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Il governo serbo chiude le porte alle indagini richieste dal Parlamento Ue sui possibili brogli elettorali

Bruxelles – Il governo della Serbia strappa con le istituzioni dell’Unione Europea, chiudendo completamente la porta alle indagini indipendenti sui possibili brogli alle elezioni del 17 dicembre 2023. “Non permetterò mai un’indagine internazionale, perché richiederebbe l’annullamento della sovranità nazionale“, ha messo in chiaro senza mezzi termini la prima ministra serba in carica, Ana Brnabić, nel corso di un’intervista all’emittente serba Prva televizija: “Sospenderebbe il Parlamento, le istituzioni, la democrazia e finirebbe per portare gli stranieri al potere”.

Cartelloni delle opposizioni alla prima seduta dell’Assemblea Nazionale della Serbia il 6 febbraio 2024 contro il presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, definito ‘capo-mafia’ (credits: Andrej Isakovic / Afp)

Parole durissime, arrivate a poco più di due settimane dalla risoluzione del Parlamento Europeo votata a larghissima maggioranza, in cui non sono solo state sollevate enormi preoccupazioni sullo Stato di diritto in Serbia, ma che ha anche chiesto azioni pesanti alla Commissione nel caso in cui venisse accertato il coinvolgimento delle autorità e del governo uscente nei brogli elettorali. “Non è stato rubato nemmeno un voto”, ha risposto secca la premier Brnabić, che ha attaccato gli eurodeputati e le opposizioni nel Paese: “A quanto pare ora si rivolgono alla Commissione Europea per fantasticare su come dovrebbe essere l’indagine, non solo vogliono solo cancellare la nostra sovranità, ma anche sospendere le istituzioni e il diritto nazionale”. Con un contrattacco sulla richiesta di aprire le banche dati per controllare la registrazione regolare degli aventi diritto al voto: “Come si può fare opposizione facendo sì che gli stranieri chiedano controlli come il conteggio di quante persone vivono in un appartamento o in una casa?“.

La risoluzione congiunta del Parlamento Europeo aveva esortato la Commissione Ue a “lanciare un’iniziativa per l’invio di una missione di esperti in Serbia per valutare la situazione” relativa alle elezioni anticipate del 17 dicembre scorso e agli sviluppi post-elettorali, facendo attenzione soprattutto alla “sistematicità dei brogli che hanno compromesso l’integrità” della tornata elettorale e alle interferenze del presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, a sostegno del suo Partito Progressista Serbo (Sns). Per questo motivo la missione Ue dovrebbe essere accompagnata da “un’indagine internazionale indipendente” sulle “irregolarità delle elezioni parlamentari, provinciali e comunali”, in particolare per l’Assemblea di Belgrado. Nel caso in cui le autorità serbe non attueranno le raccomandazioni elettorali “o se i risultati di questa indagine indicano che sono direttamente coinvolte nei brogli elettorali”, lo stesso esecutivo comunitario dovrebbe considerare una “sospensione dei finanziamenti dell’Ue sulla base di gravi violazioni dello Stato di diritto” e, implicitamente, un possibile stop ai negoziati di adesione: “Dovrebbero avanzare solo se il Paese compie progressi significativi nelle riforme legate all’Ue”.

Le tensioni in Serbia dopo le elezioni anticipate

Le proteste di piazza dell’opposizione serba a Belgrado (credits: Miodrag Sovilj / Afp)

Nonostante le grandi aspettative della vigilia da parte della coalizione ‘La Serbia contro la violenza’, il Partito Progressista Serbo si è imposto nuovamente alle elezioni anticipate con il 46,67 per cento dei voti, staccando di 23 punti percentuali proprio l’opposizione unita che si è piazzata al secondo posto. A fronte delle frodi e delle numerose azioni illecite alle urne, migliaia di persone sono scese in piazza rispondendo all’appello dei partiti e movimenti che avevano tradotto in istanze politiche (europeiste) le proteste di piazza contro il clima che ha portato alle sparatorie di maggio. Anche la missione di osservazione elettorale guidata dall’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) – a cui hanno partecipato anche alcuni membri del Parlamento Europeo – ha rilevato “l’uso improprio di risorse pubbliche, la mancanza di separazione tra le funzioni ufficiali e le attività di campagna elettorale, nonché intimidazioni e pressioni sugli elettori, compresi casi di acquisto di voti”. Dopo quasi un mese dalle elezioni anticipate continuano le proteste contro i brogli del partito al potere, in particolare a Belgrado.

Proprio nella capitale la situazione rimane ancora tesa e non è da escludere che si possano ripetere le elezioni amministrative la cui vittoria è stata rivendicata dal Partito Progressista Serbo: il partito guidato a Belgrado dal filo-russo Aleksandar Šapić ha conquistato 49 seggi (su 110), che però non sarebbero abbastanza per controllare l’Assemblea cittadina solo con il supporto del partito nazionalista di estrema destra russofila ‘Noi, voce del popolo’ di Branimir Nestorović. La coalizione ‘La Serbia contro la violenza’ ha denunciato che oltre 40 mila persone arrivate dalla Republika Srpska (l’entità a maggioranza serba della Bosnia ed Erzegovina) hanno votato a Belgrado senza essere formalmente registrate come residenti e ha chiesto l’annullamento del risultato delle urne, parlando esplicitamente di “furto elettorale”. La stessa denuncia è arrivata dall’eurodeputata e membro della delegazione parlamentare Viola von Cramon-Taubadel (Verdi/Ale): “Abbiamo assistito a casi di trasporto organizzato di elettori dalla Republika Srpska e di intimidazione dei votanti”.

Il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić (credits: Alex Halada / Afp)

A questo si aggiunge il caso che Bruxelles “sta seguendo da vicino” (parole della dalla portavoce della Commissione Ue responsabile per la politica di vicinato e l’allargamento, Ana Pisonero) sulle violenze subite dal leader del Partito Repubblicano di opposizione, Nikola Sandulović, prelevato dai servizi segreti serbi il 3 gennaio e duramente picchiato durante la detenzione per aver reso omaggio alla tomba di Adem Jashari, uno dei fondatori dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uçk). Membri dell’Agenzia serba per le informazioni sulla sicurezza (Bia) avrebbero sequestrato e torturato Sandulović, poi detenuto nella prigione centrale di Belgrado senza accesso a cure mediche indipendenti. Tra le persone responsabili per le violenze ci sarebbe anche Milan Radoičić, vice-capo di Lista Srpska (il principale partito che rappresenta la minoranza serba in Kosovo e controllato da vicino dal presidente Vučić) che tra l’altro ha già ammesso di aver organizzato l’attacco armato nel nord del Kosovo a fine settembre dello scorso anno. L’ex-capo dell’intelligence serba (dimessosi due mesi fa), Aleksandar Vulin, ha riferito di aver personalmente ordinato l’arresto di Sandulović, ma l’avvocato della difesa ha puntato il dito contro il presidente Vučić.


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