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    Il “vergognoso traguardo” dei mille prigionieri politici in Bielorussia: “Riflesso della continua repressione del regime”

    Bruxelles – A distanza di un anno e mezzo dalle elezioni-farsa in Bielorussia e l’inizio del movimento di protesta contro l’ultimo dittatore d’Europa, Alexander Lukashenko, c’è un dato che spiega in tutta la sua drammaticità la situazione interna nel Paese: il numero di prigionieri politici detenuti nelle carceri bielorusse ha raggiunto quota mille “e continua a crescere”.
    A denunciarlo è il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), che in un nota firmata dal portavoce Peter Stano: “Questo vergognoso traguardo riflette la continua repressione del regime di Lukashenko contro la sua stessa popolazione”. Ai prigionieri politici bisogna poi aggiungere le migliaia di oppositori che sono fuggiti dalla Bielorussia per evitare le persecuzioni, tra cui la presidente e guida ad interim riconosciuta dall’Unione, Sviatlana Tsikhanouskaya, che oggi vive in Lituania.
    Tra i prigionieri politici detenuti in Bielorussia ci sono Maria Kolesnikova e Maksim Znak, membri del Presidium del Consiglio di coordinamento dell’opposizione condannati rispettivamente a 11 e 10 anni di carcere, il marito della leader Tsikhanouskaya, Siarhei Tsikhanouski, imprigionato il 29 maggio del 2020 con l’obiettivo di impedirgli di partecipare alle elezioni presidenziali e condannato a 18 anni, e Ales Bialiatski, uno dei vincitori del Premio Sakharov 2020 dell’UE e fondatore dell’organizzazione per i diritti umani Viasna. L’accusa di Bruxelles è senza giri di parole: “Il regime di Lukashenko continua a detenere e imprigionare persone in condizioni spaventose“, esponendole a “maltrattamenti e torture” e condannandole a “lunghe pene detentive in processi politici condotti a porte chiuse”.
    “In Bielorussia lo spazio per l’opposizione politica democratica e le attività dei media liberi e indipendenti è stato drasticamente chiuso”, ha ricordato Stano. Da febbraio dello scorso anno anche la stampa è finita nel mirino del regime Lukashenko, quando le giornaliste Katsiaryna Andreyeva e Darya Chultsova sono state condannate a due anni di carcere con l’unica colpa di aver effettuato riprese della manifestazione in memoria dell’attivista Raman Bandarenka. A maggio era stato chiuso il sito di notizie indipendente TUT.BY e per arrestare il giornalista e oppositore politico Roman Protasevich era stato dirottato il volo Ryanair Atene-Vilnius su Minsk.
    Anche difendere legalmente i prigionieri politici è diventato pericoloso in Bielorussia, dal momento in cui “a più di 40 avvocati è stata revocata la licenza” dopo essersi schierati al fianco dei loro diritti. Per tutti questi motivi è stato ribadito con forza sia l’imperativo di “rispettare gli impegni e gli obblighi internazionali”, sia la richiesta di “rilascio immediato e incondizionato” di tutti i prigionieri politici.

    Belarus: shameful milestone 👉number of political prisoners reached 1000 & crackdown by Lukashenko against his own people continues. 🇧🇾 must adhere to intl commitments in 🇺🇳 & @OSCE. 🇪🇺 calls for immediate & unconditional release of all political prisoners https://t.co/DtPfMI4ibN
    — Peter Stano (@ExtSpoxEU) January 27, 2022

    Duro affondo dell’UE contro il regime guidato da Alexander Lukashenko: “Detiene e imprigiona persone in condizioni spaventose, esponendole a maltrattamenti e torture e facendole condannare a lunghe pene”

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    L’Unione Europea chiede il rilascio “immediato” del presidente del Burkina Faso dopo il golpe militare

    Bruxelles – Si moltiplicano gli appelli per il rilascio del presidente del Burkina Faso, Roch Kaboré, dopo il colpo di stato militare che ha portato alla sua destituzione lunedì (24 gennaio). “Chiediamo il rilascio immediato e la restituzione della libertà del presidente e dei funzionari delle istituzioni governative”, ha dichiarato l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, commentando la situazione nel Paese dell’Africa Occidentale.
    L’arresto del presidente del Burkina Faso è stato l’ultimo episodio del golpe iniziato domenica con un’ondata di violenze e sparatorie nella capitale Ouagadougou. Solo un giorno dopo il tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, leader del Movimento patriottico per la salvaguardia e la restaurazione (MPSR), e un’altra dozzina di golpisti sono comparsi davanti alle telecamere della televisione di Stato per leggere l’annuncio sulla sospensione della Costituzione, lo scioglimento del governo e dell’Assemblea nazionale e la chiusura dei confini.
    “Il Movimento, che include tutti i settori dell’esercito, ha deciso di destituire il presidente Kaboré“, ha annunciato il tenente colonnello, spiegando le motivazioni che hanno portato al colpo di Stato: il deterioramento della situazione politica nel Paese e l’incapacità di Kaboré di rispondere alle violenze jihadiste che stanno travolgendo il Burkina Faso. I golpisti hanno annunciato che a breve sarà comunicato un calendario per nuove elezioni, mentre tutti gli arrestati si troverebbero “in un luogo sicuro”.
    Il presidente del Burkina Faso, Roch Kaboré, e il presidente del Consiglio UE, Charles Michel
    Kaboré è stato eletto per due volte consecutive a presidente del Burkina Faso nel 2015 e nel 2020. Ha lavorato come banchiere per la Banca Internazionale del Burkina, prima di dedicarsi alla politica: è stato primo ministro del Paese tra il 1994 e il 1996 e presidente dell’Assemblea nazionale per dieci anni, tra il 2002 e il 2012. Due anni più tardi ha fondato il Movimento del Popolo per il Progresso, partito di orientamento socialdemocratico e progressista, affiliato all’Internazionale Socialista.
    Il colpo di Stato è stato duramente condannato dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres: “I leader dei golpisti devono deporre le armi e garantire la sicurezza del presidente e la protezione delle istituzioni del Paese”, ha preso posizione su Twitter. Gli ha fatto eco il presidente francese e presidente di turno del Consiglio dell’UE, Emmanuel Macron: “Si tratta dell’ultimo di una serie di colpi di stato militari in una regione dove la priorità dovrebbe essere la lotta contro il terrorismo islamico”. Anche dalla Farnesina è arrivata la condanna “all’uso della forza quale strumento di presa del potere” e un richiamo “al rispetto delle istituzioni repubblicane, nell’auspicio che l’ordine costituzionale possa essere ristabilito quanto prima”, si legge in una nota.

    L’alto rappresentante UE, Josep Borrell, ha condannato il colpo di Stato nel Paese dell’Africa Occidentale e ha sollecitato la restituzione della libertà al presidente Roch Kaboré e ai funzionari delle istituzioni governative

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    Gli USA evacuano l’Ucraina. Dall’UE 1,2 miliardi di aiuti in chiave anti-russa a Kiev per “le sue esigenze dovute al conflitto”

    Bruxelles – La situazione in Ucraina si deteriora sempre di più, e i venti di un conflitto aperto soffiano sempre più forti. Gli Stati Uniti hanno dato istruzione a personale diplomatico e cittadini americani di lasciare il Paese, come hanno fatto anche altre diplomazie, una mossa che lascia temere il peggio. La Commissione europea decide di liberare un nuovo pacchetto di aiuti da 1,2 miliardi di euro. “Questo pacchetto aiuterà ora l’Ucraina a soddisfare le sue esigenze di finanziamento dovute al conflitto” e “la situazione  creata dalle azioni aggressive della Russia”, spiega la presidente dell’esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, che chiede a Consiglio e Parlamento di permetterne l’erogazione “il prima possibile”.
    L’UE continua a difendere Kiev. “L’Ucraina è un paese libero e sovrano“, che in quanto tale “fa le sue scelte”, continua von der Leyen con una precisazione rivolta a Mosca. A Bruxelles nessuno parla di finanziare le spese militari dell’Ucraina in caso di un conflitto aperto, e anche il capo del servizio dei portavoce dell’istituzione, Eric Mamer, si appresta a ribadire che “il messaggio politico” di questo nuovo pacchetto di aiuti da 1,2 miliardi di euro è che “siamo pronti a sostenere le necessità immediate” del Paese. Di fronte alle “tensioni causate dai russi l’UE” c’è la necessità, avvertita a Bruxelles, di mostrare “la solidarietà dell’UE per rispondere a questa situazione”.
    Se la Commissione mette a disposizione soldi, dall’altra parte della strada, in Consiglio, i ministri degli Esteri affrontano lo stesso dossier russo-ucraino per cercare di mettere a punto gli altri elementi della strategia di risposta dell’UE al deterioramento della situazione sul territorio. I Ventisette devono capire come comportarsi nella malaugurata ipotesi che la situazione precipiti. 

    Chiesto a Consiglio e Parlamento di renderli disponibili “quanto prima”. Von der Leyen: “L’Ucraina è un paese libero e sovrano”. E gli Stati Uniti lavorano al rimpatrio di personale diplomatico e cittadini americani

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    L’UE inizia a ristabilire una “presenza minima” in Afghanistan: “Questo non è un riconoscimento del regime talebano”

    Bruxelles – Sono iniziate le operazioni dell’UE per ristabilire una “presenza minima di personale internazionale” in Afghanistan. Lo ha reso noto Peter Stano, portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) in una dichiarazione alla stampa di Bruxelles.
    Ampiamente annunciata da mesi, questa decisione di Bruxelles risponde alla necessità di “facilitare la consegna degli aiuti e monitorare la situazione umanitaria”, ha specificato Stano. Tuttavia, “la nostra presenza minima a Kabul non deve in alcun modo essere vista come un riconoscimento” del regime talebano, ha sottolineato con forza il portavoce: “Questo è stato chiaramente comunicato anche alle autorità di fatto” nel Paese.
    Una fonte della Commissione ha fatto sapere che la dichiarazione di Stano è stata una reazione a un tweet “leggermente esagerato” da parte dei talebani. Il contenuto incriminato era stato pubblicato ieri sera (giovedì 20 gennaio) sul profilo Twitter del portavoce del regime, Abdul Qahar Balkhi: “Dopo il raggiungimento di un’intesa con i rappresentanti dell’UE in Afghanistan, è stata ufficialmente aperta l’ambasciata con una presenza permanente a Kabul”, specificando che il personale diplomatico “ha iniziato le operazioni sul terreno”.
    A poche settimane dalla conquista del potere in Afghanistan da parte dei talebani il 15 agosto dello scorso anno, era stato l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ad affermare che l’Unione Europea non ha “altra possibilità se non impegnarci con i talebani, parlare, discutere e accordarci qualora possibile”, con l’obiettivo di “sostenere chi è rimasto nel Paese”. Per questo motivo le istituzioni comunitarie dovevano iniziare a ragionare su “come impostare una presenza UE a Kabul coordinata dal Servizio europeo per l’azione esterna”. La sede UE nella capitale dell’Afghanistan non è mai stata chiusa in tutti questi mesi: “La nostra delegazione potrebbe essere riattivata se le condizioni di sicurezza saranno garantite”, aveva avvertito Borrell.
    A ottobre si era tenuto a Doha (Qatar) un incontro informale a livello tecnico tra l’UE e i talebani con la mediazione dell’emirato del Golfo, per cercare accordi soprattutto nella gestione della crisi migratoria, mentre la Commissione annunciava un pacchetto di aiuti da un miliardo di euro a supporto dei cittadini dell’Afghanistan e dei Paesi vicini. Poco più di mese dopo era arrivata proprio dal regime talebano la richiesta a Bruxelles di assistenza operativa per garantire il funzionamento degli aeroporti, ritenuta essenziale anche dai rappresentanti dell’UE per facilitare il passaggio sicuro dei cittadini stranieri e afghani che cercano di lasciare il Paese.

    Per Bruxelles la presenza di personale internazionale a Kabul servirebbe solo a “facilitare la consegna degli aiuti UE e monitorare la situazione umanitaria in Afghanistan”, specifica il portavoce Peter Stano

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    La Macedonia del Nord ha un nuovo governo: tra le priorità c’è sempre l’integrazione nell’Unione Europea

    Bruxelles – Si è insediato un nuovo governo in Macedonia del Nord, che mette fine a una crisi di governo lunga due mesi e mezzo. L’Assemblea nazionale ha votato la fiducia al governo presieduto da Dimitar Kovačevski, economista 47enne laureato ad Harvard e leader dell’Unione socialdemocratica di Macedonia (SDSM).
    Kovačevski ha ricevuto il testimone dall’ex-premier, Zoran Zaev, che un mese fa gli aveva lasciato anche la leadership del partito socialdemocratico. Sui 123 membri della Sobranie (il Parlamento macedone), 62 deputati hanno votato a favore, 46 contro e 15 non hanno partecipato al voto di fiducia a un governo di coalizione tra SDSM, il partito della minoranza albanese Unione Democratica per l’Integrazione (DUI) e i conservatori europeisti di Alternativa. Nell’intervento in Aula, il premier Kovačevski ha elencato le priorità del suo programma: ripresa economica, lotta alla pandemia COVID-19, crisi energetica e integrazione nell’Unione Europea.
    Proprio da Bruxelles sono arrivate le congratulazioni al nuovo governo della Macedonia del Nord, che si pone in linea di perfetta continuità con il precedente guidato dall’europeista Zaev. “Non vedo l’ora di lavorare con il governo Kovačevski per portare avanti le riforme legate all’UE“, ha commentato su Twitter la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Le ha fatto eco il commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, che ha fissato i punti in agenda nelle relazioni tra Skopje e Bruxelles: “Stato di diritto, lotta al crimine organizzato e alla corruzione e sostegno allo sviluppo economico e alla ripresa”.
    Domani (martedì 18 gennaio) sarà in visita nella capitale macedone il nuovo primo ministro bulgaro, Kiril Petkov, che negli ultimi mesi ha lanciato segnali distensivi sulla questione del veto di Sofia all’apertura dei negoziati di adesione UE della Macedonia del Nord. Per il premier Kovačevski si tratterà del primo appuntamento ufficiale da quando è in carica. Un buon auspicio secondo la leader dell’esecutivo comunitario: “Accolgo con favore il suo impegno fondamentale per le relazioni di buon vicinato”, ha aggiunto su Twitter.

    🇲🇰 Congratulations to Prime Minister Kovachevski! 
    I look forward to working with your Government to drive forward EU-related reforms.
    I welcome your key commitment to good neighbourly relations.
    — Ursula von der Leyen (@vonderleyen) January 17, 2022

    Il Parlamento macedone ha votato la fiducia al nuovo premier socialista Dimitar Kovačevski: il suo esecutivo proseguirà sulla strada europeista tracciata da Zoran Zaev e il dialogo con la Bulgaria sul veto ai negoziati UE

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    Serbia, adesione UE più vicina: approvate alcune delle riforme costituzionali richieste dall’Unione

    Bruxelles – La Serbia prosegue lungo il cammino di adesione all’UE e con un referendum sulle riforme costituzionali in materia di nomine del sistema giudiziario cerca di allinearsi agli standard richiesti dall’Unione. Gli elettori serbi hanno approvato ieri (domenica 16 gennaio) i 29 emendamenti della Costituzione nazionale sulle nomine di giudici e procuratori, che non saranno più decise dall’Assemblea nazionale ma da un Consiglio superiore della magistratura.
    Secondo i risultati annunciati nella tarda serata di domenica, si è espresso a favore della riforma giudiziaria il 61,84 per cento degli elettori che si sono recati alle urne. L’affluenza si a fermata al 30,6 per cento, ma da novembre dello scorso è stato abolito il quorum del 50 per cento degli aventi diritto al voto. Oltre alla questione delle nomine dei componenti del sistema giudiziario, le riforme costituzionali prevedono anche  l’istituzione di organi di controllo sugli istituti giudiziari e una riduzione dei tempi dello svolgimento dei processi.
    La riforma giudiziaria è stata voluta dal governo presieduto da Ana Brnabić per avvicinare la Serbia agli standard UE sullo Stato di diritto. Da anni Bruxelles chiede a Belgrado che le nomine di giudici e procuratori siano sottratte dall’influenza politica e questo tema è al centro delle conferenze intergovernative che si sono aperte il 23 giugno 2021. In una nota pubblicata venerdì scorso (14 gennaio), le ambasciate di Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Europea avevano definito il referendum “un passo fondamentale” sia per rafforzare l’indipendenza e la trasparenza del potere giudiziario, sia per “l’allineamento della Serbia agli standard europei”, che andranno a “sostenere il processo di adesione all’UE”.
    “Accolgo con favore questo importante passo e l’impegno nel percorso verso l’UE”, ha commentato su Twitter il commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi. Il membro della Commissione Europea al centro delle polemiche a Bruxelles per il suo presunto coinvolgimento nella crisi istituzionale in Bosnia ed Erzegovina ha aggiunto che “continueremo a lavorare con le autorità serbe sull’ambizioso programma” di riforme costituzionali, “facendo progredire l’integrazione della Serbia nell’Unione Europea”.

    #Serbia: In today’s referendum voters supported the change of the Constitution to reinforce judicial independence. I welcome this important step & commitment to #EU path. We will continue to work with Serbian authorities on ambitious reform agenda, advancing EU integration.
    — Oliver Varhelyi (@OliverVarhelyi) January 16, 2022

    Ma oltre confine, in Kosovo, è stato un fine settimana di grandi tensioni politiche, proprio a causa del referendum sulle riforme costituzionali della Serbia. L’Assemblea di Pristina ha approvato venerdì una risoluzione in otto punti contro la possibilità che i cittadini kosovari di etnia serba potessero recarsi alle urne sul territorio del Kosovo, dal momento in cui sarebbe stata “incostituzionale” e avrebbe violato la sovranità del Paese. La richiesta di aprire centri elettorali in Kosovo era arrivata dal governo serbo ed era stata avallata dall’UE: “L’UE si rammarica che non sia stato possibile trovare un accordo con il governo del Kosovo che permetta all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) di raccogliere le schede elettorali in Kosovo, secondo la prassi passata”, si legge in una nota del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE).
    Da Pristina non era arrivata nessuna concessione e il governo guidato da Albin Kurti aveva ribadito che gli elettori con doppia cittadinanza fossero liberi di votare per posta o sul suolo serbo. I serbi del Kosovo hanno protestato nel nord del Paese – dove sono in maggioranza – ma non sono stati segnalati incidenti. La disputa sul voto in Kosovo per il referendum sulle riforme costituzionali della Serbia è un nuovo tassello nella tensione crescente tra Pristina e Belgrado, che l’Unione Europea sta cercando di risolvere attraverso una mediazione che dura da più di 10 anni. “Chiediamo ai governi del Kosovo e della Serbia di astenersi da azioni e retoriche che aumentano le tensioni e di impegnarsi in modo costruttivo nel dialogo facilitato dall’UE“, avevano aggiunto gli ambasciatori occidentali, ricordando che “è importante che entrambi i governi compiano progressi verso un accordo globale che sblocchi la prospettiva dell’UE e aumenti la stabilità regionale”.

    Serbia: Joint Statement by 🇪🇺🇫🇷🇩🇪🇮🇹🇺🇸🇬🇧 on the upcoming referendum, also recalling the rights of Serbs in Kosovo in this context. https://t.co/mxqIvEZey7
    — Peter Stano (@ExtSpoxEU) January 14, 2022

    Via libera dal referendum sulla riforma giudiziaria, che prevede 29 emendamenti alla Costituzione in materia di nomine del sistema giudiziario. Il Kosovo ha negato l’apertura di centri di voto per i cittadini di etnia serba sul territorio nazionale

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    L’UE respinge i tentativi della Russia di ricostituire sfere d’influenza in Europa: “Non si può tornare indietro nel tempo”

    Bruxelles – Si alza la tensione tra Russia e Occidente sulla crisi in Ucraina e l’UE cerca di sfruttare il momento per definirsi come un attore credibile sulla scena globale. “Rigettiamo i tentativi russi di ricostituire sfere di influenza in Europa, non possiamo tornare indietro nel tempo“, ha sottolineato con forza l’alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, al termine della due-giorni di vertici dei ministri della Difesa e degli Affari esteri a Brest (Francia).
    Già ieri (giovedì 13 gennaio) l’alto rappresentante aveva spiegato ai giornalisti che era in corso “una discussione sull’architettura della sicurezza europea”, dal momento in cui la Russia rappresenta per l’UE “una minaccia su diversi fronti”, a partire dal confine orientale dell’Ucraina. “Siamo in un momento critico, in cui dobbiamo agire come un attore geopolitico e rispondere direttamente a ogni aggressione”, è stato il monito di Borrell, anche se “il nostro approccio è sempre il dialogo e i negoziati“. Come confermato anche dal ministro francese per gli Affari esteri e presidente di turno del Consiglio dell’UE, Jean-Yves Le Drian, “da tutti i Paesi membri è stata accolta con determinazione e unità la necessità di una ferma dissuasione contro la minaccia più grave nella regione“.
    L’UE rimane al fianco dell’Ucraina e dei Paesi dell’Europa orientale “minacciati dalla Russia” e continua a chiedere a Mosca una de-escalation lungo i suoi confini occidentali. In caso contrario “ci prepareremo a nuove sanzioni economiche in coordinazione con i partner”, ha ribadito l’alto rappresentante Borrell nel corso della conferenza stampa. La realtà dei fatti è che, nonostante i tentativi di dialogo portati avanti durante questa settimana, la Russia non sembra intenzionata a impegnarsi in un confronto diplomatico con l’Occidente e con tutta probabilità è dietro all’attacco informatico avvenuto stanotte ai danni di diversi siti di ministeri e agenzie governative ucraini. Borrell ha messo in chiaro che “queste azioni cercano di destabilizzare il Paese e di aumentare la tensione”: Kiev ha comunque reagito “velocemente” e ha “parzialmente ristabilito il funzionamento” dei siti governativi. Da Bruxelles è stata offerta assistenza tecnica “se richiesta”.
    Un ultimo punto toccato dall’alto rappresentante UE è stato il coordinamento “eccellente” con la NATO e gli Stati Uniti nella risposta alla Russia: “Sono estremamente sodisfatto del rapporto che si è rafforzato, nonostante i tentativi di Mosca di dividerci“. Ora l’obiettivo è “mettere in chiaro le priorità del prossimo decennio”, gli ha fatto eco il ministro francese, a partire dalla Bussola strategica per la sicurezza e la difesa, da approvare entro marzo: “È il nostro libro bianco per la sovranità e la sicurezza europea”, ha concluso Le Drian.

    Nel corso del vertice informale dei ministri UE degli Affari esteri a Brest è stata ribadita la necessità di una “ferma dissuasione” di Mosca contro gli attacchi all’Ucraina e alla sicurezza del continente

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    È scontro tra Parlamento e Commissione UE sul ruolo del commissario Várhelyi nella crisi in Bosnia

    Bruxelles – Come se non bastassero la quasi assoluta mancanza di progressi sulla strada delle riforme interne, le dichiarazioni incendiarie del membro serbo-bosniaco della Presidenza tripartita, Milorad Dodik, e le celebrazioni divisive dell’anniversario dalla nascita della Republika Srpska, ora anche le istituzioni UE stanno contribuendo a ingarbugliare una situazione in Bosnia ed Erzegovina già particolarmente tesa.
    Al centro dello scontro tra Parlamento e Commissione UE c’è la figura e il ruolo nella crisi in atto in Bosnia-Erzegovina del commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento, l’ungherese Olivér Várhelyi. Il 10 dicembre dello scorso anno l’assemblea nazionale della Republika Srpska (l’entità serba della Bosnia ed Erzegovina) ha adottato una tabella di marcia per sottrarsi dal controllo dello Stato centrale in settori fondamentali come l’esercito, il sistema fiscale e il sistema giudiziario, seguendo la strada secessionista indicata da Dodik a fine ottobre. L’assemblea di Banja Luka ha stabilito che i progetti di legge che dovranno regolare questa parziale secessione dei serbi di Bosnia saranno redatti entro metà giugno 2022.
    Il commissario UE per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, e il membro serbo della presidenza tripartita di Bosnia, Milorad Dodik (Banja Luka, Bosnia ed Erzegovina, 24 novembre 2021)
    Ma quello che a Bruxelles ha davvero accesso la miccia sono alcuni documenti interni della Commissione firmati da Johann Sattler, capo della delegazione UE in Bosnia, che sono trapelati sui media bosniaci e riportati da Euractiv. I leak mostrerebbero che il commissario Várhelyi fosse già a conoscenza di queste decisioni dei legislatori della Republika Srpska e che avrebbe avvertito gli ambasciatori UE in Bosnia sull’annuncio da parte dell’assemblea nazionale di una moratoria per approvare la legislazione sul ritiro unilaterale dalle istituzioni statali per un periodo di sei mesi. Insomma, i piani di secessione sarebbero stati in qualche modo “concordati” con il commissario ungherese nel corso della sua visita a Banja Luka a fine novembre, con un accordo (non rispettato) per una moratoria di sei mesi.
    Fin qui potrebbero sembrare le solite polemiche destinate a spegnersi in poco tempo, come quella dello scorso anno sui presunti piani del premier sloveno (e di lì a qualche mese presidente di turno del Consiglio dell’UE), Janez Janša, di “completare la dissoluzione dell’ex-Jugoslavia” con il definitivo smembramento della Bosnia ed Erzegovina. Tutto questo fino a ieri (mercoledì 12 gennaio), quando un gruppo di 30 eurodeputati ha inviato una lettera all’esecutivo UE proprio per chiarire il ruolo del commissario Várhelyi in questa escalation secessionista.
    “Come parte neutrale con una notevole influenza, la Commissione ha un ruolo-chiave nel garantire che le conclusioni dell’accordo di Dayton [firmato nel 1995 per mettere fine alla guerra in Bosnia, ndr] siano rispettate da entrambe le parti”, si legge nella lettera pubblicata sul profilo Twitter dell’eurodeputata ungherese e vicepresidente del gruppo Renew Europe, Katalin Cseh. Viene definito “inquietante” il fatto che il commissario Várhelyi abbia “apertamente colluso con Dodik nella potenziale rottura della Bosnia ed Erzegovina”. Secondo gli eurodeputati, “se l’imparzialità e la neutralità della Commissione è messa in discussione, il fragile equilibrio geopolitico è minacciato” nei Balcani Occidentali. Per questo motivo i membri dell’Eurocamera hanno chiesto “se il comportamento del commissario è in linea con la politica ufficiale dell’Unione” e se l’esecutivo UE aprirà “un’ispezione interna approfondita per determinare se le sue azioni sono compatibili con il suo ruolo di commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento”, sottolinea la lettera.
    Il commissario UE per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, e i membri della presidenza tripartita della Bosnia ed Erzegovina: Šefik Džaferović, Milorad Dodik e Željko Komšić (
    Insinuazioni respinte al mittente oggi (giovedì 13 dicembre), nel corso del punto quotidiano con la stampa da parte del portavoce della Commissione, Eric Mamer. “Risponderemo direttamente alla lettera”, ha messo in chiaro Mamer, “ma il commissario Várhelyi è stato estremamente chiaro in occasione della sua visita in Bosnia sugli sforzi da compiere da parte delle autorità bosniache per proseguire nel cammino europeo”. Dichiarazioni che “rispecchiano ovviamente e completamente la posizione dell’UE e della Commissione sul tema”, ha aggiunto Mamer. Il portavoce per il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), Peter Stano, ha poi precisato che “non c’è spazio per la negazione dei genocidi e la glorificazione dei criminali di guerra” e che “la nostra posizione è chiara: ci aspettiamo che la Bosnia prosegua il cammino UE, abbandonando qualsiasi provocazione divisiva”.
    La lettera dei 30 europarlamentari solleva però un’altra questione specifica, che a Bruxelles è ben conosciuta. “È ampiamente risaputo che l’attuale governo ungherese sta sostenendo attivamente la campagna di Dodik per perseguire la sua strategia politica”, come avrebbe evidenziato il “recente sostegno da 100 milioni di euro” offerto dall’Ungheria alla Republika Srpska, a pochi mesi dalle elezioni nel Paese. Várhelyi, prima di essere nominato commissario nel 2019, è stato ambasciatore a Bruxelles per l’Ungheria di Viktor Orbán. Nonostante il ruolo di indipendenza che deve contraddistinguere i membri dell’esecutivo UE rispetto agli interessi nazionali, il commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento si trova sotto il fuoco incrociato dei sospetti di aver avallato le posizioni di Dodik e dell’opposizione del suo Paese alle sanzioni economiche contro i responsabili delle tensioni in Bosnia. Il premier Orbán ha portato avanti una politica di strette relazioni diplomatiche non solo con il serbo-bosniaco Dodik, ma anche con il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, da sempre vicino alle aspirazioni secessioniste della Republika Srpska.

    Un gruppo di 30 eurodeputati ha inviato una lettera all’esecutivo UE per chiedere conto delle rivelazioni trapelate da documenti interni sull’appoggio del commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento ai piani secessionisti della Republika Srpska