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    L’UE porta alla coppa del mondo in Qatar la questione LGBTQI

    Bruxelles – Diritti umani, e soprattutto diritti LGBTQI+, l’Unione europea è decisa a fare pressione sul Qatar in vista del campionato del mondo di calcio in programma quest’inverno. La questione “avrà un ruolo di primo piano nel prossimo quarto dialogo UE-Qatar sui diritti umani, che si terrà a settembre“, assicura l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Josep Borrell. Dunque nessuna scusa e nessuno sconto in vista della coppa del mondo, l’Unione europea continua a tenere alta l’attenzione su un tema che nel Paese ospitante trova invece tutt’altra gestione. 
    L’omosessualità in Qatar è illegale e punita in quanto fuorilegge. Human Rights Watch ha fortemente criticato la repressione della comunità LGBTQI+ nell’emirato, così come il modo in cui la FIFA, il massimo organismo sportivo internazionale, sta fin qui gestendo la cosa. Le autorità nazionali hanno già annunciato l’intenzione di confiscare le bandiere arcobaleno “per proteggere” tutti gli altri tifosi. Un messaggio che stride con il concetto di inclusione dello sport.
    L’Unione europea fin qui ha fatto molto per promuovere e riconoscere i diritti omosessuali e transgender. Ma questa posizione, nel caso specifico, riguarda uno Stato terzo. Servirà dunque una diversa linea d’azione. Può certamente svolgere un’opera di ‘moral suasion’, un’attività di convincimento attraverso un dialogo continuo e continuato. E’ proprio l’intenzione di Borrell. “L’UE continuerà a monitorare da vicino la situazione dei diritti umani in Qatar, compresi i diritti e le libertà delle persone della comunità LGBTQI+, in vista della Coppa del Mondo, durante l’evento e dopo la sua chiusura“. Si vuole insistere sui concetti di “tolleranza e inclusione”, che “hanno un ruolo di primo piano” nel vivere civile e che saranno al centro dei colloqui di settembre e oltre.
    E’ al momento il massimo che l’UE può fare per cercare di garantire a tutti, almeno durante lo svolgimento della manifestazione, il giusto trattamento. Il problema semmai è stata la scelta della FIFA, ma qui l’UE preferisce non entrare nel merito.

    L’impegno dell’Alto rappresentante Borrell. “Al centro del quarto dialogo UE-Qatar sui diritti umani, che si terrà a settembre. Ne parleremo anche durante e dopo”

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    L’Ue a difesa dei popoli indigeni contro minacce linguistiche, sfruttamento ambientale e omicidi di attivisti

    Bruxelles – Più di 4 mila lingue minacciate, 358 difensori dei diritti umani uccisi nel 2021, i più colpiti dagli impatti dei cambiamenti climatici e dal degrado ambientale causato da governi e aziende multinazionali. È questo il quadro in cui vivono le oltre 476 milioni di persone appartenenti ai popoli indigeni di tutto il mondo, dai San e i Khoekhoe del Sudafrica agli Aymara della Cordigliera delle Ande, dai Māori della Nuova Zelanda ai Saami del nord Europa, fino agli Inuit della Groenlandia.
    In occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni, l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha voluto ribadire con forza la solidarietà e l’impegno dell’Unione ai leader e agli attivisti dei diritti umani di tutto il mondo su più fronti, in linea con Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni. In primis quello ambientale e climatico, dal momento in cui questi popoli abitano quasi un quarto della superficie terrestre del mondo e “sono custodi e difensori fondamentali di oltre l’80 per cento della nostra diversità biologica“, ha sottolineato l’alto rappresentante Borrell. Se possiedono “una profonda conoscenza della gestione sostenibile del territorio”, allo stesso tempo “sono tra i più colpiti dai gravi impatti del cambiamento climatico e del degrado ambientale“. Per questo motivo l’agenda internazionale dovrà occuparsi con urgenza di questo tema, rispettando gli impegni sottoscritti alla Cop26 di Glasgow dello scorso anno.
    L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell
    Strettamente legato alla questione della difesa dell’ambiente naturale c’è anche il tema della protezione dei difensori dei diritti umani. L’Ue ha “ripetutamente” lanciato l’allarme sul numero di omicidi nel 2021: almeno 358, di cui “quasi il 60 per cento era costituito da coraggiosi difensori dei diritti della terra, dell’ambiente o delle popolazioni indigene, e più di un quarto erano essi stessi indigeni”. L’alto rappresentante Borrell ha messo in chiaro senza mezzi termini che “ognuno di loro è uno di troppo” e Bruxelles “continuerà a far leva sulle sue politiche, sui dialoghi e sugli strumenti di finanziamento” per sostenere queste popolazioni e “porre fine all’impunità”.
    Impunità che coinvolge anche le imprese multinazionali e i processi decisionali: “L’Ue si impegna a promuovere la partecipazione dei leader e dei difensori dei diritti umani indigeni ai processi di sviluppo e ai principali forum globali”, tenendo come perno l’applicazione del “principio della consultazione in buona fede” per ottenere in ogni situazione il loro consenso “libero, preventivo e informato” nelle decisioni che li riguardano. A questo proposito Bruxelles si sta attivando per ottenere “norme più efficaci sulla condotta responsabile delle imprese“, con l’obiettivo di promuovere un comportamento aziendale “sostenibile e responsabile, anche nelle terre indigene”.
    Ultimo punto, ma non per importanza, la protezione dell’identità dei popoli indigeni, “spesso strettamente legata alle loro terre e alle loro lingue”. Entrati nel Decennio internazionale delle lingue indigene (2022-2032) – “sistemi di comunicazione complessi sviluppati nel corso di millenni” – l’Ue pone l’accento sulla necessità di proteggere le oltre 4 mila lingue a rischio di estinzione, “perché molte di esse non vengono insegnate a scuola né utilizzate nella sfera pubblica”, ha avvertito l’alto rappresentante Borrell.

    In occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni, l’alto rappresentante Ue Borrell ha ribadito il sostegno dell’Unione a promuovere la partecipazione dei leader e dei difensori dei diritti umani ai processi di sviluppo e per norme più efficaci sulla condotta delle imprese

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    Medio Oriente, Borrell: “Prevenire un conflitto Israele-Palestina più ampio, bene cessate il fuoco”

    Bruxelles – Israele “ha il diritto di proteggere la sua popolazione civile”, e “l’UE non sta valutando la sospensione dell’accordo di associazione”. La Commissione europea chiarisce una volta di più la sua linea, quella di una soluzione a due Stati, fatta di volontà e dialogo politici, ma fa fatica a condannare apertamente i nuovi scontri in Medio Oriente, dove Israele da giorni conduce raid e attacchi nei territori palestinesi. Azione volta a eliminare i nuovi capi del terrorismo islamico, a cui i palestinesi rispondono con lancio di razzi. Una nuova situazione di conflitto a cui l’UE risponde facendo attenzione a non urtare il partner israeliano.
    “E’ necessario fare tutto il possibile per prevenire un conflitto più ampio”, la priorità dell’Unione europea, come espresso dall’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Josep Borrell, che invoca “la massima moderazione da tutte le parti per evitare un’ulteriore escalation”. In Medio Oriente l‘Unione europea “segue con grande preoccupazione gli ultimi sviluppi a Gaza e dintorni”. Una situazione che richiama “la necessità di ripristinare un orizzonte politico e garantire una situazione sostenibile a Gaza“.
    In tal senso il cessate il fuoco raggiunto è una buona notizia. “Ora è fondamentale lavorare per consolidarlo”, commenta Borrell. Sottolinea come questa tregua riguarda “Israele e la jihad islamica palestinese“, a riprova delle posizioni assunte a Bruxelles. L’UE condanna il condannabile, ma resta fedele allo Stato ebraico. Hamas è stata inserita nella lista dell’Unione delle organizzazione terroristiche, e sarebbe difficile immaginare passi indietro in tal senso.
    L’Ue in sostanza invita a deporre le armi e sedersi attorno a un tavolo. Offre una posizione di mediatore, ma non intende scaricare Israele. Borrell critica l’operato delle forze di sicurezza israeliane per quanto accaduto alla giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh, uccisa in circostanza da accertare e oggetto di scontri nel giorno dei suoi funerali. Nella stessa risposta all’interrogazione parlamentare, Borrell assicura che non si intende porre fine all’accordo di associazione, anche perché al decisione va presa dal Consiglio, ma su proposta della Commissione. Proposta che non al momento non si ha intenzione di produrre.

    Di fronte alle operazioni militari israeliane l’Alto rappresentate ricorda che lo Stato ebraico “ha il diritto di difendersi”, e invoca “un orizzonte politico e sostenibile a Gaza”

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    Dopo le tensioni al confine tra Serbia e Kosovo, si terrà il 18 agosto a Bruxelles il nuovo round di dialogo ad alto livello

    Bruxelles – Dopo le tensioni di confine, il tentativo di rimettere insieme i cocci con il dialogo. Si terrà il prossimo 18 agosto il nuovo incontro a Bruxelles tra il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, e il premier del Kosovo, Albin Kurti, nel quadro del dialogo facilitato dall’Unione Europea, a più di un anno dall’ultimo (il quinto) infruttuoso vertice di alto livello mediato dall’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e dal rappresentante speciale per il dialogo Belgrado-Pristina, Miroslav Lajčák. “L’invito dell’alto rappresentante Borrell è stato accettato da entrambe le parti”, ha spiegato il portavoce Peter Stano durante il punto quotidiano con la stampa europea. “Speriamo in un buon incontro, è da tempo che c’è necessità di un incontro di questo livello“, ha aggiunto.
    Il nuovo round di alto livello tra i leader di Serbia e Kosovo arriva dopo le tensioni di confine dell’ultima settimana sulla questione delle targhe automobilistiche al passaggio della frontiera, un tema che già nel settembre del 2021 aveva esacerbato i rapporti tra i due Paesi. A seguito di quella che era stata definita “la battaglia delle targhe” (per l’imposizione da parte del governo di Pristina dell’applicazione di targhe di prova kosovare ai veicoli serbi in ingresso, misura identica a quella applicata da Belgrado), a Bruxelles era stato trovato un accordo per trovare – all’interno di un gruppo di lavoro congiunto – una soluzione definitiva al problema entro il 21 aprile 2022, sulla base di pratiche e standard comunitari (mentre temporaneamente sono stati coperti con degli adesivi i simboli nazionali sulle rispettive targhe). Dopo otto incontri in sei mesi tra gli esperti di Belgrado e Pristina, il compito di raggiungere l’intesa è passato ai capi-negoziatori delle due parti – con indiscrezioni della presenza di tre proposte sul tavolo – ma da mesi la situazione è in stallo.

    In cooperation with our international allies, we pledge to postpone implementation of decisions on car plates & entry-exit documents at border crossing points w/ Serbia for 30 days, on the condition that all barricades are removed & complete freedom of movement is restored. pic.twitter.com/oJNaQi0qPO
    — Albin Kurti (@albinkurti) July 31, 2022

    A gettare di nuovo benzina sul fuoco è stata la decisione del governo di Pristina di introdurre l’obbligo su tutto il territorio nazionale di utilizzare le targhe kosovare al posto di quelle serbe (molto diffuse tra la minoranza serba nel nord del Paese) a partire da lunedì primo agosto. La misura ha scatenato le proteste proprio di centinaia di cittadini di etnia serba, che hanno creato barricate ai valichi di confine di Jarinje e Bernjak. Dopo il crescere delle tensioni tra i manifestanti e la polizia – con alcuni spari da parte dei primi, che non hanno provocato nessun ferito – su consiglio di Bruxelles e di Washington il premier Kurti ha deciso di posticipare l’introduzione dell’obbligo di un mese, al primo di settembre.
    Come hanno fatto notare diversi analisti, la situazione non è mai sfuggita di mano anche nei momenti di maggiore tensione, sia per la retorica allarmistica e nazionalistica che rappresenta una costante nei rapporti tra i due Paesi, sia per la presenza del più grande contingente della Nato proprio in Kosovo (pronto a intervenire a ogni eventualità di scoppio delle ostilità). In ogni caso, ci si attende che all’incontro del 18 agosto tra Vučić e Kurti anche la questione delle targhe venga affrontata tra le priorità “da spingere nell’agenda del dialogo facilitato dall’Ue”, ha sottolineato il portavoce Stano, non volendo però rendere noti i temi su cui si concentreranno le discussioni di alto livello a Bruxelles.

    Welcome Kosovo decision to move measures to 1 September. Expect all roadblocks to be removed immediately.Open issues should be addressed through EU-facilitated Dialogue&focus on comprehensive normalisation of relations btwn Kosovo&Serbia, essential for their EU integration paths
    — Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) July 31, 2022

    Al vertice nel quadro del dialogo facilitato dall’Unione Europea parteciperanno il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, e il premier del Kosovo, Albin Kurti. L’alto rappresentante Ue Borrell e il rappresentante speciale Lajčák proveranno a mediare anche sulla questione delle targhe

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    L’UE condanna l’attacco di Putin al porto di Odessa a poche ore dagli accordi sul grano

    Bruxelles – Neanche ventiquattrore dalla firma degli accordi per sbloccare l’esportazione del grano ucraino e la Russia ha lasciato intendere di non sentirsi vincolata dagli accordi internazionali neanche quando si tratta di arrestare quella che rischia di diventare una grave crisi alimentare. Sabato 23 luglio Mosca ha bombardato con quattro missili il porto ucraino di Odessa, tra i principali snodi commerciali di Kiev sul Mar Nero, dopo aver siglato a Istanbul venerdì con l’Ucraina un accordo sotto l’egida delle Nazioni Unite e con la mediazione politica della Turchia per sbloccare le esportazioni di almeno 20 milioni di tonnellate di grano, rimaste bloccate nei principali porti ucraini da quando l’invasione della Russia è iniziata lo scorso 24 febbraio, facendo temere per la sicurezza alimentare globale.
    L’intesa raggiunta dopo mesi di mediazione dell’Onu e anche di Ankara dovrebbe consentire il passaggio di milioni di tonnellate di grano di Kiev dal Mar Nero, attraverso tre principali porti ucraini di Odessa, Chornomorsk e Yuzhny e la creazione di un centro di controllo a Istanbul per monitorare le navi per assicurare che non trasportino armi, al posto del grano. Mosca si era anche impegnata a non attaccare i porti e le navi che dovrebbero essere impegnate nell’operazione. Così non è stato, a meno di ventiquattro ore dalla firma dell’accordo Mosca ha bombardato il porto, giustificandosi dicendo di aver voluto colpire una nave da guerra ucraina e un negozio di armi a Odessa.
    Da Bruxelles si è assistito con sgomento all’attacco e, ferma, è arrivata la condanna da parte dell’Unione europea. “Raggiungere un obiettivo cruciale per l’esportazione di grano il giorno dopo la firma degli accordi di Istanbul è particolarmente riprovevole e dimostra ancora una volta il totale disprezzo della Russia per il diritto e gli impegni internazionali”, ha accusato in un tweet l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell.

    EU strongly condemns Russian missile strike on Odesa’s seaport. Striking a target crucial for grain export a day after the signature of Istanbul agreements is particularly reprehensible & again demonstrates Russia’s total disregard for international law & commitments#StopRussia
    — Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) July 23, 2022

    Anche prima della firma degli accordi, venerdì il portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna Peter Stano aveva sollevato preoccupazione sull’attuazione degli accordi sul grano, sottolineando al briefing con la stampa che molto del loro successo dipenderà dalla volontà della Russia di farli rispettare. Secondo Kiev non ci sono stati danni significativi. “E’ la Russia che blocca le esportazioni ucraine, dunque l’attuazione è importante soprattutto da parte russa”, ha spiegato. Ucraina e Russia rappresentano circa il 30 per cento del commercio mondiale di grano, e secondo i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) Kiev è tra i principali esportatori di grano al mondo, fornendo oltre 45 milioni di tonnellate all’anno al mercato globale. L’invasione russa ha provocato, tra le altre cose, prezzi record di cibo e carburante, oltre a problemi alla catena di approvvigionamento, con tonnellate di scorte di grano bloccate in silos.

    Neanche ventiquattro ore dall’intesa raggiunta a Istanbul per sbloccare l’esportazione di almeno 20 milioni di tonnellate di grano bloccato in Ucraina da quando è iniziata l’invasione di Mosca. L’alto rappresentante Borrell: “Atto riprovevole che dimostra il totale disprezzo della Russia per il diritto e gli impegni internazionali”

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    Borrell contro i critici delle sanzioni Ue (Orbán in testa): “Nessun legame con i prezzi del petrolio”

    Bruxelles – I dati contro le interpretazioni distorte della realtà. “Alcuni leader Ue hanno detto che le sanzioni sono state un errore e che l’embargo sul petrolio ne ha aumentato il prezzo, invece è agli stessi livelli di febbraio, prima della guerra”, ha commentato seccamente l’alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, parlando oggi (lunedì 18 maggio) alla stampa dopo il Consiglio Affari Esteri e mostrando un grafico con l’andamento dei prezzi dall’inizio dell’anno. “Dietro ogni discorso ci devono essere dati e cifre, non si può dire tutto ciò che si vuole“, ha incalzato Borrell: “Come si può affermare che sono stati l’embargo e le sanzioni alla Russia ad aumentare il prezzo del petrolio, quando invece è diminuito?”
    L’alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell (18 luglio 2022)
    Il duro commento dell’alto rappresentante Borrell è arrivato in seguito alle parole del primo ministro ungherese, Viktor Orbán, sulle conseguenze delle sanzioni adottate dall’Ue: “Inizialmente pensavo che ci fossimo solo sparati a un piede, ma ora è chiaro che l’economia europea si è sparata nei polmoni e ora fatica a respirare“. Il primo ministro ungherese è stato un oppositore dell’embargo al petrolio della Russia sin dalla presentazione del sesto pacchetto di sanzioni, per la cui approvazione è servito un intenso lavoro di mediazione al Consiglio Europeo di maggio. “Il momento della verità deve arrivare a Bruxelles, quando i leader ammetteranno di aver fatto un errore di calcolo”, ha rincarato la dose Orbán: “La politica delle sanzioni alla Russia era basata su presupposti sbagliati e non ha soddisfatto le aspettative riposte“, in particolare per l’aumento dei prezzi dei beni di consumo, dei generi alimentari e delle risorse energetiche come il petrolio.
    “Nella narrativa di guerra, molte persone dicono cose senza considerare la realtà: senza cifre, tutti possono dire quello che vogliono sull’effetto delle sanzioni dell’Ue, e non è possibile”, è stata la risposta dell’alto rappresentante Borrell in conferenza stampa. Nel caso del petrolio, “non sono state le sanzioni ad aumentarne i prezzi, come dicono alcuni in modo completamente errato“, dal momento in cui è evidente – analizzando il grafico presentato e illustrato – che dall’adozione delle sanzioni e dell’embargo contro la Russia, il prezzo è sceso: “Non dico che sono la causa della diminuzione, ma al contrario che le sanzioni non hanno creato un aumento”. In ogni caso l’alto rappresentante Ue ha riconosciuto che “la società europea deve essere consapevole che questa guerra è una prova di resistenza e noi dobbiamo essere resistenti a sufficienza per sostenere l’Ucraina, altre soluzioni non ce ne sono”, a partire proprio dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari.

    Mostrando i grafici dell’andamento dei prezzi dall’inizio del 2022, il titolare della Politica estera e di sicurezza del gabinetto von der Leyen ha attaccato “chi critica gli effetti dell’embargo senza considerare la realtà dei fatti, perché senza cifre tutti possono dire quello che vogliono”

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    Bulgaria e Macedonia del Nord hanno firmato il protocollo bilaterale sui negoziati di adesione Ue (anche dell’Albania)

    Bruxelles – Ci siamo, o quasi. Macedonia del Nord e Albania sono pronte per la prima conferenza intergovernativa, l’appuntamento che apre la strada ai negoziati di adesione all’Ue. A rendere possibile quello che l’alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha definito un “momento storico” è stata la firma nella giornata di ieri (domenica 17 luglio) del protocollo bilaterale tra Macedonia del Nord e Bulgaria, che risolve momentaneamente la disputa tra i due Paesi per l’apertura del quadro negoziale Ue con Skopje (e Tirana, vincolata dallo stesso dossier). L’appuntamento di domani (19 luglio) a Bruxelles è un evento atteso da quasi due anni, da quando Sofia ha posto il veto in Consiglio. Tuttavia, aldilà dell’entusiasmo di Bruxelles, sono diversi i fattori che appesantiscono il clima e che anticipano lo scenario di un negoziato che durerà anni e che creerà non pochi problemi per i rapporti tra l’Unione e la Macedonia del Nord.
    Il primo ministro della Macedonia del Nord, Dimitar Kovačevski, e il presidente del Consiglio UE, Charles Michel
    Ad aprire la possibilità della prima conferenza intergovernativa questa settimana è stato il voto favorevole di sabato (16 luglio) da parte del Parlamento macedone sulla proposta aggiornata di mediazione francese per lo sblocco dei negoziati di adesione Ue. Il via libera è arrivato grazie a 68 deputati su 120 (era richiesta la maggioranza semplice di 61), che si sono espressi a favore di una proposta che – dopo la prima versione definita “irricevibile” – riconosce la lingua e l’identità nazionale macedone, il fatto che le questioni storiche, culturali e di istruzione (quelle che fanno parte della contesta identitaria con la Bulgaria) devono essere escluse dal quadro negoziale a livello Ue e l’obbligo di riconoscere la minoranza bulgara tra i popoli costituenti della Macedonia del Nord attraverso un emendamento alla Costituzione. Da parte bulgara, invece, il via libera del Parlamento alla revoca del veto era arrivato lo scorso 24 giugno (anche se sulla base della versione originaria della proposta di mediazione francese), a poche ore dal voto di sfiducia all’esecutivo guidato da Kiril Petkov.
    In virtù di queste due decisioni da Skopje e Sofia, nella giornata di ieri i rispettivi ministri degli Esteri, Bujar Osmani e Teodora Genchovska, hanno firmato il protocollo bilaterale parallelo al quadro negoziale Ue, che si inserisce tra le condizioni della proposta francese di risoluzione della controversia tra i due Paesi. Il contenuto del documento non è stato ancora reso pubblico (si prevede la pubblicazione sempre nella giornata di domani), ma è noto che è costituito di una decina di pagine e che contiene misure e scadenze specifiche nelle relazioni tra Sofia e Skopje. Dopo la firma del protocollo bilaterale le delegazioni di Skopje e Tirana sono state convocate a Bruxelles per la prima conferenza intergovernativa, che segnerà l’apertura ufficiale del gruppo di capitoli da affrontare prima di poter aderire formalmente all’UE.
    Tuttavia, nonostante l’apparente successo diplomatico, c’è poco per cui stare sereni sul breve e medio termine: i veri problemi per i negoziati di adesione Ue della Macedonia del Nord arrivano adesso. Al momento del voto di sabato, l’opposizione nazionalista di Vmro-Dpmne (Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone) è uscita dall’Aula e il leader, Hristijan Mickoski, ha annunciato che i suoi 44 parlamentari non accetteranno mai di emendare la Costituzione: “Non arretreremo di un millimetro“, è stato il commento lapidario, accompagnato dalla richiesta di nuove elezioni e il prosieguo delle proteste popolari. La questione è particolarmente rilevante, dal momento in cui per le modifiche costituzionali è necessaria la maggioranza dei due terzi del Parlamento, cioè 80 deputati, e senza i 44 voti della coalizione nazionalista si bloccherà immediatamente il processo richiesto dalla Commissione Europea per la convocazione della seconda conferenza intergovernativa e l’adesione Ue della Macedonia del Nord.
    A rendere ancora più complessa la questione è, ancora una volta, la posizione intransigente della Bulgaria, che ha fatto sapere di non aver cambiato la propria posizione sul macedone come lingua ufficiale della Macedonia del Nord: “Non la riconosciamo, ma la questione ha aspetti specifici nel contesto degli altri 26 Paesi membri, che hanno una loro posizione e non possiamo obbligarli in alcun modo ad accettare la nostra”, ha commentato a margine della firma del protocollo la ministra Genchovska. È attesa ora da Sofia una dichiarazione unilaterale di non-riconoscimento della lingua macedone, che appesantisce un processo di allineamento agli standard Ue su tutti i cluster che costituiscono il processo negoziale di adesione Ue.
    Le buone notizie riguardano piuttosto il clima favorevole che invece può ripristinarsi in Albania, in particolare dopo il fallimento del vertice Ue-Balcani Occidentali di fine giugno. Il premier albanese Edi Rama, si è detto “felice” che “l’assurdo ostaggio dell’Albania sia finito”, considerato il fatto che le aspirazioni di Tirana sono legate a doppio filo con quelle di Skopje: “Ci sono voluti ben tre faticosi anni dalla decisione del Consiglio di aprire la strada ai negoziati perché gli ostacoli artificiali sollevati sul cammino dell’Albania potessero essere completamente eliminati”, ha commentato Rama, sottolineando che “queste sfide hanno messo alla prova non solo il governo, ma anche il Paese, come comunità e come maggioranza di governo“. Era stato lo stesso primo ministro albanese ad attaccare l’Unione europea al vertice di Bruxelles per la sua incapacità di “liberare due ostaggi, che sono anche membri NATO, dalla Bulgaria”.

    Il 19 luglio si terrà a Bruxelles la prima conferenza intergovernativa con i due Paesi balcanici candidati all’adesione all’Unione. Decisivo il voto al Parlamento macedone sulla proposta di mediazione francese con Sofia: ma i negoziati per Skopje sono già in salita

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    I crimini di guerra in Ucraina “riportano alla mente” gli orrori della guerra in Bosnia: l’UE ricorda il massacro di Srebrenica

    Bruxelles – Le lancette della storia indietro di 27 anni, in Bosnia ed Erzegovina, mentre emergono giorno dopo giorno sempre più immagini e testimonianze degli orrori dell’esercito russo in Ucraina. Mai come quest’anno il ricordo del massacro di Srebrenica è un monito per quanto si sta ripetendo sul territorio europeo, oltre i confini orientali dell’UE. “Le uccisioni di massa e i crimini di guerra a cui assistiamo in Ucraina riportano alla mente la guerra nei Balcani Occidentali degli anni Novanta”, hanno sottolineato l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e il commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, nel ribadire che “è più che mai nostro dovere ricordare il genocidio di Srebrenica, come parte della nostra storia comune europea“.
    Nel luglio del 1995 furono 8.372 i civili bosniaci – tutti maschi, di etnia musulmana – massacrati dalle forze serbo-bosniache di Ratko Mladić nei pressi del comune di Srebrenica, nella Bosnia orientale. Sono passati 27 anni da quell’ennesima tragedia (la più grande per numero di vittime in pochi giorni) di un genocidio durato tre anni e mezzo, dall’aprile del 1992 agli accordi di Dayton del 14 dicembre 1995. Eppure “ancora oggi non possiamo dare la pace per scontata“, perché “l’aggressione ingiustificata e immotivata della Russia contro l’Ucraina ha riportato una guerra brutale nel nostro continente”. Mentre la stabilità dell’Europa e l’ordine internazionale sono “profondamente scossi”, l’UE non dimentica “la necessità di alzarci per difendere la pace, la dignità umana e i valori universali”, rimessi in discussione: “Non abbiamo dimenticato ciò che è accaduto a Srebrenica e la nostra responsabilità per non essere stati in grado di prevenire e fermare il genocidio”.

    Today, we remember the victims of the #Srebrenica genocideWe cannot take peace for granted. We must learn from the past and work daily for peace, human dignity, universal valuesWe take inspiration from the Mothers of Srebrenica in their pursuit of truth, justice, reconciliation pic.twitter.com/5DZoB9fzxq
    — Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) July 11, 2022

    Allora “l’Europa ha fallito e noi dobbiamo affrontare la nostra vergogna”, ma quegli errori non possono essere commessi di nuovo. Né in Ucraina né ancora nella regione balcanica: “In Europa non c’è posto per la negazione del genocidio, il revisionismo e la glorificazione dei criminali di guerra“, hanno avvertito l’alto rappresnetante Borrell e il commissario Várhelyi, richiamandosi alle tensioni che da diversi mesi si stanno vivendo nella Republika Srpska (l’entità a maggioranza serba del Paese): “Tutti i cittadini della Bosnia ed Erzegovina meritano una società in cui prevalgano il pluralismo, la giustizia e la dignità umana”. Lo aveva ricordato un mese fa durate la cerimonia del Premio Lux 2022 al Parlamento UE la regista di Quo Vadis, Aida? (proprio sul massacro di Srebrenica), Jasmila Žbanić: “Abbiamo bisogno del vostro supporto contro i nazionalismi appoggiati daPutin”. E quella dei membri del gabinetto guidato da Ursula von der Leyen sembra quasi una risposta al suo appello: “In questi tempi pericolosi” i leader bosnaici “devono passare dalle parole ai fatti”, scegliendo “verità, giustizia e cooperazione al posto di paura e odio per superare le tragiche eredità del passato e costruire un futuro più luminoso e prospero per le prossime generazioni”.
    Un impegno che coinvolge il cammino di adesione di Sarajevo all’UE (nonostante le difficoltà mostrate anche da parte di Bruxelles nel fornire una risposta credibile alle aspirazioni balcaniche). “L’Unione Europea è stata costruita come un progetto di pace comune e il futuro della Bosnia ed Erzegovina è all’interno dell’Unione“, hanno ribadito con forza Borrell e Várhelyi. Ma per realizzare questo obiettivo “è necessario che tutti i leader del Paese si impegnino a porre la pace, la riconciliazione, la comprensione reciproca e il dialogo in cima alla loro agenda e si impegnino nel programma di riforme” richiesto dalla comunità internazionale. Anche il presidente del Consiglio UE, Charles Michel, ha collegato il massacro di Srebrenica – “uno dei momenti più bui della storia europea moderna” con il momento storico che il continente sta affrontando: “Questo tragico anniversario ci ricorda che dobbiamo continuare a lavorare insieme per la pace in Europa” e per far sì che “la Bosnia ed Erzegovina diventi parte dell’Unione Europea”.

    27 years since #Srebrenica genocide, one of the darkest moments in modern European history.
    Our hearts & thoughts are with the victims & their families. This tragic anniversary is also a reminder: we must keep working together for peace in Europe & for 🇧🇦 to become part of 🇪🇺 pic.twitter.com/nZ6iJs81k4
    — Charles Michel (@CharlesMichel) July 11, 2022

    Nel ribadire che l’assassinio di oltre 8 mila civili nel 1995 “è parte della nostra storia comune europea” e un fallimento per cui “dobbiamo affrontare la nostra vergogna”, l’alto rappresentante UE, Josep Borrell, avverte che “neanche oggi non possiamo dare la pace per scontata”