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Elezioni: Regionali Lazio, la posta in gioco

Si fa presto a dire che la sfida è sul termovalorizzatore di Roma, se non altro perché a rigore la competenza è del sindaco-commissario e qui, il 12 e 13 febbraio, in palio non c’è il Campidoglio ma la Regione Lazio. E la posta, per tutti i contendenti, è ben più alta di una scelta, pure strategica, su come trattare i rifiuti, o sulle liste d’attesa sanitarie, gli ospedali, il lavoro e il sostegno alle imprese. Sulla scacchiera di via Cristoforo Colombo può giocarsi la conferma o la fine di un ciclo amministrativo decennale in un territorio nevralgico.

Oppure determinare la mappa delle future strategie del centrosinistra. O consumarsi una frizione tra le forze di maggioranza le cui scosse si sentono fino a Palazzo Chigi. D’altronde romana è Giorgia Meloni, a cui è spettato il compito di indicare da capo di FdI il candidato. Per Meloni vincere in casa – e vincere bene – è più che un dovere. Perdere, come fu con la sfortunata corsa di Enrico Michetti per il Campidoglio, o anche solo vincere col fiatone, sarebbe una macchia per il capo del governo già alle prese col caso accise, in cui molti vedono la fine della luna di miele.

Nel centrodestra la scelta del nome non è stata agevole, con l’autocandidatura ingombrante di Fabio Rampelli, ex mentore di ‘Giorgia’, velatamente sponsorizzata anche da FI, e con la Lega più propensa invece verso un civico così da non lasciare troppo terreno all’alleata. L’ha spuntata Francesco Rocca, ex capo della Croce Rossa, cuore a destra, esperienza vasta di sanità laziale e consuetudine professionale coi suoi centri di potere. Ma anche più rassicurante, col suo profilo civico, rispetto a un ‘colonnello’ o magari a un ‘capitano’ di partito. E poiché la politica rifugge il vuoto, ecco che a occupare lo spazio a destra è accorsa la Lega di Matteo Salvini e Claudio Durigon. Nella Lega sanno che primo partito di coalizione non potranno essere, per cui puntano almeno a non arrivare terzi e a consolidarsi a Roma e dintorni.

Ecco dunque che insieme a tanti veterani della politica laziale, spesso saliti sul Carroccio solo negli ultimi anni, spunta nelle liste anche Mauro Antonini, ex leader regionale di Casapound, in passato in effetti visto insieme a Mauro Borghezio. A sinistra il quadro è differente, le geometrie variabili. Non si può intendere il Lazio se non si guarda, a paragone, la Lombardia. Lì, dove governa la Lega, Pd e M5s vanno alle urne a braccetto; nel Lazio governano assieme la Regione, ma si presentano a rinnovarla separati.

I dem in Regione sono di casa da un decennio, nel segno di Nicola Zingaretti, che per un certo periodo è stato persino, insieme, governatore e segretario nazionale. Oggi, addirittura, il partito è alle prese con le incertezze congressuali. Il candidato di continuità è Alessio D’Amato, l’assessore alla Sanità che sui galloni ha l’uscita dal commissariamento e una campagna anti-Covid di successo. Ma su D’Amato ha messo la fiches subito anche il Terzo Polo di Carlo Calenda, ben radicato a Roma, che ha posto il veto – o loro o me – sui pentastellati.

E a nulla sono serviti infiniti tentativi di conciliazione, compromesso, offerte di ticket o varie suasion. Il ‘campo largo’ ha fatto crac, e il M5s ha finito per schierare la giornalista Rai Donatella Bianchi, volto di Linea Blu, portandosì con sé tra l’altro parecchi nomi storici della sinistra romana confluiti nel ‘Polo Progressista’. D’Amato ha lasciato intendere che, in caso di sua vittoria, non avrebbe nulla in contrario a portare i grillini in giunta. Ma la legge elettorale è senza ballottaggio, per cui prima bisogna vincere, e divisi è più in salita. E c’è pure il sospetto che la strategia di Conte, in realtà, sia quella di usare il Lazio come laboratorio per verificare quanto consenso il Movimento riesca a erodere al Pd. Ma anche quanti indecisi riesca a ripescare. Una platea che fa gola a entrambi: D’Amato l’ha detto chiaramente: “Vinceremo anche stavolta, e sono profondamente convinto che la differenza la farà la lista Civica con gli incerti, con chi ha disaffezione verso le forze politiche tradizionali”. “Dobbiamo guardare a chi non va a votare, a chi si astiene, ai delusi, agli arrabbiati” gli ha fatto eco Bianchi. Parlando del Lazio, certo. Ma non solo.


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