal gas russo. Diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, si sono opposti al progetto perché temono l’ulteriore influenza geopolitica di Putin attraverso il gas naturale.

    Proprietari del gasdotto e fornitori del gas che vi scorre devono essere diversi per garantire una concorrenza leale, in linea con la direttiva europea sul mercato del gas. A stabilirlo è l’alta corte di Düsseldorf respingendo il ricorso della società Nord Stream 2 AG contro il regolatore di rete tedesco che ha rifiutato di concederle un’esenzione dalle regole di Bruxelles. La sentenza può essere impugnata ma rischia di rallentare il completamento del progetto