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    Starmer non riesce a convincere Trump a impegnare truppe in Ucraina

    Bruxelles – C’è un grande via vai in questi giorni alla corte di Donald Trump. Dopo Emmanuel Macron, ieri vi si è recato per rendere omaggio Keir Starmer, e oggi pomeriggio sarà il turno di Volodymyr Zelensky. Ma “re Donald” non sembra lasciarsi impressionare granché dalle richieste di quelli che dovrebbero essere i suoi alleati più stretti. Così, nemmeno il pellegrinaggio del premier britannico pare aver prodotto risultati concreti. Almeno sul dossier più scottante tra quelli che si affollano sulla scrivania dello Studio ovale: quello del conflitto in Ucraina.Come si conviene ad un vassallo che visita il suo feudatario, così l’inquilino di Downing Street ha varcato la soglia della Casa Bianca assicurandosi di non presentarsi a mani vuote. Tra le regalie offerte al padrone di casa, il primo ministro britannico ha portato anzitutto un invito personale di Sua Maestà re Carlo III a Trump per una seconda visita di Stato nel Regno Unito (dopo quella della regina Elisabetta II nel 2019), un avvenimento “senza precedenti”.A dimostrazione della buona fede di Londra e dell’impegno del suo governo sulla questione sicurezza, Starmer ha poi messo sul tavolo la recentissima decisione di portare il bilancio per la difesa dall’attuale 2,3 al 2,5 per cento del Pil, anticipando al 2027 il target inizialmente previsto per il 2030. Musica per le orecchie del presidente, che fin dal suo primo mandato non si stanca di ripetere che gli europei devono assumersi la responsabilità della sicurezza nel Vecchio continente.The bond between the UK and the US couldn’t be stronger.Thank you for your hospitality, @POTUS. pic.twitter.com/tcAtp2hzCY— Keir Starmer (@Keir_Starmer) February 27, 2025Del resto, quel monito sta venendo preso sempre più seriamente dalle cancellerie di qua dell’Atlantico, come dimostrano i frenetici summit che si susseguono in queste settimane – dopo la doppietta parigina, un terzo vertice è in calendario per dopodomani (2 marzo) a Londra – dedicati proprio al tema della difesa continentale. Qualcuno, come il cancelliere tedesco in pectore Friedrich Merz, immagina addirittura una potenziale alleanza militare europea che possa assumere vita propria rispetto alla Nato.Probabilmente una chimera, almeno nell’immediato futuro. Ma queste fughe in avanti (soprattutto se arrivano da un atlantista incallito come il leader della Cdu) rendono bene la cifra del panico che sta attanagliando l’Europa mentre la nuova amministrazione statunitense procede spedita verso il disgelo con il Cremlino, come dimostrato dai colloqui di Istanbul di ieri tra i diplomatici delle due superpotenze, apparentemente intenzionate a spartirsi (di nuovo) il mondo.Quindi la charme offensive. Il leader britannico si è profuso in lusinghe nei confronti del suo potente (quanto erratico) interlocutore. Seguendo l’esempio offerto lunedì da Macron, anche Starmer si è esibito in un numero di equilibrismo politico. Mostrandosi il più amichevole possibile ma correggendo il tycoon quando quest’ultimo ha ripetuto le osservazioni (false) per cui i Paesi europei avrebbero finanziato Kiev solo tramite prestiti e non, come gli Stati Uniti, con sovvenzioni a fondo perduto. La carota e, se non proprio il bastone, un fuscello gentile.Il presidente statunitense Donald Trump (destra) ospita a Washington il suo omologo francese Emmanuel Macron, il 24 febbraio 2025 (foto via Imagoeconomica)Trump ha “cambiato la conversazione sull’Ucraina”, ha dichiarato davanti alla stampa il primo ministro laburista. Il presidente Usa, dice Starmer, ha aperto “una finestra di enorme opportunità per raggiungere un accordo di pace storico” che ponga fine al conflitto. E ora “vogliamo lavorare con voi” per assicurarci che sia “duraturo”. Ma occorre vedere se tutti intendono la stessa cosa quando parlando di questo fantomatico accordo di pace.Una delle richieste principali del premier britannico – e vero motivo delle regalie – era l’impegno da parte di Washington di fornire una “copertura” (backstop) alle eventuali truppe di peacekeeping europee nell’ex repubblica sovietica. Come Zelensky, Macron e il resto dei leader del Vecchio continente, anche Starmer continua a ripetere che le garanzie di sicurezza di cui Kiev ha bisogno saranno credibili solo se coinvolgeranno anche l’esercito statunitense.Tuttavia, l’impegno delineato da Trump non è esattamente quello che ci si aspetta a Londra, Parigi e Bruxelles. “Avremo molte persone che lavorano” in Ucraina, ha spiegato il tycoon, come conseguenza dell’accordo sulle materie prime critiche che dovrebbe siglare proprio oggi pomeriggio insieme a Zelensky. “È una garanzia di sicurezza“, ha ragionato: “Non credo che qualcuno si prenderà gioco di noi se saremo lì con molti lavoratori”. In fin dei conti, il presidente statunitense si è detto convinto che il suo omologo russo Vladimir Putin “manterrà la sua parola” e rispetterà un cessate il fuoco, quando ne verrà stipulato uno.Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (foto: European Council)Ma se ciò non accadesse? Lo zio Sam difenderà i peacekeepers di Sua Maestà, se venissero attaccati? “I britannici sono soldati incredibili”, ha osservato Trump, “e possono prendersi cura di loro stessi“. “Se hanno bisogno di aiuto, io sarò sempre con gli inglesi”, ha poi precisato, ma ribadendo immediatamente che “non hanno bisogno di aiuto“. Non esattamente una rassicurazione per gli alleati europei, che si stanno interrogando sul destino della Nato e sulla deterrenza garantita dall’articolo 5 della Carta atlantica (dove si sancisce il principio della difesa collettiva): “Non credo che avremo motivo” di attivarlo, dice il presidente.Alla fine, dal suo bilaterale, Starmer porta a casa fumose promesse su un futuro accordo commerciale tra Usa e Regno Unito, per rinsaldare la special relationship tra Washington e Londra. Niente di più concreto. Anzi, semmai, l’ennesima conferma che i militari statunitensi non metteranno piede in Ucraina. Ma di questi tempi, in cui gli europei (o meglio i vertici Ue, che Trump ritiene “progettata per ingannare gli Usa“) devono umiliarsi come a Canossa per incontrare qualcuno dell’amministrazione a stelle e strisce, già aver ottenuto udienza alla Casa Bianca è un risultato.

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    Ucraina, a Istanbul il secondo round di colloqui Usa-Russia. Putin accusa le “élite occidentali” di non volere la pace

    Bruxelles – È iniziato questa mattina (27 febbraio) a Istanbul, in Turchia, il secondo round di colloqui tra funzionari russi e statunitensi per preparare il ‘tavolo’ del negoziato per la pace in Ucraina. Mentre Volodymyr Zelensky si appresta a partire alla volta di Washington, dove è atteso da Donald Trump per siglare il discusso accordo sui minerali di Kiev, Russia e Stati Uniti confermano la riapertura dei canali diplomatici cominciata lo scorso 18 febbraio a Riad con l’incontro tra i ministri degli Esteri Marco Rubio e Sergej Lavrov.L’incontro si svolge presso la sede del consolato generale degli Stati Uniti a Istanbul. Nel frattempo, sono in corso anche i preparativi per un incontro tra i due presidenti, Donald Trump e Vladimir Putin. La Turchia ha ribadito la sua disponibilità ad ospitare il bilaterale tra i leader delle due superpotenze. L’Ue, pugnalata ieri sera dall’annuncio dei dazi da parte di Trump, resta a guardare con apprensione l’alleato di sempre strizzare l’occhio al nemico pubblico numero uno. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha telefonato a Recep Tayyip Erdogan. “In questi tempi difficili, apprezziamo il ruolo della Turchia come attore importante a livello globale e regionale e cerchiamo di collaborare strettamente per garantire una pace duratura in Ucraina e sostenere una transizione inclusiva e democratica in Siria”, ha scritto su X il leader Ue, a margine del colloquio telefonico.Good phone call with president @RTErdogan. Türkiye is a strategic partner, an EU candidate country, and a @NATO ally. We look forward to continuing to strengthen our relationship.In these challenging times, we appreciate Türkiye’s role as a significant global and regional…— António Costa (@eucopresident) February 27, 2025A Istanbul, l’avvio di un negoziato per la pace in Ucraina non è esplicitamente in agenda. Anche se è difficile immaginare che i diplomatici di Washington e Mosca non ne parleranno. Ma sul menù c’è il rapporto tra le due superpotenze: dopo anni di muro contro muro, la sintonia tra Trump e Putin promette una futura normalizzazione dei rapporti. Già dopo l’incontro in terra saudita, Rubio e Lavrov hanno dichiarato di voler ripristinare il normale funzionamento delle ambasciate e dei consolati e la loro cooperazione economica ed energetica, in particolare nell’Artico, e spaziale. Lo stesso Lavrov, durante una visita in Qatar, ha spiegato che a incontrarsi saranno “funzionari diplomatici di alto livello”, che discuteranno “dei problemi sistemici che si sono accumulati in seguito alle attività illecite della precedente amministrazione degli Stati Uniti per creare ostacoli artificiali al lavoro dell’ambasciata russa”. In questo momento – e dallo scorso ottobre -, Mosca non ha nemmeno un ambasciatore a Washington.Nel frattempo, l’autoritario presidente russo è intervenuto ad un incontro del Servizio Federale per la Sicurezza (Fsb): come riportato da Reuters, Putin ha accusato le “élite occidentali” di voler minare la ripresa del dialogo tra Russia e Stati Uniti. “Sono determinate a mantenere l’instabilità nel mondo” e “cercheranno di interrompere o compromettere il dialogo che è iniziato”, ha avvertito il leader del Cremlino. Secondo Putin, “i primi contatti con la nuova amministrazione degli Stati Uniti suscitano alcune speranze”, perché con Trump “vi è una reciproca attenzione a lavorare per ristabilire le relazioni interstatali e risolvere gradualmente l’enorme mole di problemi sistemici e strategici accumulati nell’architettura globale”.

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    Se Washington diventa la Canossa di Kaja Kallas (e dell’Ue)

    Bruxelles – A voler dare ascolto ai maligni, si direbbe che l’approccio della nuova amministrazione statunitense nei confronti degli alleati europei (o presunti tali) sia quello del divide et impera. Donald Trump incontra gli uomini che detengono il potere nei singoli Paesi del Vecchio continente, ma snobba – e fa snobbare ai suoi sottoposti – i vertici delle istituzioni comunitarie. O almeno, appunto, questa è l’impressione che si ha vedendo l’improvviso annullamento del bilaterale tra i capi delle diplomazie Ue e Usa, Kaja Kallas e Marco Rubio.Originariamente in programma per oggi pomeriggio (26 febbraio), l’incontro tra l’Alta rappresentante e il Segretario di Stato – che si erano visti per la prima e unica volta alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco – avrebbe dovuto incentrarsi sulla guerra della Russia contro l’Ucraina e, specificamente, su come coordinare gli sforzi tra le due sponde dell’Atlantico per giungere ad una soluzione negoziata del conflitto. Peraltro, dopo le rivelazioni di ieri sul via libera al famigerato accordo sulle terre rare ucraine, il piatto sul tavolo dei due sarebbe stato ancora più ghiotto.E tuttavia, all’ultimo minuto l’incontro con Marco Rubio (che ieri ha visto l’omologo saudita Khalid bin Salman) è stato annullato “a causa di problemi di programmazione“, come annunciato nel primo pomeriggio di oggi da Anouar El Anouni, il portavoce di Kaja Kallas.I met with Saudi Minister of Defense Prince @kbsalsaud to discuss the importance of the U.S.-Saudi partnership. Strengthening this key relationship is a top priority for the Trump Administration, especially when it comes to working towards our shared interests across the Middle… pic.twitter.com/HKcEOfw11J— Secretary Marco Rubio (@SecRubio) February 26, 2025Non sono al momento disponibili ulteriori informazioni sul genere di problemi che sarebbero occorsi, né sull’eventualità che l’ex premier estone (in visita a Washington fino a domani) possa avere colloqui con altri rappresentanti dell’amministrazione Usa. Tutto quello che si sa è che Kallas vedrà alcuni membri del Congresso per discutere della guerra, nonché lo staff della delegazione Ue, e che parteciperà ad un evento pubblico allo Hudson Institute. Dai portavoce della Commissione, del Consiglio e del Servizio di azione esterna (Seae, la Farnesina dell’Ue) non trapela nient’altro.Il sospetto che ci sia poco di casuale e molto di intenzionale nell’umiliare il capo della diplomazia Ue come in una moderna Canossa è forte. La differenza con la leggendaria vicenda del 1077, quando l’imperatore Enrico IV dovette stare inginocchiato per tre giorni e tre notti sotto la neve fuori dal castello della contessa Matilde per farsi revocare la scomunica da papa Gregorio VII, è che i rappresentanti dei due poteri dell’epoca (temporale e spirituale) erano nemici per definizione, laddove Europa e Stati Uniti dovrebbero essere legati da una solida alleanza. Un’alleanza che però Donald Trump sta dimostrando di non tenere più in considerazione, mentre sembra intenzionato ad allestire una nuova Jalta a lume di candela con Vladimir Putin.Il presidente statunitense Donald Trump (destra) ospita a Washington il suo omologo francese Emmanuel Macron, il 24 febbraio 2025 (foto via Imagoeconomica)Del resto, il tempo per incontrare il suo omologo francese Emmanuel Macron, l’uomo più potente del mondo – libero e non – l’aveva trovato a inizio settimana, e ne troverà dell’altro domani per accogliere il primo ministro britannico Keir Starmer. Due uomini, questi ultimi, che parlano soprattutto in rappresentanza dei rispettivi interessi nazionali (o, al massimo, a nome di un potenziale fronte euro-britannico che però non si è ancora delineato compiutamente all’orizzonte).Ma evidentemente non c’è tempo per incontrare i vertici delle istituzioni comunitarie, forse proprio perché impersonificano quello che Trump non sopporta, cioè una (fragile) unità politica del Vecchio continente. Tanto più se sono critici verso l’approccio muscolare e transazionale del tycoon alle relazioni internazionali. E, forse, il fatto che tre su quattro siano donne aiuta ancora meno.Di recente, Kallas ha espresso più volte la sua netta contrarietà rispetto alle scelte dell’amministrazione Usa sul dossier ucraino. Riguardo alla porta in faccia sull’ingresso di Kiev nell’Alleanza nordatlantica, ad esempio, aveva osservato che “l’adesione alla Nato è la garanzia di sicurezza più forte che ci sia“, lamentando inoltre che “dare (ai russi, ndr) tutto quello che vogliono prima ancora che i negoziati comincino” è niente più e niente meno che “appeasement“. Il riferimento (che riprende uno analogo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky) è alla strategia adottata dai leader europei nel 1938, quando a Monaco diedero in pasto ad Adolf Hitler l’allora Cecoslovacchia sperando di saziarne l’appetito espansionista. Quella volta non andò a finire bene.Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (foto via Imagoeconomica)L’Alta rappresentante aveva avuto da ridire anche sulle prove tecniche di disgelo tra Washington e Mosca tenutesi a metà febbraio in Arabia Saudita. Dopo quell’incontro (organizzato scavalcando tanto Kiev quanto Bruxelles) tra Rubio e l’omologo russo Sergei Lavrov, peraltro sottoposto a sanzioni dall’Ue, aveva richiamato all’unità gli alleati occidentali dell’Ucraina. Esortandoli a non cadere nelle “trappole” del Cremlino che, ha ammonito, “cercherà di dividerci“. Parole profetiche, suo malgrado.

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    Ucraina e Stati Uniti verso l’accordo sulle terre rare

    Bruxelles – Dopo il terremoto, le scosse di assestamento. Lo sciame sismico che scuote l’Ucraina e l’Europa in questa inedita fase non è destinato a finire presto, anzi è appena iniziato. Una catena di eventi messi in moto dall’accelerazione impressa da Donald Trump, che ha colto in contropiede tanto gli alleati transatlantici quanto il governo di Kiev.Ma ora Volodymyr Zelensky sembra tornare ad avere una voce in capitolo, rinegoziando con la Casa Bianca i termini dell’accordo sulle terre rare e le materie prime critiche al centro delle mire di Washington, Mosca e Bruxelles. Dal canto loro, le cancellerie europee cercano di coordinarsi come possono, imbastendo frettolosamente una risposta comune.La palla torna a KievA tre anni dall’invasione su larga scala ordinata da Vladimir Putin nel 2022 per “demilitarizzare e denazificare l’Ucraina” (a sua volta drammatica escalation di una crisi iniziato nel 2014), tutto è precipitato nel giro di una manciata di giorni a metà febbraio. Per un momento – sembrato eterno sia a Kiev sia ai vertici di Ue e Nato a Bruxelles – il presidente statunitense è parso intenzionato a negoziare in solitaria col suo omologo russo, cambiando radicalmente la narrativa sul conflitto più sanguinoso scoppiato nel Vecchio continente dalla Seconda guerra mondiale (reiterando alcuni dei leitmotiv preferiti della propaganda putiniana) ed escludendo tanto l’Ucraina quanto l’Ue dal tavolo delle trattative.Ma da ieri sera (25 febbraio) la musica sembra cambiata. Magari non muterà l’intera sinfonia, ma alcuni membri importanti dell’orchestra stanno accordando meglio i propri strumenti. A partire dalla leadership ucraina. Dopo aver rifiutato per almeno due volte i termini di un accordo sulla concessione a Washington dei diritti di sfruttamento delle vaste risorse minerarie del suo Paese, Volodymyr Zelensky ha infine dato il via libera ad una sua versione che sarebbe finalmente vantaggiosa per Kiev (o almeno non svantaggiosa come le precedenti).Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (foto: Imagoeconomica)Citando fonti ucraine coinvolte nelle trattative, il Financial Times ha reso noto che era finalmente arrivato il disco verde da parte dei negoziatori di Kiev. Lo stesso tycoon newyorkese, in occasione della visita del presidente francese Emmanuel Macron di lunedì, aveva anticipato che l’accordo era “molto vicino” e sostenuto che il leader ucraino sarebbe volato a Washington nei prossimi giorni per siglarlo di persona nello Studio ovale, forse già venerdì (28 febbraio). Una timeline confermata anche dai funzionari ucraini.Cosa prevede l’accordoUn patto sull’accesso privilegiato degli Stati Uniti alle terre rare, alle materie prime critiche, al gas naturale e al petrolio dell’ex repubblica sovietica era stato proposto inizialmente dallo stesso Zelensky a Trump lo scorso settembre. Berillio, grafite, ittrio, lantanio, litio, scandio, titanio e uranio sono solo alcuni dei minerali indispensabili ai settori strategici al centro della competizione globale: batterie per la transizione verde, nucleare, industria aerospaziale e difesa.Le trattative si erano però complicate nelle ultime settimane a causa delle richieste massimaliste dell’amministrazione Usa. Impraticabili per Kiev le prime formulazioni, soprattutto la pretesa della Casa Bianca di ricevere 500 miliardi di dollari dalle casse statali ucraine a titolo di compenso per gli aiuti inviati in questi tre anni di guerra. Peccato che di miliardi Washington ne abbia spesi poco più di 114, dei quali solo 4 dovrebbero essere ripagati (con scadenza al 2065).Ad ogni modo, la svolta – apparentemente dovuta ad un avvicendamento all’interno del team negoziale a stelle e strisce – ha permesso di dare forma ad una cornice generale accettabile da entrambe le parti. Il governo ucraino avrebbe già fornito il proprio assenso alla sottoscrizione del patto, ma questo dovrà ora essere approvato dal Parlamento.Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (sinistra) accoglie a Kiev il negoziatore Usa per la crisi russo-ucraina, Keith Kellogg, il 20 febbraio 2025 (foto: Sergei Supinsky/Afp)Il testo prevederebbe l’istituzione di un fondo ad hoc con “proprietà congiunta” tra Washington e Kiev. Quest’ultima vi contribuirebbe per il 50 per cento con i proventi della “futura monetizzazione” delle risorse minerarie nazionali. Tale fondo dovrebbe finanziare progetti da avviare nel Paese, presumibilmente legati alla ricostruzione.Sarà invece lasciata a protocolli successivi la definizione dei dettagli tecnici. Incluso quali giacimenti includere nell’accordo e cosa fare con quelli troppo vicini al fronte, per non parlare di quelli finiti sotto occupazione russa. Soprattutto, manca un passaggio esplicito sulle garanzie di sicurezza. Un dettaglio di primissimo rilievo, ma i funzionari ucraini si ritengono soddisfatti, almeno per il momento, per essersi assicurati il sostegno del loro più potente alleato.Il “grande mercanteggiamento”Ha così inizio quello che alcuni osservatori hanno già ribattezzato “il grande mercanteggiamento“. Le ricchissime risorse del proprio sottosuolo sembrano essere l’ultima carta rimasta nella pessima mano del presidente ucraino, e sono ambite da tutti gli attori coinvolti a vario titolo nella partita che si sta giocando nell’ex repubblica sovietica.Da Washington, Trump sta facendo quello che sa fare meglio: applicare alla politica internazionale l’approccio transazionale imparato nel suo passato da imprenditore. Il do ut des della Casa Bianca prevede l’acquisto di minerali e idrocarburi in cambio degli aiuti a Kiev, e viene puntellato dalle minacce del braccio destro del tycoon, il tecno-oligarca Elon Musk, di interrompere i servizi della sua rete di comunicazione satellitare Starlink dalla quale dipende l’esercito ucraino.D’altro canto, le mire imperialiste di Mosca – che ad oggi occupa poco meno di un quinto del territorio ucraino – sono sotto gli occhi del mondo. È chiaro che, oltre a motivazioni di carattere storico-culturale (di una lettura distorta della storia difesa da Putin), l’accesso alle risorse minerarie di Kiev è sempre stato uno dei moventi dell’aggressione russa.Il presidente russo Vladimir Putin (foto via Imagoeconomica)Ma anche l’Ue ha messo da tempo gli occhi sul tesoro sotterraneo del vicino orientale. Come ribadito dal vicepresidente esecutivo della Commissione Stéphane Séjourné durante la visita di lunedì (24 febbraio) nella capitale ucraina, Bruxelles ha stipulato con Kiev un memorandum d’intesa nel 2021 in cui le terre rare e le materie prime svolgono un ruolo cruciale. Dei 30 materiali critici individuati dall’Unione, 21 “possono essere forniti dall’Ucraina nell’ambito di una partnership vantaggiosa per entrambe le parti“, ha dichiarato il responsabile della Strategia industriale comunitaria.L’esecutivo a dodici stelle mette così sul tavolo l’implementazione completa dell’accordo già esistente e si propone come un’alternativa più appetibile degli Stati Uniti di Trump. L’arma segreta a disposizione dell’Ue è la prospettiva dell’adesione, sulla quale Ursula von der Leyen ha promesso progressi rapidi (“prima del 2030, se Kiev continua sulla strada delle riforme”), mentre la Casa Bianca ha messo una pietra tombale sull’ingresso dell’Ucraina nella Nato.Quo vadis, Europa?In realtà, la partnership avanzata dalla Commissione va intesa non tanto in sostituzione quanto in aggiunta a quella a stelle e strisce. Fare concorrenza troppo diretta allo zio Sam, il cui ombrello di sicurezza rimane insostituibile per il Vecchio continente, potrebbe rivelarsi poco lungimirante in questa fase.Anche se gli europei continuano a sperare che tale ombrello rimanga aperto (a questo è servita la visita di lunedì di Macron a Washington – su cui ha aggiornato stamane i colleghi del Consiglio europeo – e a questo servirà quella del primo ministro britannico Keir Starmer di domani), la doccia gelata del Trump bis è stato un brusco risveglio dalla loro trentennale illusione post-storica à la Francis Fukuyama.Continuing to work on close European coordination, today president @EmmanuelMacron debriefed EU leaders on his meeting with @realDonaldTrump earlier this week in Washington.Very useful to prepare our special European Council on 6 March, where we will take decisions on our… pic.twitter.com/4RRCIJ4vgm— António Costa (@eucopresident) February 26, 2025Ora le cancellerie europee stanno correndo ai ripari in fretta e furia, cercando di coordinare gli sforzi per creare quell’autonomia strategica di cui tanto si è parlato ma che sarà difficile da realizzare. Si è partiti con una doppietta di incontri all’Eliseo e si continuerà domenica (2 marzo) con una riunione a Londra, dove si discuterà di come finanziare il riarmo del continente e di una strategia congiunta per la difesa.“Armiamoci e partite“: questo, in sostanza, il messaggio del tycoon newyorkese a quelli che sulla carta sarebbero i suoi più stretti alleati. Mentre porta avanti i negoziati con Putin sulla cessazione delle ostilità, Trump scarica sugli europei la responsabilità della sicurezza continentale. L’antifona è passata. “Ora è il momento di agire, di prendere decisioni, di ottenere risultati”, ha sottolineato il presidente del Consiglio europeo António Costa giusto ieri, ripetendo il ritornello preferito anche dal capo dell’Alleanza nordatlantica Mark Rutte. Meglio tardi che mai?

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    “Nessuno potrà essere eletto alla carica di Presidente più di due volte”

    Bruxelles – Donald Trump, presidente degli Stati uniti per la seconda volta, ad appena un mese dall’insediamento sta già, evidentemente, lavorando ad un terzo mandato. “Un mio terzo mandato non si può fare?”, ha detto ieri (20 febbraio) e si è risposto: “Non ne sono sicuro”.La Costituzione degli Stati Uniti che, ricordiamo, è stata approvata due anni prima della Rivoluzione Francese, è però piuttosto chiara in proposito: “Nessuno potrà essere eletto alla carica di Presidente più di due volte”, afferma il XXII emendamento, approvato nel 1951. Il concetto è anche rafforzato dalla seconda parte del primo comma, dove si afferma che “nessuno che abbia tenuto la carica di Presidente, o abbia agito come Presidente, per più di due anni di un termine per il quale qualche altra persona era stata eletta come Presidente, potrà essere eletto alla carica di Presidente più di una sola volta”. Cioè se un Vice Presidente diventa presidente ed esercita l’incarico per oltre due anni potrà candidarsi una sola volta. Il concetto è chiaro, la Costituzione degli Stati Uniti rigetta l’idea di una lunga, troppo lunga permanenza al potere.La versione originale della Costituzione (del 1787) su questo punto stabiliva solo una permanenza in carica di quattro anni, senza porre limiti a quante volte una persona potesse candidarsi. E si arrivò al caso di Franklin D. Roosevelt, che ebbe quattro mandati presidenziali e morì in carica il 12 aprile 1945, all’inizio del quarto mandato, dopo essere entrato alla Casa Bianca per la prima volta nel 1933. Da tempo la politica statunitense discuteva sul porre un limite alle rielezioni, e di trasformare in regola la tradizione lanciata da George Washington di non ricoprire il mandato per più di due volte. La soluzione fu il XXII emendamento.

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    Sull’Ucraina, l’Europa non ha ancora reagito alle mosse di Trump

    Bruxelles – Donald Trump è in carica da appena un mese e ha già sconvolto la politica internazionale. Soprattutto sul dossier della guerra in Ucraina, ha colto alla sprovvista gli alleati europei, escludendoli di fatto dalle trattative per la fine delle ostilità (ma scaricando su di loro la responsabilità del mantenimento della pace). Nel Vecchio continente lo smarrimento è totale.Con timidezza, alcune voci iniziano a levarsi in modo disordinato. Tuttavia non c’è ancora una vera strategia per reagire alle picconate che il presidente statunitense sta sferrando all’impazzata: non solo agli ultimi tre anni di politica estera a stelle e strisce, ma allo stesso ordine internazionale che Washington aveva costruito dopo la Seconda guerra mondiale.Scontro frontale Trump-ZelenskyIn effetti, la gran parte del lavoro Trump l’ha fatta nel giro di una sola settimana. Cioè da quando ha chiamato al telefono l’omologo russo Vladimir Putin senza coordinarsi né col leader ucraino Volodymyr Zelensky né con gli alleati europei (o presunti tali). Sconfessione su tutta la linea dell’approccio del suo predecessore Joe Biden: riabilitazione della Russia dopo tre anni di isolamento diplomatico e porta in faccia all’adesione di Kiev alla Nato, con annessa minaccia di chiudere i rubinetti degli aiuti militari al Paese invaso.L’allora presidente-eletto Donald Trump (sinistra) e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si incontrano alla cerimonia di riapertura della cattedrale di Notre Dame a Parigi, il 7 dicembre 2024 (foto: Ludovic Marin/Afp)Negli ultimi giorni, le relazioni tra la Casa Bianca e la leadership ucraina sono precipitate. Un’escalation verbale che è culminata con l’uomo più potente del mondo (libero e non) che dà del “dittatore” al presidente ucraino, mettendone in dubbio la legittimità democratica. Quest’ultimo, eletto prima della guerra, non è sostituibile fintanto che vige la legge marziale (come detta la Costituzione ucraina). A dargli lezioni di democrazia, l’istigatore dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, scaturito proprio dall’incapacità di accettare l’esito di un’elezione assolutamente democratica e legittima. Del resto, c’è chi sostiene che la ruggine tra i due viene da lontano, dai tempi in cui Trump finì sotto impeachment alla Camera dei deputati.Ma il presidente statunitense non è certo l’unico a trattare in maniera disinvolta quello che dovrebbe essere un alleato. Dopo che Zelensky si è permesso di controbattere alle sparate dei giorni scorsi, il consigliere per la Sicurezza nazionale di Washington Michael Waltz ha suggerito agli ucraini di “abbassare i toni e firmare l’accordo” sulle terre rare proposto dal suo capo (il quale ha preteso i diritti di sfruttamento sul 50 per cento delle risorse minerarie dell’ex repubblica sovietica), definendolo “la migliore” garanzia di sicurezza per Kiev. Il leader ucraino aveva già declinato l’offerta sostenendo che non può “vendere” il proprio Paese.Una nuova Jalta?Presa in mezzo al fuoco amico è rimasta anche l’Europa. Le prove tecniche di disgelo tra Washington e Mosca andate in scena a Riad hanno gelato, invece, le cancellerie del Vecchio continente. Non solo perché, dopo tre anni in cui hanno ripetuto che non si decide nulla sull’Ucraina senza di loro – e senza Kiev – sono effettivamente state messe all’angolo da Trump, che considera Putin il suo unico interlocutore.Ma anche perché, rendendo esplicito il disimpegno degli Stati Uniti dall’Europa, il tycoon ha sostanzialmente privato l’intero continente del principale garante della sua sicurezza. La cui architettura andrà ora ridisegnata da capo, per la prima volta dal 1945. Una nuova Jalta, 80 anni dopo l’originale. Con la differenza che, stavolta, l’Europa non ha nessun Winston Churchill da mandare al tavolo.La debole risposta europeaE proprio l’iconico leader britannico è stato tirato in ballo da uno dei pochi che, seppur con toni cauti e circostanziati, hanno avuto il coraggio di solidarizzare con Zelensky. “Un leader democraticamente eletto“, lo ha descritto Keir Starmer, l’attuale inquilino di Downing Street, secondo cui è “perfettamente ragionevole” sospendere le elezioni in tempo di guerra, come fatto appunto da Churchill.Il primo ministro britannico Keir Starmer (foto via Imagoeconomica)Il primo ministro volerà verso la capitale Usa “la prossima settimana”, per cercare di riaprire un canale di dialogo con la Casa Bianca. E per mettere sul tavolo l’ipotesi di una forza d’interposizione anglo-francese in Ucraina per monitorare la linea di un eventuale cessate il fuoco a condizione che venga fornita una “copertura americana”. A Washington dovrebbe recarsi anche Emmanuel Macron, che negli scorsi giorni ha organizzato in fretta e furia nella capitale transalpina due vertici non ufficiali tra leader europei (uno lunedì e uno ieri) per coordinare una reazione al terremoto Trump. Obiettivo mancato.Ieri sera, era stato il cancelliere tedesco uscente Olaf Scholz a bollare come “sbagliate e pericolose” le insinuazioni del presidente Usa, mentre anche altri leader scandinavi hanno preso le difese di Zelensky (la premier danese Mette Frederiksen, quello svedese Ulf Kristersson e quello norvegese Jonas Gahr Støre). Assordante, invece, il silenzio di Giorgia Meloni, costretta ad una difficile opera di equilibrismo tra il convinto sostegno all’Ucraina (che le ha permesso di rendersi presentabile in Europa negli ultimi anni) e il ruolo di “ponte e pontiera” tra le due sponde dell’Atlantico, reclamato per sé dalla premier in virtù della vicinanza politica con Trump.Territorio inesploratoPer il momento, il Segretario generale della Nato Mark Rutte getta acqua sul fuoco. L’ex premier olandese si è detto “un po’ irritato” dell’atteggiamento dei leader europei che si sono lamentati per non essere stati coinvolti nei negoziati. Il suo suggerimento: “Organizzatevi, trovatevi a un tavolo, qualunque cosa questo tavolo comporti esattamente”. Il plauso è per l’iniziativa dell’Eliseo. “L’importante”, dice, “è che in qualche modo in Europa si discuta di come organizzare le garanzie di sicurezza in Ucraina”. Rutte ammette che i tempi non saranno brevi, ma è “felice che almeno si sia smesso di piagnucolare e si sia iniziato ad agire, a mettersi d’accordo“. Un inizio poco promettente, ben distante dal genere di “elettroshock” auspicato dal presidente francese solo pochi giorni fa.Stiamo entrando in un territorio inesplorato. E nessuno sa come muoversi. Manca a Bruxelles una figura dalla statura politica sufficientemente alta per confrontarsi con Trump. L’Alta rappresentante Kaja Kallas, cui pure i Trattati sembrerebbero affidare un ruolo del genere, è ammutolita da giorni sulla questione. Ancora più scandaloso se si considera che era stata nominata in quanto “falco” sull’Ucraina.Il Segretario generale della Nato Mark Rutte alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il 14 febbraio 2025 (foto: Nato via Imagoeconomica)Il presidente del Consiglio europeo António Costa sarebbe in contatto costante con i capi di Stato e di governo dei Ventisette per organizzare un summit d’emergenza (il prossimo sarebbe in calendario per il 20 marzo). Stando a quanto riportato da funzionari comunitari, ne verrà convocato uno solo quando ci sarà una ragionevole sicurezza di ottenere dei risultati (e tanti auguri a mettere d’accordo anche Ungheria e Slovacchia, che hanno peraltro lamentato l’esclusone dai vertici di Parigi).A livello Ue, sta venendo messo a punto il 16esimo pacchetto di sanzioni contro il Cremlino, mentre la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock ha annunciato un piano monstre di aiuti militari per l’Ucraina che varrebbe addirittura 700 miliardi di euro, una cifra mai sborsata prima d’ora né da Washington né da Bruxelles (né dalle due insieme).Kiev al centro dell’azioneMa per il momento è un liberi tutti. Oltre alle visite di Starmer e Macron negli Stati Uniti, ci sarà quella di Costa e del capo dell’esecutivo comunitario Ursula von der Leyen a Kiev il prossimo 24 febbraio, per celebrare il terzo anniversario dell’invasione russa su larga scala. Dalla Commissione ci si limita a osservare che “Zelensky è stato legittimamente eletto in elezioni libere, corrette e democratiche” e che “l’Ucraina è una democrazia, la Russia di Putin no“. Ovvietà, si direbbe, ma di questi tempi meglio essere sicuri.Nella capitale ucraina, intanto, è atterrato ieri Keith Kellogg. Sulla carta, è l’inviato speciale della Casa Bianca per la crisi russo-ucraina, ma sembra che Trump lo stia mettendo in secondo piano rispetto ad un altro inviato speciale (nonché suo compagno di golf), Steve Witkoff, che però si dovrebbe occupare di Medio Oriente. I maligni dicono che Kellogg sarebbe stato tenuto alla larga in quanto inviso ai russi. Witkoff è l’artefice dello storico accordo tra Israele e Hamas di metà gennaio, e pare avrà un ruolo cruciale anche nei negoziati col Cremlino, che non a caso sono iniziati proprio in Arabia Saudita.Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (sinistra) accoglie a Kiev l’inviato speciale per la crisi russo-ucraina degli Stati Uniti, Keith Kellogg, il 20 febbraio 2025 (foto: Sergei Supinsky/Afp)“Ho affermato la volontà dell’Ucraina di raggiungere la pace attraverso la forza e la nostra visione per i passi necessari”, ha commentato il ministro degli Esteri di Kiev Andrii Sybiha dopo aver incontrato Kellogg. Che in questo momento sta ancora parlando con Zelensky, mentre è stata annullata la conferenza stampa congiunta inizialmente prevista al termine del bilaterale. A inizio settimana, il presidente ucraino aveva incontrato ad Ankara il suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan, che vorrebbe proporsi come mediatore al posto dei sauditi.

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    L’Ue vuole nuove relazioni con l’India, ma il nuovo corso di Delhi è una sfida

    Bruxelles – L’India come nuova meta, una risposta alle nuove tensioni globali e alle nuove logiche geopolitiche. L’Unione europea, ed in particolare la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, puntano molto su una nuova stagione di relazioni bilaterali con Nuova Delhi. Una scelta per certi aspetti obbligata, ma che rischia di gettare il vecchio continente in una dimensione anche controproducente. Perché l’India, al pari della Cina, mantiene un ruolo di partner privilegiato con la Russia condannata e oggetto di ben sedici pacchetti di sanzioni, ed ha ancora molto da fare a livello di diritti umani. In sostanza, non è propriamente paladina di quei valori tanto sbandierati dall’Ue in questi ultimi anni.Il Centro studi e ricerche del Parlamento europeo, in un documento di lavoro redatto per agevolare il compito degli europarlamentari, non nasconde che le relazioni Ue-India non sono prive di criticità. La prima riguarda l’agenda politica indiana. “L’Ue sta cercando di ampliare la sua cerchia di partner chiave, sullo sfondo dell’incertezza sulle relazioni transatlantiche”, la premessa del documento, ma “l‘India nel frattempo mantiene una relazione privilegiata con la Russia e sta rafforzando i legami con l’amministrazione Trump“. Un modo di porsi sullo scacchiere internazionale che certamente pone l’Ue nella scomoda posizione di dover scegliere: evitare ogni rapporto con chi non condivide principi europei, o scegliere quel pragmatismo enunciato da von der Leyen per cui bisogna saper accettare di “dover lavorare con paesi che non hanno idee simili ma condividono alcuni dei nostri interessi”.La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyne, con il primo ministro indiano, Narendra Modi (fonte: Commissione Ue)Ue-India, il calendario per la nuova stagione di relazioniLa Commissione europea fa sul serio. Poco importa se Nuova Delhi flirta con Mosca e Washington. L’intero collegio sarà in India la prossima settimana, il 27 e 28 febbraio. Per l’occasione si riunirà anche il consiglio Ue-India per il commercio e la tecnologia. Una comunicazione congiunta su una nuova agenda strategica Ue-India è prevista per il secondo trimestre del 2025. Un vertice Ue-India potrebbe aver luogo nell’ultimo trimestre del 2025. Un calendario con date, tappe, obiettivi, a riprova di volersi mettere al riparo da nuove tensioni commerciali e nuovi ordini mondiali.L‘Ue desidera sviluppare le sue relazioni con l’India, il cui mercato e la cui crescita economica rappresentano una preziosa opportunità per le aziende europee, soprattutto nel campo delle tecnologie verdi. L‘India è leader nella promozione delle energie rinnovabili, viene ricordato, e questo ruolo non è nuovo. A marzo 2018 il primo ministro indiano, Narendra Modi, insieme al Presidente francese Emmanuel Macron, ha co-presieduto la conferenza fondatrice dell’Alleanza internazionale per il solare (International Solar Alliance, Isa). La missione dell’Isa è quella di sbloccare un trilione di dollari in investimenti solari entro il 2030, riducendo al contempo i costi di tecnologia e finanziamento.La partita geopoliticaC’è poi tutta la partita geopolitica da dover considerare e da non dover sottovalutare. I ricercatori del Parlamento europeo ricordano che l’obiettivo di Nuova Delhi è “collocarsi al centro dell’equilibrio di potere globale” tra gli Stati Uniti e i suoi alleati da una parte, e Russia e Cina (con cui partecipa all’organizzazione intergovernativa BRICS e alla Shanghai Cooperation Organisation) dall’altra. Allo stesso tempo, l’India mira a rappresentare e guidare il ‘Sud globale’.In questa agenda tutta indiana la Russia gioca un ruolo non indifferente, visto che storicamente l’India si sente minacciata dalla Cina (con cui esiste ancora il contenzioso sui territori dell’Aksai-Chin, rivendicati da entrambe le parti), e vede nelle relazioni con la Russia un modo per rispondere a questo senso di accerchiamento cinese. Una parte del greggio russo sanzionato dagli europei è stato acquistato dall’India, che avrebbe aiutato a far entrare in Russia materiale aeronautico europeo che non potrebbe essere venduto in Russia.C’è poi la questione diritti umani, che “rappresentano un’ulteriore causa di disagio nelle relazioni Ue-India”. Nella sua risoluzione di gennaio 2024 sulle relazioni Ue-India, il Parlamento ha espresso preoccupazione per la situazione dei diritti umani e della democrazia nel paese.

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    Reuten (S&D): “Ucraina nell’Ue divisa come Cipro uno scenario che non mi piace”

    dall’inviato a Strasburgo – Non c’è nulla di definito, si rincorrono rumors e speculazioni, e certamente l’Ue è al fianco di Kiev in modo fermo, eppur tuttavia “non posso negare un scenario di un’Ucraina con cessione di territorio” all’interno dell’Unione europea. “In fin dei conti abbiamo l’esempio di Cipro…”. Thijs Reuten, europarlamentare olandese del gruppo socialista (S&D) membro della commissione Affari esteri, inizia a non escludere nulla per il futuro di un conflitto russo-ucraino, soprattutto alla luce delle intenzioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di una fine delle ostilità in tempi rapidi.A un ristretto numero di giornalisti, tra cui Eunews, Reuten ribadisce che un’Ucraina con confini diversi da quelli internazionalmente riconosciuti e quindi con perdita territoriale “non mi piacerebbe” così come non piacerebbe a molti, nell’Unione europea. Certo, aggiunge, “se il governo ucraino dovesse accettare un ridefinizione dei confini allora sarebbe diverso, ma non possiamo lasciare che a decidere siano la Casa Bianca o il Cremlino”. Però, per l’appunto si parla di scenari, “e non voglia fare speculazioni”.Per Reuten resta ferma la linea fin qui espressa a più riprese: a fianco dell’Ucraina in modo deciso, senza tentennamenti, e in modo da mettere l’Ucraina in una posizione di forza negoziale quando arriverà il momento di intavolare trattative.  Per questo l’invito è di “prestare poca attenzione a quello che si sente dalla Casa Bianca ma concentrarsi su quello che si deve fare come Unione europea”.Se ci sono lezioni da apprendere alla luce di quanto avvenuto in questi anni di guerra, continua l’europarlamentare socialista, è che “dal punto di vista militare è stato consegnato poco e in ritardo”, come visto con le promesse sulla fornitura di un milione di munizioni. Inoltre, lamenta ancora Reuten, come Unione europea “siamo stati troppo esitanti”.Da qui in avanti bisogna fare meglio e prima, e interrogarsi per bene sull’Ucraina. “Sono impressionato da quanti progressi siano stati raggiunti nonostante la guerra in corso”, riconosce Reuten parlando del processo di adesione di Kiev all’Ue. L’Ucraina “ha fatto più di quello che hanno fatto Serbia e Bosnia-Erzegovina negli ultimi dieci anni”. Un modo per dire che la promessa europea per Kiev si può mantenere. Anche con un’Ucraina in stile Cipro.