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‘L’Italia al Board da osservatore’, Meloni valuta se volare a Washington


Aderire ancora non è possibile, ma l’Italia parteciperà alla prima riunione del Board of Peace per Gaza come Paese osservatore. Uno status che potrebbe suggerire di non schierare la presidente del Consiglio ma il ministro degli Esteri Antonio Tajani, o un esponente di governo di rango minore. Un po’ come fa l’Ue, inviando la commissaria al Mediterraneo Dubravka Suica. Ma Giorgia Meloni non avrebbe ancora escluso la possibilità di volare lei stessa a Washington per rispondere alla convocazione di Donald Trump, che giovedì davanti ai membri dell’organismo da lui creato dovrebbe annunciare un piano di ricostruzione multimiliardario per la Striscia. I problemi costituzionali restano, la richiesta rivolta al presidente Usa di modificare lo statuto del Board ancora non ha trovato riscontri concreti, però l’idea della premier resta che non sia intelligente autoescludersi dall’iniziativa. Così, mentre da Monaco arriva l’eco delle parole con cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha marcato il “divario” tra Europa e Stati Uniti, e da Bruxelles quello delle “riserve” dell’Ue sul Board, Meloni ad Addis Abeba ribadisce il suo equilibrismo nei rapporti transatlantici e annuncia che l’Italia non mancherà a Washington. Ed è immediata la reazione delle opposizioni, con il Pd che la bolla come “un’altra buffonata della destra”.

E Nicola Fratoianni, di Avs, che avvisa il governo: “Non può “portare il nostro Paese in quella specie di comitato d’affari” e comunque deve “passare dal Parlamento”. Meloni rivendica la “propensione al dialogo nel dna dell’Italia”, come osserva nel suo discorso all’assemblea dell’Unione africana, ultimo atto della due giorni in Etiopia focalizzata sul Piano Mattei. Nessun punto stampa alla fine. La premier risponde solo ad alcuni giornalisti che la incrociano dopo il suo intervento davanti ai leader africani. Si parte dall’affondo del cancelliere tedesco sugli Usa, accolto a Roma con freddezza, dopo settimane di assonanza su vari dossier. La premessa è che “siamo in una fase molto complessa delle relazioni internazionali, e in una fase particolare dei rapporti tra Europa e Usa”.

Poi il giudizio di Meloni su Merz si sdoppia: concorda sul fatto che “l’Europa deve fare di più sulla sicurezza, sulla colonna europea della Nato”; mentre non condivide la critica alla cultura Maga, ma “sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene”. Quindi la premier conferma la presenza dell’Italia alla riunione del Board, anticipata poco prima da Tajani alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: “È importante farlo, per la ricostruzione di Gaza – la sottolineatura del ministro degli Esteri -, anche la Commissione europea parteciperà”. Meloni spiega che l’invito “come Paese osservatore è una buona soluzione rispetto al problema di compatibilità costituzionale”. “A quale livello parteciperemo lo dobbiamo ancora vedere” ma la risposta di Roma sarà “positiva”, aggiunge, perché “con tutto il lavoro che l’Italia ha fatto, sta facendo e deve fare in Medio Oriente per stabilizzare una situazione molto complessa e fragile, una presenza italiana ed anche europea è necessaria”.

Prima del suo discorso, nella sala dedicata a Nelson Mandela sono risuonate le parole del messaggio inviato da Abu Mazen. Il presidente dell’Anp ha denunciato che “500 palestinesi sono stati uccisi dal cessate il fuoco ad oggi”, e ha richiamato l’urgenza di rimuovere “gli ostacoli di Israele alla seconda fase”, inclusi quelli al comitato tecnocratico incaricato di governare Gaza sotto la supervisione del Board of peace. A Palazzo Chigi sono ore di valutazioni articolate. La decisione finale sarà anche il frutto di contatti tra la premier e altri leader europei. E si studiano le adesioni. A Washington sono attese una ventina di delegazioni, con il pressing Usa sulla partecipazione dell’Europa. “Immagino ci saranno anche altri Paesi europei – dice la premier -. Vedo interessati soprattutto Paesi mediterranei della sponda est”. Leggasi Turchia. Il Cremlino ha chiarito nei giorni scorsi che non invierà rappresentanti, e tra gli europei ha confermato la sua presenza Viktor Orban. Mentre Usa e Emirati Arabi Uniti hanno promesso un contributo di oltre un miliardo, cifra che, se versata nel primo anno, garantisce l’adesione permanente al Board. È uno degli aspetti che rendono lo statuto incompatibile con la costituzione italiana.

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