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    Gli alleati di Kiev cercano la quadra sulle garanzie di sicurezza. Doccia fredda da Mosca sul bilaterale Putin-Zelensky

    Bruxelles – Sono giorni frenetici per i partner occidentali dell’Ucraina, che stanno cercando di far accelerare la macchina diplomatica per raggiungere una soluzione negoziata della guerra con la Russia, nonostante le richieste del Cremlino rimangano irricevibili per Kiev. Nell’attesa di un faccia a faccia tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, gli alleati transatlantici stanno discutendo di quali garanzie di sicurezza fornire al Paese aggredito una volta cessate le ostilità.Dopo lo storico incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e una mezza dozzina di leader europei, incluso Volodymyr Zelensky, i responsabili politici e militari della Nato e della coalizione dei volenterosi si sono confrontati in una serie di riunioni per provare a definire la forma concreta che potrebbero prendere le famigerate garanzie di sicurezza promesse tante volte a Kiev in termini fumosi.Stando alle ricostruzioni circolate sulla stampa internazionale, nella giornata di ieri (21 agosto) i capi di Stato maggiore degli alleati transatlantici hanno presentato ai rispettivi consiglieri per la sicurezza nazionale diverse opzioni, di cui cominciano ad emergere alcuni dettagli parziali. L’unica cosa certa, a questo punto delle discussioni, è che i Paesi del Vecchio continente dovranno fare “la parte del leone“, come sottolineato ripetutamente dall’amministrazione a stelle e strisce.Il presidente statunitense Donald Trump (foto: Brendan Smialowski/Afp)Per quanto Trump abbia espresso disponibilità a partecipare alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina (un esito tutt’altro che scontato e dipinto dalle cancellerie del Vecchio continente come un grande successo), il tycoon ha messo in chiaro che Washington non manderà truppe, rimanendo ambiguo rispetto al tipo di supporto che gli Stati Uniti potranno fornire una volta cessate le ostilità sul campo.Ora, pare che gli europei stiano chiedendo allo zio Sam di continuare a condividere le preziose informazioni d’intelligence e, soprattutto, di garantire una qualche forma di copertura aerea. Che potrebbe declinarsi in vari modi: attraverso l’impiego diretto di piloti statunitensi, ad esempio, per facilitare eventuali operazioni di terra oppure per mettere in piedi una no-fly zone nei cieli ucraini, ma anche tramite la fornitura di ulteriori sistemi antiaerei a Kiev. Un’ulteriore ipotesi potrebbe comportare il comando Usa della missione terrestre europea.Nel solco delle discussioni che si protraggono da mesi, ad ogni modo, il nodo più delicato rimane l’invio di truppe in Ucraina. Secondo alcune stime, per proteggere un’eventuale tregua saranno necessarie svariate decine di migliaia di soldati (nell’ordine dei 30-40mila come minimo), che dovrebbero rimanere stazionati in Ucraina nel medio-lungo periodo ed essere pronti a intervenire tempestivamente in caso di necessità.Al momento attuale, tuttavia, solo la Francia sembra disposta a schierare un proprio contingente in Ucraina. Tra le altre potenze militari europee, l’Italia ha chiuso da tempo la porta a quest’opzione (a meno che non se ne parli all’interno di una cornice Onu), in Germania la discussione è accesissima (in ogni caso la Bundeswehr è tutt’altro che in buona salute), e persino il Regno Unito starebbe riconsiderando l’impiego di truppe, che pareva certo fino a poco tempo fa. La Polonia, tra i più fervidi alleati di Kiev, non intende sguarnire le sue frontiere orientali con la Bielorussia e l’exclave russa di Kaliningrad.Il presidente francese Emmanuel Macron (foto via Imagoeconomica)Di sicuro, tutti concordano nel considerare l’esercito ucraino la “prima linea” fondamentale per respingere una potenziale nuova aggressione. A questo obiettivo mirano in effetti gli aiuti militari e finanziari occidentali, e in tre anni e mezzo di guerra le forze armate di Kiev hanno aumentato sensibilmente la loro preparazione mentre l’industria bellica nazionale ha fatto progressi sostanziali, come dimostra il nuovo missile balistico Flamingo con gittata di 3mila chilometri.Ma è proprio sulla “forza di rassicurazione” internazionale che rischia di impantanarsi tutto, dal momento che il Cremlino si oppone nettamente alla presenza di truppe dell’Alleanza in Ucraina. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha dichiarato nei giorni scorsi che Mosca vuole essere consultata nella definizione delle garanzie di sicurezza per Kiev, e si è addirittura spinto a suggerire che tra i garanti della pace dovrebbero esserci i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, incluse la Cina e, appunto, la Russia.A proposito del Cremlino, in queste ore stanno circolando anche le precise richieste avanzate da Vladimir Putin durante il suo faccia a faccia con Trump ad Anchorage, in Alaska, lo scorso 15 agosto. Per porre fine alla propria aggressione, Mosca esige che Kiev ceda definitivamente la Crimea e l’intero Donbass alla Federazione (quest’ultimo, costituito dalle oblast’ di Donetsk e Luhansk, è occupato solo parzialmente dai russi), rinunci per sempre all’ingresso nella Nato, mantenga uno status di neutralità permanente e non ospiti sul proprio territorio truppe occidentali.Il presidente russo Vladimir Putin (foto via Imagoeconomica)Difficilmente la leadership ucraina potrà accettare tutti i desiderata di Putin, che pure ha ridimensionato le sue ambizioni rispetto all’anno scorso. All’epoca voleva anche le oblast’ di Kherson e Zaporizhzhia (anch’esse parzialmente occupate e, come Donetsk e Luhansk, annesse unilateralmente con un referendum farsa nel settembre 2022). Ora, lo zar sarebbe disposto a “congelare” il fronte in queste due regioni lungo l’odierna linea di contatto e a ritirare le proprie truppe da alcune aree nei dintorni di Kharkiv, Sumy e Dnipropetrovsk.Se è prevedibile che Kiev non aderisca all’Alleanza nell’immediato futuro (stante l’opposizione di svariati membri, a partire dagli Usa), Zelensky ha detto chiaro e tondo che qualunque cessione territoriale andrà discussa al massimo livello tra lui e Putin. Da giorni si parla di un possibile bilaterale tra i leader dei Paesi belligeranti, cui dovrebbe dar seguito un trilaterale con Trump, per raggiungere un accordo di pace complessivo. Finora, i tre round di colloqui tra Russia e Ucraina non hanno portato ad alcun progresso in tal senso.Del resto, lo stesso Lavrov nelle scorse ore ha raffreddato gli entusiasmi, avvertendo che per arrivare ad un simile risultato servirà una meticolosa preparazione e reiterando i dubbi sulla legittimità del presidente ucraino, il cui mandato è scaduto nel maggio 2024 (la legge marziale in vigore nel Paese impedisce tuttavia di tenere nuove elezioni). Mosca, insomma, non ha alcuna fretta e può permettersi di prendere in giro ancora un po’ il presidente statunitense e la sua megalomania, a partire dal disattendere l’ennesimo ultimatum di due settimane fissato dal tycoon.

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    Gaza, per l’Onu è “carestia interamente causata dall’uomo”

    Bruxelles – A Gaza è in atto una carestia “interamente causata dall’uomo”. Lo afferma un report  del  Comitato di revisione sulla carestia (Frc), agenzia dell’Onu, il quale afferma che “che nella provincia di Gaza è in atto una carestia (fase 5 della Classificazione integrata della sicurezza alimentare, Ipc, sviluppata dalla Fao anni fa). Inoltre, il Frc prevede che nelle prossime settimane la soglia della carestia (fase 5 dell’IPC) sarà superata nelle province di Deir al-Balah e Khan Younis”.Nelle 50 pagine del report si afferma che “poiché questa carestia è interamente causata dall’uomo, può essere fermata e invertita. Il tempo dei dibattiti e delle esitazioni è finito, la fame è presente e si sta rapidamente diffondendo”.Il documento ammonisce poi che “non ci dovrebbero essere dubbi nella mente di nessuno sulla necessità di una risposta immediata e su larga scala. Qualsiasi ulteriore ritardo, anche di pochi giorni, comporterà un aumento del tutto inaccettabile della mortalità legata alla carestia”. Dunque , se “non verrà attuato un cessate il fuoco per consentire agli aiuti umanitari di raggiungere tutti nella Striscia di Gaza e se non verranno ripristinati immediatamente i rifornimenti alimentari essenziali e i servizi sanitari, nutrizionali e idrici di base, i decessi evitabili aumenteranno in modo esponenziale”.Israele, mentre continua a bombardare, mentre annuncia il prossimo arrivo di un “inferno” di fuoco nella striscia nella quale impedisce l’arrivo di aiuti umanitari in maniera sistematica, nella più vergognosa delle ipocrisie tenta di accusare Hamas anche di questa situazione. Il Cogat l’agenzia militare israeliana che coordina gli aiuti, ha accusato Hamas di una “campagna di falsa fame” e ha affermato che l’Onu e altri stanno diffondendo affermazioni infondate sulla fame a Gaza.Intanto anche la Polonia si è unita ad altri 21 paesi nel condannare il nuovo piano illegale di Israele per la costruzione dell’insediamento E1 in Cisgiordania, definendolo una “flagrante violazione del diritto internazionale”.Il progetto di costruzione di 3.400 abitazioni è stato condannato a livello internazionale, anche dall’Italia, e taglierà fuori gran parte della Cisgiordania occupata da Gerusalemme Est, collegando migliaia di insediamenti israeliani illegali nella zona.

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    Nell’inerzia del mondo (e dell’Ue), Israele sta smantellando la Palestina

    Bruxelles – L’Europa e il mondo restano a guardare mentre Israele seppellisce definitivamente ogni prospettiva per la costruzione di uno Stato palestinese. E probabilmente, allo stesso tempo, anche la possibilità di una ricomposizione politica della decennale crisi mediorientale. Dopo aver approvato il controverso piano per la creazione dell’insediamento E1, che spezza la Cisgiordania in due, il gabinetto di Benjamin Netanyahu ha avviato stanotte un’offensiva terrestre su Gaza City.Approfittando della disattenzione dei partner occidentali, febbrilmente indaffarati a preparare il terreno per una potenziale soluzione negoziata della guerra in Ucraina, Tel Aviv sta premendo sull’acceleratore per distruggere completamente quel poco che resta della Palestina, conducendo in contemporanea due azioni diverse ma complementari tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania occupata.Dopo giorni di intensi bombardamenti, nella notte tra il 20 e il 21 agosto sono iniziate le operazioni di terra dell’esercito israeliano (Idf) per la conquista definitiva di Gaza City, la capitale dell’exclave costiera ormai rasa quasi completamente al suolo dalla violentissima campagna militare avviata nell’ottobre 2023 in risposta agli attacchi dei miliziani di Hamas. La situazione umanitaria nell’area è gravissima, come denunciano quotidianamente le Nazioni Unite, le ong e associazioni internazionali e locali e gli stessi alleati dello Stato ebraico, e il numero dei morti ha superato le 62mile unità.La distruzione a Gaza City (foto: Omar Al-Qattaa/Afp)Ma il primo ministro Benjamin Netanyahu (ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità) tira dritto e procede coi suoi piani di rioccupare permanentemente la Striscia, dalla quale Israele si era ritirato nel 2005. Per portarli a termine, il suo gabinetto ha richiamato 60mila riservisti da impiegare in prima linea nelle prossime settimane. Diverse ong israeliane parlano ormai apertamente delle operazioni a Gaza bollandole come genocidio del popolo palestinese, condotto sia con mezzi militari sia tramite la strumentalizzazione della fame.Diventa peraltro sempre più difficile per il mondo esterno sapere cosa accade nella Striscia, dato che le Idf continuano a massacrare indiscriminatamente i giornalisti (oltre 240 in 22 mesi, secondo i dati dell’Onu), sospettati di connivenza con Hamas. Mentre il gruppo palestinese e il governo di Tel Aviv si stanno scambiando accuse reciproche di sabotaggio dei negoziati per una tregua, i cittadini israeliani riempiono le piazze per chiedere la fine delle ostilità e il rilascio degli ostaggi (una cinquantina, di cui una ventina ancora in vita) in una serie di mobilitazioni tra le più grandi nella storia del Paese.Parallelamente, la situazione sta precipitando anche in Cisgiordania, dove il dominio della potenza occupante ha da tempo assunto i connotati di un vero e proprio sistema di apartheid (come denunciato, ancora una volta, dalle ong israeliane). Qui da molti mesi si assiste ad una recrudescenza delle violenze dei coloni (spalleggiati dall’Idf) che fa il paio con le continue demolizioni di abitazioni e infrastrutture palestinesi.Giusto ieri, il governo israeliano ha dato il via libera definitivo al controverso progetto di espansione degli insediamenti nella cosiddetta area E1 (acronimo di East 1), tramite cui verrà costruito un nuovo corridoio tra la Gerusalemme Est occupata e la colonia già esistente di Maale Adumim. Con questa mossa – nel cassetto di Tel Aviv già dagli anni Novanta, ma mai attuata per l’opposizione degli alleati occidentali, inclusi gli Usa – verrà de facto tagliata in due la Cisgiordania, uno dei nuclei di un ipotetico Stato di Palestina, interrompendo la continuità territoriale tra Ramallah a nord (sede dell’Autorità nazionale palestinese) e Betlemme a sud.Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich descrive il progetto E1 con l’ausilio di una mappa (foto: Menahem Kahana/Afp)“Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo delle trattative non con slogan, ma con azioni concrete“, ha proclamato trionfalmente il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno degli uomini di punta dell’estrema destra messianica dalla quale dipende la sopravvivenza del sesto governo Netanyahu. “Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa“, ha aggiunto.Lo stesso premier, visitando un insediamento della Cisgiordania fondato un quarto di secolo fa, ha rivendicato orgogliosamente la linea dell’esecutivo: “Venticinque anni fa ho detto che avremmo fatto di tutto per garantire il nostro controllo sulla Terra di Israele, per impedire la creazione di uno Stato palestinese, per impedire i tentativi di sradicarci da qui. Grazie a Dio, abbiamo mantenuto la promessa”.Queste azioni configurano violazioni eclatanti del diritto internazionale e, come confermato da dichiarazioni di simile tenore, stanno venendo perpetrate con l’esplicito intento di mettere una pietra tombale su ogni velleità di costruire uno Stato palestinese. Sempre Smotrich ha sottolineato che si tratta anche di una risposta all’intenzione di diversi Paesi occidentali di riconoscere la Palestina il mese prossimo e sancendo formalmente una realtà che era già sotto gli occhi di tutti da molti anni.Anche se le cancellerie mondiali faticano ad ammetterlo, la “soluzione a due Stati” è ormai diventata una formula priva di qualunque significato reale, dato che nessuno dei governi succedutisi a Tel Aviv negli ultimi trent’anni ha mai compiuto passi concreti per realizzare quanto pattuito col processo di Oslo ed avvicinare la formazione di uno Stato di Palestina autonomo e indipendente che vivesse “in pace e sicurezza” accanto a Israele.Demolizioni israeliane supervisionate dall’Idf a Judeira, nella Cisgiordania occupata (foto: Zain Jaafar/Afp)Da Bruxelles, tuttavia, giungono solo i soliti commenti retorici, ritriti e stucchevoli. I portavoce della Commissione continuano a rimandare i giornalisti ai post su X di Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, ripetendo che “la diplomazia è lo strumento principale“. Ma a questo punto, espressioni come “situazione umanitaria spaventosa” e “protezione della popolazione civile” suonano quasi grottesche se affiancate alle immagini che arrivano dal terreno, con buona pace delle pretese comunitarie di proiettare una qualche forma di soft power nell’arena internazionale.“L’Ue rifiuta qualsiasi tentativo di modifica territoriale e demografica nella Striscia di Gaza“, ha ribadito per l’ennesima volta Anitta Hipper, portavoce dell’Alta rappresentante, evidenziando al contempo che il piano sull’E1 “mina la soluzione a due Stati e viola il diritto internazionale”. Peccato che all’orizzonte, in termini di azioni concrete ci sia poco o nulla. Le proposte di sanzioni contro Tel Aviv continuano a cadere nel vuoto, e i Ventisette non sono nemmeno in grado di mettersi d’accordo su una sospensione parziale dei fondi Horizon+ destinati a Israele nel bilancio 2028-2034.

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    Nell’inerzia del mondo (e dell’Ue), Israele sta smantellando la Palestina

    Bruxelles – L’Europa e il mondo restano a guardare mentre Israele seppellisce definitivamente ogni prospettiva per la costruzione di uno Stato palestinese. E probabilmente, allo stesso tempo, anche la possibilità di una ricomposizione politica della decennale crisi mediorientale. Dopo aver approvato il controverso piano per la creazione dell’insediamento E1, che spezza la Cisgiordania in due, il gabinetto di Benjamin Netanyahu ha avviato stanotte un’offensiva terrestre su Gaza City.Approfittando della disattenzione dei partner occidentali, febbrilmente indaffarati a preparare il terreno per una potenziale soluzione negoziata della guerra in Ucraina, Tel Aviv sta premendo sull’acceleratore per distruggere completamente quel poco che resta della Palestina, conducendo in contemporanea due azioni diverse ma complementari tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania occupata.Dopo giorni di intensi bombardamenti, nella notte tra il 20 e il 21 agosto sono iniziate le operazioni di terra dell’esercito israeliano (Idf) per la conquista definitiva di Gaza City, la capitale dell’exclave costiera ormai rasa quasi completamente al suolo dalla violentissima campagna militare avviata nell’ottobre 2023 in risposta agli attacchi dei miliziani di Hamas. La situazione umanitaria nell’area è gravissima, come denunciano quotidianamente le Nazioni Unite, le ong e associazioni internazionali e locali e gli stessi alleati dello Stato ebraico, e il numero dei morti ha superato le 62mile unità.La distruzione a Gaza City (foto: Omar Al-Qattaa/Afp)Ma il primo ministro Benjamin Netanyahu (ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità) tira dritto e procede coi suoi piani di rioccupare permanentemente la Striscia, dalla quale Israele si era ritirato nel 2005. Per portarli a termine, il suo gabinetto ha richiamato 60mila riservisti da impiegare in prima linea nelle prossime settimane. Diverse ong israeliane parlano ormai apertamente delle operazioni a Gaza bollandole come genocidio del popolo palestinese, condotto sia con mezzi militari sia tramite la strumentalizzazione della fame.Diventa peraltro sempre più difficile per il mondo esterno sapere cosa accade nella Striscia, dato che le Idf continuano a massacrare indiscriminatamente i giornalisti (oltre 240 in 22 mesi, secondo i dati dell’Onu), sospettati di connivenza con Hamas. Mentre il gruppo palestinese e il governo di Tel Aviv si stanno scambiando accuse reciproche di sabotaggio dei negoziati per una tregua, i cittadini israeliani riempiono le piazze per chiedere la fine delle ostilità e il rilascio degli ostaggi (una cinquantina, di cui una ventina ancora in vita) in una serie di mobilitazioni tra le più grandi nella storia del Paese.Parallelamente, la situazione sta precipitando anche in Cisgiordania, dove il dominio della potenza occupante ha da tempo assunto i connotati di un vero e proprio sistema di apartheid (come denunciato, ancora una volta, dalle ong israeliane). Qui da molti mesi si assiste ad una recrudescenza delle violenze dei coloni (spalleggiati dall’Idf) che fa il paio con le continue demolizioni di abitazioni e infrastrutture palestinesi.Giusto ieri, il governo israeliano ha dato il via libera definitivo al controverso progetto di espansione degli insediamenti nella cosiddetta area E1 (acronimo di East 1), tramite cui verrà costruito un nuovo corridoio tra la Gerusalemme Est occupata e la colonia già esistente di Maale Adumim. Con questa mossa – nel cassetto di Tel Aviv già dagli anni Novanta, ma mai attuata per l’opposizione degli alleati occidentali, inclusi gli Usa – verrà de facto tagliata in due la Cisgiordania, uno dei nuclei di un ipotetico Stato di Palestina, interrompendo la continuità territoriale tra Ramallah a nord (sede dell’Autorità nazionale palestinese) e Betlemme a sud.Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich descrive il progetto E1 con l’ausilio di una mappa (foto: Menahem Kahana/Afp)“Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo delle trattative non con slogan, ma con azioni concrete“, ha proclamato trionfalmente il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno degli uomini di punta dell’estrema destra messianica dalla quale dipende la sopravvivenza del sesto governo Netanyahu. “Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa“, ha aggiunto.Lo stesso premier, visitando un insediamento della Cisgiordania fondato un quarto di secolo fa, ha rivendicato orgogliosamente la linea dell’esecutivo: “Venticinque anni fa ho detto che avremmo fatto di tutto per garantire il nostro controllo sulla Terra di Israele, per impedire la creazione di uno Stato palestinese, per impedire i tentativi di sradicarci da qui. Grazie a Dio, abbiamo mantenuto la promessa”.Queste azioni configurano violazioni eclatanti del diritto internazionale e, come confermato da dichiarazioni di simile tenore, stanno venendo perpetrate con l’esplicito intento di mettere una pietra tombale su ogni velleità di costruire uno Stato palestinese. Sempre Smotrich ha sottolineato che si tratta anche di una risposta all’intenzione di diversi Paesi occidentali di riconoscere la Palestina il mese prossimo e sancendo formalmente una realtà che era già sotto gli occhi di tutti da molti anni.Anche se le cancellerie mondiali faticano ad ammetterlo, la “soluzione a due Stati” è ormai diventata una formula priva di qualunque significato reale, dato che nessuno dei governi succedutisi a Tel Aviv negli ultimi trent’anni ha mai compiuto passi concreti per realizzare quanto pattuito col processo di Oslo ed avvicinare la formazione di uno Stato di Palestina autonomo e indipendente che vivesse “in pace e sicurezza” accanto a Israele.Demolizioni israeliane supervisionate dall’Idf a Judeira, nella Cisgiordania occupata (foto: Zain Jaafar/Afp)Da Bruxelles, tuttavia, giungono solo i soliti commenti retorici, ritriti e stucchevoli. I portavoce della Commissione continuano a rimandare i giornalisti ai post su X di Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, ripetendo che “la diplomazia è lo strumento principale“. Ma a questo punto, espressioni come “situazione umanitaria spaventosa” e “protezione della popolazione civile” suonano quasi grottesche se affiancate alle immagini che arrivano dal terreno, con buona pace delle pretese comunitarie di proiettare una qualche forma di soft power nell’arena internazionale.“L’Ue rifiuta qualsiasi tentativo di modifica territoriale e demografica nella Striscia di Gaza“, ha ribadito per l’ennesima volta Anitta Hipper, portavoce dell’Alta rappresentante, evidenziando al contempo che il piano sull’E1 “mina la soluzione a due Stati e viola il diritto internazionale”. Peccato che all’orizzonte, in termini di azioni concrete ci sia poco o nulla. Le proposte di sanzioni contro Tel Aviv continuano a cadere nel vuoto, e i Ventisette non sono nemmeno in grado di mettersi d’accordo su una sospensione parziale dei fondi Horizon+ destinati a Israele nel bilancio 2028-2034.

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    Il Canada approfondisce la cooperazione strategica con Finlandia e Svezia in chiave anti-russa (e anti-Trump)

    Bruxelles – Il Canada guarda con sempre più interesse agli Stati nordici del Vecchio continente, coi quali intende approfondire la cooperazione militare in funzione anti-russa e, al contempo, per ridurre l’impatto dei dazi a stelle e strisce. Questa settimana, due membri dell’esecutivo di Ottawa si sono recati in visita in Svezia e Finlandia, per sondare il terreno circa possibili partnership con le industrie belliche di Stoccolma e Helsinki.Alla fine il combinato disposto di due guerre – quella dei dazi scatenata da Donald Trump e quella sanguinosa di Vladimir Putin in Ucraina – ha spinto il Canada a rivedere la sua postura strategica nel suo giardino di casa, il Circolo polare artico. Con le calotte irrimediabilmente avviate verso lo scioglimento come conseguenza del cambiamento climatico, il governo di Ottawa non vuole correre rischi.Il primo ministro liberale Mark Carney, eletto lo scorso aprile proprio sulla scia delle sparate del tycoon statunitense (su tutte, l’ipotesi di annessione del vicino nordico come 51esimo Stato federato), sta stravolgendo la linea politica canadese, tradizionalmente ricalcata su quella di Washington.Il presidente statunitense Donald Trump (foto: Brendan Smialowski/Afp)Ora, complice anche l’escalation doganale voluta dalla Casa Bianca, il Paese artico si sta rapidamente avvicinando all’Ue, come testimoniato dalla stipula di un nuovo accordo di cooperazione strategica con Bruxelles (porta di accesso di Ottawa al fondo Safe messo in piedi dalla Commissione Ue per gli appalti bellici congiunti), che va a puntellare la partnership economica del Ceta, già in piedi dal 2017.Proseguendo su questa strada, questa settimana il premier canadese ha inviato in Europa due ministre in altrettanti Stati membri dell’Unione. In Finlandia si è recata la titolare degli Esteri Anita Anand, mentre Mélanie Joly, responsabile per l’Industria, ha visitato la vicina Svezia. Si tratta di un cambio di paradigma per il Paese nordamericano, reso necessario dall’invasione russa dell’Ucraina (evento che, peraltro, ha convinto entrambe le nazioni scandinave ad entrare nell’Alleanza nordatlantica).“Lo sguardo della Nato deve spostarsi anche verso ovest e verso nord a causa del mutato panorama geopolitico, soprattutto dopo il 24 febbraio 2022″, ha osservato Anand da Helsinki, dove ha avuto un bilaterale col presidente Alexander Stubb, appena rientrato dal super-summit alla Casa Bianca di lunedì (18 agosto), per suggellare il nuovo partenariato strategico sulla politica estera e di sicurezza siglato tra i due Paesi.Canada and Finland are close NATO allies and partners in the Arctic. Today with Minister @elinavaltonen, our nations’ strengthened cooperation on NATO collaboration, Arctic and North Atlantic security, countering hybrid threats, and reiterated our support with Ukraine.… pic.twitter.com/EXtaUlxnOo— Anita Anand (@AnitaAnandMP) August 19, 2025Anand ha segnalato “un aumento dell’attività” di Mosca nei dintorni del cosiddetto Passaggio a nord-ovest – la rotta navale che collega l’Atlantico al Pacifico attraverso l’arcipelago artico canadese – e notando che “le infrastrutture russe si stanno spostando sempre più a nord, oltre il Circolo polare artico”. “La nostra priorità in termini di politica estera canadese nell’Artico è garantire che non venga tralasciato nulla per proteggere e difendere la sovranità del Canada“, ha aggiunto.Tradotto, significa ingenti investimenti nelle infrastrutture di sicurezza, anche attraverso nuove sinergie tra settori pubblico e privato. Così, mentre valuta una ulteriore commessa di 72 caccia F-35 (prossimamente dovrebbero esserne consegnati 16 per un valore di quasi 12 miliardi di euro), fiore all’occhiello della statunitense Lockheed Martin, parallelamente Ottawa si muove per approfondire la collaborazione nel campo militare con le industrie scandinave.Osservato speciale, come potenziale sostituto degli F-35, il caccia Gripen, prodotto dalla svedese Saab. Negli ultimi giorni è stato inoltre stipulato un partenariato tra la canadese Roshel e la svedese Swebor per la produzione di acciaio balistico per veicoli militari, che si aggiunge alla joint-venture finno-canadese per la costruzione di una nuova flotta rompighiaccio destinata alla guardia costiera del Paese degli aceri. Nel mirino anche i giacimenti di minerali critici di cui è ricca la regione, un enorme potenziale sia economico sia strategico.

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    Non si placa lo scontro tra Ungheria e Ucraina sul petrolio russo

    Bruxelles – Mentre l’Europa cerca di tradurre in risultati concreti il super-summit alla Casa Bianca, l’Ungheria procede nella sua rotta di collisione con l’Ucraina. Non solo ostruendo il cammino di Kiev verso l’adesione al club a dodici stelle (sul quale lo stesso Donald Trump ha chiesto spiegazioni a Viktor Orbán), ma anche minacciando il Paese aggredito di sospendere le forniture di elettricità, come ritorsione per il bombardamento dell’oleodotto Druzhba – da cui Budapest importa il petrolio russo – ad opera degli ucraini.Non sembra destinata a finire tanto presto la pantomima tra Ungheria e Ucraina sulle forniture energetiche. L’ultimo scambio al vetriolo l’ha cominciato il ministro magiaro degli Esteri, Péter Szijjártó, scagliatosi contro il governo di Kiev per aver colpito, nelle operazioni militari contro la Russia, un paio di stazioni di pompaggio lungo l’oleodotto Druzhba, il serpente di metallo lungo 4mila chilometri che irrora l’Europa centro-orientale col petrolio di Mosca passando per Bielorussia e Ucraina.L’oleodotto Druzhba e la rete di distribuzione del petrolio (foto: Wikimedia Commons)Dal cosiddetto “oleodotto dell’amicizia” si è recentemente staccata la Cechia, ma ora Ungheria e Serbia vogliono prolungarlo per farlo arrivare nel Paese balcanico, contro i piani di Bruxelles sul phase-out dei combustibili fossili russi. Anche la Slovacchia (che ha a lungo strumentalizzato la questione della propria sicurezza energetica puntando i piedi sulle sanzioni contro il Cremlino) ha visto interrompersi l’afflusso di petrolio come conseguenza degli attacchi ucraini.“L’Ucraina ha nuovamente attaccato l’oleodotto che porta in Ungheria, interrompendo le forniture. Questo ultimo attacco alla nostra sicurezza energetica è scandaloso e inaccettabile!”, ha lamentato in un post su X il capo della diplomazia di Budapest, accusando Kiev e Bruxelles di voler “trascinare l’Ungheria in guerra“.“Questa non è la nostra guerra“, ha ribadito Szijjártó, condendo il tutto con una minaccia tutt’altro che velata: “Un promemoria per i decisori ucraini: l’elettricità proveniente dall’Ungheria svolge un ruolo fondamentale nell’alimentare il vostro Paese…”, ha aggiunto. Stando ai dati del governo ungherese, nel 2024 Kiev ha importato da Budapest circa 2,14 terawattora di elettricità, pari a circa il 40 per cento del fabbisogno totale ucraino.Peter, it is Russia, not Ukraine, who began this war and refuses to end it. Hungary has been told for years that Moscow is an unreliable partner. Despite this, Hungary has made every effort to maintain its reliance on Russia. Even after the full-scale war began. You can now send… https://t.co/yvMq8slTG0— Andrii Sybiha (@andrii_sybiha) August 18, 2025Accuse rispedite al mittente dall’omologo ucraino Andrij Sybiha: “Da anni si ripete all’Ungheria che Mosca è un partner inaffidabile”, ha risposto il titolare degli Esteri, eppure “l’Ungheria ha fatto di tutto per mantenere la sua dipendenza dalla Russia“. “Ora puoi inviare le tue lamentele – e le tue minacce – ai tuoi amici a Mosca“, ha concluso.Del resto, l’Ungheria è in cima alle cronache politiche di questi giorni anche per altri due episodi, entrambi legati a Donald Trump e al processo di pace che il tycoon sta cercando di avviare per concludere la guerra d’Ucraina. Durante l’incontro fiume svoltosi lunedì (18 agosto) alla Casa Bianca, il presidente statunitense ha alzato la cornetta per sentire Viktor Orbán, tra i suoi più fedeli sostenitori nel Vecchio continente, non prima di aver chiamato Vladimir Putin.Nello scambio con l’autoritario premier ungherese, su presunta pressione dei leader Ue presenti Trump avrebbe chiesto conto del sistematico ostruzionismo praticato da Orbán sul dossier dell’ingresso di Kiev nell’Unione. Il primo ministro magiaro giustifica la propria opposizione sulla base della sicurezza continentale, rovesciando la narrazione prevalente a Bruxelles. Se per il resto dei Ventisette integrare Kiev in Ue significa aumentare la sicurezza di tutti, per lui “l’adesione dell’Ucraina all’Ue non fornisce alcuna garanzia di sicurezza“: né per gli ucraini né per gli europei che, sostiene, si porterebbero la guerra in casa.Il presidente statunitense Donald Trump (foto via Imagoeconomica)In quella stessa telefonata, Orbán avrebbe proposto a Trump di ospitare a Budapest un vertice trilaterale con Putin e Volodymyr Zelensky, fortemente caldeggiato dal presidente Usa. Tuttavia, il simbolismo per l’Ucraina sarebbe infausto. Proprio lì, nel 1994, Kiev e Mosca siglarono il memorandum con cui l’ex repubblica sovietica consegnò alla Russia le proprie testate nucleari in cambio della promessa che la Federazione avrebbe rispettato la sua integrità territoriale. Vent’anni dopo – senza che Londra e Washington fornissero le garanzie di sicurezza previste dal trattato – il Cremlino annesse la Crimea e sostenne l’insurrezione dei separatisti filorussi in Donbass.Ovunque si terrà, comunque, l’incontro Trump-Putin-Zelensky dovrebbe dare seguito ad un faccia a faccia tra i leader dei due Paesi belligeranti, al quale stanno lavorando le diplomazie di mezzo mondo. Uno dei luoghi papabili per il bilaterale potrebbe essere Ginevra, in Svizzera, come suggerito da Francia e Italia. Il governo elvetico ha già annunciato che fornirebbe allo zar l’immunità dal mandato di cattura spiccato nel marzo 2023 dalla Corte penale internazionale, se decidesse di recarsi nello Stato alpino per i colloqui di pace.

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    Cisgiordania, l’Ue è “sconvolta” dalle azioni illegali dei coloni israeliani. Ma è incapace di agire

    Bruxelles – Nel mirino di Tel Aviv non c’è solo la Striscia di Gaza. Le violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania – che insieme all’exclave costiera dovrebbe costituire il futuro Stato di Palestina – continuano a moltiplicarsi, estendendosi persino agli stessi militari con la stella di David e, nelle ultime settimane, addirittura alle strutture finanziate coi fondi europei. Ma dall’Ue giungono solo condanne retoriche e stucchevoli a cui non fa seguito alcun provvedimento concreto.Ci sono volute due settimane perché da Bruxelles trapelasse uno striminzito commento di condanna nei confronti dello Stato ebraico per la demolizione di una scuola ancora in costruzione, finanziata coi fondi comunitari e dell’Agenzia francese per lo sviluppo (Afd) nel villaggio di Al-Aqaba, nella Cisgiordania settentrionale.La dichiarazione comparsa oggi (19 agosto) sul sito del Servizio europeo di azione esterna (Seae), la Farnesina dell’Unione guidata dall’Alta rappresentante Kaja Kallas, non è nemmeno firmato ma semplicemente attribuito al servizio dei portavoce. “L’Ue è sconcertata dalla demolizione“, si legge nel comunicato di quattro righe, dove viene ricordato che “l’istruzione è un diritto fondamentale” dei palestinesi.Anche Parigi “condanna fermamente” la distruzione della scuola, e chiede alle autorità di Tel Aviv di “rendere conto” delle proprie azioni. “Il proseguimento della politica di insediamento (di Israele nei territori palestinesi di Cisgiordania, ndr) costituisce una grave violazione del diritto internazionale e minaccia la prospettiva della soluzione dei due Stati“, si legge sul sito del ministero transalpino degli Affari esteri.L’Alta rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas (foto: Consiglio europeo)La struttura, la cui demolizione è iniziata in realtà lo scorso 5 agosto col supporto determinante delle forze armate israeliane (Idf), avrebbe dovuto ospitare un centinaio di bambini delle comunità locali. Bruxelles “si aspetta che i suoi investimenti a sostegno del popolo palestinese siano protetti da danni e distruzioni da parte di Israele, in conformità col diritto internazionale”, conclude la nota del Seae.Non una parola di più contro le azioni criminali condotte dai coloni in Cisgiordania, difesi e spesso spalleggiati dall’Idf quando perpetrano ogni tipo di soprusi ai danni dei palestinesi della regione: dalle intimidazioni ai furti, passando per l’assalto a case e strutture di vario genere e, nel peggiore dei casi, spingendosi fino a macchiarsi di uccisioni e linciaggi. Recente il caso di un gruppo di coloni estremisti che ha addirittura attaccato i militari israeliani, rei di non averli aiutati nell’aggredire gli abitanti palestinesi.L’episodio della scuola di Al-Aqaba non è isolato. Lo scorso novembre, una sorte analoga era toccata al centro dell’associazione Al-Bustan, baricentro di un altro progetto di sviluppo sostenuto dall’Afd nella Gerusalemme Est occupata. Anche da fatti di questo genere si evince in quale considerazione coloni e autorità israeliani tengano non solo i diritti fondamentali dei palestinesi – sistematicamente violati in tutti i territori occupati, come denunciato tra gli altri dal regista premio Oscar Basel Adra – ma pure la propria immagine agli occhi dei partner internazionali di Tel Aviv.Tuttavia, sembra non essere ancora abbastanza per convincere i Ventisette a procedere con sanzioni più dure nei confronti dello Stato ebraico, come ad esempio la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele, una prospettiva di cui si discute da mesi ma che con ogni probabilità non otterrà mai il disco verde. Basti pensare che le cancellerie non sono nemmeno riuscite a mettersi d’accordo sul congelamento parziale dei fondi Horizon+ per Tel Aviv, una mossa che avrebbe effetto dal 2028 e riguarderebbe una somma dell’ordine di poche centinaia di milioni di euro.Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (foto: Menahem Kahana/Afp)Del resto, le demolizioni a tappeto e l’espansione delle colonie illegali rendono sostanzialmente impossibile qualunque progresso verso la costruzione di uno Stato di Palestina, che dovrebbe sorgere proprio tra la Striscia e la Cisgiordania e il cui riconoscimento formale è stato annunciato nelle scorse settimane da un numero crescente di Paesi, inclusi due membri del G7 quali Francia e Regno Unito.Ma a qualunque idea di statualità palestinese si oppongono fermamente il premier israeliano Benjamin Netanyahu – sul cui capo pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale – e diversi membri del suo governo come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha tirato fuori dal cassetto il controverso “piano E1” per estendere gli insediamenti in Cisgiordania, tagliandola di fatto in due con l’obiettivo di “seppellire definitivamente l’idea di uno Stato palestinese“. La Knesset, il Parlamento monocamerale israeliano, ha approvato mesi fa una risoluzione non vincolante sull’annessione della Cisgiordania, poco prima che l’esecutivo approvasse il piano di (ri)occupazione totale della Striscia.Nel frattempo, nell’exclave costiera i gazawi continuano a venire massacrati e affamati artificialmente (con buona pace degli “accordi umanitari” stretti da Tel Aviv con Bruxelles), come conseguenza diretta di quello che le stesse ong israeliane bollano inequivocabilmente come genocidio del popolo palestinese. Netanyahu tira dritto per la sua strada, incurante tanto della montante opposizione interna quanto della pressione esterna affinché sia concessa una tregua umanitaria ai civili di Gaza e si raggiunga un cessate il fuoco con Hamas.

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    Le proteste in Serbia stanno diventando violente

    Bruxelles – Si stringono le maglie della repressione in Serbia. Il presidente filorusso Aleksandar Vučić intende usare il pugno di ferro contro i manifestanti che da cinque giorni stano protestando per le strade delle principali città del Paese balcanico. L’escalation della violenza potrebbe segnare un punto di svolta nella contestazione antigovernativa, ma per ora l’Ue non ha niente da dire al riguardo.“Arrestate Vučić“: è una delle tante scritte comparse sui cartelli che hanno punteggiato le piazze di mezza Serbia durante il weekend, in quella che gli osservatori descrivono come una recrudescenza dello scontro tra manifestanti e governo, che si protrae ininterrottamente dallo scorso autunno.Negli ultimi cinque giorni le proteste sono diventate violente in tutto il Paese, soprattutto a Belgrado, con scontri accesi tra alcune fazioni filogovernative e i manifestanti, alcuni dei quali hanno dato alle fiamme delle sedi dell’Sns, il partito del presidente Aleksandar Vučić al potere dal 2012, e dei loro alleati di coalizione. Le forze dell’ordine sono state accusate di uso eccessivo della forza per sedare i disordini.(credits: Angela Weiss / Afp)Ma il capo dello Stato non ha intenzione di mollare la presa sul potere e, anzi, promette l’ennesimo giro di vite contro il dissenso. “Se non mettiamo in atto misure più severe, è solo questione di giorni prima che loro (i manifestanti, ndr) uccidano qualcuno“, ha dichiarato ieri (17 agosto), bollando le proteste come “puro terrorismo” orchestrato da fantomatiche forze esterne che avrebbero ordito un complotto per disarcionarlo. “Sarete testimoni della determinazione dello Stato serbo“, ha minacciato l’autoritario leader, ammonendo che “useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per ripristinare la pace e l’ordine nel Paese”.Quella degli scorsi giorni è la più grave escalation delle oceaniche proteste – considerate le più grosse dall’implosione della Jugoslavia e rimaste finora ampiamente pacifiche – contro la corruzione dilagante esplose quando, lo scorso novembre, il crollo di una pensilina a Novi Sad ha ucciso una quindicina di persone. Guidato soprattutto dagli studenti, il movimento popolare non ha mai smesso di contestare la leadership di Vučić, il quale ha risposto con la repressione.Repressione che, almeno finora, non è parsa disturbare particolarmente i resposabili di Bruxelles. Nei mesi scorsi, tanto il presidente del Consiglio europeo, António Costa, quanto l’Alta rappresentante Kaja Kallas si sono recati a Belgrado per reiterare l’impegno dell’Ue verso l’adesione della Serbia. Chiudendo un occhio, anzi entrambi, sulle gravi violazioni dei diritti umani nonché sull’imbarazzante vicinanza di Vučić al presidente russo Vladimir Putin.