More stories

  • in

    Lite in pubblico tra Zelensky e Trump, salta l’accordo sulle terre rare

    Bruxelles – Volodymyr Zelensky non si fida delle previsioni di Donald Trump, secondo le quali cedendo agli Usa le terre rare ucraine si fermerebbe la guerra che la Russia conduce nel suo Paese. Il presidente statunitense (e il suo staff) si offendono, volano parole forti e l’accordo salta. Il tutto in diretta Tv dallo studio ovale della Casa Bianca, in un crescendo di toni che forse non si era ma visto (almeno in diretta televisiva).La situazione era tesa sin dall’inizio, con Trump che sfotte Zelensky già al suo arrivo per come è vestito (il presidente ucraino come al solito non ha un abito, che, ha spiegato mille volte, metterà quando l’invasione sarà finita) “oggi sei elegante”, gli ha detto. Poi la scena si sposta nello studio ovale, dove i toni si alzano rapidamente, in buona parte anche a causa dell’intervento del vice presidente JD Vance, che accusa Zelensky di non aver “mai detto grazie” agli Usa. Il confronto è anche sull’aiuto europeo, che Trump bolla come molto più basso di quello statunitense, mentre il presidente ucraino tentava di correggerlo sostenendo che quel che diceva Trump non era vero.In sostanza Trump ha sostenuto che una volta firmato l’accordo sulle terre rare, con gli operai inviati dagli Usa che “scavano, scavano, scavano” la Russia fermerebbe la guerra. Zelensky non ci crede, dice che dal 2024 “Vladimir Putin ha violato il suoi impegni ben 26 volte”, e che l’unico modo per fermarlo è rafforzare la difesa ucraina, in particolare l’aviazione, “ne abbiamo tanto bisogno”. Perché, ha insistito, “Putin è un killer ed un terrorista”.Poi di fronte ad un Trump che si erge ad arbitro “imparziale” tra Mosca e Kiev per raggiungere la pace il presidente ucraino ha ribadito che al tavolo delle trattative ci devono essere “l’Ucraina, la Russia e l’Unione europea, e anche gli Stati Uniti”, senza però avere alcuna conferma di questo.Trump attacca ancora, sostenendo che Zelensky è “irrispettoso” verso di lui e verso gli Usa, è che  “stai giocando con la vita di milioni di persone, stai rischiando la Terza guerra mondiale“, e che dunque sta “giocando male le sue carte”. “Non sono qui per giocare a carte”, ha replicato l’ucraino.Lo sconto è continuato per una ventina di minuti, al termine dei quali Zelensky ha lasciato la Casa Bianca senza che la riunione per la firma dell’accordo si tenesse, e senza una conferenza stampa finale. Secondo la rete televisiva Fox (molto vicina a Trump) lo stesso presidente Usa avrebbe invitato l’ucraino ad andar via.Subito dopo Trump ha diffuso un post su X nel quale afferma che: “Oggi abbiamo avuto un incontro molto significativo alla Casa Bianca. Sono state apprese molte cose che non si sarebbero mai potute capire senza una conversazione sotto un tale fuoco e una tale pressione. È sorprendente ciò che emerge attraverso le emozioni, e ho stabilito che il Presidente Zelenskyy non è pronto per la pace se l’America è coinvolta, perché ritiene che il nostro coinvolgimento gli dia un grande vantaggio nei negoziati. Non voglio vantaggi, voglio la PACE. Ha mancato di rispetto agli Stati Uniti d’America nel loro amato Studio Ovale. Potrà tornare quando sarà pronto per la pace”.A ruota la prima reazione europea dal premier polacco Donald Tusk, presidente di turno del Consiglio europeo: “Caro Volodymyr, caro amico ucraino, non sei solo”.Il capo delegazione del Pd al Parlamento europeo, Nicola Zingaretti, anche lui con un tweet afferma che: “Il Presidente degli Usa ha dimenticato di essere il presidente di una grande democrazia e si comporta da padrone offendendo chi è stato aggredito. Ora l’Europa si unisca ancora di più a difesa della libertà, della pace e della giustizia”.

  • in

    L’Atlantico più largo e l’embrione di una nuova Europa

    Con l’avvento di Giovani XXIII al soglio pontificio, Giovanni Spadolini titolò un suo celebre editoriale “Il Tevere più largo” a significare il prevedibile cambio di paradigma nel rapporto Stato – Chiesa dopo il lungo regno di Pio XII.Inconsapevolmente, Trump ha ripreso il concetto a suo conto, dichiarando che poiché “un vasto oceano” separa gli Stati Uniti dall’Europa il conflitto ucraino è di maggior rilevanza per gli europei che per gli americani, in linea con l’atteggiamento ostile che Trump ha mantenuto sin dall’inizio della sua seconda presidenza e in totale contrasto con lo spirito, se non la lettera, dell’Alleanza Atlantica.Ma tanto è. E così, dopo un’iniziale sbandamento, si stanno moltiplicando in questi giorni le iniziative per far fronte al ciclone Trump, non solo per la sua sostanziale adesione alle tesi russe sull’origine e le responsabilità della guerra in Ucraina e la sua durata, ma anche per il suo obiettivo ultimo, quello di favorire l’emergere di partiti e movimenti “sovranisti” che condividono le parole d’ordine della nuova e impetuosa dirigenza americana e che possano sostituire le attuali “elites” che hanno portato l’Europa alla sua “deriva politica e valoriale”.Tra i primi a muoversi, e provare almeno a sparigliare senza aspettare oltre, sono stati Macron e il premier britannico Starmer, che hanno messo sul tavolo la prospettiva di garantire l’invio di forze militari di “peacekeeping” a condizione che gli Usa continuino a garantire un backstop e che gli europei siano effettivamente coinvolti nelle trattative per una soluzione al conflitto, nonché Antonio Costa che ha pazientemente tessuto i fili per la convocazione di un Consiglio europeo straordinario giovedì 6 marzo, mentre va dato atto a Ursula von der Leyen di aver preso la buona decisione di sottolineare il sostegno UE all’Ucraina trasferendo nel terzo anniversario dell’invasione russa tutta la Commissione a Kiev per un “mini-vertice” con Zelensky in presenza di Pedro Sanchez e altri leader di paesi europei.Il tempo stringe: da qui l’idea, impensabile solo pochi mesi fa, di un fondo comune UE-Regno Unito per la spesa legata ad armamenti e sicurezza europea, definito dal ministro delle Finanze polacco Andrzej Domanski una “rearmament bank”, e di cui i paesi interessati dovrebbero discutere a margine della riunione dei ministri delle finanze del G20 questa settimana a Città del Capo, per preparare il terreno all’incontro dei leader europei a Londra in programma domenica 2 marzo.Al di là delle technicality, il solo fatto che si prenda in esame un simile progetto congiunto la dice lunga sulla volontà di reagire al brusco e repentino incalzare degli eventi. Starmer ha peraltro annunciato l’aumento della spesa militare al 2,5 per cento del PIL entro il 2027, con la possibilità di salire al 3 per cento già nel 2030.Quanto all’incontro dei leader europei di giovedì 6 marzo a Bruxelles, all’ordine del giorno Costa ha inserito la possibile nomina di un inviato speciale Ue per l’Ucraina, facendo propria la proposta avanzata nel corso della conferenza di Monaco sulla sicurezza dal presidente finlandese Alexandre Stubb e dal premier croato Andrej Plenkovic. Se, in questa fase così delicata e convulsa, si decidesse di affidare a una personalità – necessariamente di alto livello – il “cellulare” dell’Unione europea e dei suoi stati membri per parlare a una sola voce del futuro dell’Ucraina con le altre parti coinvolte, questo costituirebbe certamente un passaggio fondamentale, mostrando un’unità di intenti sinora piuttosto labile. Sarà interessante in proposito l’atteggiamento della Germania, nella situazione transeunte in cui si trova, e che naturalmente resta al centro della politica europea.E sarà interessante capire chi di sufficientemente autorevole potrà rivestire un tal ruolo, per le numerose implicazioni economico-finanziarie, oltre che militari e geo-politiche, che il dossier Ucraina comporta.

  • in

    La presidenza Trump al centro del dibattito all’Eurocamera. Borrell: “Dobbiamo essere pronti”

    Bruxelles – Dopo l’elezione di Trump negli Stati Uniti, in Unione Europea “dobbiamo essere pronti”. Questo l’avvertimento dell’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell, durante la plenaria del Parlamento europeo a Bruxelles.Il criptico messaggio arriva durante il dibattito riguardo le relazioni Ue-Usa. La vittoria di Trump, secondo Borrell, non è “casuale”, ma spiega un cambiamento sociale profondo nella società statunitense, che specularmente si trova anche nell’altra sponda dell’Atlantico. Le conseguenze di questa elezione si sentiranno nei prossimi anni, per l’Alto rappresentante.Borrell alla Plenaria di Bruxelles oggi (13 novembre). Credit: Multimedia CentreQualsiasi azione che Trump deciderà di intraprendere avrà un impatto sull’Ue, e “le parole chiave sono sicurezza, commercio, tecnologia”, aggiunge Borrell. Che siano i dazi sui prodotti europei o cinesi, le decisioni americane colpirano direttamente o indirettamente la competitività europea e l’equilibrio geopolitico in cui l’Ue si trova ad agire.Ucraina, Medio Oriente e il rapporto Cina e Taiwan sono le ‘patate bollenti’ del futuro. Per la prima, Borrell durante la sua visita a Kiev aveva chiaramente detto: “L’Ucraina sta lottando per ottenere l’indipendenza e per cercare uno spazio nel panorama geopolitico. E il posto per lei è stato deciso: è l’Unione Europea“. La promessa di entrare nell’Ue richiede una strategia che sia in grado di compensare un eventuale allontanamento statunitense, ripensando anche a come usare i fondi congelati russi.Borrell chiede di concentrarsi sulla “nostra sicurezza”, con delle azioni effettive (al contrario degli slogan conseguenti al Trump 1.0), relativamente, per esempio, ad aumentare la spesa militare. “L’Unione europea non è solo un’unione economica, ma anche politica”, nella quale rientra lo sviluppo della politica di sicurezza e difesa, ricorda l’Alto rappresentante, come con la Bussola strategica.Non di poco conto per l’Alto rappresentante è che l’Unione non è così compatta sulle reazioni a Trump. E il dibattito tra eurodeputati gli dà piena ragione.“Il risultato delle elezioni americani non ci ha detto nulla di nuovo”, esordisce l’eurodeputato Andrzej Halicki del Ppe, confermando le richieste dei cittadini sulla sicurezza, speculari anche in Ue. Il polacco prosegue ricordando l’importanza di una maggiore autonomia europea nell’ambito della difesa, che, come anche detto da Borrell, richiede maggiori investimenti. Halicki strizza l’occhio al progetto (nazionalista) “Scudo orientale” del suo Governo, che secondo lui andrebbe sostenuto e tenuto in considerazione per rafforzare le frontiere.Alla moderazione del Ppe, si affianca l’entusiasmo dei Patrioti per l’Europa. “L’Unione Europea deve trarre lezione e deve occuparsi delle nazioni che la compongono, commenta Jordan Bardella di PfE, comparando il nazionalismo trumpiano alla democratica Europa. Deve anche deve puntare sul non restare indietro economicamente, più di quanto già non lo sia, semplificando e aiutando le proprie industrie. Conclude con un avvertimento: “Svegliamoci oppure rischiamo di scomparire“.Non di diverso avviso, con meno contentezza, è la presidente del gruppo Renew, Valerie Hayer. Per l’Ue sarà importante difendere i propri interessi, uscire dall’attendismo e tutelarsi, soprattutto con un’Ucraina sempre più in bilico. “La posta in gioco è la nostra sicurezza“, aggiunge Hayer, su cui mancano investimenti e il mercato è troppo frammentato. Non solo, l’Ue deve pensare alla propria competitività e all’innovazione, come riguardo all’intelligenza artificiale su cui ancora arranca.Si mostra sicuro Nicola Procaccini di Ecr: “Il risultato delle elezioni americane non cambierà il rapporto tra Ue e Usa“. Fiducioso che le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico resteranno d’acciaio, anche se queste elezioni “hanno fatto scoppiare la bolla di Bruxelles“. Procaccini si riferisce alla sinistra europea (sulla cui frustrazione gongola un po’), che, secondo lui, non ha capito gli elettori e quello che veramente vogliono. Torna anche con Ecr il discorso sulla difesa e sulla necessità di rafforzarsi anche in seno alla Nato, ma, nel suo caso, con un sorriso sulla faccia.Decisamente poco sorridenti, al contrario, le parole dell’eurodeputato Yannis Maniatis di S&d. “L’Ue deve diventare strategicamente autonoma” dagli Usa, dal momento che il primo mandato ha dato una chiara impressione di come Trump si rapporta alle relazioni internazionali. No multilateralismo, poco diritto internazionale e la transizione verde che potrebbe andare in fumo, secondo Maniatis. Dall’Ue ora deve arrivare la spinta per essere indipendente ed autonoma davvero, visto che la posta in gioco è alta.“Gli Usa […] saranno governati da un antidemocratico professato“, dice Martin Schirdewan di La Sinistra. Critico nei confronti del duo Musk-Trump (a ragion veduta), riguardo a cui parla di un’oligarchia, soprattutto con i rischi derivanti dalle fake news che vengono diffuse. Batte anche lui sul punto della difesa e sui rischi per l’industria, che deve essere “pronta per il futuro”.Ad un’Unione europea più forte si appella Terry Reintke dei Verdi/Ale. Non si congratula con chi “farà danni nel mondo e all’Ue”, di cui l’estrema destra non sembra rendersi conto. Reintke chiede investimenti per “l’indipendenza europea dagli autocrati“, che siano Trump o Putin, con molta concentrazione sugli obiettivi globali europei, come quelli sul cambiamento climatico.Riassume bene il puzzle europeo Borrell nelle sue parole: “Questa situazione non è la fine del mondo ma è sicuramente l’inizio di un mondo diverso“. La domanda, di cui la risposta potrebbe scottare, è se l’Unione Europea sarà davvero capace di farne parte.

  • in

    Il Trump 2.0 scuote l’Ue. Entusiasmo dalle destre, per i progressisti è un “giorno buio”

    Bruxelles – Il vento di cambiamento con le elezioni americane è arrivato in Unione Europea ed è diventato bufera. Il secondo mandato Trump e la vittoria così netta sull’avversaria democratica Kamala Harris fanno discutere a Bruxelles, con reazioni agli antipodi dai vari gruppi politici e dai capi di stato e di governo dell’Ue.Scontata la gioia di Viktor Orban, che accoglie con grande calore la vittoria di un altro grande ‘uomo forte‘ oltreoceano. Su X, il primo ministro ungherese parla della “più grande rimonta nella storia politica degli Stati Uniti” e di una “vittoria necessaria per il mondo”.“Italia e Stati Uniti sono Nazioni ‘sorelle’, legate da un’alleanza incrollabile, valori comuni e una storica amicizia” commenta la Presidente del Consiglio dei ministri italiana, Giorgia Meloni, congratulandosi con Trump. Non solo ‘sorellanza’ ma anche legame strategico, che Meloni si augura “rafforzeremo ancora di più“.L’asse franco-tedesco si fa trovare compatto sul fronte del consolidamento delle relazioni. Così il Presidente francese Emmanuel Macron su X:Ho appena parlato con il cancelliere @OlafScholz.Lavoreremo per un’Europa più unita, più forte e più sovrana in questo nuovo contesto. Cooperando con gli Stati Uniti d’America e difendendo i nostri interessi e i nostri valori.@EmmanuelMacron – 9:15 AM · 6 nov 2024Se i leader cercano tutti di accaparrarsi la fetta più grande di relazioni privilegiate con Washington, l’Europarlamento si spacca in due. Da una parte, le destre europee che esultano e dall’altra parte la preoccupazione per il futuro dell’Occidente intero e la tenuta dell’Ue dai progressisti e dagli europeisti.Molto compiaciuti sono i Patrioti per l’Europa. L’elezione di Trump “contro tutto e contro tutti” riceve i complimenti di Paolo Borchia, capo delegazione della Lega al Parlamento europeo. Borchia aggiunge in una nota un monito all’Ue: “Ora serve che le istituzioni europee abbandonino l’atteggiamento ostile e i pregiudizi, per dialogare con Washington per trovare soluzioni alle sfide che accomunano l’Occidente”, riguardo a cui Lega e Patrioti sono aperti alla collaborazione con Trump.Dai ‘fratelli europei’ di Ecr, strettamente legati al “Grand Old Party”, arrivano i complimenti per l’”impressionante vittoria“, come la definisce il copresidente di Ecr Joachim Brudziński. Il conservatore ribadisce l’impegno del partito per “collaborare a un’agenda condivisa che promuova la stabilità, la sicurezza e la prosperità su entrambe le sponde dell’Atlantico“. L’altro copresidente del gruppo, Nicola Procaccini, aggiunge: “Questo nuovo capitolo offre un’opportunità unica per rafforzare i nostri ponti politici, portare avanti obiettivi condivisi e promuovere un futuro di prosperità“.Più cauto, anche rispetto alla leader Ursula von der Leyen, il capogruppo del Partito popolare europeo all’Eurocamera, Manfred Weber. Nell’inoltrare le proprie congratulazioni al tycoon, Weber sottolinea che “l‘Europa deve difendere i propri interessi con fermezza e forza, mantenendo al contempo una stretta cooperazione transatlantica”.‘Questo è un giorno buio’. Così iniziano i commenti social della presidente del gruppo S&d Iratxe García Pérez e della co-presidente dei Verdi/Ale Terry Reintke, che incarnando l’altra faccia della medaglia delle reazioni.“Conosciamo il progetto di Trump: autoritarismo, xenofobia e mancanza di opportunità“, scrive su X García Pérez. “Le forze democratiche e progressiste nell’Ue e negli Usa devono essere unite nella lotta per un futuro più giusto, sostenibile ed inclusivo”, aggiunge la leader dei social-democratici.Tra le preoccupazioni di Reintke non rientra solo difesa della democrazia, ma anche degli impegni europei in atto. “Come europei dobbiamo unirci per difendere la democrazia: Stato di diritto, diritti fondamentali, diritti sociali. Diritti delle donne. Solidarietà con l’Ucraina“, ricorda la copresidente dei Verdi.Dal gruppo S&d arriva anche la voce del capodelegazione Partito democratico Nicola Zingaretti. La vittoria di Trump, basata sulla rabbia e sull’indicazione di nemici, per Zingaretti pone una sfida all’Ue, che si deve impegnare a “lottare per un’Europa più forte, più vicina alle persone, che costruisca giustizia e susciti nuova speranza“.Dei rischi relativi all’Ucraina parla da S&d l’europarlamentare Elio Di Rupo: “Non possiamo escludere un disimpegno nei confronti dell’Ucraina. Tutti conosciamo Trump. Gli Stati Uniti sono al riparo, le conseguenze dell’Ucraina sono per noi europei, e Trump ha più margine di manovra.”Altro monito dal gruppo dei Verdi: “Con autocrati come Putin in Russia e Trump negli Stati Uniti al potere, l’Ue dovrà stare in piedi da sola in termini di sostegno all’Ucraina, all’azione per il clima e alla lotta per la democrazia“.L’incertezza che si prospetta dovrebbe spingere l’Ue ad allontanarsi dal ruolo di longa manus degli Usa, come osserva l’eurodeputato Sandro Gozi di Renew. Dice Gozi: “L’Europa deve avere il coraggio di prendere in mano il proprio destino, costruendo una vera potenza europea e una democrazia più forte“. Voce preoccupata anche quella della presidente del gruppo Valerie Hayer che dichiara: “E’ uno shock ma anche una realtà con cui dover fare i conti. Sappiamo che Trump non è né affidabile né prevedibile. Dobbiamo accelerare su difesa, competitività e innovazione“.Stoccata dal Movimento5Stelle Europa ai “finti progressisti liberisti e globalistici, che hanno ammainato la bandiera della pace per sposare ogni spinta guerrafondaia“. Nella nota dei 5Stelle si chiede una “riflessione nelle forze politiche europee”, che si devono avvicinare realmente alle persone “per togliere alle destre il consenso del voto popolare”. Non resistono a punzecchiare la destra italiana ed europea: “Quando Trump imporrà dazi sui prodotti Made in Italy vogliamo vedere i vari Meloni e Salvini esultare”.La prospettiva che nasce dai prossimi quattro anni di Trump 2.0 trova un’Unione Europea affaticata e debole sul piano internazionale, che non ha una voce univoca su nessuna questione e dovrà affrontare la lontananza (non solo geografica) statunitense. Dovrà essere ponderata la scelta degli impegni su cui l’Ue si vuole concentrare, con l’ombrello statunitense che potrebbe chiudersi più rapidamente del previsto e troppe priorità da gestire solo con le proprie finanze.

  • in

    Elezioni in Usa: la presidenza Harris è la più auspicabile per l’Europa, ma senza l’illusione che l’”ombrello statunitense” sia ancora aperto

    Bruxelles – Le elezioni statunitensi sono alle porte e la decisione di Joe Biden di ritirarsi a favore di Kamala Harris ha aperto nuovamente la partita con Trump su chi sarà il 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Per l’Europa, la presidenza Harris “segnerebbe la continuità delle relazioni transatlantiche“, ma è chiaro che non ci sarà, con nessuno dei due candidati, un ritorno alla politica pre-Trump.Questo il contenuto chiave dello studio di Ian Bond e Luigi Scazzieri per il Center for European Reform, che spiega quale sarebbe l’impatto della vittoria delle elezioni presidenziali statunitensi il 5 novembre della candidata democratica Kamala Harris.La vicepresidente Usa è un’avversaria temibile per il repubblicano Donald Trump, la cui vittoria contro Biden era stata quasi per scontata. Per l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, “ci sarà sicuramente una gran differenza” in base a chi sarà il prossimo presidente Usa, e Harris attualmente sembra essere la migliore tra le due opzioni per l’Europa.Un’ipotetica vittoria di Donald Trump metterebbe in difficoltà le relazioni Usa-Ue e la sicurezza europea. L’approccio del repubblicano, soprattutto sull’Ucraina e sulla Nato, apre delle prospettive allarmanti per l’Europa.La sua contrarietà all’assistenza all’Ucraina, unita al supporto al presidente russo Vladimir Putin, preoccupano dall’altra parte dell’Atlantico, ma anche la posizione di Harris sul tema non è così netta.La candidata, per quanto fortemente critica nei confronti di Putin, riflette la grande differenza di percezione sull’Ucraina tra europei e Usa: per gli statunitensi non è una minaccia esistenziale l’eventuale vittoria russa. In sostanza, il sostegno dei democratici all’Ucraina è funzionale ad evitare un conflitto diretto con la Russia per la Nato, e quindi per gli Usa. Per altro, “anche se Harris fosse più incline ad essere più lungimirante di Biden”, se i repubblicani controllassero le camere al Congresso, lo spazio di manovra per ulteriore assistenza sarebbe comunque limitato.Il protezionismo trumpiano non piace (con proposte di tariffe del 60 per cento sulle importazioni dalla Cina e 10-20 dal resto del mondo), soprattutto la richiesta agli europei di allinearsi apertamente con l’approccio conflittuale con la Cina. Harris sembra più cauta e in linea con il suo predecessore, con tariffe mirate per competere con Pechino e sussidi ai produttori nazionali. Per l’Europa queste non sono buone notizie: i dazi americani sui prodotti cinesi in entrata obbligherebbero a proteggere il mercato europeo dalle esportazioni cinesi con altri dazi, i sussidi allontanerebbero gli investimenti dal vecchio continente. Stesso discorso sulla fornitura di tecnologia europea avanzata alla Cina, sul cui divieto nemmeno Harris ha intenzione di mollare la presa. I metodi saranno probabilmente meno bellicosi di Trump, ma per gli Usa il primato tecnologico, già vacillante, non può essere minato dalla Cina tramite informazioni acquisite dagli europei.Il più grande punto interrogativo per l’agenda di Harris riguarda il Medio Oriente. Mentre Trump ha una posizione lapalissiana, con sostegno incondizionato alla linea dura del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, quella di Harris ha dei contorni più sfumati.Fino ad oggi, l’obiettivo primario era quello di mantenere l’unità del partito democratico anche sul tema del conflitto a Gaza, considerando anche le critiche precedentemente ricevute da Biden sulle sue scelte politiche. La linea di Harris è moderata, non cambia il sostegno ad Israele ma si unisce la necessità di impegnarsi per alleviare le sofferenze dei palestinesi. Un impegno non di poco conto, che comporta fare pressioni su Israele e soprattutto sollevare le perplessità dei suoi stessi colleghi di partito.L’Europa, al contrario, sorride alla moderazione, dal momento che ci sarebbe un inedito avvicinamento per questi tempi tra la politica statunitense e quella europea. Nuovamente, i problemi europei non sono priorità statunitensi, per cui il rischio di espansione del conflitto in Libano non è una minaccia primaria per gli Usa e invece ha rischi fortemente impattanti sul vecchio continente, come la radicalizzazione violenta e movimenti di larga scala di rifugiati.Non di poco conto è la poca chiarezza della candidata democratica su come intenda gestire il problema del programma nucleare iraniano. Al contrario, Trump ha una posizione molto definita, avendo deciso per l’uscita  dall’accordo sul nucleare del 2015 durante la sua presidenza. L’espansione del programma nucleare iraniano è pericolosa vista la possibilità che avrebbe il paese mediorientale di produrre un ordigno nucleare in poco tempo, ma Harris non sembra avere le idee chiare (o almeno non aver comunicato nulla) su come cercherà il coinvolgimento dell’Iran sui negoziati riguardanti il programma. Ennesimo punto interrogativo sul Medio Oriente e sul futuro della politica americana.Harris e Trump propongono due visioni differenti della politica statunitense, con delle divergenze sostanziali, ma delle similitudini nella tutela degli interessi americani che in Europa dovrebbero far riflettere.L’elezione di Trump sarebbe deleteria per le relazioni transatlantiche, con qualche eccezione tra i leader europei, come il primo ministro ungherese Orban, che accoglierebbero un Trump-bis con entusiasmo. La vittoria di Harris permetterebbe agli europei di avere continuità con la presidenza Biden, tenendo conto però che gli Stati Uniti non hanno come priorità la questione ucraina e che l’America ha come priorità la protezione della propria produzione e sulla politica industriale.L’Europa con Harris vivrebbe solo un rallentamento al processo (forse irreversibile) di allontanamento dall”ombrello’ statunitense. Chiunque vinca il 5 novembre, sarà necessario per il vecchio continente pensare a come proseguire con gli Usa gradualmente più distanti e una concorrenza economica sempre più agguerrita nel panorama globale.Intanto oggi il Parlamento europeo ha eletto Brando Benifei (Pd/S&D) alla guida della Delegazione dell’Europarlamento per le relazioni con gli Stati Uniti. Secondo il parlamentare “in questo momento di incertezza geopolitica l’incarico comporta un impegno preciso: è fondamentale continuare a lavorare a una relazione transatlantica che sia basata sul rispetto reciproco e sulla cooperazione su temi fondamentali come la tecnologia, l’economia, la sicurezza internazionale e la transizione ambientale”. Secondo Benifei, “chiunque vincerà le elezioni presidenziali americane, questa relazione rimarrà fondamentale per trovare soluzioni adeguate a problemi comuni. L’Europa dovrà trovare una propria voce e maggiore coesione politica, necessari per essere un player globale come gli Usa”.

  • in

    “Multilateralismo e cooperazione”, l’UE indirizza il dibattito di Davos

    Bruxelles – Cooperazione e multilateralismo. La risposta a crisi e tensioni è lavoro di squadra, a livello internazionale. Il World Economic Forum di Davos, quest’anno tenuto quasi in sordina per via dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente che continuano con maggiore intensità e ricadute sul dibattito politico, ha visto un’Unione europea ricoprire il ruolo di ‘pacere’ e mediatore in un contesto globale quanto mai incerto.Complice anche un calendario amico, che ha visto un avvicendamento sul podio a fasi alternate, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha potuto trovarsi nella situazione di provare a dettare una linea seguita e inseguita da chi ha parlato dopo di lei. “Questo è il momento di promuovere la collaborazione globale più che mai“, l’appello e l’invito della presidente dell’esecutivo comunitario, che offre sponde: “L’Europa è in una posizione unica per promuovere questa solidarietà e cooperazione globale”.Un intervento che poteva rischiare di andare perso tra le tante sessioni di lavoro di un summit organizzato su più livelli e in più momenti, tutti diversi. Ma l’intervento di von der Leyen è rimasto sospeso solo qualche ora. Perché il giorno successivo è stata il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, a rilanciare l’agenda dell’UE, avvertendo di come “le divisioni geopolitiche stanno ostacolando una risposta globale a sfide come il cambiamento climatico e l’intelligenza artificiale”, e che per tutto questo serve un “multilateralismo riformato, inclusivo e interconnesso”.In linea di principio gli appelli a un mondo globale e globalizzato che tale resti è condiviso anche dagli Stati Uniti dell’amministrazione Biden, con il segretario di Stato americano, Antony Blinken, anch’egli a Davos il giorno successivo alla presenza di von der Leyen, che è stato chiaro sulla necessità di “partenariati e cooperazione globali” per risolvere le nostre sfide più grandi. E’ questa però la visione di un governo uscente, atteso alla prova elettorale di fine anno, che potrebbe ridisegnare agende ed equilibri. L’UE teme un ritorno di Donald Trump alla Casa bianca, per le conseguenze di un simile scenario. Si teme, con Trump, l’esatto contrario di quanto sottolineato e sostenuto, da più parti, a Davos: divisioni al posto di cooperazione.Alle proposte di mediazione e di inter-relazione dell’UE risponde, il quarto giorno di lavori, il vice primo ministro e ministro degli affari esteri dell’Etiopia, Demeke Mekonnen Hassen. C’è per l’Europa, e non solo per il Vecchio continente, tutto il mondo africano interessato all’agenda di cooperazione. A patto che non sia trattato in modo marginale o neo-coloniale. Al contrario, “l‘Africa deve svolgere un ruolo centrale in tutto il mondo per il multilateralismo e nell’arena internazionale sul commercio, sugli investimenti e su altre attività economiche”. Le dinamiche delle relazioni bi-laterali e regionali sarà compito della politica, ma è chiaro, ha voluto sottolineare il direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), Ngozi Okonjo-Iweala, che “senza un libero flusso commerciale, non credo che potremo riprenderci” a livello economico. Avanti dunque con il libero scambio e le relazioni internazionali. Anche perché, ha messo in chiaro il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, “dobbiamo evitare una corsa ai sussidi, non possiamo permettercelo”.L’Unione europea a Davos sembra toccato e centrato un punto fondamentale. Ha sicuramente dettato il dibattito organizzato su più giorni. Ora la vera sfida è fare di questa linea dettata a Davos l’agenda politica internazionale dei prossimi mesi.Per quanto riguarda l’UE, la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, non ha dubbi: l’Europa deve fare i propri compiti a casa. La responsabile dell’Eurotower è stata tra gli ultimi a intervenire, l’ultimo giorno del summit di Davos. Qui, parlando della prospettiva di un ritorno di Trump alla guida degli Stati Uniti, ha invitato a lavorare fin da ora. “La migliore difesa, se è così che vogliamo vederla, è l’attacco“. Quindi precisa. “Per attaccare bene bisogna essere forti in casa. Essere forti significa avere un mercato forte e profondo, avere un vero mercato unico“.Una delle risposte a un eventuale ritorno di Trump passa per l’integrazione a dodici stelle. Lindner lo ha detto chiaro e tondo. “Il nostro svantaggio competitivo rispetto agli Stati Uniti non sono i sussidi, ma la funzione del nostro mercato dei capitali privati“.