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Quirinale: Draghi scopre carte ma crescono ostacoli. Gelo Salvini

Qual è la vostra volontà, quali le vostre aspettative sul mio ruolo per il Paese. E’ la domanda che Mario Draghi rivolge ai leader politici, nel giorno dell’avvio delle votazioni per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. E’ l’iniziativa politica che gli chiedevano di prendere e che lui decide di assumere. A partire da un colloquio con il leader della Lega Matteo Salvini, un faccia a faccia lontano dai palazzi della politica e su cui sarebbe dovuto restare il riserbo, lungo circa un’ora, intorno alle 12. E’ Salvini che cerca di guidare i giochi, da lui potrebbe sbloccarsi lo snodo che porti Draghi al Quirinale. Ma servirebbe un accordo per il nuovo governo e a sera da via Bellerio trapelano parole che di apertura non sono affatto: “Per noi, per la Lega, Draghi a Palazzo Chigi è una risorsa preziosa per l’Italia”.

Tratta su più tavoli, il leader leghista. C’è il dialogo avviato con Enrico Letta, innanzitutto su Draghi: il muro per ora non si infrange, secondo diverse fonti Dem, arrivare a un’intesa è difficilissimo. C’è un canale “gialloverde” con Giuseppe Conte, che più di lui frena sull’elezione del premier al Colle, che sembra portare all’identikit di Elisabetta Casellati o, con più forza nelle ultime ore, a Franco Frattini, ora presidente del Consiglio di Stato e figura che potrebbe raccogliere molti consensi nel Pd ma che, obiettano fonti di centrosinistra, è “la personalità più russofila si possa immaginare, non il nome più adatto, nei giorni della crisi russo-ucraina”. E resta in piedi anche la carta Pier Ferdinando Casini, il nome più gradito a Matteo Renzi, che potrebbe spuntare dalla quarta votazione.

A sera Salvini fa sapere che si lavora a una rosa di nomi che possa trovare larga condivisione. Servirebbe anche a placare i timori degli alleati di centrodestra su una trattativa in solitaria. E a smorzare l’irritazione di quella parte di Forza Italia che è ancora ferma sul no a Draghi. Circola voce di una telefonata del premier a Silvio Berlusconi, ma per ora non se ne trova conferma. Mentre Giorgia Meloni non avrebbe nessuna preclusione rispetto all’attuale premier.

Draghi incontra Salvini e parla con Letta, nelle prossime ore potrebbe sentire altri leader. In area centrista trapela un colloquio, non confermato, del premier anche con Casini, che da alcuni partiti sarebbe già stato sondato come possibile presidente del Consiglio qualora sfumasse per lui il Colle.

A tutti i leader politici il presidente del Consiglio si rivolge, spiega chi gli è vicino, nella consapevolezza che le decisioni sul Quirinale non si prendono contro o senza i partiti, che spetta a loro indicare la soluzione. Lo scopo dei colloqui sarebbe quello di sapere, con umiltà, in modo diretto dai leader cosa si aspettino da lui. Nella carica che avrà in futuro, questo il ragionamento, Draghi farà quello che è nelle sue possibilità per rispondere a queste aspettative.

Nelle fila dei partiti si traduce così il punto di queste ore: il premier può essere votato per il Quirinale solo con garanzie per i partiti sul futuro governo, sull’assicurazione che non si torni a votare. Dunque il nodo è la formula dell’esecutivo, il premier, se tecnico o politico, e anche alcuni ministeri chiave. Salvini, che avrebbe già visto Draghi la scorsa settimana, resterebbe dell’idea del governo dei leader e chiederebbe soprattutto garanzie sul Viminale. Difficile che possa andare a lui o un suo fedelissimo, potrebbe scegliersi un prefetto (si cita Matteo Piantedosi, che era al Viminale con Salvini). Ma questo sarebbe solo uno dei nodi da sciogliere. Il premier? Circola con insistenza Elisabetta Belloni.

Chi sostiene si debba puntare su Draghi al Quirinale, sostiene che con un altro presidente (che non sia Mattarella o ad esempio Giuliano Amato) il governo non reggerebbe molto, anche perché il premier tirerebbe dritto per la sua strada, anche con decisioni poco gradite ai partiti. Sono timori, illazioni. La verità, spiegano più fonti, è che contro Draghi c’è un fronte ampio, che includerebbe nel Pd Dario Franceschini (eloquente il gesto di disapprovazione che Letta gli rivolge quando lo vede in transatlantico) e nel M5s Giuseppe Conte, cosa che starebbe creando non pochi attriti tra i leader del Pd e del Movimento. Tra i Dem starebbero lavorando per Casini anche Base riformista e l’area che fa capo ad Andrea Orlando. Il M5s è un partito balcanizzato. Fi è spaccata, con un fronte a favore di Draghi in forte agitazione, ma immobilizzata sul no.

In Transatlantico Giancarlo Giorgetti, leghista moderato, dice solo che è stato importante per Salvini e Draghi parlarsi ed è meglio prendersi tutto il tempo per arrivare alla soluzione migliore. Tra i peones del transatlantico c’è chi spera che dal caos esca il nome di Sergio Mattarella, l’unica garanzia della stabilità. 


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